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C’erano una volta un marito ed una moglie che avevano un balcone che dava su di un orto in cui cresceva un prezzemolo bellissimo. A furia di guardarlo, alla donna venne desiderio di assaggiarlo e, siccome stéve ncint, al marito non restò che andarlo a rubare. Le prime volte gli andò liscia, ma la la nannòrk padrona dell’orto, accortasi del prezzemolo mancante, scavò una buca, vi entrò e si ricoprì lasciando fuori solamente l’orecchio.

Quando alla puerpera tornò la voglia di prezzemolo e l’uomo andò di nuovo a rubarlo, vide l’orecchio sporgente dal terreno e, credendolo un fungo, lo toccò per coglierlo, ma venne fuori l’orca e l’afferrò per la gola, costringendolo a confessare.

Sentendo che rubava il prezzemolo perché ne aveva voglia la moglie che era in stato interessante, la nannòrk gli predisse che sarebbe nata una bambina, gli ordinò di chiamarla Putresenèll e di portargliela appena fosse stata in grado da camminare da sola.

L’uomo tornò a casa e raccontò tutto alla moglie, gettandola nella disperazione. Comunque i due sposi, non potendo fare altro, quando nacque la bimba, la chiamarono Putresenèll. Poi, allorché fu in grado di camminare, poiché i genitori non si decidevano a mandargliela, la nannòrk se la prese da sé un giorno che la vide sola per strada e la crebbe come una figlia.

Putresenèll divenne ben presto una graziosa ragazza, con meravigliosi e lunghi capelli biondi. Tuttavia era spesso infelice in quanto, crescendo, si rese conto di essere in pratica prigioniera, non essendole permesso neanche di mettere il naso fuori dalla porta. Anzi l’orca, temendo che potesse scappare, aveva chiuso il portone e ne aveva ingoiato la chiave.

Al ritorno dalle sue frequenti uscite la nannòrk si serviva, per rientrare, delle lunghe trecce della figlioccia come di una scala. Infatti, rincasando, le gridava dall’orto:

Putresenèlla, Putresenè, chèle i trécce e nchiène a màmmete!”.

Allora la ragazza calava le trecce dalla finestra e l’orca si arrampicava su di esse. Oltre che renderle questo servigio, la fanciulla le puliva la casa e le riordinava spesso i capelli che erano sporchi e pidocchiosi.

La vecchia era così contenta di lei che ne vantò una volta con un’altra nannòrk venuta a farle visita.

E nn’ha pavure - chiese questa - ca ce ne fuie?”.

Pensando che Putresenèll non potesse udire, la “mamma” rispose:

No, pecché pe fuiecene avéssa truvà i tre nuce ca tèng nnammuccète dint u stepone”.

La ragazza, che era dietro la porta, la prima volta che rimase sola in casa, frugò u stepone e trovò, in un angolo d’u contrafonn, le tre noci fatate, ma le lasciò lì senza toccarle per non insospettire la nannòrk.

Un giorno un principe, passando da quelle parti, vide Putresenèll alla finestra e se ne innamorò immediatamente. Anche lei ebbe il colpo di fulmine, ma spiegò al giovane di essere prigioniera dell’orca. Allora egli si arrampicò fino a lei per liberarla e portarla via con sé.

La fanciulla sapeva che nella casa dell’orca parlavano animali ed oggetti, perciò preparò na cavedère di polenta e ne diede una cucchiaiata al cane, una al gatto, una a ciascun mobile e ad ogni stoviglia. Infine prese le noci da dint u stepone, scese sulle spalle del principe e, una volta a terra, fuggì con lui a cavallo il più lontano possibile.

Quando l’orca tornò, si fermò nell’orto come al solito e chiamò la ragazza:

Putresenèlla, Putresenè, chèle i trécce e nchiène a màmmete!,

ma questa volta la finestra restò chiusa e non rispose nessuno.

Dopo aver invano gridato tre-quattro volte, la vecchia cominciò ad insospettirsi e, vomitata la chiave, aprì il portone ed entrò in casa.

Una volta dentro, le venne subito incontro, a raccontarle tutto, la scopa alla quale Putresenèll si era dimenticata di dar da mangiare.

L’orca andò a controllare se, dint u stepone, c’erano ancora le tre noci fatate, ma frugò e rifrugò senza riuscire a trovarle.

Benché contrariata, indossò allora un paio di stivali capaci di farle fare un miglio ad ogni passo e si mise all’inseguimento dei due fuggitivi.

Quando Putresenèll se la vide alle spalle, le gettò tra i piedi la prima noce che si trasformò in un pezzo di sapone che subito divenne una lastra scivolosa. L’orca sbandò e fece un ruzzolone, ma riuscì a rialzarsi e, seppure indolenzita, riprese l’inseguimento ancora più furiosa di prima.

Vedendosi la nannòrk di nuovo alle calcagna, la ragazza gettò per terra la seconda noce da cui uscì uno spino che divenne all’istante un’enorme macchia pungente. L’orca l’attraversò graffiandosi tutta e riprese la corsa, giungendo ad afferrare la coda del cavallo dei fuggitivi.

Allora Putresenèll le gettò contro la terza noce, dalla quale saltò fuori uno spillo che si trasformò in una spada ed uccise la nannòrk.

Liberi ormai da ogni pericolo, i due innamorati giunsero al palazzo reale dove si sposarono e vissero felici e contenti.