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LA CASA - L'ALIMENTAZIONE - GLI ANIMALI
UOMINI E DONNE - LUNA, SOLE, CAMPANE...
LUNA, SOLE, CAMPANE...
A qualunque latitudine si trovi ad avere la sua dimora, il contadino alza spesso gli occhi al cielo per fare previsioni a breve o a lungo termine. Con molta attenzione sono seguite in particolare le fasi lunari in quanto, a torto o a ragione, si ritiene che crescènz (fase crescente) e mancànz (fase calante) abbiano una qualche influenza sulla buona riuscita delle attività agricole. Ed è piuttosto consistente il numero di indovinelli popolari riguardanti la luna, vista come paradossalmente vecchia ad appena un mese di età, oppure con le corna nel primo e nell’ultimo quarto, o come una fantastica forma di formaggio in cui nessun coltello potrà mai entrare. Sempre in tema di suggestioni astronomiche o metereologiche, altri indovinelli alludono, con frasari più o meno oscuri e pittoreschi, al cielo stellato o nuvoloso, a lampi e tuoni e persino alla nebbia ed alla neve. Quest’ultima, da noi poco frequente, oltre a costituire un diversivo per i bambini, non è vista di malocchio neppure dagli agricoltori in quanto, stando al detto “Quann frutt u ciéle frutt la tèrr”, propizierebbe un buon raccolto. Particolarmente temuti sono invece gelo e grandine, due malanni paragonati a ladri che scendono dal cielo e che rubano tutto senza portarsi via niente. Altri enigmi parlano del sole che, coi suoi raggi, arriva dappertutto e che d’estate può dare persino alla testa.
Nei paesini raccolti e silenziosi di un tempo, ove le chiese erano ben più numerose che non oggi, le giornate erano scandite dalle campane che facevano sentire ovunque la propria voce, per annunciare funzioni, festività, matrimoni, decessi e quant’altro. Gli indovinelli del nostro dialetto accostano campana e battaglio ad un monaco, ad una vecchia con un solo dente, ad una mamma alle prese con una figlia piuttosto pretenziosa.... Ma le ragazze si levano ben presto certi grilli dalla testa divenendo mamme a loro volta perché gli anni passano in fretta e per tutti: come su di una giostra inarrestabile, mesi e stagioni si rincorrono, negli indovinelli popolari, senza mai raggiungersi. Dicembre giunge per ultimo, ma nel contempo precede Gennaio che è il primo mese del nuovo anno.
Ma in quest’ultima sezione c’è altro ancora: figurano, ad esempio, tre indovinelli che hanno per tema la strada o il tratturo e due che parlano di fossi, uno dei quali misterisamente fuma. Vengono poi enigmi le cui metafore adombrano oggetti piccoli e grandi o azioni particolari. Abbastanza pregevole è il testo 34, nel quale un io narrante s’inventa un’inverosimile odissea attraverso cui risalire alle carte da gioco. Notevole è anche l’enigma successivo che, alludendo all’azione dello scrivere, richiama da vicino il celebre indovinello veronese del XII secolo, uno dei primi documenti scritti del volgare italiano che, rispetto al latino, non era altro che un dialetto . Seguono dei testi che in qualche caso, più che indovinelli, sono delle autentiche trappole dialettiche. Infine, a capo dell’ultimo gruppo di enigmi, si potrà venire solo facendo attenzione ai suoni, anziché alla logica dei contesti, infatti la soluzione è spesso una lettera dell’alfabeto, quando non si tratta di un vero e proprio rebus. Chiude il capitolo e il libro un indovinello che allude a modi diversi di salutare. Ed è anche il saluto che l’autore fa ai suoi lettori, sperando di non averli annoiati troppo.
1 . Tu ca sì nu (o na) vuagliole tant vantète,
me sa dice na vècchie de nu mése nète?
“Tu che sei un ragazzo (o una ragazza) così lodato/a, mi sai dire una vecchia da un mese nata?”. Di già vecchie ad un mese dalla nascita, in terra sarebbe difficile trovarne, infatti, per sciogliere l’enigma, bisogna alzare gli occhi al cielo: la soluzione è la luna, che compie un intero ciclo addirittura in meno di un mese, e cioè in 27 giorni, 7 ore e 43 minuti
2 . Nasce k’i còrn, camp senza còrn, more k’i còrn.
“Nasce con le corna, campa senza corna, muore con le corna”. Anche se il frasario è intenzionalmente fuorviante in quanto dà l’impressione di alludere piuttosto ad un animale che ad una cosa, la soluzione è ancora la luna che, nel primo e nell’ultimo quarto, assume la forma di uno spicchio arcuato a due punte.
3 . Tèng na pezzòttele de chèsce ca nesciune curtèll ce trèsce.
“Ho una forma di cacio in cui non entra nessun coltello”. Si tratta di un testo indubbiamente suggestivo, soprattutto per la concreta presenza di un oggetto così familiare come il coltello e di una rotondità così allettante come quella di una forma di cacio che nella società contadina era di pecorino locale. Ciò cui si allude è un corpo altrettanto concreto, e cioè la solita luna che nessun coltello, anche a causa della sua distanza, potrà mai scalfire.
4 . Iè na cose tonna tonn, va nt'u mère e ne nciaffonn!
“E’ una cosa tonda tonda: va nel mare e non affonda”. Si tratta di un indovinello per piccini ai quali va però lasciata la possibilità di derogare dalla soluzione richiesta dalla tradizione (la luna), accettando per buona anche una risposta come la palla che, per esperienza diretta, si è visto tante volte galleggiare senza affondare.
5 . A la sere mett na cesta d’ove e a la matìne ne lli trove!
“La sera metto una cesta di uova e al mattino non le trovo”. Il testo, che è un classico della nostra tradizione orale, compare nel Repertorio degli Indovinelli Pugliesi di Luigi Sada come raccolto ad Apricena dal La Sorsa. Come nel nostro caso, il cielo stellato (la soluzione) è paragonato a una cesta di uova in 2 testi salentini, mentre in altri indovinelli della nostra regione sono presenti, per le stelle, metafore di uccelli, monete, lucciole, lumini e lampioncini.
6 . Tèng nu venzole pèzz pèzz... senz’èche e senza réfe ciarrepèzz.
“Ho un lenzuolo pieno di toppe: senz’ago e senza filo si rattoppa”. La soluzione è il cielo nuvoloso, che si straccia, si rattoppa, si lava e si rimette a nuovo per conto suo. Oltre una ventina sono nel Repertorio gli indovinelli similari: tra di essi figura anche il nostro testo come raccolto ad Apricena dal Pitta.
7 . Amméz’a na tempèst vune ce véde ma nce sènt e ll’àvete ce sènt ma nce véde.
“In mezzo ad una tempesta uno si vede ma non si sente e l’altro si sente ma non si vede”. Si tratta del lampo e del tuono i quali, benché contemporanei, sono percepiti dai nostri sensi con un certo intervallo di tempo a causa della diversa velocità della luce e del suono, infatti mentre la prima viaggia a 300.000 km. al secondo, il suono al confronto è un lumacone in quanto, nello stesso tempo, percorre solo 340 m.
8 . Cchiù ce ne sta e méne ce véde.
“Più ce n’è e meno si vede”. Le soluzioni logiche dell’enigma sono il buio, notturno o di altra natura, e la nebbia che però è un fenomeno piuttosto raro dalle nostre parti.
9 . Vola, vola, volétta, volà, senza péde vo cammenà,
senza péde ntèrr ce véde... Tutt lu monn facéve tremà!
“Vola, vola, voletta, volà, senza piedi vuol camminare, senza piedi si vede per terra... Tutto il mondo faceva tremar!”. E’ la neve la soluzione di questo strano enigma che, anche se non è tra i più noti, il Repertorio riporta come raccolto proprio ad Apricena da Saverio La Sorsa. Seppure non manca di una certa suggestione, il testo presenta una stonatura nella discordanza tra i tempi verbali.
10 . Cchiù scégne e cchiù nchiène.
“Più scende e più sale”. La soluzione dell’indovinello può essere facilitata da un movimento delle mani che suggerisca l’idea di qualcosa che cada dall’alto e lentamente cresca di livello. Si sta parlando ancora della neve che, ad Apricena e dintorni, raggiunge solo in casi eccezionali l’altezza di qualche decina di centimetri. Un’altra soluzione logica dell’enigma è il caffé.
11 . Iì sò fìgghie a mamm e mamm iè fìgghie a mme!
“Io sono figlio/a a mia madre e mia madre è figlia a me!”. Si tratta di un indovinello ad un primo approccio alquanto oscuro, ma proprio per questo stimolante: le soluzioni possibili sono la neve o il ghiaccio, che hanno origine dall’acqua e in acqua ritornano nel liquefarsi.
12 . Quall iè quiddu ladre ca vé da u ciéle,
t’arròbb tutt cose e nce pòrt nènt apprèss?
“Qual è quel ladro che viene dal cielo, ruba ogni cosa e non si porta via niente?”. Si tratta del gelo o della grandine, eventi temuti dagli agricoltori perché scendono all’improvviso e rovinano i raccolti, vanificando investimenti e fatiche di mesi.
13 . Ce sta na lànce k’arrìve n’France,
arrive a l’Albanìe e vvé pure a la chèsa mìe.
“C’è una lancia che arriva in Francia, arriva in Albania e viene pure a casa mia!”. La soluzione è il sole, l’irradiarsi del quale è plasticamente reso con l’immagine della lancia. Nel Repertorio sono presenti 6 varianti ove, oltre che di lancia, si parla anche di canna e spada.
14 . De vèrn ce fa vedé poche e de stète te dà nchèpe.
“D’inverno si fa vedere poco, d’estate ti dà alla testa”. Si tratta anche in questo caso del sole che, dalle nostre parti, si vede spesso anche di inverno, ma che d’estate scalda e surriscalda al punto da giungere a livelli di effettiva pericolosità.
15 . Ce fa vedé ma nce fa cchiappà.
“Si fa vedere ma non si fa afferrare”. Ciò che riusciamo a vedere ma che sfugge alla mano è la muréie (l’ombra) che ha da sempre affascinato la fantasia per quel tanto di misteriosamente inaffer-rabile che ha nel suo irradiarsi dai corpi per effetto dei raggi luminosi.
16 . Chiove e chiuvìll e fra’ Dumìneche sone.
La tòneche ce mbonn e quédd ca sta sott no!
“Piove e pioviggina e fra’ Domenico suona. La tonaca si bagna e ciò che c’è sotto no!”. La maliziosa metafora fratesca adombra la campana (la tòneche) ed il relativo battaglio (quédd ca sta sott). Tra le tantissime varianti sul tema testimoniate da un capo all’altro della regione, il Repertorio riporta anche la nostra versione come raccolta dal Pitta ad Apricena.
17 . Affacciète a na fenestràcce ce sta na vecchiacce
ca cutelèie u dènt e chième tanta gènt.
“Affacciata ad una finestraccia c’è una vecchiaccia che scuote il dente e chiama tanta gente”. La vec- chiaccia è la campana ed il dente il battaglio. La metafora grottesca della vecchia sdentata è così capillarmente diffusa in tutta la Puglia che il Repertorio ne riporta ben 11 varianti. Certamente più gradevole è l’immagine della giovinetta che, in un indovinello di Bitonto, fa la civetta al balcone attirando l’attenzione con la mano: “Sopa na loggetta stéia na giovanetta e che la méune chième re chrestiéune”.
18 . Tire nu file e sint nu lluk!
“Tiri un filo e senti un grido”. A tirare il filo di cui si parla, in realtà una robusta corda, era un tempo il sagrestano, un vero e proprio professionista nell’arte di suonare le campane. U lluk è, naturalmente, il rintocco. Oggi, nella maggior parte dei casi, basta qualche interruttore per scatenare veri e propri concerti.
19 . Nne vvéde e nne ssènt e chième tanta gènt.
“Non vede e non sente e chiama tanta gente”. Ed è ancora la campana la misteriosa creatura che, pur essendo cieca e sorda, strilla come una matta chiamando a raccolta, diverse volte al giorno, il maggior numero possibile di persone.
20 . Cchiù vénn i fèst rann e cchiù la figghie dà mazzète a la mamm.
“Pù vengono feste solenni e più la figlia dà mazzate alla mamma!”. Il testo che, come indovinello, ha per soluzione battaglio (figlia) e campana (mamma), come proverbio sottolinea invece la pretesa di certe figlie di sfoggiare, in occasione delle festività rann (solenni), abiti nuovi e costosi, anche nel caso in cui le finanze familiari non lo consentirebbero.
21 . Ce stann dùdece frète ca ce correne apprèss e nciarrìvene mèie.
“Ci sono dodici fratelli che si rincorrono e non si raggiungono mai”. E’ soprattutto il numero 12 ad orientare verso la soluzione, e cioè i mesi che si rincorrono su una giostra inarrestabile che compie un giro ogni anno.
22 . Ce stann quatt sore ca ne nce ponn vedé: mèntre vune va l’àvete vé!
“Ci sono quattro sorelle che non si possono vedere: mentre l’una va l’altra viene!”. L’indovinello, analogo al precedente, allude alle quattro stagioni, giocando su nce ponn vedé che contiene sia l’idea dell’impossibilità materiale che quella dell’insofferenza reciproca.
23 . Arrive l’ùteme ma vè prime d’u prime.
“Arriva per ultimo ma viene prima del primo”. Si sta parlando di Dicembre che chiude l’anno e nello stesso tempo precede Gennaio che darà l’avvio ad un nuovo rincorrersi di mesi e di stagioni.
24 . Furb me chième e furb sò...
S'i iurn mi fussene tutt, facéss iilà u vine dint a i vutt!
“Furbo mi chiamo e furbo sono... Se i miei giorni fossero tutti, farei gelare il vino nelle botti!”. A parlare così è Febbraio, che dice di chiamarsi Furbo per la consonanza dell’aggettivo col suo nome. Secondo e terzo verso dell’indovinello compaiono indentici anche in una nota filastrocca popolare.
25 . Tèng na cose ca, ccome camine, da nnanz ciaccort e da ddréte ciallòng.
“Ho una cosa che, mentre cammino, davanti si accorcia e di dietro si allunga ”. Ciò che si accorcia davanti è la strada da fare, mentre dietro si allunga quella già fatta. In senso lato, nell’indovinello è possibile cogliere l’allusione alla vita stessa la quale, ad ogni attimo, diventa più corta davanti a noi e più lunga alle nostre spalle.
26 . Tèng na lènz k’arrìve a Celènz... Lènz ne gniè: ndevine, ke gghiè?
“Ho una lenza che arriva a Celenza... lenza non è: indovina, cos’è?”. La lenza dalla lunghezza spropositata è ancora la strada. Il testo compare sia nel Pitta che nel Repertorio come raccolto ad Apricena dal La Sorsa. Di Celenza ne esistono due, una sul Trigno, in Abruzzo, e l’altra Valfortore, in provincia di Foggia, ed è naturalmente quest’ultima la località cui si fa riferimento.
27 . Pass amméze a la campagna sènz ca ce semove.
“Passa in mezzo alla campagna senza che si muova”. La soluzione dell’enigma è la strada di campagna in terra battuta o tratturo, su cui si muovevano un tempo uomini e bestie. Cambiati i tempi, i tratturi sono divenuti quasi tutti dei nastri d’asfalto sui quali trafficano autoveicoli di ogni genere.
28 . Cchiù ne live e cchiù ce ngròss. Stèng parlann de nu...?
“Più ne togli e più si ingrossa. Sto parlando di un...?”. Nell’indovinello è presente un espediente che facilita e complica nello stesso tempo la soluzione la quale, in casi come questo, non solo deve essere logica, ma deve anche rimare con la parola finale del verso sospeso: qui è fòss che, più terra togli, più diventa largo e profondo.
29 . Sta nu fòss ca méne sèmp fume... Ke gghiè?
“C’è un fosso che fuma sempre... Cos’è?”. Benché sia accettabile anche la soluzione: il vulcano, quella richiesta dalla tradizione è la calechère, e cioè la fornace seminterrata nella quale si trasformava un tempo la pietra calcarea locale in calce viva con cui dare presa agli impasti dei muratori o imbiancare le pareti domestiche. Sulla via per Sannicandro Garganico, accanto alle tufare, ci sono i resti di due calechère rimaste attive fino agli anni cinquanta.
30 . Cchiù tire e cchiù ciaccort.
“Più tiri e più si accorcia”. Sentendo l’enigma, viene naturale pensare ad una qualche strana corda che, se tirata, abbia il potere di reagire con un effetto contrario a quello che ci si aspetterebbe. In realtà si sta alludendo alla sigaretta che, aspirata, diventa via via più corta, accorciando nel contempo, stando almeno alle campagne antifumo in atto, la vita del fumatore
31 . Tèng na cose lòng e strétt ca fuie accome e na saiétt.
“Ho una cosa lunga e stretta che corre come una saetta”. Il testo è già presente nel Pitta che dà per soluzione lo schioppo, mentre nel Repertorio, per un identico indovinello di Galatone, la risposta è la bicicletta e per altri testi similari è il proiettile.
32 . Nté còss e zomp, nté scéll e vole.
“Non ha gambe e salta, non ha ali e vola”. Ecco un altro indovinello adatto per bambini: la soluzione è la palla che però zomp e vole se le si dà la carica a suon di calci sferrati con unma certa energia.
33 . Nté sciéll e vole, nté pizz e pìzzeche.
“Non ha ali e vola, non ha pizzo e pizzica”. La solu-zione è la vernìce d’u foche, cioè la favilla, che pizzica quando si posa sulla nuda pelle di chi si trova nei paraggi. E’ anche al grande sfarfallio di faville che devono il loro successo i foche 'la Cuncètt che ad Apricena si accendono per il paese l’8 Dicembre in onore dell'Immacolata Concezione.
34 . Me chième Iass, signore, ke dui stampèll tréme p'u frédd
e sò quatt’ann ca mank da la chèse...
Tèng cink figghie: seie ke mme e sètt ke mugghièreme tutte dònn...
Se tenéss nu cavall fuss rre!
“Mi chiamo Asso, signore, con due stampelle tremo dal freddo e sono quattro anni che manco da casa... Ho cinque figli, sei con me e sette con mia moglie, tutte donne... Se avessi un cavallo, sarei re!”. L’indovinello, che ho raccolto da un amico, contiene una serie di affermazioni che trovano un filo logico nella progressione numerica che si conclude con donna, cavallo e re. Ed è questo l’indizio che porta alla soluzione che è: le carte da gioco, naturalmente napoletane. Da un altro amico ho raccolto la seguente versione: “O signora, ho due stampèll, tre mantèll, quatt’ann de camìne, cink pe mme, séie pe mia moglie e sètt per i miei figlie tutte donne... Se tenéss nu cavall fuss rre!”. Nel Repertorio è riportato un solo testo similare.
35 . Camp biank, sumènta nére, duie la spìene e cink la ménene.
“Campo bianco, seme nero, due la guardano e cinque la spargono”. L’enigma, che richiama da vicino il celebre indovinello veronese del secolo VIII, adombra l’azione dello scrivere. Ben 9 sono le varianti presenti nel Repertorio.
36 . Vune iè la balèstre, dui sò i pungènt,
biank iè la maiéstre, nére iè la sumènt.
“Una è la balestra, due sono i pungenti, bianca è la maestra, nera è la semente”. Si sta alludendo, anche in questo caso, all’azione dello scrivere: una è la bacchettina di legno col cannello per il pennino, due sono le punte del pennino stesso, la maestra bianca è la carta su cui si scrive e la sumènt nera è l’inchiostro col quale un tempo si vergava il foglio. Si tratta di un indovinello raccolto proprio ad Apricena dal La Sorsa.
37 . Chède ntèrr e ne nce romp, chède dinta l’acque e ce romp.
“Cade per terra e non si rompe, cade nell’acqua e si rompe”. Restando nel campo dei materiali scrittorii, l’indovinello allude alla carta che, mentre non soffre molto nell’impatto col terreno, se cade in acqua perde rapidamente rigidità e consistenza.
38 . Ntèng léng e parl, ntèng còss e camìne e pe despètt me stràcciene u pètt!
“Non ho lingua e parlo, non ho gambe e cammino e per dispetto mi stracciano il petto!”. A parlare così è la lettera che, una volta spedita, pur non avendo gambe e lingua, arriva dovunque a portare il suo messaggio. Ma, affinché questo possa essere letto, è necessario che la busta venga squarciata.
39 . Iì sò iì e tu si tu: chi iè cchiù fféss, iì o tu?
“Io sono io e tu sei tu: chi è più fesso, io o tu?”. Più che di un indovinello, si tratta di una trappola dialettica che usano a volte i ragazzi per mettere in imbarazzo gli interlocutori, infatti, rispondendo “Tu!”, si è condannati dalla premessa e, se si risponde “Io”, ci si dà la zappa sui piedi.
40 . Martìne iè nnète apprìme, Dunète iéve nète,
Ernèst iè nnète prèst, Giuvànn iève cammenànn
e Necole iéve già a la scole... Chi iè u cchiù rròss?
“Martino è nato prima, Donato era già nato, Ernesto è nato presto, Giovanni se ne andava camminando e Nicola andava già a scuola... Chi è il più grande?”. Più che di un indovinello, si tratta di un bisticcio che, giocando su nomi e rime, offre il destro per una diatriba in cui fare sfoggio di dialettica per sostenere la propria tesi. Di testi simili non c’è traccia nel Repertorio.
41 . Luigie la té nnanz e Necole la té ddréte...
U uèie iè de Piétre ca nne lla té né nnanz né ddréte!
“Luigi ce l’ha davanti e Nicola ce l’ha dietro... Il guaio è di Pietro che non ce l’ha né davanti né di dietro!”. L’indovinello ha un frasario malizioso, però, a qualunque cosa si sia pensato, si è sbagliato perché la soluzione è la lettera elle. Nei 4 enigmi del Repertorio che giocano con i nomi propri e la posizione di questa lettera, Luigi e Pietro sono i più citati, mentre una sola volta compaiono Nicola, Lorenzo, Pasquale e Vito.
42 . Sta nt'u mère ma no ntà l’onn, sta ntà l’àrie ma no nt'u vènt!
“Sta nel mare ma non nell’onda, è nell’aria ma non nel vento!”. Anche in questo caso sarebbe impos-sibile giungere alla soluzione se non si prendesse in considerazione la possibilità che la chiave dell’enigma si trovi nei suoni consonantici: la soluzione è infatti la lettere erre.
43 . Ce stann tre città nt'a Lombardìe: vune iè Melène e ll’àvete iè Pavìe.
Come ce chième la tèrza città? Iì te l’é ditt e tu ne llu sa!
“Ci sono tre città in Lombardia: una è Milano e l’altra è Pavia. Come si chiama la terza città? Io te l’ho detto e tu non lo sai!”. L’indovinello, che gioca sui suoni, punta sull’omonimia dialettale tra come e Como che, siccome la e finale diventa muta, si assimilano entrambi in come o Come, ma, come si sa, la maiuscola, parlando, non si vede.
44 . Sope a na torre a u mése de magge ce sta nu rre...
Ndvìne: ke gghiè?
“Su di una torre nel mese di maggio c’è un re.... indovina: cos’è?”. Anche se stavolta non è necessario arrivare con la fantasia tanto lontano, è ancora una città la risposta a questo strano quesito che è un autentico rebus dal sapore vagamente medioevale, infatti la soluzione va ricavata sommando gli indizi: torre+maggio+re = Torremaggiore.
45 . Quall iè u princìpie de la fine?
“Qual è il principio della fine?”. La domanda è capziosa, tanto più che capita proprio mentre ci si avvia verso la conclusione del libro: Se non lo si fosse capito, la risposta è la lettera effe.
46 . Ke fann l’ome quann ciaiàveze,
la fémmene quann ciabbàsce e u chène quann scudéie?
“Cosa fanno l’uomo quando si alza, la donna quando si abbassa e il cane quando scodinzola?”. Il quesito può apparire sconcertante, ma la risposta, che è il saluto, è del tutto logica, anche se è necessario riandare ad un’epoca in cui, in segno di rispetto, all’arrivo di qualcuno, gli uomini si prendevano il fastidio di alzarsi e le donne trovavano l’umiltà necessaria per inchinarsi. In quanto ai cani, hanno da sempre scodinzolato per i motivi più diversi, e non solo per salutare.




