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Lettera "A"
a babbelarìe loc. alla leggera (pigghiàrl a babbelarìe).
a bacchétt loc. con la bacchetta in mano // L’espr.: cumandà a bacchétt richiama un autoritarismo da direttore d’orchestra.
abbàsce [sp. abaio] avv. d’abbasso.
abbède v. (imper. di bbàdà) bada // E’ di uso frequente in raccomandazioni (“Abbède a te!”) e minacce (“Abbède a ccóme parl, t’avéssa rómp u muss!”). A chi lavora con scarsa lena si dice a volte: “Abbède: t’avissa sudà sott la léng!”.
a campanèll loc. a memoria, in maniera squillante come una campanella; nel gergo scolastico è accompagnata di solito da mparà, sapé, dice… .
a canzóne loc. a canzone (pigghiàrl a canzone: ripetere con monotonia, per abitudine o vizio).
a capìll loc. per i capelli // A teràrce a capìll sono soprattutto le donne che nei litigi passano spesso a vie di fatto afferrandosi, appunto, per i capelli.
a capòcchie loc. in maniera scriteriata, con molta imprecisione.
a ccàgne loc. scambio (fa a ccàgne: scambiare, barattare) // “Amma fatt a ccagne iàbbete!” si esclama spesso verso chi addossa ad altri colpe e difetti propri.
accanósce [lat. ad cognoscere] v. conoscere, riconoscere; è un infinito usato in partic. dopo farce (farce accanósce).
accàta [gr. catà] prep. da, presso (accàta Marìe: da Maria).
acce sm. sedano // Si racconta che un politico della vicina Lesina concluse un infervorato discorso con la minaccia: “Altrimenti brucio il sedano!”. Benché perplesso, il pubblico applaudì, ma poi qualcuno si avvicinò all’oratore e gli chiese cosa intendesse con: “Brucio il sedano!”. Al che il politico rispose: “E’ ppìccià l’àcce!”. E’ probabile che la sibillina espressione derivi da una distorsione di mpiccià u làcce (aggrovigliare il filo, ingarbugliare la matassa); in ogni caso l’episodio dimostra che a volte u làcce cé mpìcce (o ce ppìcce l’àcce) nel momento in cui si cerca di rendere in italiano modi di dire chiarissimi, in dialetto, per gli ascoltatori.
“Acce!”escl. “E che ne so?” // E’ forma abbreviata dell’espr.: “E k’n’sàcce?” che viene spesso accompagnata da un’alzata di spalle. Poiché acce significa anche sedano (vedi sopra), giocando sul doppio significato, a chi interrogato risponde “Acce!”, si ribatte a volte: “Acce e cepoll!”.
acceprèvete sm. arciprete, parroco.
accère sm. acciaio.
accéss sm. ascesso, bubbone suppurativo.
a cchèpe loc. a capo, dalla parte del capo; in riferimento al letto, ha come contrario a ppìde (dalla parte dei piedi).
a cchère a cchère loc. a stento, è già molto se... (“Sèpe a cchère a cchère fermà”: Sa fare a stento la propria firma).
acchià (-ète) v. fare l’àcchie, e cioè accumulare, dopo la mietitura, i covoni in biche; vd. àcchie.
àcchie sf. bica/che cumuli di manòcchie // Prima dell’avvento delle mietitrebbie, per sveltire le operazioni di carico sópe u carrettóne, evitare l’ammuffimento in caso di piogge persistenti e favorire altresì la piena maturazione delle spighe, si erigevano tra le stoppie àcchie di solito rispondenti a ben precise tipologie. Quella più comune era fatta di file doppie di manòcchie che, rinforzate al centro da chiève (covoni disposti trasversalmente sulle spighe) si restringevano verso l’alto assumendo un profilo triangolare. A l’antrascène erano dette l’àcchie d’avena con i covoni disposti in un’unica doppia fila per consentire alle spighe di maturare prima d’la pesatùre.
acchiène avv. piano, con calma // “Nt’straccann!”, “Eh, acchiène, acchiène...” sono battute che vengono a volte scambiate a mo’ di saluto anche tra sconosciuti, se un passante s’imbatte in qualcuno affaccendato in una qualche attività.
a ccócchie loc. insieme, a coppie // Prov.: “I fugne a rròcchie e i féss a ccócchie”.
accóme: 1) prep. come (“Té la chèpa tòst accóme e nu mule) - 2) cong. comunque, in qualunque modo (“Accóme fa ffa t’hanna sèmp tredecà!”) - 3) appena (accóme scampàgne: appena spiove).
a ccóre a ccóre loc. cuore a cuore.
a ccóte a ccóte loc. in modo raccolto, sotto stretto controllo.
a ccunsènt loc. concorde, intonato nel colore, in part. di accessori dell’abbigliamento.
a ccunt loc. in conto (“Mitt a ccunt!”: Metti in conto!).
a ccùrt loc. a breve distanza, di luogo o di tempo; sup.: a ccùrt a ccùrt.
àcene sm.: 1) granello, acino (n’àcene d’rène, d’uve, d’pépe...) // Prov.: “P’n’àcene d’sèle ce uàst la menèstre”.
achecèll sf. uncinetto per lavori a maglia o rete.
a chelórel oc. colorato ma in armonia col resto // Quando si lavorava di rattoppo truvà la pèzz a chelóre non era impresa sempre facile. La loc. equivale, in senso traslato a: trovare la scusa adatta.
a ciùccecavàll loc. a cavalluccio, sulle spalle // E’ ai bambini che di solito si concede il piacere d’ièss purtète a ciuccecavàll (alla lett.: ad asino-cavallo).
a còmmede loc. a comodo // Con l’espr. “A còmmede adda sci!” si esprime la propria fiducia nell’evoluzione positiva di una situazione.
acqua lavète sf. acqua lavata, espr. usata in rif. a parole senza fondamento o rapporti poco solidi, come quelli tra cognati (“Cainète: iacqua lavète”).
acqua lùcede sf. acqua traslucida, secrezione di bolle cutanee.
acqua ncòrp sf. idropisia, malattia che porta all’aumento ed alla raccolta dei liquidi interni nel tessuto connettivo e nelle cavità sierose (pleura e pericardio).
acquanéve sf. piogga mista a nevischio.
acquaràgge sf. acqua ragia, diluente di uso comune.
acquarécce sf. rugiada; anche acquère.
acquarùle sm. acquaiolo // Prima dell’entrata in funzione dell’Acquedotto Pugliese e in attesa che la rete idrica giungesse in tutte le case (la prima fontana pubblica fu inaugurata ad Apricena nel 1931), il venditore di acqua girava per le strade coi barili in groppa al suo asinello o su di un carretto da esso trainato. Per pochi spiccioli faceva risparmiare la fatica di andare ad attingere acqua al pozzo (o alle fontane pubbliche) e trasportarla fino a casa. Il detto: “Ddummann all’acquarùle s’ll’acque iè frésk!” evidenzia l’inutilità di domande a risposta scontata per interesse.
acquasànt sf. acqua benedetta per usi liturgici.
acquasantére sf. acquasantiera, pila dell’acqua benedetta.
acquasèle sf. acquasale // Qualche tozzo di pane da ammorbidire in acqua, un pomodoro da spremervi sopra, un po’ di olio, sale, origano, ed ecco pronta l’acquasèle, una pietanza alla buona ma così squisita da leccarsi le dita. L’acquasèle, insieme a u pènecòtt, costituiva e costituisce, oltretutto, un modo intelligente per smaltire i sckàpp d’pène tòst che non mancano in nessuna casa, e non mancavano soprattutto un tempo quando, impastando il pane in casa, se ne preparavano scorte sufficienti per almeno una settimana. Il detto “Pènecòtt e iacquasèle mìnele ncòrp ca nfann mèle” assicura che tali semplici pietanze non hanno mai fatto male a nessuno.
acque sf. acqua, acqua piovana (fa u buche nta l’àcque: fare un tentavivo infruttuoso; fa ne poche d’àcque ha spesso il senso traslato di: orinare) // Proverbi: “Quann u puzz iè secchète, ce capìsce u valore d’ ll’acque”; “Iacqua fòrt trapène u cappòtt, iacqua fine trapène i rìne”; “Iacqua d’Bbrìle: nu carr d’ore a chi la tire”; “Iàcque e mmòrt addréte la pòrt”.
acquère sf. rugiada; anche acquarècce.
adàvete avv. ai piani superiori (iabbetà adàvete o d’dàvete).
addìce v. dire; è un infinito usato quasi solamente dopo sapé (“Prime vedìme e pu t’sacce addice!”).
a Ddìe e a la ventùre loc. nelle mani di Dio e della sorte.
“Adónn?” avv. “Quando mai?”, “Dove?”; anche “Addóve?”.
affèresm. affare // Prov.: “U mègghie affère iè quédd ca nce fa”.
afflìtt agg. triste, afflitto, addolorato // Prov.: “Chi nasce afflitt scunsulète móre!”.
a ffrésk a ffrésk loc. poco per volta, sempre fresco // Sperimentato che era preferibile comprarlo in negozio a ffrésk a ffrésk, la tradizione di impastare il pane in casa a scadenza periodica venne, negli anni Cinquanta, gradualmente abbandonata.
a ffrónt loc. a fronte, in confronto // “A ffrónt a me, si ggióne!” dicono spesso gli anziani a chi, magari, ha solo qualche anno in meno di loro.
agghie sm. aglio (nu chèpe d’àgghie, na sckìfa d’àgghie) // Usato per condire pènecòtt, iacquasèle, ciammerechèll e un’infinità di altre pietanze (nu file d’àgghie tènnere si aggiunge persino a lu brudétt di Pasqua), nell’opinione popolare l’aglio era anche un efficace rimedio per i vermi dei bambini (“L’àgghie fa murì i vèrm”). La scienza medica dà conferma che l’aglio possiede non solo virtù vermifughe, ma anche antisettiche ed ipotensive, e cioè disinfetta e fa scendere la pressione.
a iàrie loc. ad aria, alla leggera (fa i cóse a iària cumprèss).
“Aìzz!” escl. “Alto là, via!”; è usata per allontanare bestie, in part. cani.
“A la bellézz!” loc. “Alla bellezza!” // “A la bellézz d’chi t’véde!”, è una accoglienza mista a rimprovero per chi non si è fatto vedere da parecchio tempo.
a la blàss loc. al verde; rumané a la blass: restare senza una lira.
a la capète loc. a scelta // “A la capète, a la capète!” si sente gridare a volte da qualche rivenditore di frutta e, in particolare, di melloni.
a la cecùne loc. al buio, alla cieca // Il detto: “A la maretanna mi a la cecùne annànz m’hann pòst a fra’ Tummèse!”, riportando il lamento di una malmaritata, richiama la consuetudine dei parentète gestiti dai genitori. I diretti interessati si conoscevano di persona spesso solo quando tutto era stato deciso, per cui avevano a volte da recriminare.
a la iagghiàrd loc. alla gagliarda, con molto impegno (méttece a la iagghiard: mettersi di buona lena).
“A la làngeca to!” escl. “All’anima tua!”, “Mannaggia a te!”.
a la menùte loc. al minuto, al dettaglio.
a la mute loc. alla muta, senza profferire parola // Verso chi si chiude in un ostinato mutismo a volte qualcuno esclama: “A la mute a la mute: chi parl iè chernute!”.
a l’antrascène loc. alla sbrigativa // L’espressione era usata, in part. in rif. ad acchie (vd.) con i covoni disposti su di un’unica doppia fila con le spighe rivolte all’interno. La disposizione consentiva al prodotto di giungere a piena maturazione, il che era necessario soprattutto nel caso si trattasse di avena che di solito veniva mietuta un po’ acerba per evitare ca ce scutelàss.
a la nzìcchete e nzàcchete loc. all’improvviso, senza preavviso.
a la próve loc. alla prova, concessione fatta soprattutto dai venditori di cocomeri che offrono agli interessati la possibilità di assaggio senza impegno di acquisto.
a la scurdète loc. a tradimento, dopo che ci si è dimenticati dell’acca-duto, in riferimento a vendette a lungo covate.
albagìe sf. fissazione, presunzione.
alfabéte agg. analfabeta, e cioè l’opposto del letterale alfabeto, mancando nel term. la a privativa.
Alìusacasinalòff? spr. alla lett.: “Alì, lo sai che sei una loffa?”, nome del sultano della goliardica Fést d’la Matrìquele (vd.).
allabbóne avv. davvero, sul serio (contr. allappòst) // Se qualcuno si comporta in maniera strana, si chiede a volte per accertarne le in-tenzioni: “Fa allappòst o allabbóne?” (Scherzi o fai sul serio?).
alla ciuccégna manére loc. alla maniera dell’asino, e cioè sconside-ratamente.
alladdiùne agg. digiuno; anche diùne // Proverbi: “Dùdece sò li mise e trìdece sò li lune, ma la nòtta cchiù llòng iè quann t’va ccuche alladdiùne”; “U sazie nn’ créde a lu deiùne”.
alla mmannìte loc. a portata di mano, pronto per ogni evenienza.
allampìde avv. in piedi (durmì allampìde accóme e nu cavall) // Prov.: “U sak vacànt nce manténe allampìde”.
alla mupégna manére loc. alla maniera dei mùpe (pazzi).
allanchète agg. affamato, avido.
alla n’mm’n’fréche loc. in modo sconsiderato, alla non me ne importa (fa li cose alla n’mm’n’fréche).
all’antiche loc. alla maniera degli antichi, non seguendo le mode (vèstece all’antìche).
allanùde agg. nudo/a; contr.: vestùte // Di chi sposava una donna senza corredo si diceva un tempo: “Ce l’ha ppigghiète allanude accóme l’ha fatt la mamm”.
allappìde avv. a piedi // L’avv. compare spesso nei detti insieme al suo contrario a cavàll (“Chi va a cavàll more allappìde”; “Nce po’ pigghià né a cavall né allappìde!”, il che è detto a volte di individui intrattabili).
allappòst avv. per scherzo; contr.: allabbóne (vd.).
allàsk avv. in modo largo e rado, in part. di piante; sup.: allàsk allask.
allaspàss avv. a spasso, disoccupato // Ieri come oggi, di non pochi è possibile dire: “Fa l’art d’Ialàss: magne e vvéve e sta allaspàss!”.
allassacrése [fr. sans croire] avv. senza preavviso, proditoriamente.
allattumète agg. pasciuto, ben nutrito (“Sta bbèll allattumète allattumète!”: E’ ben messo in carne!).
allatuìre avv. l’altro ieri.
all’àtu mónn loc. all’altro mondo, nell’al di là (iìrcene all’àtu mónn: morire).
alla vann d’... loc. dalla parte di, (apparténe alla vann d’…: è della famiglia... tal dei tali).
allélùie [dall’ebr. allelujah (lodate Dio)] avv. alleluia // La loc: sta allélùie equivale a: essere al verde.
all’intrasàtt [lat. in transactum], loc. all’improvviso.
alleméne avv. almeno
alléreagg. allegro, felice // Al prov.: “Ióme allére Ddìe l’aiute!” qualche buontempone aggiunge: “Nasce pòvere e móre chernùte”.
a llìve e mitt loc. a togli e metti, in rif. a capi di vestiario dei quali si possiede un solo esemplare per cui lo si toglie per lavarlo e lo si rimette appena asciutto.
a llòff d’ciùcce loc. senza criterio o motivo (chiànt a llòff d’ciùcce).
allòng avv. alla lontana, in senso modale (ièss parènt allòng) e temporale (farce vedé allòng allòng) // “Allòng sìe!” è un’espressione scaramantica equivalente a: “Lontano sia! Che non avvenga mai!”.
alluscià -rce (-ète) v. vedere -rci // Ad una certa età capita a molti di nn’llusciàrce cchiù ccóme na vóte.
a lluscìe loc. di pubblico dominio o d’uso comune (alla lett.: a lisciva) // Si dice che iè sciùte a lluscìe di un fatto di cui si parla e sparla o di una cosa della quale si fa uso ed abuso.
all’use loc. secondo l’uso (all’use d’prime, all’use d’mó, all’use mì, all’use só...).
all’ùteme avv. in ultimo (contr.: apprìme) // I giocatori a carte tengano presente il prov.: “Chi vénce apprìme pèrd all’ùteme”.
àlm sf. anima (arc. per àneme).
alm ’i mòrt loc. anima dei morti // Il 2 Novembre, commemorazione dei defunti, i bambini giravano un tempo in questua per le case di parenti e conoscenti chiedendo l’àlm ’i mòrt, al fine di rimediare qualche soldino o un po’ di frutta secca con cui riempire la calza della tradizione. Per essere più convincenti scandivano una filastrocca contenente minacce destinate a rimanere però nelle parole: “Damm l’àlm ’i mòrt s’nnó t’sfàsce la pòrt! Damm l’alm ’i vive s’nnó t’rómp i rine!”.
a lu ngràss loc. all’ingrasso // La loc. métt a lu ngràss era un tempo usata in rif. a lu pòrce (vd.) acquistato alla fiera settembrina di Santa Maria e cresciuto in casa fino al momento della macellazione che avveniva intorno a Natale.
Alt’Itàlie spr. Italia Settentrionale.
amà (-ète) v. amare // Prov.: “Amà e nn’ièss amète iè tèmp perdùte”.
ambiènt sm. ambiente, insieme di usi e opinioni (pigghià l’ambiènt: ambientarsi).
a mill e na nòtt loc. a mille e una notte // E’ spesso il punto d’arrivo di spese o litigi che si sa da dove partono ma non si sa a che vanno a finire (arrevà a mill e na nòtt).
a mmank loc. a manca, a sinistra; contr.: a ddritt (a mmank e ddrìtt: a tutto spiano, senza raziocinio né pause) // Di chi si esprime per allusioni si dice a volte: “Tire a mmank e ccògghie a ddritt”.
“Ammàppete!” escl. “Accipicchia!” // Si tratta di un eufemismo di origine umbro-laziale, derivato per fusione da “Ammazzati!” ed “Accoppati!”.
a mmènt loc. in mente (tené a mmènt a mmènt (avere fatto un appunto mentale ma non ricordarsene sul momento).
a mmènta frésk loc. con la mente riposata e tranquilla // Nelle ore serali, con l’espressione: “Crammatìne a mmènta frésk ce ne parl!” si rimanda spesso all’indomani l’adempimento di incombenze che richiedono concentrazione.
amméze avv. in mezzo // Detto: “Tutt attorn e Cik amméze!”.
amméze k’mméze loc. a casaccio, senza fare attenzione (menàrce amméze k’mméze).
ammie ammìe loc. nel contempo, frattanto che (“Ammie ammìe ca t’truve...”).
a mmìte loc. a vita, per sempre (scanóscece a mmìte: disconoscersi a vita, rompere ogni rapporto).
a mmòll loc. in ammollo // Di uso frequente è la similitudine: paré nu baccalà méss a mmòll.
ammufalànn avv. ora fa un anno.
ammufeduiànn avv. due anni fa.
amps sf. asma, respiro affannoso dopo una lunga corsa.
ancóre avv. ancora (“Ancóre t’pìnz ca...”: Non pensare che...)
àneme sf. anima; anche alm (vd.: àlm ’i mòrt) // L’anima del prossimo vivo e defunto dell’interlocutore viene spesso tirata in ballo in maledizioni del tipo: “All’àneme d’ chi té vvive e d’chi té stracciavive!”, “All’àneme d’chi té mmùrt e stramùrt!”, “All’àneme d’chi nt’ spère!”.
ànema nète sf. creatura; alla lett.: anima nata // Dai detti: “Ogni ànema nète Ddìe l’ha chencriète” e “A ògni ànema néte Ddie pruvvéde” traspare una mentalità antiabortista.
àngele s. angelo/a // Angele lòng (àngela al femm.) sono definite le persone di altezza superiore alla norma.
anisétt sf. anice, liquore a base di sambuca.
ank sf. anca, parte superiore della coscia // Detto: “Come diàvele iè gghiùte a nnàsce: n’ànk iàvete e n’ànk vàsce?”.
annàrie avv. in aria // Di chi è ambizioso si dice ca té i sèns annàrie.
a nnatavànn loc. da un’altra parte.
a nnènt a nnènt loc. per lo meno, a dir poco.
annète sf. annata // In rif. a quella agricola, si parla di bbón’annète o mèl’annète a seconda della riuscita del raccolto.
ant sf.: 1) anta di porta o finestra - 2) striscia di campo lavorata in una sola passata da una squadra di giornalieri; il lat. antes indicava i filari delle viti.
antenére (o chèp’ànt) sm. caposquadra, capofila, e cioè il bracciante che aveva la responsabilità di zappare il primo solco o mietere in prima fila dando la direzione e imprimendo il ritmo al lavoro.
a nu pìzz loc. in un angolo, in disparte (méttece a nu pizz).
a patróne loc. alle dipendenze di un padrone; vd.: a varzóne.
a pazzìe loc. per scherzo, alla leggera // “Pìgghie tutt cóse a pazzìe!” si dice di chi non prende nulla sul serio per leggerezza.
a ppìde loc. dalla parte dei piedi // Nel letto matrimoniale dormivano a ppìde, rispetto ai genitori, i piccoli nel caso non disponessero di un lettino proprio; contr.: a cchèpe.
appòst [lat. ad positum] avv. a bella posta; con intenzione; si raff. per radd.: appòst appòst // “Nn’ll’é fatt appòst!” si dice spesso, a mo’ di scusa, per danni non intenzionali.
apprèss: 1)avv. dietro, dopo (“Fóche annànz e iàcque apprèss”) - 2) prep. dopo (“Apprèss la discése vé la salite!”) - 3) agg. seguente (u iorn apprèss).
apprìme avv. prima (“Chi móre apprìme ce la ffrànk dópe”); contr.: all’ùteme (vd.).
apù [lat. apud (presso)] avv. poi, dopo // “Apù ce ne parl!”, si dice spesso rimandando ciò che non si ha voglia di fare su due piedi.
a punt e vìrghele loc. nel rispetto delle regole, con i punti e le virgole al posto giusto // Di chi opera in modo ineccepibile si dice a volte con ammirazione: “Fa tutt a punt e vìrghele”.
archebbaléne sm. arcobaleno // Prov.: “Archebbaléne d’sére va p’ tempére, arcóbbaléne d’matìne aiénghie i cutine”.
ardìches f. ortica (nsc. Urtica dioica o piliphera).
a remùss [dal lat. ad oremus (a pregare)] loc. atto di sottomissione // Dall’escl.: “Adda menì a remùss!” traspaiono propositi di rivalsa.
a requèst loc. di riserva, da utilizzare in caso di necessità (tené na cóse a requèst).
àreve sm. albero // Il prov.: “L’àreve ca nn’dà frutt prèst tàgghiele!” invita a tagliar corto con ciò da cui non c’è da aspettarsi alcun utile. La loc. cantà l’àreve equivale a: dirne a qualcuno di tutti i colori, sviscerando l’intero albero genealogico.
argià [fr. argent] sm. denaro, soldi // “L’argià fa la ghèr”, afferma un proverbio in dialetto francesizzato.
ariaróle (pl. -ùle) sm. bracciante addetto un tempo, durante la treb-biatura, ai lavori nell’aia.
àrie sf. aria; in senso traslato: alterigia, boria (tené o purtà l’àrie: darsi delle arie, essere boriosi).
ariùse agg. arioso, borioso.
armète sf. armata, comitiva // Di chi sa animare la compagnia si dice: “Té l’armète allampìde”.
a rràsce loc. in abbondanza.
arréte [lat. a retro] avv. di nuovo, daccapo, un’altra volta.
art sf. mestiere, professione // I detti popolari concordano sull’opportunità che ognuno faccia il proprio mestiere: “L’àrt l’adda fa chi la sèpe fa”; “Fa l’art ca sa fa ca s’ nn’mmure ha da campà”; “Iàrt p’ iàrt e i pèquere a lu lupe!”. Su chi afferma di saper fare di tutto, si ironizza a volte dicendo: “Sèpe fa tutt’àrt e fóre fatìe!”.
artèteche sf. irrequietezza, soprattutto, in rif. a bambini (tené l’artèteche: essere incapaci di star fermi) // Il term. deriva dal grecismo latino artrticus, e cioè malato di artrite, i cui dolori inducono a cambiare di continuo posizione.
artist s. artista/i // Detti: “L’artist k’ la fème ha ppèz la vist”; “Crist, Crist, pìnz a l’artist ca a quidd d’ fóre ce pènzene lóre”.
arzenèle sm. arsenale; in senso traslato: confusione.
a scapp e fùie loc. frettolosamente, in fretta e furia, tra una faccenda e l’altra (alla lett.: a scappa e fuggi).
àsce sf. ascia, attrezzo dei falegnami che venivano un tempo detti anche mastre d’àsce (vd.).
asckà (-ète) v. abbrustolire; vd. pène asckète.
a sóle e seréne loc. al sole e al sereno notturno (sta a sóle e seréne: essere esposto alle intemperie).
aspresórd [lat. aspidem sordum] sm. aspide sorda, tipo di vipera.
àss sm.: 1) asse su cui gira la ruota - 2) carta da gioco (pigghià iàss p’ ffevùre: prendere un abbaglio).
assà avv. assai, molto; sup. assassà.
a ssìmmete avv. separatamente, da soli, ognuno per proprio conto.
a ssóp’àcque loc. a galla.
assópe avv. sopra; spesso radd. in assópe assópe che assume significati diversi a seconda dei contesti: fa i cóse assópe assópe (agire in modo superficiale); magnià assópe assópe accóme e na iàtt (mangiare in superficie come un gatto); (mantenérce assópe assópe accóme e l’ógghie (galleggiare come l’olio).
Assópe la Rène spr. toponimo col quale, per una cava d’arena lì presente, s’indicava un tempo una vasta area periferica tra la vecchia e la nuova circonvallazione, fino a la Vie d’San Sevére // Ancora negli anni Cinquanta era una zona biondeggiante di messi e verdeggiante, in alcuni punti, di ulivi. Poi c’è stato il boom economico e il paese si è disteso, casa dopo casa, scavalcando la vecchia circonvallazione e giungendo fino alla nuova che ha bloccato ulteriori possibilità di espansione. L’ultimo ampio spazio libero da costruzioni fu poi lottizzato dall’Ing. Michele Di Bari che vi ha creato quattro serie di villini. Il complesso è noto come la zóne ’i rik; quédd d’li pòvere, sarebbe la Cèntesessantasètt (vd.).
assùl’assùle loc. da solo a solo, a quattr’occhi.
a stàgghie loc. a cottimo, senza contare giornate e ore di lavoro.
a stòzz e menùzz loc. a pezzi e bocconi, in mille pezzi.
astre sf. coltello, lama e simili // Il term. compare nell’escl.: “T’mètt l’astra ngann!” (Ti mette il coltello alla gola), che allude alle pretese di figli e figlie che spesso non tengono conto delle reali possibilità familiari.
a suggètt loc. alle dipendenze (sta a suggètt: non poter fare a meno degli altri) // Prov.: “Trist a te ca ntì tte e sta a suggètt all’àvete!”
a tant a tant loc. a pezzettini // Nel minacciare: “Té fa a tant a tant!” una mano taglia spesso le dita dell’altra per dare un’idea della di-mensione dei pezzi cui si sta alludendo.
a tè e mò loc., in contanti, con pagamento alla consegna (alla lett.: a tieni e dammi).
a tèmp a tèmp loc. appena in tempo, all’ultimo minuto.
a tèmp pèrz loc. a tempo perso, per passatempo.
atturnià(-ète) v. circondare.
a tutt vann loc. dapertutto.
a tuzz loc. corna contro corna, come negli scontri tra caproni // Di chi si mostra inaspettatamente aggressivo si dice a volte: “Nn’avèle e puzz, e méne pure a tuzz!”.
auànn avv. quest’anno // “Adda ièss auànn, ma nce sèpe quann!” si risponde quando non si sa, o non si vuole precisare, la data di un avvenimento che si dà tuttavia per certo e non lontano nel tempo.
auannechebbé avv. l’anno prossimo (alla lett.: l’anno che viene).
au mègghie loc. al meglio, sul più bello (sta au mègghie).
aumére sm. strumento a due punte dei petraiùle che lo usano, in part., per incidere sui blòk la linea lungo la quale infilare ipenciòtt.
autàrcheche agg. alla buona, autarchico // Il term. è legato all’autarchia lanciata da Mussolini nel 1935 quando, avendo la Società delle Nazioni sancito il blocco economico contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia, si dovette fare a meno di molte materie prime e prodotti d’importazione alla cui carenza si rimediò spesso con surrogati di fortuna.
avànz sm. resti, rimanenza (sta a l’avànz: accontentarsi degli avanzi).
a varzóne loc. a garzone // Nella società contadina, i ragazzi e persino i bambini, sottratti ai banchi delle scuole, venivano mandati dalle famiglie a varzóne presso massari e pastori che, in cambio di vitto, alloggio e qualche compenso in natura, li facevano lavorare presso di sé a tempo pieno, sottoponendoli ad una disciplina spesso dura; vd. anche varzóne.
avé (vùte) v.: 1) avere, ricevere (avé na razie: avere a che fare) - 2) dovere // Nell’espr.: “Ha sbagliète e ha paià!” (Hai sbagliato e devi pagare) sono presenti ambedue le accezioni.
Avémmarìe spr. Ave Maria.
àvete: 1) pron. altro (“-Quist iè n’àvete!”) - 2) come agg. diventa àvetu o àveta abbreviati spesso in àtu o àta (n’àvetu libbre, n’àveta chèse, n’àtu crestiène, n’àta vote).
“Avisse vógghie!” escl. “Avessi tu voglia!”, “Quanto/i ne vuoi!”.
“Avùglie...” escl. “Hai voglia a...”, “Ne dovrà passare prima che...”; introduce esclamazioni del tipo: “Avuglie a llungà u còll!”, “Avùglie a strùie sègge!”, “Avùglie a sbrascià vrascére! ”...
avùrie sm. augurio, auspicio.
Avùst sm. Agosto // Prov.: “Avùst: cùprete u vust!” .
avustìne agg. agostino; è usato a volte in rif. a varietà di frutti che maturano in agosto.
avvunìte avv. insieme; contr.: a sìmmete // Prov.: “I cóse avvunìte sò vamp d’fóche”.
a zeffùnn loc. in gran quantità, in abbondanza (tené i sòld a zeffùnn).
a zzik a zzik loc. appena appena, a stento, a fatica.




