C’era una volta nu mulenère che, ogni mattina, fermandosi a nu pizz sci e a n’àvete no, dava uno squillo di tromba e gridava a pieni polmoni:
“Chi adda macenà u rène menéss a u mulìne mì! Chi adda fa la farìne menéss a u mulìne mì!”.
Un ragazzo senz’arte né parte di nome Vetupèrie, che a quell’ora dormiva della grossa, a quel suono e a quel grido si svegliava ogni volta di soprassalto e ne restava talmente stizzito che cominciò a pensare e a dire in giro che una volta o l’altra avéva ccide u mulenère.
L’occasione gli si presentò un giorno in cui lo vide in campagna a fa i ciammerechèll. Giuntogli di soppiatto alle spalle, Vetupèrie lo tramortì con una bastonata e poi lo gettò ntà nu puzz. Dopodiché tornò a casa e raccontò tutto alla madre.
La povera donna si mise le mani nei capelli e, prevedendo ciò che sarebbe accaduto, portandosi dietro la capra, si recò al pozzo indicato dal figlio, e tirò fuori il cadavere d’u mulenère. Poi tramortì la capra e ve la gettò dentro. Infine seppellì il morto in un luogo in cui nessuno avrebbe potuto trovarlo e tornò a casa.
La moglie del mugnaio, non essendo il marito rincasato, denunciò la scomparsa ai carabinieri che avviarono subito le ricerche.
Naturalmente dell’uomo non si trovò traccia, però, sentito che Vetupèrie aveva detto in giro che l’avrebbe ammazzato, lo portarono in caserma per interrogarlo. Il ragazzo confessò non solo di aver affermato di voler ammazzare u mulenère, ma anche di averlo fatto davvero e di aver gettato il cadavere nta nu puzz.
I carabinieri chiamarono allora la moglie del mugnaio per il riconoscimento e, guidati dallo stesso reo confesso, si recarono al pozzo a controllare.
Li seguì anche la madre de Vetupèrie che continuava a ripetere passo passo:
“Ma vu allabbone credìte a stu scéme? Quidd, fìgghieme, ne nsèpe mank iìs quédd ca dice!”.
Giunti a u puzz, vi si calò dentro un carabiniere legato ad una corda e armato de na lope per scandagliare il fondo. Sentendo che vi si era agganciato un corpo piuttosto pesante, cominciò a tirare e, appena emerse in superficie, nella semioscurità palpò la carcassa con la mano.
Sentendo sotto le dita le corna della capra, u carbunére, mettendo una mano vicino alla bocca, chiese dal fondo alla moglie del mugnaio:
“Bèlla fé, marìtete tenéve i còrn?”.
“Uh, no, no! Nsia mà!”, rispose la donna con un certo imbarazzo.
Avendo poi il milite tastato il vello caprino, domandò ancora:
“Bèlla fé, marìtete tenéve i pìle?”.
“Nsòmm!”, esclamò, sempre più a disagio, la mugghiére d’u mulenère.
Comunque, corna o non corna, pile o non pile, il corpo fu tirato fuori e si scoprì essere quello di una capra.
Al che la madre de Vetupèrie prima rimproverò il figlio dicendo:
“Ca te pòzzena mpènn ngann, pe quést nne putéve truvà cchiù la crèpe, ca l’ha ccìse tu!”,
e poi aggiunse alla volta del maresciallo:
“Marescià, ke v’è ditt ca figghieme iè proprie scéme? Ha ccìse la crèpe e ha ditt k’ha ccise u mulenère!”.
Così, non trovandosi il cadavere e mancando prove concrete, Vetupèriefu prosciolto dall’accusa e tornò a casa con la madre che, anche questa volta, l’aveva tirato fuori dai pasticci.




