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LA CASA - L'ALIMENTAZIONE - GLI ANIMALI
UOMINI E DONNE - LUNA, SOLE, CAMPANE...
UOMINI E DONNE
Si sa che l’umanità è una medaglia a due facce e che la sorte dell’uomo e della donna sono indissolubilmente legate da quel misterioso legame che si chiama amore e che approda, nei casi migliori, al matrimonio. Una volta ammogliatosi, l’uomo dovrà darsi da fare per portare il pane a casa per sé e per la famiglia, e non pochi indovinelli alludono a personaggi impegnati in attività alle quali non è sempre facile risalire per l’arditezza di metafore spesso grottesche. Alla donna è invece, nella società tradizionale, delegato il compito di svuotare il portafoglio riempito dal marito (ammesso che le sia toccato in sorte uno capace di farlo) e soprattutto la cura della casa e dei figli, oltre che del consorte e dei vecchi della fami- glia. Nel 16, un enigma già noto nel mondo romano, una donna di una straordinaria forza morale fa da madre al vecchio genitore condannato a morire di fame, allattandolo addirittura al proprio seno. Ben altre sono invece, nel lungo 17, le preoccupazioni di una dama che chiede al consorte chiarimenti sui perché da un po’ di tempo la trascuri senza alcun giustificato motivo. Seguono nella raccolta indovinelli che alludono al cognome o al nome dei quali ognuno nasce senza e porta finché vive. Si parla poi di misteriosi rapporti di parentela che sono però più semplici e diretti di quanto si possa pensare ad un primo impatto.
Per quanto riguarda il corpo umano, le fonti più prolifiche d’ispirazione sono state, per i creatori d’indovinelli, le mani con le cinque dita e soprattutto la lingua che, specie se appartiene ad una donna, non sta mai ferma. E non manca neppure qualche accenno al naso ed al muco, oltre che al sedere, colto nel momento in cui libera l’intestino dall’aria superfua o nell’atto di estromettere i rifiuti organici. Un altro bisogno fisiologico è per tutti il sonno, del quale non c’è niente di cui vergognarsi, anche se alquanto equivoca è la metafora per le ciglia che si uniscono sul far della notte (37).
In fatto di prerogative maschili e femminili, mentre per gli uomini c’è la barba da fare di tanto in tanto, per le donne ci sono, ad esempio, maternità ed allattamento. Particolarmente interessante è il testo 41 su ciò che si può fare tra uomo e uomo, tra uomo e donna, ma non tra donna e donna. C’è comunque una cosa di fronte a cui i due sessi sono assolutamente sullo stesso piano, ed è il tempo che passa per tutti portandosi via la giovinezza e il vigore. Purtroppo contro la vecchiaia si può vincere qualche battaglia, ma la guerra è persa in partenza. Sul tema, più che il testo 44, analogo al celebre enigma della Sfinge che, nella mitologia greca, viene risolto da Edipo, particolarmente suggestivo è l’indovinello successivo che parla di montagne che s’imbiancano di neve e di bastoni che da due diventano tre. Unisex sono poi le bare e asso-lutamente imparziale è la morte, anche se alle donne concede in genere qualche anno in più. E il cimitero è un luogo dove, ad ogni funerale, c’è chi vi viene accompagnato perché ci rimanga per sempre. Gli ultimi due testi parlano dell’estrema dimora come di un posto dal quale è preclusa ogni possibilità di uscita e che, per quanta carne vi si metta, non si riempie mai.
1 . Tèng na cose ca nne mmore mèie e sta mpastète de méle e de uèie...
Ncant la gènt e dà turmènt.
“Ho una cosa che non muore mai ed è impastata di miele e di guai... Incanta la gente e dà tormento!”. Il testo, che compare nel Repertorio degli Indovinelli Pugliesi di Luigi Sada come raccolto ad Apricena dal La Sorsa, ha per soluzione l’amore, a proposito del quale ognuno sa, per esperienza diretta, se muoia o non muoia, e se nell’impasto prevalgano i guai oppure il miele. Non essendoci altri riscontri nel Repertorio e non essendo neppure radicato nella nostra tradizione orale, l’indovinello è da classificarsi come una fortunata improvvisazione perché, raccolta dal La Sorsa, è entrata nella tradizione scritta regionale.
2 . Bbèll a vedé, chère a ccattà, aiìnghiele de carn e làsselu sta!
“Bello a vedersi, caro a comprarsi, riempilo di carne e lascialo stare!”. La soluzione è l’anello nuziale che, una volta infilato al dito, lo si porta per tutta la vita a testimoniare un legame che ci cambia, nel bene e nel male, stato civile e condizione esistenziale. Molto noto anche perché già presente nel Pitta, l’indovinello è testimoniato nel Repertorio in 8 varianti similari raccolte da un capo all’altro della regione.
3 . Dint té la carn e fore iè d’ore.
“Dentro ha la carne e fuori è d’oro”. La soluzione è la stessa dell’indovinello precedente, e cioè l’anello. La carne cui si allude è naturalmente quella dell’anulare.
4 . Mensegnore de Regnène nòtt e iorn lu té mmène.
“Monsignore di Rignano notte e giorno ce l’ha in mano”. L’enigma sta alludendo, con un frasario alquanto equivoco, ancora all’anello, ma in queso caso si tratta di quello pastorale. Nel Repertorio le vaianti sono una dozzina in alcune delle quali si fa riferimento ai Monsignori di Trani, Polignano e Milano, mentre nelle altre non figurano località precise.
5 . Quall iè quédd’acque ca ne gniè
né de ciéle né de tèrr, né de puzz né de cestèrn?
“Qual è quell’acqua che non è né di cielo né di terra, né di pozzo né di cisterna”. L’indovinello è analogo ad un testo fatto risalire dalla tradizione alla biblica regina di Saba la quale, con enigmi siffatti, volle mettere alla prova la sapienza di Salomone. Comunque quest’acqua misteriosa è il sudore con cui l’uomo si guadagna il pane quotidiano. Scendendo dalle stelle alle stalle, logica è anche la risposta: pipì.
6 . Chi iè ca scòrce la pèll e la capevote pe fall crésce u pile?
“Chi è che scuoia la pelle e la capovolge per farle crescere il pelo?”. Il testo, che fa pensare al sadismo di un qualche macellaio, sta parlando in realtà dell’umile fatica del contadino che, rompendo le zolle con la zappa o con l’aratro, ridona alla terra la sofficità necessaria affinché i germogli si aprano facil-mente la strada per dar vita a nuovi raccolti. Il lavoro nei campi era ad Apricena, fino a non molti decenni addietro, l’attività di gran lunga prevalente.
7 . Tutt u iorn tik e tik: sèmp pòvere e mèie rik.
“Tutto il giorno tik e tik: sempre povero e mai ricco”. Il soggetto sottinteso dell’enigma è u scarpellìne (scalpellino) che, ieri come oggi, si guadagnava e si guadagna da vivere lavorando la pietra delle numerose cave (petréie) delle quali è ricca la zona. Come la maggior parte dei mestieri molto faticosi, quello dello scalpellino non ha mai arricchito nessuno.
8 . Chi iè ca magne k’i dènt de l’àvete?
“Chi è che mangia con i denti degli altri?”. La domanda, che a tutta prima dà l’impressione di essere nient’altro che una freddura, può apparire assurda, ma la risposta è del tutto logica: a mangiare con i denti degli altri è il dentista che ci lavora sopra.
9 . Chi iè quiddu nemalàcce ca sope u pisciatùre ciaffàcce?
“Qual è quell’animalaccio che si affaccia sull’orinale?”. Chi, per vivere, è costretto a fare anche questo è il medico il quale, per completare la diagnosi, ha in qualche caso bisogno di dare un’occhiata all’orina del paziente. Comunque, oggi come oggi, a liberare i dottori da questa ed altre sgradevoli incombenze, basta la prescrizione di analisi e cure ospedaliere, peraltro ben più scientifiche ed affidabili di una semplice occhiata.
10 . Chi iè quiddu crestiène ca vote i spall pure a u re?
“Chi è quella persona che gira le spalle persino al re?”. A dire il vero c’è chi, per necessità di mestiere, girerebbe le spalle a chiunque, fosse anche più importante dello stesso re: una volta si chiamavano cocchieri, oggi autisti e tassisti. Gli uni e gli altri, con un termine molto simile al francese chauffeur, sono detti nel nostro dialetto cciaffèr.
11 . Chi iè ca ce mpìcce d’i fatt de l’àvete e vvo ièss pure paiète?
“Chi è che s’impiccia degli affari altrui e pretende anche di essere pagato?”. A speculare sulle faccende degli altri sono almeno due categorie, e cioè gli avvocati ed i sensali o mediatori (nzanzène), che un tempo combinavano non solo compravendite ma anche matrimoni. A unire cuori solitari erano particolarmente abili le mediatrici, che lo facevano e lo fanno più spesso per vocazione che per interesse.
12 . Ce lu métt biank e ce lu léve rosce.
“Se lo mette bianco e se lo toglie rosso”. Qualunque sia la cosa alla quale si è pensato, l’indovinello sta alludendo al grembiule d’u chianchére, ossia del macellaio, che, volente o nolente, finisce con lo sporcarsi di sangue soprattutto quando, facendo onore al suo nome, provvede di persona a macellare le bestie, cosa che avviene però sempre più raramente.
13 . Tutt fatìene iènn annanz e iì nvéce me ne vaie addréte.
“Tutti lavorano andando in avanti ed io invece me ne vado all’indietro!”. L’indovinello ricorda una delle tante figure artigianali scomparse, infatti a parlare così è u zuchère, e cioè il fabbricante di funi il quale, intrecciando canapa per mezzo di una ruota mossa da un aiutante, con la corda in mano indietreggiava via via che essa si allungava.
14 . Tète lu ngrik e mamm lu mmosce.
“Papà (tète è un arcaismo) lo gonfia e mamma lo affloscia”. Enigma molto noto, ha per soluzioni possibili il sacco della farina oppure il portafoglio. Se la prima delle due risposte, che è quella richiesta dalla tradizione, ha chiaramente perso d’attualità, della seconda va detto che corre anch’essa il rischio di essere superata dai tempi in quanto, essendo le donne sempre più spesso impegnate anche fuori dalle pareti domestiche, il marito va rapidamente perdendo il monopolio dell’onore e dell’onere di ngreccà il portafoglio.
15 . Mamm lu ngrìk e tète l’ammosce.
“Mamma lo gonfia e papà lo affloscia”. L’indovinello, la cui soluzione è il cuscino oppure u mataràzz (materasso), è il corrispettivo speculare del precedente, insieme al quale è indicativo dei ruoli riservati all’uomo ed alla donna nella società tradizionale. Benché godano da noi di larga popolarità, i due indovinelli non trovano precisi riscontri nel Repertorio.
16 . Ndevenète, ndevenatùre, amméze a prìncepe e signure:
iéve figghie e mo sò mamm e tèng nu figghie marite a mamm!
“Indovinate, indovini, in mezzo a pricipi e signori: ero figlia ed ora sono madre ed ho un figlio che è marito a mia madre”. L’enigma era conosciuto già nel mondo romano. Ne parla, tra gli altri, Plinio il Vecchio che, nella sua Naturalis Historia, riferisce di una giovane maritata che ebbe il permesso di visitare il padre in carcere, ma non di portargli da mangiare in quanto era stato condannato a morire di fame. Per farlo sopravvivere, la figlia lo allattò, per un certo periodo, al proprio seno. Il Repertorio riporta 4 varianti tutte della Puglia centro-meridionale.
17 . “Vigna iéve e vigna sò: zappète iéve e cchiù ne nsò.
Vurria sapé la raggione pecché me trascure u patrone”.
“Vigna iìve e vigna sì: zappète iìve e cchiù ne nsì.
Pe na ciamp de lione te trascure u patrone”
“Sott la pampene stéve la rèst....
ma giure, pe la corone ca pòrt ntèst,
ch’é iavezète la pampene ma nn’é tucchète la rèst!”
“Vigna ero e vigna sono: zappata ero e più non lo sono. Vorrei sapere la ragione per cui mi trascura il padrone” “Vigna eri e vigna sei: zappata eri e più non lo sei. Per una zampa di leone ti trascura il padrone” “Sotto il pampino c’era la rèst (l’uva)... ma giuro, per la corona che porto in testa, che ho alzato il pampino ma non ho toccato la rèst”. L’enigma, che ha tutti i canoni di una fiaba a lieto fine, va proposto seguendo un ben preciso rituale. Dopo aver declamato con una certa enfasi le tre battute, il narratore chiede se i presenti conoscono la storia e basta qualche diniego perché si senta spronato al chiarimento che è il seguente. Essendo un giorno un ministro andato a caccia, il suo so-vrano si recò a visitare la bella moglie di lui. Trovatola addormentata e non riuscendo a vincere la tentazione di ammirarne la bellezza, sollevò il lenzuolo. Pentitosi però del gesto, scappò via col cuore in tumulto lasciando, senza neppure rendersene conto, un guanto reale sul letto della giovane. Quando tornò, il ministro trovò il guanto e, sospettando un tradimento, cominciò a trascurare la moglie. Dopo qualche tempo la donna, durante un banchetto, ricorrendo alla metafora della vigna, chiese conto al marito del suo strano comportamento, ricevendo come risposta un enigmatico accenno alla zampa del leone. Il re, che era presente e sapeva come erano andate veramente le cose, chiarì, a modo suo, l’increscioso equivoco e così i rapporti tra moglie e marito tornarono alla normalità. Dell’enigma, abbastanza noto ad Apricena, il Repertorio riporta una sola strofa raccolta a Carovigno dal La Sorsa. Per ulteriori particolari, in questo stesso sito vedi la sezione dei racconti.
18 . U pèpe lu té ma ne nce lu iode, la vacantìe ne llu té e lu va truvann,
la maretète lu té e ce lu iode, la védeve lu tenéve e ce lu iode ancore!
“Il papa ce l’ha ma non se lo gode, la nubile non ce l’ha e lo desidera, la maritata ce l’ha e se lo gode, la vedova ce l’aveva e se lo gode ancora!”. L’indovinello ha per soluzione il cognome, il proprio nel caso del papa, quello del marito negli altri casi. Il testo riflette una mentalità superata anche sul piano legislativo: in base alle norme vigenti, la donna conserva il cognome che aveva da ragazza al quale, se vuole, aggiunge quello del marito. Il testo trova riscontro nel Repertorio in 4 varianti della Puglia centro-meridionale.
19 . Fanfane iè vasce ma lu té cchiù lòng, More iè iàvete ma lu té cchiù cort.
U pèpe lu té ma nce ne sèrv, la mugghiére lu té ma ce sèrv de quédd d’u marìte”.
“Fanfani è basso ma ce l’ha più lungo, Moro è alto ma ce l’ha più corto. Il papa ce l’ha ma non se ne serve, la moglie ce l’ha ma si serve di quello del marito”. Sullo stesso tema del precedente, ecco una variante che ha di originale l’accenno a noti politici della cosiddetta prima repubblica, il che è indicativo non solo della popolarità di cui essi godevano, ma anche del fatto che di indovinelli se ne continuano a produrre, in dialetto ed in lingua, coniugando spesso tradizione ed attualità. Il testo, che ho raccolto personalmente da un amico, non ha alcun corrispettivo similare nel Repertorio.
20 . Nasce ognùne de me sènz e me pòrt finché camp!
“Nasce ognuno di me senza e mi porta finché campa!”. La soluzione dell’indovinello è il nome, che ci condiziona spesso, nel bene e nel male, l’intera esistenza: nomen atque omen (il nome è anche un augurio), diceva Plauto in una delle sue commedie. Nello scegliere il nome per i figli, i neoge- nitori farebbero bene a consultare un buon dizionario etimologico. Comunque, andando su Letizia, Gioia, Felice, Fausto (che vuol dire fortunato) e simili, non sbaglierebbero di certo.
21 . Quédd ca ti tu lu vuse iì e quédd ca tèng iì lu vuse tu.
“Quello che ho io lo usi tu e quello che hai tu lo uso io”. La soluzione è ancora il nome, la strana sorte del quale è di essere usato di solito dagli interlocutori e quasi mai dal diretto portatore.
22 . Pinz e rrepìnz, ma pìnz pecché?
la sòcere de la mugghiére de fràtete a te ke tte iè?
“Pensi e ripensi, ma pensi perché? La suocera della moglie di tuo fratello cos’è per te?”. Si risponderà facilmente soprattutto se si ha un fratello sposato sul quale ragionare in concreto, comunque la soluzione è madre e diventa padre, se si sostituisce la sòcere con u sòcere. L’indovinello è ben radicato nella nostra tradizione orale, anche se nel Repertorio trova solo qualche raro riscontro.
23 . Tu sì figghie a me e iì nsò mamm a te... Allore ke tte sò?
“Tu sei figlio/a a me ed io non sono mamma a te... Allora cosa ti sono?”. La risposta è più semplice di quanto possa sembrare, ed è padre. Come il precedente, l’indovinello è double face nel senso che una mamma potrebbe rivoltarlo in: “Tu sì figghie a me e iì nsò mamm a te: allore ke tte sò?”.
24 . Sta na mamm ke cink figghie. Quédd ca fa vune fann pure l’àvete.
“C’è una madre con cinque figli. Quello che fa l’uno fanno anche gli altri”. La mamma è la mano ed i cinque figli che collaborano d’amore e d’accordo sono le dita. Nei testi popolari però a volte questi fratelli si mettono a litigare tra di loro soprattutto per il fatto che il mignolo, essendo il piccolino della famiglia, avanza spesso capricciose pretese In questo stesso sito vedi Le stagioni della vita: filastrocche di Apricena.
25 . Tèng cink frète ma vune sole pòrt u cappèll.
“Ho cinque fratelli, ma uno solo porta il cappello”. I cinque fratelli sono gli stessi di cui sopra, e cioè le dita della mano; il cappello è il ditale che si mette a protezione del’indice o del medio quando si deve maneggiare e spingere l’ago.
26 . Tèng na tenàgghie ca ogni cose pìgghie.
“Ho una tenaglia che prende ogni cosa”. La soluzione è la mano che è davvero la più efficiente e preziosa delle tenaglie, anche se basta pensare al fuoco per capire che: “Ogni cose pigghie” è un po' un’esagerazione.
27 . Ce stann dint a na stall trentadùie cavall biank
e nu cavall rosce amméze ca dà càvece a tutt quant!
“Ci sono in una stalla trentadue cavalli bianchi con un cavallo rosso in mezzo che dà calci a tutti qua-nti!”. La stalla è la bocca, il cavallo rosso la lingua e quelli bianchi i denti. Nel Repertorio figurano 9 varianti tra le quali una raccolta proprio ad Apricena dal La Sorsa ove la stalla è sostituita da una botte infuocata nella quale però non si capisce come facciano ad entrarci tanti cavadducce, bianchi o rossi che siano.
28 . Stèng a la chèsa mi cupèrta tutt, ma stèng sèmp mbuss e mèie asciùtt!
“Sto a casa mia coperta tutta, ma sono sempre bagnata e mai asciutta!”. A parlare così è la lingua la cui casa è, naturalmente, la bocca. E si direbbe, anche a giudicare dal proverbio: “La lèng sta ntlu mbùss e adda parlà!” che sia proprio l’umidità ambientale a dare alla lingua la carica, e che anzi la renda addirittura incapace di tacere.
29 . Dint a na cascetèll ce sta na cose ca fa: “La sì? La sì? La sì?”
“Dentro una scatolina c’è una cosa che fa: La senti? La senti? La senti?”. Si tratta di un indovinello proponibile anche a piccini, magari accompagnando le parole con una mimica appropriata, per orientarli verso la soluzione che è la lingua.
30 . Quall iè u mése ca i fémmene parlene cchiù poche?
“Qual è il mese in cui le donne parlano di meno?”. Se è vero che di per sé la lingua non sta mai ferma e zitta, è anche vero che le donne sono mediamente più loquaci degli uomini. Comunque il mese in cui parlerebbero di meno è Febbraio, per il semplice fatto che è più corto degli altri.
31 . Quall iè quédda cose ca sepère u rise da u chiànt?
“Qual è quella cosa che separa il riso dal pianto?”. Sarebbe arduo individuare cosa si trova tra espressioni umorali così antitetici come il riso e il pianto, se non si pensasse in concreto al naso che si trova a metà strada tra bocca ed occhi.
32 . I cafùne lu ièttene, i signùre ce lu stìpene e i criature ce lu llékkene!
“I cafoni lo gettano via, i signori lo conservano e i bimbi se lo leccano!”. La soluzione dello strano ma interessante enigma è il moccio (u fraff). Dei signori si dice che lo ripongono in tasca in quanto erano un tempo gli unici ad usare abitualmente il fazzoletto. Tra le 4 varianti presenti nel Repertorio, solamente quella raccolta a Celenza Valfortore presenta, come la nostra, l’accenno a i criatùre che va in parte a smorzare, con una nota un po’ patetica, la contrapposizione classista cafune-signure dei primi due enunciati.
33 . Da mméze a dduie muntàgne aièsce nu mòneche cantànn cantànn.
“Dal mezzo di due montagne esce un monaco cantando cantando”. L’immagine fratresca in un contesto volgare (la soluzione è il peto o scorreggio) è indicativa del fatto che i monaci, abbastanza numerosi nella società contadina, non godevano in genere di grande stima. Nelle 4 varianti del Repertorio, ad Andria e Canosa, come da noi, a venir fuori da due montagne è un monaco, a Bari un principino ed infine a Massafra un cavaliere.
34 . Tèng nu curtèll senza lème ca stòk savucìcce e méne ntérr!
“Ho un coltello senza lama che spezza salcicce e le butta per terra”. Questo strano coltello senza lama è l’ano, colto grottescamente nell’atto di spezzettare quanto va via via estromettendo.
35 . La fa, la fa, la fa... la spìe e te ne va!
“La fai, la fai, la fai.... la guardi e te vai!”. L’indovinello, che ha qualcosa di monellesco, suddivide una misteriosa azione in tre sequenze: l’atto produttivo, una rapida contemplazione ed un altrettanto rapido allontanarsi dal luogo del fatto, o, meglio, del misfatto, visto che si allude agli escrementi di cui sopra, e cioè alla volgarissima cacca. Quanto si dice appare chiaro se si tiene conto che i bisogni avvenivano spesso in aperta campagna.
36 . Ke gghiè ca cchiù ne pird e cchiù te ne rumène?
“Cos’è che più ne perdi e più te ne rimane?”. Ciò cui si allude è il bisogno di riposo e di sonno, che accomuna non solo uomini e donne, ma anche bestie piccole e grandi che condividono con noi piaceri, necessità e miserie della carne.
37 . Ièmece a cucà, la cara cocchie, ièmece a cucà ch’è fatt nòtt:
pile ke pile accucchième e facìme quédda cose ca ce tòk!
“Andiamo a letto, la cara coppia, andiamo a letto ché è scesa la notte: pelo con pelo uniamo e facciamo quella cosa che ci tocca”. La soluzione dell’enigma è molto più innocente di quanto il frasario intenzionalmente malizioso lascia intendere: si allude infatti alle ciglia le quali, sul far della notte, uniscono pelo a pelo per concedere al corpo l’indispensabile riposo. L’indovinello è così capillarmente diffuso in tutta la regione che il Repertorio riporta ben 26 varianti. Nella stessa Apricena ho raccolto di persona diverse versioni tra le quali quella proposta mi è parsa la migliore.
38 . Se nte la fa ce véde cchiù ssa, se te la fa ce véde cchiù poche.
“Se non te la fai si nota di più, se te la fai si nota di meno”. Si sta parlando della barba, farsi la quale vuol dire semplicemente disfarsene per uno o due giorni perché nel frattempo è ricresciuta e bisogna rifarla. A volte si risolve definitivamente il problema lasciando che la barba cresca per il suo verso.
39 . Allore la fémmene prove u prime delore, quann u fèrr rèpe la vìe all’ore.
“Allora la femmina prova il primo dolore, quando il ferro apre la strada all’oro”. Si sta parlando della foratura delle orecchie per aprire la strada agli orecchini, operazione che le bambine subiscono o subivano in genere in tenerissima età. Il Repertorio presenta, sul tema, 18 testi nella maggior parte molto maliziosi.
40 . La mugghiére dice: “Iì l’é vute e l’é dète!”.
Responn u marìte: “Iì pure l’é vute ma nne ll’é dète!”.
“La moglie dice - Io l’ho avuto e l’ho dato-. Risponde il marito: - Io pure l’ho avuto ma non l’ho dato!-”. La soluzione è il latte materno. Poiché molti bimbi debbono oggi accontentarsi di quello artificiale, non tutte le mamme possono vantarsi di averlo dato, e può darsi che qualche padre abbia da rivendicare dei meriti persino in fatto di allattamento, visto che il biberon sono capaci di adoperarlo anche gli uomini.
41 . Masquele e masquele la ponn fa, fémmene e màsquele la ponn fa,
fémmene e fémmene nne lla ponn fa!
“Maschio e maschio la possono fare, femmina e maschio la possono fare, femmina e femmina non la possono fare!”. Si tratta di uno di quegli indovinelli maliziosi che fanno pensare a chissà cosa ma che hanno una soluzione del tutto innocente: in questo caso si tratta addirittura di un sacramento, e cioè quello della confessione.
42 . A la vite papéie e tra i còss cuteléie.
“In vita papeggia e tra le gambe dondola!”. L'indovinello, che ha per soluzione la corona del rosario che dondolava tra le gambe a quanti la portavano in vita per voto, è in bilico tra la malizia del frasario e la sacralità di ciò cui si allude.
43 . Pass tutt i iùrn e nesciùne lu véde.
“Passa tutti i giorni e nessuno lo vede”. L’entità misteriosa che passa tutti i giorni senza farsi scorgere da nessuno è il tempo che va, invisibile e inesorabile, portandosi via la giovinezza ed il vigore.
44 . Quallu nemèle a la matine strisce ntèrr,
a mezeiorn camine ke dui péde e a la sére ke tre?
“Quale animale la mattina striscia per terra, a mezzogiorno cammina con due piedi e di sera con tre?”. La soluzione dell’enigma, che presenta una notevole analogia con quello greco della Sfinge risolto poi da Edipo, è l’uomo che nella primissima infanzia si aiuta con le mani e, quando è vecchio, ha spesso bisogno di un bastone.
45 . I bastune da duie devèntene tre e la muntàgne métt néve.
“I bastoni da due diventano tre e la montagna si copre di neve”. L’indovinello, che ha la suggestione di un enigma classico, allude alla vecchiaia, quando il procedere si fa incerto ed i due bastoni naturali (le gambe) richiedono spesso l’ausilio di un terzo; la montagna che si copre di neve è la testa che incanutisce. Nel Repertorio la metafora dei tre bastoni ricorre in 7 casi e 4 volte compare quella della montagna che s’inneva.
46 . Chi la fa la fa pe vvénnele,
chi l’accàtt nce ne sèrv e chi ce ne sèrv ne lla véde.
“Chi la fa la fa per venderla, chi la compra non la usa e chi la usa non la vede”. Si tratta di un indovinello diffuso, più o meno negli stessi termini, in tutta la Puglia. Ciò che si costruisce con l’intenzione di venderla, si compra senza doversene ser-vire e si usa senza avere la possibilità neppure di vederla è la cassa da morto, cioè u tavùte. Ad Apricena stessa ho raccolto la seguente variante: “La ccàtt e ntene sìrv, sta dint e ne lla vide”, la cui sinteticità non manca di una certa efficacia.
47 . De iorn iè nnére e de nòtt iè biank.
“Di giorno è nera e di notte è bianca”. La soluzione dell’enigma è la vedova, di giorno nera perché vestita a lutto e di notte bianca in quanto priva del calore coniugale. Comunque, mutati i tempi, il lutto maritale, che una volta le nostre donne portavano per tutta la vita, è divenuto un fatto per lo più transitorio.
48 . Vann cink e tornene quatt.
“Vanno in cinque e tornano in quattro!”. Si sta parlando di un funerale, infatti i misteriosi personaggi che, partiti in cinque, tornano in quattro, sono andati al cimitero a portare un feretro. Oltretutto, prima dell’avvento della motorizzazione, quando il trasporto avveniva a spalla, quattro era il numero minimo di accompagnatori.
49 . La trasciute ce po fa e la sciuta no!
“L’entrata si può fare ma non l’uscita!”. E’ il cimitero il luogo inquientante nel quale è possibile entrare ma dal quale è impossinile uscire, soprattutto se vi si è portati a spalla o sul carro funebre. In esso, stando al detto popolare: “Fuie quant vu ca qua t’aspètt!” (Corri quanto vuoi ché qui ti aspetto!), che il Repertorio riporta addirittura come indovinello raccolto a Monopoli, la Morte regna sovrana aspettando tutti in paziente attesa.
50 . Mitt e mitt carn e mmèie ciaiénghie.
“Metti e metti carne e mai si riempie”. La carne alla quale allude l’indovinello è quella dei defunti e il luogo che non si riempie mai è lo stesso di cui sopra, e cioè il camposanto, il quale è, in un testo di Anzano di Puglia, paragonato ad una incolmabile pignatta. Comunque, se per caso i vivi cominciano ad avvertire l’insufficienza dello spazio disponibile per i cari estinti, procedono per tempo al necessario ampliamento, come è avvenuto qualche decennio fa per il cimitero di Apricena. Insomma si può morire tranquilli perché, almeno per le ossa, si riuscirà a trovare una idonea sistemazione. In quanto all’anima, il discorso è più complicato.




