Vai al contenuto principale


Si racconta che un giovanotto di San Marco in Lamis, partito per il servizio militare, tornò in licenza al paese natio dopo più di un anno dalla partenza. Siccome non sapeva scrivere, giunse senza preavviso e, per di più, nel cuore della notte.

Bussò quindi alla porta di casa svegliando di soprassalto i genitori.

Chia iè?, gridò il padre allarmato.

Sono mèèèh!”, rispose il figlio, con la sicumera di chi si aspetta che i suoi vecchi corrano ad aprirgli e gli gettino le braccia al collo.

Però, contrariamente alle aspettative, il padre, sentendo quel mèèèh strascicato come un belato, si girò verso la moglie e chiese:

Cuncè’, ha sentùte pure tu? Chi sa fuss rumèse la crèpa fore?”. 

No, l’è trasciute prime de chiude”, rispose la moglie tra veglia e sonno.

L’uomo richiuse gli occhi, ma si era appena riappisolato, quando udì bussare una seconda volta.

Chia iè?”, fece di nuovo spazientito, ma ricevette in risposta un altro:

Sono mèèèh!”.

Dopo il  terzo “Chia iè?” e “Sono mèèèh!”, il giovanotto si decide finalmente a precisare:

Sò Mattéie!”.

Il padre, riconoscendo la voce del figlio, andò finalmente ad aprirgli, ma, anziché gettargli le braccia al collo come si aspettava, lo accolse col rimprovero:

Ché scia mpìse mannàie! T’è mannàte crestiàne e si turnàte nemàle!”.