Vai al contenuto principale


Due compagni di rapina, messo insieme un consistente bottino, decisero ad un certo punto di andarsene ognuno per la propria strada, ponendo così fine al tipo di vita fin allora condotto. Senonché fu proprio nel momento della spartizione che cominciarono i disaccordi e, na parole tira l’àvete, giunsero alle mani.

Allora, senza che l’altro se l’aspettasse, il più sanguinario dei due, tirato fuori il coltello, gli inferse un colpo mortale nel petto.

Prima di spirare, il moribondo ebbe però il tempo di dire:

Pecché m’ha ccise? Ce sìme velùte sèmp bbéne! Ma quédd k’ha fatt a me l’ha da paià!

L’è paià? - ribatté l’altro ghignando - E ccome? Ne mm’ha vvist nesciùne!”.

T’ha vvist u sole!”, mormorò il socio esalando l’ultimo respiro.

L’assassino sogghignò al pensiero che il sole, non avendo bocca, non avrebbe mai potuto denunciarlo e, incurante del fatto che in quel momento lo stava fissando dal cielo come un grande occhio spalancato sul suo delitto, fece rotolare il cadavere in una fenditura carsica e lo ricoprì con un mucchio di pietrame.

Dopodiché si lavò al pozzo le mani, raccolse l’intero bottino, montò a cavallo e si allontanò al piccolo trotto.

Dopo qualche giorno, arrivò in una città dov’era del tutto sconosciuto e, siccome il posto gli piacque, comprò un palazzotto, vi fece venire delle serve, si prese pe mantenùte la più bella e cominciò a condurre una vita da signorotto.

Una mattina si stava radendo, come al solito, alla finestra, rimirandosi in uno specchietto appeso all’altezza della faccia, quando fu colpito agli occhi dal riflesso di un raggio.

Gli riemerse allora il ricordo del compare che aveva detto spirando:

T’ha vvist u sole!”, e sorrise con sarcasmo, soddisfatto di sé e della vita.

Vedendo ciò, la mantenùte chiese incuriosita:

Pecché rire?

Nènt!”, rispose lui evasivo.

Eccome nènt! Sènza nènt nce rire!”,

ribatté la donna e, tanto disse e tanto fece, che il padrone, ritenendo di potersi fidare, le rivelò tutto, compreso il luogo in cui aveva sepolto il cadavere del compare.

Di lì a qualche tempo, venne a servire una ragazza col visetto grazioso incorniciato da riccioli biondi. L’uomo ne fu subito colpito e prese a ronzarle intorno con tanta evidenza che il fatto non sfuggì a la mantenùte, resa subito sospettosa dal timore di perdere il suo posto di favorita.

Così, quando sorprese l’amante in atteggiamento inequivocabile con la nuova venuta, senza dire niente, si ravvolse in un nero scialle e andò in caserma a denunciare alle forze dell’ordine il delitto che il padrone aveva commesso anni prima.

L’uomo fu arrestato e, ritrovato il cadavere ormai putrefatto nel luogo indicato, essendo la prova schiacciante, fu condannato alla pena capitale.