Si racconta che una volta un ragazzo di cava, volendo sottrarsi per un po’ al penoso su e giù k’u cist sope i spall, chiese al suo principale:
“Somà, pòzz iì a cacà?”.
Siccome di fronte a certe urgenze non ci sono ragioni che tengano, u petraiole gli diede il permesso, così il ragazzo risalì il sentiero che portava fuori dalla cava e si appartò dietro i massi che la orlavano.
Non avendo in realta nessun bisogno da sbrigare, se ne stette lì a godersi quel venticello che era di gran lunga più gradevole dell’afa del fosso.
Il principale, vedendo che tardava più di quanto si aspettava, risalì anche lui e sorprese il ragazzo con le mani in mano.
“Uagliò, - gli chiese - pecché tanta tèmp?”
“Somà, m’è fatt na cachète ca nce vuléve fenì cchiù!”.
“E famm vedé addove l’ha fatt!”, pretese u petraiolenon del tutto convinto dalla giustificazione.
Dopodiché u uagliole, seguito da u mastre, prese a girare di qua e di là tra i massi, in cerca di uno straccio di prova.
Ad un certo punto, vedendo una grossa cacata ancora fumante lì lasciata da una mucca della piccola mandria pascolante tra le cave, il ragazzo si fermò e la indicò come propria al principale.
Poi, all’osservazione che quella era mmèrd de vak, esclamò:
“E se iì vòie cacà come e na vak, a te ke te ne fréche?”.
Ognuno s’immagini il seguito, tenendo presente che erano tempi in cui, per molto meno, si rischiavano rimproveri, busse e licenziamenti in tronco.




