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L'INFANZIA E I SUOI GIOCHI - LA GIOVINEZZA E I SUOI AMORI - LA MATURITÀ E I SUOI PROBLEMI
L'ANNO E LE SUE RICORRENZE - LA VECCHIAIA E I SUOI ACCIACCHI
LA MATURITA' E I SUOI PROBLEMI
1 . I problemi veri affiorano in genere subito dopo le nozze: un certo Michele, innamorato di una bella gattina, prima la copre di baci e poi la sposa, ma comincia ben presto a maltrattarla perché la scopre assolutamente incapace di tenere in ordine la casa. E’ il rischio che corrono tante ragazzine d’oggi, più brave a fare moine che i servizi domestici.
Mechéle, e vòie Mechéle,
vo la iàtt pe mugghiére.
Prime la uèsce e pu la spose
e pu la chième “la trezzelosa!”.
Michele, ohi Michele vuole la gatta per moglie. Prima la bacia, poi se la sposa e poi la chiama “la sudiciona!”
2 . Ancora più grave è la situazione che segue. Due giovani, un Giuseppe e una Maria come tanti, si sposano fiduciosi che il Signore si ricorderà anche di loro. Ma il destino dei poveri sposi e quello dei loro figli è segnato in partenza perchè da miseri nasceranno altri miseri che i genitori spingeranno a mendicare in lacrime ai portoni dei don del paese: questo che oggi sembra un caso limite era, nella chiusa società contadina, una condizione comune a non poche famiglie degli strati bracciantili.
Iè nzurète Gesèpp
e cià pigghiète a Marìe:
se Ddìe li sèpe li rèpe la vie.
Fann i pezzentùcce
e pu li mànnene a chiagne
a u pertone de Don Pavelùcce!
Si è accasato Giuseppe ed ha sposato Maria: se il Signore sa di loro aprirà una via. Procreano pezzentucci e poi li mandano a piangere al portone di don Paoluccio.
3 . Benché il matrimonio crei spesso problemi gravissimi, il testo seguente lascia trasparire, da parte di single freddelùse (che soffrono il freddo), una certa invidia verso chi si è più o meno felicemente coniugato e accasato, in quanto si è procurato quanto meno una fonte di calore sempre alla portata.
Ke frédd e ke freddùre:
mèle a sta senza mugghiére,
mèle a sta senza marìte...
Lu uèj iè lu mìj ca stèng zite!
Che freddo e che freddura: è male stare senza moglie, è male stare senza marito... Il guaio è mio che sono scapolo (o zitella).
4 . Essendo un tempo ben poche quelle economicamente indipendenti, le donne in età da marito avvertivano spesso come assillante il problema di trovare nu féss che desse loro da campare. Qualche segno di croce di tanto in tanto poteva servire ad alimentare la speranza che Qualcuno in alto avvertisse il dovere di scendere a dare una mano.
Me facce la croce ke la mèna mank:
é truvà nu féss ca me camp!
Me facce la croce ke la mèna derìtt:
é truvà nu féss ca m’assist!
Mi faccio la croce con la mano sinistra: troverò un fesso che mi campi! Mi faccio la croce con la mano diritta: troverò un fesso che mi assista!
5 . Questa strampalata Pizz, pizz, ntèrr..., parla di una preghiera a San Vito da parte di una zitella smaniosa di trovare marito. Il Santo è nella risposta piuttosto evasivo per cui la situazione precipita di delusione in delusione fino ad approdare ai fichi secchi ed alla bastonata finale.
Pizz, pizz, ntèrr,
vune sciégne e n’àvete nchiène,
vune préie a Sant Vite
ca li mann lu marite.
Lu marite sta ncastèll
e ca li mann l’aucèll.
L’aucèll ne gniè frésk
e ca li mann la ventrésk.
La ventrésk iè salète...
Fiquerasìk e taccarète!
Pizzo, pizzo a terra, una scende ed una sale. Una prega San Vito affinché le mandi marito. Il marito è in castello e che le mandi un uccello. L’uccello non è fresco e che le mandi la ventresca. La ventresca è salata... Fichi secchi e mazzate!
6 . Se San Vito è stato enigmatico nella risposta, San Luca è fin troppo esplicito ed invita una zitella linguacciuta, che si è rivolta a lui, ad impastarsi un marito con la creta, visto che di uomini disponibili in carne ed ossa, almeno per lei, non ce ne sono più. In generale le donne hanno la furbizia di sfoderare la lingua dopo il matrimonio: farlo prima potrebbe far scappare i pretendenti, soprattutto se non si fosse dotate di particolare avvenenza, come nel caso della nostra bbrutt e lengùte.
Dint a na chiazz ce stéve nu lupe
ca cià magnète tutt i dònn bbèll.
Ce n’è rrumèse vune brutt e lengùte
ca pe la lénga so nc’è maretète.
Iè gghiute a fa nu vute a Sant Luche
e Sant Luche ha ddìtt: “Sò fenute!
Vattele a fa de créta mpetranète!”.
In una strada c’era un lupo che ha mangiato tutte le donne belle. Ce n’è rimasta una brutta e linguacciuta che per la linguaccia sua non si è maritata. E’ andata a fare un voto a San Luca e San Luca ha detto: “Sono finiti! Vattelo a fare di creta mista a pietre!”
7 . Ma ci si può anche godere la vita senza pensare più di tanto al matrimonio. In questa filastrocca una donna alquanto pigra, dopo aver trascorso lunedì e martedì senza combinare molto, approfitta, nei giorni successivi, delle varie occasioni che le si presentano fino a ritrovarsi la domenica con un certo mastro Generoso col quale si direbbe abbia appuntamenti fissi. Di rilievo è nel testo il richiamo al chèpe canèle, e cioè al banchetto che si teneva sulle aie in occasione della fine dei grandi lavori agricoli.
Lunedì mprì mprì,
martedì sèmp accuscì,
mèrculedì k’i pequerèle,
ggiuvedì chèpe canèle,
venardì chèpe carose,
sabbete ce rrepose
e duméneche ce trove
ke mast Generose!
Lunedì mprì mprì, martedì sempre così, mercoledì coi pecorai, giovedì chèpe canèle, venerdì chepe carose, sabato riposa e domenica si ritrova con mastro Generoso!
8 . Benché le donne sposate abbiano in genere il loro bel da fare, è chiaro che non basta il cambio della condizione anagrafica per mutare stile di vita e che chi era pigra prima delle nozze continua ad esserlo anche dopo. Il testo seguente ci tramanda il ricordo di una moglie la cui unica attività era passare dal sole al fresco e viceversa.
La mugghiére deMast Francìsk
ce léve da u sole e ce métt a u frìsk
e sse cagne de kelore
ce léve da u frésk e ce métt a u sole!
La moglie di maestro Francesco si toglie dal sole e si mette al fresco e, se cambia di colore, si toglie dal fresco e si mette al sole!
9 . Questa volta una donna un po’ più volenterosa della precedente accompagna il proprio uomo a diserbare un campo di grano, ma poi, avendo in animo progetti più gradevoli, s’inventa una virtù per ogni erbaccia per convincere il marito che, al di là delle apparenze, u rène iè nétt!. U bbefone è una degenerazione biologica del grano che lo fa annerire nelle spighe senza lasciare che giunga a maturazione.
L’ugghie
fa menì u pène sfugghie,
u tennerèll
fa menì u pène a pezzarèll,
u bbefone
fa menì u pène bbone,
la vécce
aiénghie u mezzétt...
Ièmmecìnn, marite mi,
ca u rène iè nétt!
Il loglio fa venire il pane a sfoglia, il tenerello fa venire il pane a pizzarella, u bbefone fa venire il pane buono, la veccia riempie il mezzetto... Andiamocene, marito mio, perché il grano è netto!
10 . La filastrocca che segue apre un crudo squarcio sulla durezza del lavoro d'i cafùne, e cioè dei braccianti a giornata, anche se non tutti i massari erano come Don Rocco che pretendeva si lavorasse dalle prime luci dell’alba a notte fonda senza concedere neppure il pranzo passato ai salariati, almeno in occasione dei grandi lavori, dagli stessi padroni. Ma nel caso specifico la beffa più crudele è quella finale: nel momento di riscuotere i cafoni si vedono mandati a quel paese!
A la massarìe de don Ròk:
a la matine vòtta vòtt,
a lu magnià: “N’ntà ttòk!”,
a la sére ne poche a nnòtt
e a lu paià: “Vatt a fa fott!”.
Alla masseria di Don Rocco: a la mattina dagli e dagli, al pranzo: “Non ti tocca!”, di sera un po’ dopo che è annottato e al pagamento: “Va’ a farti fottere!”.
11 . Nel testo che segue un monaco si dice cinicamente invidioso della sorte del cafone perché può permettersi il lusso di nutrirsi di pane e cardo mentre lui, povero sventurato, è costretto a una dieta a base di uova la mattina e soppressate la sera. Ci vuole una bella faccia tosta, e i monaci, almeno nell’opinione popolare, non ne hanno mai fatto difetto.
Viète a te, cafone,
ca te màgne pène e cardone!
Iì sò nu pòvere mòneche sventurète
ca me màgne a la matìne iove
e a la sére suppresciète!
Beato te, cafone, che mangi pane e cardo! Io sono un povero monaco sventurato che mangia la mattina uova e la sera soppressate!
12 . Tornando alle masserie, esse erano spesso usate dai padroni per fare bisboccia con gli amici. L’ospitalità non era però sempre così generosa come ci si sarebbe aspettato, e comunque un certo don Felice non fa di certo onore al “don”.
Chi va a la massarìe de Don Felìce
ccom’e nu chène affamète ce rraddùce.
Avèsseva mmetà a qualche amìce
ca ddà ce mànchene iogghie, pène e luce!
Chi va alla masseria di Don Felice come un cane affamato si ridu-ce. Attenti a non invitare degli amici perché lì mancano olio, pane e luce!
13 . Se taluni massère trattavano nel modo di cui sopra gli amici, possiamo immaginare come si comportassero con i varzùne, dipendenti fissi che fungevano anche da guardiani di stalle ed animali. Nel testo seguente nu varzone, lasciato solo a guardia di un’enorme masseria, resosi conto della presenza di una banmda di ladri, si mette ad urlare ordini per un immaginario esercito di compagni, ingannando e mettendo in fuga i malintenzionati con le sole grida.
Ruspigghiàteve e armateve, varzune:
sètt a i vak e sètt a i nnecchiùne,
sètt a purtà la nove a i patrune
e sètt a sparà a stì mmèle ladrune!
Svegliatevi ed armatevi, garzoni: sette alle mucche e sette alle giovenche, sette a portare la notizia ai padroni e sette a sparare contro questi malvagi ladroni!
14 . La quartina che segue, con la quale in una fiaba popolare una brutta, spacciandosi per la bella messa temporaneamente fuori causa, giustifica il repentino deterioramento dell’aspetto, è così efficace da assurgere a paradigma dell’abbrutimento fisico che accomunava piccoli contadini, braccianti e garzoni: il vento ne rinsecchiva gradualmente la pelle, il sole l’anneriva, e spesso i denti si ammalavano e cadevano tra atroci dolori.
Sò stète a iàcque e vvènt
e ssò cadute tutt i dènt,
Sò stète a vorie e seréne
e sò deventète coria nére!
Sono stata ad acqua e vento e sono caduti tutti i denti, sono stata a bora e sereno e sono diventata di pelle nera!
15 . Per sottrarsi all’abiezione ed alla miseria, non pochi lasciavano la terra natale portandosi dentro il sogno di tornarvi con qualche soldo in tasca. Nella filastrocca che segue un cafone, partito per l’America, rimpatria con addosso la sciam-mèreca (una giacca dal taglio molto particolare) che fa sgranare gli occhi e desta nei malevoli un cruccio astioso. Se l’obiettivo principale del nostro rimpatriato era quello di far schiattare d’invidia il prossimo, si può dire che esso è stato pienamente rag-giunto, ma nel testo si può leggere anche il disprezzo di cui era circondata la categoria.
E vvide k’ha fatt l’Amèreche:
u cafone ke la sciammèreche!
Se l’Amèreche ne nce stéve,
la sciammèreche nce la mettéve.
E vedi cos’ha fatto l’America: il cafone con la sciammèreca! Se l’America non c'era la sciammèreca non la metteva.
16 . Ma, se l’emigrazione risolve qualche problema, altri ne crea, soprattutto quando le famiglie non si trasferiscono al completo. Un marito, emigrando in America, ha lasciato tre figli, ma al rientro ne ritroverà quattro. In cambio porterà sicuramente del denaro, ma c’è persino il pericolo che rimpatri in compagnia di un’americana. Questo soliloquio di una vedova bianca evidenzia la drammaticità di una situazione che ha del paradossale.
Marìteme
iè gghiute a l’Amèreche e ne mme scrive...
e nsàcce ke despètt ca l’è fatt:
me n’ha rrumèse tre e mo ne trove quatt.
E nn’adda ièss mo u chiant amère:
adda ièss quann ce pòrt na merechène.
E nn’adda ièss mo u chiant a rrise:
adda ièss quann ce pòrt i turnise!
Mio marito è andato in America e non mi scrive.... e non so che dispetto gli abbia fatto: ne ha lasciati tre e ne ritrova quattro. E non sarà adesso il pianto amaro: sarà quando porterà un’americana. E non sarà adesso il pianto col riso: sarà quando ci porterà i tornesi!
17 . Ricco di metafore allusive, il testo che segue è un raro esempio di scambio epistolare tra coniugi che l’emigrazione ha separato. Una vedova bianca chiede al marito lontano da parecchio di tornare, giungendo a minacciare di tradirlo perché la carne ha le sue esigenze. Il consorte, che non dev’essere poi troppo lontano, risponde promettendo il suo immediato rientro per un week-end di fuoco.
“Chère mìe marite,
la cicèrchie iè perite:
se nne vvì sta settemène,
iì m’accòrd nu scardalène!
“Chèra mia consòrt,
iì sò vvive e ne nsò mmòrt:
mitt a mmòll la tabacchére,
ca iì arrive sàbbete a ssére!”
“Caro mio marito, la cicerchia è perita: se non vieni in settimana, mi procuro uno scardalana!”
“Cara mia consorte, io sono vivo e non sono morto: metti a mollo la tabacchiera perché arrivo sabato sera!”
18 . Con lo scoppio della I Guerra Mondiale le porte dell’America si chiusero improvvisamente per i nostri emigranti e poi ci fu l’avvento del Fascismo. Il testo che segue afferma che Mussolini ha fatto una bella cosa a fissare tariffe precise per il lavoro bracciantile, il che poneva un freno agli abusi padronali da un lato, ma anche e soprattutto alle rivendicazioni salariali sempre più pressanti dei cafoni, ai quali i magri introiti non assicuravano spesso neppure il pane quotidiano. Un altro dei meriti attribuiti al Duce è l’apertura degli uffici di collocamento.
Mussolìne ha ffatt i cose bbone:
ha mméss la tariff a u cafone.
Mussoline ha ffatt i cose fìne:
ha mméss la tarìff a i cuntadìne.
Mussolìne ha ffatt lu pensamènt:
ha rrapèrt l’uffìce de collocamènt.
Mussolini ha fatto cose buone: ha fissato la tariffa per il cafone. Mussolini ha fatto cose fini: ha fissato la tariffa per i contadini. Mussolini ha fatto un proponimento: ha aperto l’ufficio di collocamento!
19 . Poi le cose si sono complicate con la guerra, vissuta da molti italiani soprattutto come uno scontro con l’Inghilterra. Oltre che dalla propaganda del regime, la fantasia popolare è stata solleticata inparticolare dalla rima Bretàgne-magne, come mostra la seguente filastrocca che si canticchiava su di un motivetto all’epoca in voga.
O Bretàgna, mia cara Bretàgne,
scrivatìll avvucine la lavagne.
U destine pe te ne nce càgne:
tu si ffòrt ma l’Italia te màgne...
o Bretàgna, mia cara Bretàgne!
O Bretagna, mia cara Bretagna, scrivitelo vicino alla lavagna. Il destino per te non si cambia: tu sei forte, ma l’Italia ti mangia... o Bretagna, mia cara Bretagna!
20 . Quale sia stato poi l’esito della guerra è risaputo. La filastrocca Duce, Duce..., riferibile agli ultimi mesi del periodo bellico, rinfaccia a Mussolini il fatto di aver ridotto gli Italiani a starsene di giorno a bocca cucita perché era proibito parlare di politica, e di sera al buio più completo per l’oscuramento imposto dal pericolo dei bombardamenti dei cosiddetti alleati, e cioè degli anglo-americani
Duce, Duce,
accome ce rraddùce:
a la matine senza voce
e a la sére senza luce!
Duce, Duce, come ci riduci: la mattina senza voce e la sera senza luce!
21 . Prima, durante e dopo questi avvenimenti, indipendentemente dal regime politico, la famiglia patriarcale ora in declino costituiva pressocché la norma. Il testo che segue presenta però un caso limite, cioè quello di un padre-padrone che a parole si mostra generoso con moglie e figli, mentre nei fatti vieta loro persino di toccare il pane.
Figghie mì, magnète e vevìte,
ma pène sène nne ttucchète
e pène rott nne maniète!
Magnète e vevìte,
mugghiére e figghie mi!
Figli miei, mangiate e bevete, ma pane intero non toccate e pane rotto non maneggiate! Mangiate e bevete, moglie e figli miei!
22 . Pur essendo da noi comune, il pomodoro poteva costituire per i più poveri un sogno proibito, soprattutto se si trattava di primizia stagionale dal prezzo relativamente elevato. Era quindi a volte il caso, dopo averlo desiderato per un anno intero, di pazientare sino a quando l’abbondanza sul mercato ne avrebbe fatto scendere il costo.
Pemmedore, pemmedore,
té tenute n’ann ncore.
Mo t’aspètt n’atu mése
quann scìgne a nu turnése!
Pomodoro, pomodoro, ti ho avuto un anno nel cuore. Ora ti aspetto un altro mese quando scendi ad un tornese!
23 . Un altro alimento di fondamentale importanza erano le patate. Nel testo che segue sono presi bonariamente in giro gli abitanti della vicina San Marco per il loro attaccamento ad esse. Va sottolineato, tra i pregi della filastrocca, il ritmo onoma-topeico che riecheggia la scansione data da tamburi e piatti ai pezzi solitamente eseguiti dalle bande paesane.
La band de Sant Màrche:
patène, patène, patène,
cottappène, cottappène, cottappène!
Quann arrive la santa fèst
i patène ce fann a menèstre!
La banda di San Marco: patate, patate, patate, cotte al pane, cotte al pane, cotte al pane! Quando arriva la santa festa, le patate si fanno a minestra!
24 . Gli alimenti sopra ricordati fanno venire in mente una nota canzoncina incisa anche dal nostro Matteo Salvatore. Si sta andando a Poggio Imperiale con un carretto pieno di patate e pomodori da vendere su quella piazza, quando improvvisamente casca a terra l’asino. In seguito ai convulsi tentativi messi in atto in preda alla disperazione, per fortuna o per intervento della Madonna invocata, il somarello viene tirato su e si può riprendere il cammino interrotto.
Ce ne ième a Tarranove
ke patène e pemmedore...
ce ne chède u ciucciarèll
e, Madònna mi, com’amma fa?
Chi lu tire pe la code
e chi lu tire pe la capézz...
uh, Madònn, ke priézz,
ca c’é mméss a cammenà!
Ce ne andiamo a Poggio Imperiale con patate e pomodori... casca il somarello e, Madonna mia, come dobbiamo fare? Chi lo tira per la coda, chi lo tira per la gavezza... Uh, Madonna, che gioia, ché ha ripreso a camminare!
25 . Oggi il consumo del vino è in forte calo, ma un tempo esso non mancava su nessuna tavola. Se la fatica era tanta e il cibo povero, qualche bicchiere poteva aiutare a rendere più sopportabile il peso di una vita agra. Nel testo seguente sedano, ravanello e finocchio sollecitano una bevuta in compagnia in una delle cantine, che costituivano i punti di ritrovo pressocché unici dei disperati delle borgate agricole.
Ha dditt l’acce:
“Questa cantine la sacce!”
Ha rrespòst u rafanèll:
“Ièmece a fa nu bicchierèll!”
C’é vutète lu fenòcchie:
“Ièmmecìnn a vvévecelu a ccocchie!”
Ha detto il sedano: “Questa cantina la conosco!”
Ha risposto il ravanello: “Andiamo a farci un bicchierello!”
Si è voltato il finocchio: “Andiamo a bercelo in coppia!”
26 . Tra gente che stenta è giustificabile persino un certo egoismo. Alla visita inaspettata di una comare, per non dividerla con lei, la padrona di casa si siede sulla pizza appena tolta dal forno nel vano tentativo di sottrarla agli sguardi indiscreti. E intanto, visibilmente a disagio, aiutandosi col maltempo, esorta implicitamente la comare ad accorciare i tempi della visita. L’altra risponde con una bella faccia tosta di aver capito l’an-tifona e di aver visto anche la pizza.
“Chiove e mmaletèmp fa:
a i chèse de ll’àvete nn’è bbone a sta!”
“Cummère, ne mme ne cure,
ma vide ca la pizz t’ha ccòtt u cule!”
“Piove ed è maltempo: in casa d’altri non è bene stare!”
“Comare, non me ne curo, ma vedi che la pizza ti ha cotto il sedere!”
27 . Spesso, per motivi anche futili, tra uomini e, soprattutto tra donne del popolo, si arriva a litigare, minacciare e maledire. In questo caso però la maledizione di gettare sangue e veleno in quantità direttamente proporzionale al fumo che esce dalla ciminiera è rintuzzata dalla precisazione che, potendosi permettere il fuoco solo in occasione delle grandi ricorrenze (a Pasqua, a Natale ed a Capodanno), dal proprio camino di fumo ne esce davvero poco. Come si vede, anche la povertà offre a volte dei vantaggi!
“Puzza iittà u sang e u veléne
pe quanta fume iètt la cemmenére!”
“La cemmenéra mi tre vvote a l’ann:
a Pasque, a Natèle e a Chèpedann!”
“Possa tu gettare sangue e veleno per quanto fumo getta la cimi-niera!”
“La mia ciminiera fuma solo tre volte l’anno: a Pasqua, a Natale ed a Capodanno!”.




