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ke (reso con k’): 1) prep. con (Vu menì k’mme?) - 2) agg. che (“K’ uèie!”: Che guaio!) - 3) pron. che cosa?; introduce domande nel modo più diretto: K’vvu? K’vva truvann?” // Nei casi di enclisi sopra specificati, ho preferito la k per la necessità di distinguere i suoni velari da quelli palatali dolci (“E k’cc’vó?”). Ho poi usato la k anche in finale di parola con velare tronca: chiank, stak, vak… che altrimenti avrei dovuto scrivere chianche, stacche, vacche, forme che mi sembrano meno immediate. All’interno delle parole è stato indispensabile il ricorso alla k  quando al suono sc segue nel dialetto quello velare (sckattelóne, sckifézz, asckà). Vedi anche la nota linguistica della prentazione.

k’li mène mmène loc.: con le mani in mano; sta k’li mène mmène (starsene senza far niente); iì k’li mène mmène (presentarsi a qual-che ricevimento a mani vuote).

k’mmóde e fórm loc. nei modi e nelle forme dovute, nel rispetto di tutte le buone regole.

k’nu sci e k’nu nnò loc. per un sì e per un no, per una sciocchezza qualsiasi (a volte la situazione precipita in direzioni impreviste e indesiderate).

k’respètt parlann loc. parlando con rispetto; l’espressione viene pre-messa o intercalata nel caso il discorso stia toccando tasti delicati.

k’tutt ca... loc. con tutto che, benché, malgrado, nonostante che.

k’tutt i cazz  loc. con tutti gli attributi.

k’tutt i ràreche loc. (alla lett.: con tutte le radici) con la massima con-vinzione (parlà k’tutt i ràreche), col massimo accanimento (me-nàrce k’ tutt i ràreche).

k’tutt i varìle loc. con tutti i barili, con impegno ma alla cieca come un asino // “Ce méne k’tutt i varìle!” si dice di chi si tuffa in un’attività senza prendere le necessarie precauzioni per evitare possibili danni.