Scatòzz era un poveraccio che, vedovo e senza figli, viveva in una casuccia ai margini del paese. Erano i tempi in cui, non esistendo servizi igienici, i bisogni si facevano dint a zepèpp che poi bisognava svuotare quando passava u carr de l’acqua spòrk. Ma Scatòzz faceva a meno persino del vaso perché, in caso di necessità, aprendo la porticina posteriore, si trovava praticamente in aperta campagna, libero di fare il comodo proprio.
Si racconta che una volta si svegliò in piena notte per un forte mal di pancia che attribuì al fatto che la sera aveva mangiato fagioli.
Avvertendo una grande urgenza, s’infilò u cavezone, i scarp e la cammisce e, senza neppure abbottonarla, aprì la porta del retro. Era una notte nera come l’inchiostro, ma, per quello chedoveva fare, non aveva bisogno di vederci più di tanto, cosi, dopo aver mosso qualche passo frettoloso, si calò le brache e liberò l’intestino.
Si era appena rialzato e si stava riabbottonando u cavezone, quando improvvisamente sentì l’aria animarglisi intorno e intravvide, scaturite dalle profondità della notte, una, due, tre ombre dall’aspetto di vecchie streghe. Mentre gli si rizzavano i capelli in testa dal terrore, Scatòzz le vide vorticare intorno a sé e le sentì scandire in coro:
“Sènza lune e sènza vènt te purtème a Benevènt!”.
E, senza capire neppure come, il pover’uomo si ritrovò ai piedi del noce di Benevento, dove c’era un raduno di streghe che stavanocelebrando il loro sabba.
Incuriosite dal suo arrivo, ben presto si radunarono intorno a lui numerosissime streghe che presero a ballargli intorno, dandogli chi uno schiaffo, chi un pizzicotto e chi graffiandolo di qua e di là. E nel frattempo lo esortavano in coro:
“Bball, ball, Scatòzz!”.
Il poveraccio cominciò a saltellare meglio che poteva, mentre le streghe, divertendosi da matte, rallentavano la gragnuola dei colpi.
Poi una disse:
“Scatò, dicce na strofétte: facce rire!”.
Al che il nostro eroe, ispirato dalla paura, si mise ad improvvisare:
“Iì so Scatòzz e ball quant pòzz:
se rrìve a sfuie da mméze a sti bòtt nne chèche cchiù fore a la nòtt!”.
Ridendo sguaiatamente per l’insolita trovata, le streghe si misero allora a vociare:
“Sta bbéne a Scatòzz! Evviva Scatòzz!”.
E infine, per ricompensarlo del suo estro poetico che le aveva fatte crepare dal ridere, recitarono tutte insieme:
“Sènza lune e sènza vènt turn a la chèse da Benevènt!”.
Così Scatòzz, come risvegliandosi da un incubo, si ritrovò esattamente dov’era prima, e cioè dietro casa sua con le brache in mano.
Rientrato in preda ad uno choc, rinchiuse la porta e si mise a letto con la febbre.
Ma, la mattina dopo, affebbrato o no, si alzò di buon’ora e andò a comprare u zepèpp per non essere più costretto a iì a cacà fore de nòtt.




