Per leggere gli indovinelli cliccare sul titolo di ciascuna sezione:
LA CASA - L'ALIMENTAZIONE - GLI ANIMALI
UOMINI E DONNE - LUNA, SOLE, CAMPANE...
GLI ANIMALI
Nella società contadina, in un passato neanche troppo remoto, gli animali convivevano familiarmente con gli uomini sotto lo stesso tetto, nell’unico locale che fungeva da cucina, camera da letto e spesso persino da stalla. Appare pertanto naturale, in una società così avvezza al contatto fisico ed al rapporto affettivo con animali di ogni dimensione ed indole, la fioritura di un gran numero di indovinelli di ispirazione animalesca, ove le metafore sono spesso così ardite che sarebbe impossibile risalire alla soluzione se non la si conoscesse in anticipo.
La sezione si apre con alcuni enigmi sui pidocchi, che non mancavano su nessuna testa e che evocano l’epoca in cui le mamme, spesso davanti all’uscio di casa, passavano una parte del tempo a spidocchiare se stesse ed i propri piccoli. Si parla poi di mosche e topi, anch’essi onnipresenti, date le precarie condizioni igieniche generali. Se la battaglia contro le mosche fu poi vinta grazie all’uso massiccio degli insetticidi, contro i topi il rimedio più efficace è da sempre stata la presenza in casa di un gatto. Tra gli altri animali domestici, un posto di rilievo hanno negli indovinelli le galline che si aggiravano numerose per le strade e dentro le case e che assicuravano, almeno a periodi, una certa disponibilità di uova, argomento-soluzione di un numero consistente di enigmi. A volte, nel pollaio o in casa, era presente anche un gallo che faceva da sveglia fin dalle prime luci dell’alba con i suoi acuti degni di un tenore.
Alla fiera settembrina di Santa Maria, chi se lo poteva permettere provvedeva all’acquisto di un maialino che veniva tenuto all’ingrasso di solito un po’ in casa un po’ fuori di essa. Più o meno intorno a Natale, il porco era pronto per il coltello. Niente doveva andare perduto: col sangue veniva fatto u sangunète; presùtt, ventrésk, lard e vukkelère venivano messi a salare nella fazzatore, con i ritagli di carne si preparavano savucicce e suppresciète, k'u campanère i fegatàzz, con l’intestino crasso i nnogghie, col grasso la saime. Del porco si utilizzavano persino le setole per fare u scupele. Onnipresenti erano anche cavalli, muli ed asini. E c’erano pecore e capre che pascolavano spesso a ridosso delle periferie, senza contare le greggi della transumanza che attraversavano il paese in autunno in arrivo e a primavera in partenza per gli Abruzzi. In qualche testo si allude poi alle mucche, produttrici, come pecore e capre, di latte e latticini, tra i quali particolarmente apprezzata era la ricotta.
Chiudono la raccolta indovinelli che hanno per soluzione gli insetti ed i tanti piccoli animali dei quali bruli- cavano le case, le strade, i dintorni del paese. Interessante, ai fini della ricostruzione del costume, è l’enigma 32 che ha per soluzione la sanguisuga (sanguétt) alla quale si faceva di frequente ricorso per praticare salassi. Il 33 allude alle cozze aperte e svuotate senza troppi complimenti. Se tanti animali finiscono vittima della nostra ingordigia e se dalla loro pelle ricaviamo scarpe, cinghie, borse e persino tamburi, la risposta più logica al quesito finale “Quall iè u nemèle cchiù feroce ca ce sta?” è proprio l’uomo.
1 . Sope a na muntagnèll ce stann tanta pequerèll.
Arrive u lupe e li sderrupe!
“Sopra una montagnella ci sono tante pecorelle. Arriva il lupo e le butta giù!”. La montagnella è la testa, le pecorelle i pidocchi e il lupo è il pettine a denti stretti che va o andava a stanare i parassiti dove si trovano o si trovavano. Nei 5 testi similari del Repertorio degli Indovinelli Pugliesi di Luigi Sada i pidocchi sono paragonati a pecorelle come da noi in 4 casi ed a porci nel seguente indovinello di Cutrofiano: “Tegnu na cosa te nu parmu, tira li porci intra lu voscu” (Ho una cosa di un palmo, tira i porci nel bosco): la cosa di un palmo è il pettine, il bosco i capelli della testa.
2 . Quallu nemèle camìne tenènn i péde nchèpe?
“Quale animale cammina tenendo i piedi sulla testa?”. La domanda è una mezza freddura, infatti la soluzione è quella di cui sopra, e cioè il pidocchio. La testa non è dell’insetto che, con i piedi su di essa, non potrebbe muoversi in nessun modo, ma quella di chi i pidocchi ce li ha tra i capelli.
3 . Iì sò Giuvànn Passavènt e ke nu pak n’accìde cènt.
Se pu me vote a pùnie, chi sa quant ne destrùie!
“Io sono Giovanni Passavento e con uno schiaffo ne ammazzo cento. Se poi reagisco a pugni, chissà quante ne distruggo”. Si allude alle mosche che un tempo, date la precarietà delle condizioni igieniche generali, erano molto più diffuse che non oggi. L'indovinello trae origine dal fatto che il personaggio citato una volta, oberato di mosche, ne fece fuori cento con un solo schiaffo e che si vantò poi di frequente dell’impresa.
4 . Vola e sone sunatore, fa salass e nn’è dottore,
gira gire e nn’è muline, véve rosce e nne vvéve vine.
“Vola e suona suonatore, fa salassi e non è dottore, gira e gira e non è mulino, beve rosso e non beve vino!”. L’enigma ha per soluzione la zanzara, piccolo vampiro che si preannuncia col suo inconfondibile ronzio, e che, dopo aver girato di qua e di là, va a salassare senza pietà la vittima designata. Un tempo erano proprio le punture delle zanzare la principale causa di diffusione della malaria. Il problema fu poi risolto con le bonifiche.
5 . Zipp Zipp iéve fuiènn e Iòcchierusce apprèss currènn.
Se nne ffuss stète pe nu cavùte, Zipp Zipp iéve fenute!
“Zipp Zipp stava scappando e Occhirossi lo stava inseguendo. Se non fosse stato per un buco, Zipp Zipp era perduto!”. La quartina allude ad un dramma a lieto fine, quello del topolino Zipp Zipp inse-guito dal gatto Occhirossi. La storiellina del topolino che si salva da morte sicura, analoga a quella della pecora Cence Lambrènce (102), è così popolare in Puglia che il Repertorio degli Indovinelli Pugliesi ne riporta 8 versioni in cui variano, a seconda della località, i nomi del topo e del gatto, il quale ultimo è indicato altrove come la pelosa, la malasorte e addirittura la morte.
6 . Ndevìne, ndovinèll, chi fa l’ove dint la cestarèll?
“Indovina, indovinello, chi fa l’uovo nel cestello?”. Il successo di questo indovinello è dovuto al fatto che, essendo così elementare, è proponibile anche a piccini che sono appena in grado di intendere e di balbettare qualche parola. Ma i più grandicelli stiano attenti perché, rispondendo “La iallìne”, potrebbero sentirsi freddare con “Mmèrda mmok a chi ndevìne!”.
7 . Quann la patrone sènt cantà sope la pagghie lu va a truvà!
“Quando la padrona sente cantare, sopra la paglia lo va a cercare”. Si sta parlando dell’uovo, la cui deposizione è di solito annunciata dal compiaciuto cacherià della gallina.
8 . Ce sta na chieseiole bianchiète dint e fore... Ke gghiè?
“C’è una chiesetta imbiancata dentro e fuori... Cos’è?”. Per arrivare alla soluzione bisogna pensare a qualcosa di molto più piccolo di una chiesa, e cioè al solito uovo. Il Repertorio riporta testi simili al nostro raccolti in varie località garganiche.
9 . Tèng na vuttecèll de vine méze biank e méze rosce.
“Ho una botticina di vino mezzo bianco e mezzo rosso”. Sempre in fatto di uova, l’indovinello allude questa volta alla divisione interna in albume e tuorlo, in dialetto biank e rosce dai colori.
10 . Lu tèng mmène e iè biank... se cchède ntèrr ce fa rosce.
“Ce l’ho in mano ed è bianco, se cade per terra diventa rosso”. La soluzione è ancora l’uovo, che, se cade per terra, si rompe spandendo il tuorlo.
11 . Iè barbute e barb nne té, té la cherona e ne gniè rre
té li sperùne e ne gniè cavaliére e a la matine fa u canterìne.
“E’ barbuto e barba non ha, ha corona e non è re, ha gli speroni e non è cavaliere e di mattina fa il canterino”. La barba sono i bargigli, la corona è la cresta, gli speroni sono di carne ed ossa, e, in quanto a cantare la mattina, lo fa instancabilmente, con acuti degni di un tenore, fin dalle prime luci dell’alba. Si tratta del gallo, un re autentico, anche se solo del pollaio.
12 . Se lu vide, accome iè brutt! Se lu ddure, quant puzz!
Se lu tuk, quant iè pelose! Se te lu màgne, quant iè bbone!
“Se lo vedi, quanto è brutto! Se lo annusi, quanto puzza! Se lo tocchi, quanto è peloso! Se lo mangi, quanto è buono!”. L’animale più brutto, più puzzolente, più setoloso, ma insieme più gustoso al palato è sicuramente il porco, che era una presenza familiare in molte case in quanto, al momento giusto, avrebbe saputo mostrare la sua riconoscenza (Iè mmègghie a fa bbéne a u pòrce ca quann lu ccide te vogne u muss).
13 . Quall iè quiddu nemèle ca vive té i vedèlla ncòrp
e mmòrt té u còrp dint i vedèll?
“Qual è quell’animale che vivo ha le budella in corpo e da morto ha il corpo nelle budella?”. Si tratta ancora del maiale che, dopo la macellazione, viene in parte ridotto a pezzettini poi insaccati nelle sue stesse budella per farne savucicce, suppresciète e fegatàzz, queste ultime ottenute da polmoni, fegato, cuore e milza, che costituiscono il cosiddetto campanère.
14 . Duie père de scarp é cunzumète de fèrr pecché de fèrr me l’hanna dète...
Scarp ne nsò... Ndevìne, ke ssò?
“Due paia di scarpe ho consumato, di ferro perché di ferro me le hanno date... Scarpe non sono... Indovina, che sono?”. L’indovinello, benché semplicissimo, potrebbe presentare qualche difficoltà per ragazzi che hanno ormai scarsa dimestichezza con animali che erano addirittura di casa fino a non molti decenni addietro, quando la ferratura di cavalli, muli ed asini era uno spettacolo cui si poteva assistere di frequente davanti alla fucina di un fabbro ferraio. Il nostro indovinello sta infatti parlando dei quattro ferri degli equini.
15 . Quall iè quédda figghie ca nn’àdda jèss mèie mamm?
“Qual è quella figlia che non sarà mai madre?”. Sempre in tema di equini, il quesito, che richiede come risposta la mula, ricorda il fatto che, nati dall’incrocio di asini e cavalli, i muli sono sterili.
16 . Stèng assettète sopa a na pèlla mòrt ma vive iè quédd ca me pòrt!
“Sto seduto su una pelle morta, ma viva è quella che mi porta!”. A parlare così è un uomo a cavallo. La pelle morta è quella della sella, la viva è della bestia da soma, asino, mulo o cavallo che sia. Va detto comunque che i nostri cavalieri, soprattutto per spostamenti brevi, facevano a meno della sella, cavalcando di solito a pelo.
17 . I mòneche de spargiàss tutt u iorn vann a spass.
“I monaci de spargiass tutto il giorno vanno a spasso!”. L’indovinello allude alle pecore e soprattutto alle capre, richiamate anche dal colore scuro simile a quello di un saio monacale. Nato e diffusosi nell’ambito di una società agropastorale, l’enigma lascia trasparire persino una certa invidia per questi animali la cui sola occupazione e preoccupazione è quella di andarsene in giro per tutto il giorno in cerca di erba da brucare. Spargiass ha l’aria di essere una parola coniata per ragioni di rima e quindi senza alcun significato.
18 . Se tu me dà a magnià, iì te facce magnià e te facce vestì!
“Se tu mi dai da mangiare, io ti do da mangiare e da vestire”. A parlare così è una pecora, che trasforma l’erba che bruca non solo in carne, latte e formaggio, ma anche in lana utilizzata un tempo dalle nostre donne per confezionare, per i loro uomini esposti ad ogni intemperie, pesanti maglie e mutandoni (cavezunìtt), che costituivano un’autentica corazza contro il freddo. Ciò spiega la gran diffusione della pastorizia alla quale si dedicavano un tempo numerosi non solo i pastori d’Abruzzo ma anche quelli nostrani.
19 . Cénce Lambrènce iéve pe la vìe e Iòcchierùsce l’apparìe...
Se nne ffuss stète pe Cossestòrt, Cénce Lambrènce sarrìa mòrt!
“Cénce Lambrènce se ne andava per via e gli apparve davanti Occhirossi... Se non fosse stato per Gambestorte Cénce Lambrènce sarebbe morto”. Si tratta di un indovinello ad Apricena molto noto, anche perché già presente nel libro del Pitta. Il testo è caratterizzato da una vera e propria trama narrativa i cui protagonisti sono nascosti sotto nomi allusivi, infatti Cénce Lambrènce è la pecora, Iòcchierusce il lupo, e Còssestòrt il cane, il cui tempestivo intervento salva il malcapitato Cence Lambrènce da sicura morte. I lupi costituivano un tempo, e non solo per allevatori e pastori, un vero flagello, tanto che chi ne uccideva qualcuno, andando in giro a mostrarne la pelle, riceveva una qualche ricompensa da coloro che avvertivano il dovere morale di mostrare in concreto la propria riconoscenza.
20 . Duie lucènt, duie pungènt, quatt mazz e na scope.
“Due pungenti, due lucenti, quattro mazze ed una scopa”. Notevolissima è l’astrazione quasi geometrica dell’enigma che fa pensare al disegno di un bimbo alle prime armi nell’arte grafica: i due pungenti sono le corna, i due lucenti gli occhi, le quattro mazze le gambe e la scopa la coda: il tutto è il bue o un qualsiasi quadrupede con le corna. Un’astrazione analoga opera per la figura umana il seguente indovinello barese: “Sopa ddo chelonne sta nu tammùrre; sopo tammùrre du’ mazzerìedde; ménze sta na palle; sopa la palle sta l’érve; jìnd all’érve stonne le pegherédde”: Su due colonne (le gambe) c’è un tamburo (il busto); sul tamburo due bastoncini (le braccia); in mezzo sta una palla (la testa); sulla palla sta l’erba (i capelli); dentro l’erba stanno le pecorelle (i pidocchi).
21 . La mamm iè Pile Pelòss: té pile, carn e iòss.
La fìgghie de Pile Pelòss nté né pile, né carn e né iòss!
“La mamma è Pelo Pelosa: ha peli, carne ed ossa. La figlia di Pelo Pelosa non ha né peli, né carne né ossa”. Sotto l’oscuro frasario si celano la mucca (la madre) e la ricotta (la figlia). Ben radicato nella tradizione orale di Apricena anche perché presente nel Pitta, l’indovinello trova nel Repertorio rispondenza in 7 varianti nelle quali la nostra Pile Plòss è chiamata di volta in volta Pilipilossa, Peli Peloscia, Pilicandossu, Miniminos, Meneminnossa, Fictimosse e la vecchia di Scictennosse.
22 . Iì tèng na cose biank e pelose... pelose ne gniè: ndevìne, ke gghiè?
“Io ho una cosa bianca e pelosa... pelosa non è: indovina cos’è?”. Essendo uno degli indovinelli più noti della nostra tradizione, anche se non fornisce indizi sufficienti (di bianco e non peloso ci sono uova, latte, neve, ecc.), è difficile trovare chi ignori che la soluzione è in questo caso la ricotta
23 . Ième gerànn de nòtt e u foche ce bbruce!
“Andiamo in giro di notte e il fuoco ci brucia!”. L’enigma, che allude alle falene, cioè alle farfalle notturne (i palummèll), ha un corrispettivo nel latino: “In girum imus nocte et consumimur igni”. che è un palindromo, e cioè una frase che si può leggere nei due sensi, come “Etna gigante” e “Ai lati d’Italia”.
24 . Na morr de crèpe nìre: li tì sott e ne lli vide.
“Un gregge di capre nere: ce le hai sotto e non le vedi”. A vederle le si può anche vedere, ma bisogna farci un po’ di attenzione perché si tratta di formiche anziché di capre, che tuttavia costituiscono un termine di paragone efficace sia per il colore che per la vivacità dei movimenti.
25 . Na morr de pèquere nire... pass lu lupe e ne lli véde!
“Un gregge di pecore nere.... passa il lupo e non le vede”. Non è il lupo ad essere diventato cieco, ma sono le pecore ad essere alquanto minuscole, infatti anche in questo caso si sta alludendo alle formiche, trattandosi di una variante dell’indovinello precedente. Nel Repertorio compaiono testi simili ai nostri due come raccolti a Sannicandro Garganico ed a San Marco in Lamis dal La Sorsa.
26 . Nu nemalàcce vestite de nere ca npòrt respètt mank a Carlùcce...
Ddìe l’ha ffatt ke quéstu destine: k’i péde manténe e k’u cule camìne!
“Un animalaccio vestito di nero che non porta rispetto nemmeno a Carluccio... Dio lo ha fatto con questo destino: con le zampe mantiene e col sedere cammina”. L’animale di cui si parla è una particolare varietà di scarrafone, e cioè lo scarabeo spazzino che passa il tempo tra gli escrementi dei grossi erbivori ad arrotolare palline perfettamente sferiche che porta via spingendole con le zampe anteriori e camminando su quelle posteriori. Il bottino servirà come nutrimento per le proprie larve, essendo dallo scarabeo le uova deposte una in ogni pallina.
27 . Mamma mìe, u murmuré! Ke bbrutt nemèle vé pprèss a mme!
Vove ne gniè, i còrna té... Mamma mìe, u murmuré!
“Mamma mia, u murmuré: che brutta bestia viene dietro di me! Bue non è, le corna tiene... Mamma mia, u murmuré!”. A meno che non la si conosca già, la soluzione è davvero difficile perché non è ipotizzabile che si possa aver paura di un animaletto come quello cui si allude, che spesso si cal-pesta per distrazione o del quale si va addirittura alla ricerca per metterlo in pentola: si tratta infatti della lumaca o chiocciola, insomma d’u quacquarone. L’indovinello è attestato nel Repertorio come raccolto ad Apricena dal La Sorsa. Nelle numerose varianti con la stessa soluzione si nega che sia bue o diavolo malgrado le corna, asino benché porti il basto, pittore nonostante i segni e i disegni che lascia ovunque, santo benché stia attaccato ai muri, serpente benché strisci. Per la suggestione delle metafore contrapposte, si riporta il testo seguente raccolto a Molfetta dallo stesso La Sorsa: “Stè mbacce o mèure e sande nén è, téne re corne e diavele nén è: Criste maie, ce coese è?” .
28 . Ndevine, ndovinèll: méze iè sorge e méze iè passarèll!
“Indovina, indovinello: per mètà è topo e per metà uccello!”. La soluzione è u soprappènce (il pipistrello) che volteggiava un tempo, sul far delle sere estive, a fil di tetto, persino in paese.
29 . Sott u pont de Sant Martine cant na fémmena vérdelline.
“Sotto il ponte di San Martino, canta una donna vestita di verde”. La soluzione è la rana. Il ponte di San Martino, appena fuori dal paese sulla strada per San Severo, non era un tempo l’unico posto in cui era possibile sentire, vedere e trovare ranogne. C’era persino chi ricavava qualche liretta proprio dalla cattura e dal commercio delle rane. Chi scrive ricorda ancora gli steli d’erba palustre con infilzate quattro o cinque rane che, scuoiate e trafitte, si dibattevano in una lunga agonia nell’acqua della bacinella nella quale erano esposte per la vendita.
30 . Sott a nu pont cik e ciàk ce sta Magnìk e ce sta Magniàk,
ke la vèst vérdolìne... Figghie de rre chi la ndevine!
“Sotto un ponte, cik e ciak c’è Magnik e c’è Magniak con la veste verdolina.... Figlio di re chi l’indovina”. L’indovinello, che costituisce una variante del precedente, è interessante soprattutto per le onomatopee evocative di suoni acquatici.
31 . Chi cagne la cammìsce sole na vote all’ann?
“Chi cambia la camicia solo una volta l’anno?”. La risposta al quesito è la serpe che fa la muta ogni anno al risveglio dal letargo invernale. Per le campagne, soprattutto in primavera, è possibile vedere qualche còrie de sèrp che alcuni popoli tribali usavano e usano per fare amuleti o per usi terapeutici.
32 . Tu ca sì dottore dottorine trùveme nu pésce senza spine!
“Tu che sei dottore dottorino, trovami un pesce senza spine!”. L’indovinello, che ha per soluzione la sanguétt (sanguisuga o mignatta) e che figura nel Repertorio come raccolto ad Apricena dal La Sorsa, richiama tempi in cui, per curare svariati mali, si ricorreva al salasso proprio tramite l’applicazione di sanguétt presenti in gran numero nelle acque del Caldoli a San Nazario. Si trattava di un residuato delle procedure mediche del Medio Evo quando si salassava per un nonnulla, con la conseguenza che non pochi morivano per emorragie che non si riuscivano a fermare o per infezioni per le quali non si conoscevano rimedi. Vittima illustre di salassi mal riusciti è stato, nel secolo scorso, Camillo Cavour.
33 . Stéve dint a na chèse bèll e onèst ma, dope ca m’hanna fatt la fèst,
la chèse l’hanna iittète da la fenèstre.
“Stavo in una casa bella e onesta, ma, dopo che mi hanno fatto la festa, hanno gettato la casa dalla finestra”. Nel testo sta parlando in prima persona una còzzela nere, o bianca se si preferisce. Le valve gettate per la finestra ricordano che, fino a non molti decenni addietro, in fatto di smaltimento dei rifiuti, non si andava troppo per il sottile.
34 . U vove iè u pedemènt, u vetèll iè la chèse
e u pòrce unìsce passann ke na vìe ca fa u fèrr.
“Il bue è il fondamento, il vitello è la casa e il porco unisce passando per una via aperta dal ferro”. Anziché un muratore, come le metafore delle fondamenta e della casa lasciano intendere, è all’opera un calzolaio che utilizza robusta pelle di bue per la parte inferiore delle scarpe, morbida di vitello per quella superiore, mentre per le cuciture fa passare le setole di porco nei buchi aperti dalla lesina. E’ uno degli indovinelli riportati nel Repertorio come raccolti ad Apricena dal La Sorsa.
35 . Ntèrr nasce, fore pasce: u vive pòrt u mòrt e u mòrt sone.
“Nasce per terra, pascola all’aperto nei campi: il vivo porta il morto ed il morto suona”. L’avvio del-l’enigma fa subito pensare ad una mucca o ad una pecora, ma poi ci pensano il vivo ed il morto che suona a complicare le cose. Comunque il vivo è il suonatore, il morto l’animale la cui pelle è stata utilizzata per ricavarci un tamburo, strumento immancabile nelle bande paesane, nelle quali ce n’è di solito un numero notevole di esemplari di dimensioni diverse.
36 . Quall iè u nemèle cchiù feroce ca ce sta?
“Qual è la bestia più feroce che c’è?”. Riflettendo sul fatto che tanti animali vengono da noi ammazzati, fatti a pezzi, cucinati in vari modi e portati in tavola per essere seppelliti nello stomaco, senza contare l’utilizzo che si fa poi di setole, pelli, pellicce ed altro, risulta evidente che la risposta più logica al quesito è “l’uomo”. Posti di fronte all’interrogativo, i più ingenui penseranno al leone o alla tigre o a qualche altro grosso carnivoro, mentre i misogini diranno subito: “La fémmene”. Comunque anche quest’ultima risposta è, almeno in parte, esatta perché, a parte considerazioni di altro genere, le donne hanno una parte non piccola di responsabilità nei misfatti a danno degli animali di cui si è parlato sopra. Gli unici ad essere immuni da tali colpe sono i vegetariani dell’uno e dell’altro sesso.




