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Coleera un giovane scapestrato che aveva preso a sperperare con gli amici il patrimonio familiare.

In punto di morte, il vecchio padre lo chiamò al capezzale e gli disse:

Fìgghie mi, tu ha pigghiète na mmèla vie e, se va nnanz accuscì, t’ha rraddùce k’u cule pe ntèrr! Quann t’ha fenùte sti quatt sòld ca te rumène, allore u sa ca fa? Vatt a mpeccà a la caténe ca pènn avvucine u fucarile!”.

Morto il padre, Cole, ormai senza freni, tra festini, regali, prestiti, donne e giochi d’azzardo, dilapidò in breve l’intera eredità, trovandosi ben presto, come il padre aveva previsto, k’u cule pe ntèrr.

Si vide allora costretto a chiedere aiuto a questo ed a quello, ma trovò tutte le porte chiuse, non essendo nessuno dei compagni di bagordi disposto a dargli una mano.

Preso dalla disperazione, Colemise allora in atto il consiglio paterno, ma il punto di attacco della famosa catena, non reggendo al peso del corpo, cedette aprendo un pertugio dal quale si rovesciò addosso al giovane una vera e propria cascata di monete d’oro lì nascoste dalla previdenza paterna.

Diffusasi la voce della nuova ricchezza che gli era piovuta addosso, gli amici di un tempo tornarono, uno alla volta, a ronzargli intorno.

Allora il giovane li invitò tutti ad un grande banchetto, ma questa volta servì loro solo degli ossicini e poi, vedendoli sorpresi, disse:

V’ha vita magnète la carn? E mo magniàvete l’òss! Na vote c’é mpése Cole!”.

E così, liberatosi della cattiva compagnia, prese a vivere da uomo saggio.