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L'INFANZIA E I SUOI GIOCHI - LA GIOVINEZZA E I SUOI AMORI - LA MATURITÀ E I SUOI PROBLEMI
L'ANNO E LE SUE RICORRENZE - LA VECCHIAIA E I SUOI ACCIACCHI
LA VECCHIAIA E I SUOI ACCIACCHI
1 . Un tempo per le strade del paese si aggiravano con frequenza le zingare che bussavano di preferenza alle porte che lasciavano trasparire i segni del benessere. Nel testo che segue una di esse, dicendo di provenire dall’Egitto, offre alla padrona di casa i propri servigi di indovina e fattucchiera, chiedendo in cambio qualcosa per sé e per il marito a letto malato: una tacca di filetto, una fetta di caciocavallo, una braciola di cavallo, una bella mozzarella..., tutte prelibatezze che conferiscono un tono sarcastico alla tiritera. Al di là di questo, la filastrocca è indicativa della forza morale delle mogli e madri di famiglia che, nei casi estremi, sono disposte a qualsiasi sacrificio per sopperire alle necessità dei propri cari. Chi ha letto qualcuno dei libri su Matteo Salvatore, sarà rimasto sicuramente colpito dal fatto che il nostro cantautore racconta persino con un certo orgoglio che la madre si recava ogni giorno a piedi a Poggio Imperiale per mendicare qualche tozzo di pane duro per sé ma soprattutto per i figli e per il marito.
Iì sò na pòvera zingarèll:
sò menute da luntène,
sò menute da l’Egitt
ca tevòie ndevenà!
Vide, vide nt'u stepone
se cce sta na cosa bbone.
Ti na tàk de felétt
pe marìteme ca sta a llètt?
Tì na fètt de casckavàll
ke na brasciole de cavall?
Tì na bbèlla muzzarèll
pe sta pòvera zingarèll?
Io sono una povera zingarella: sono venuta da lontano, sono venuta dall’Egitto ché ti voglio predire l’avvenire! Vedi, vedi nella madia se c’è qualcosa di buono. Hai una tacca di filetto per mio marito che è a letto? Hai una fetta di caciocavallo con una braciola di cavallo? Hai una bella mozzarella per questa povera zingarella?
2 . Ma spesso non c’era bisogno neanche di zingare e fattucchiere perché molte donne di una certa età sapevano, se era il caso, azzardare qualche previsione sul futuro interpretando, per esempio, i sogni che venivano riferiti al mattino in famiglia e tra vicine. A volte ci si spingeva anche più in là: numerose dovevano essere infatti le formule taumaturgiche contro vari malesseri in un tempo in cui il ricorso al medico era piuttosto raro anche perché costoso. In questa filastrocca contro il mal di pancia, sacro e profano si mescolano in un ibrido circonfuso di un alone magico e misterioso.
Gése Crist pe lu monn iéve
e truvà recètt nne putéve.
A na chèse ha ttruvète
marite bbone e mugghiéra ngrète.
Sott’acqua e sotta vènt
fa passà stu delore de vèntre
ca l’ha crìète Ddìe Onnipotènt!
Gesù Cristo per il mondo se ne andava e trovare ricetto non poteva. In una casa ha trovato marito buono e moglie ingrata. Sotto l’acqua e sotto il vento, fa' passare questo dolore di ventre che è stato creato da Dio Onnipotente!
3 . In caso di mal di gola, quando non si abbia a disposizione un bel decòtt de ràreche de maleve (decotto di radici di malva), si può sperimentare l’efficacia di questa formuletta la quale, dopo aver parlato delle sorelle di San Biagio diventate sempre meno numerose, invoca il soccorso risolutore di Sant’Anna e Santa Susanna.
Sant Bièse tenéve tre ssore:
da tre ne sò rrumèse duie
da duie ne iè rrumèse vune
e da vune nn’è rrumèse nesciùne.
Sant’Ann e Santa Susann,
facìte passà stu delore da ngann!
San Biagio aveva tre sorelle: da tre ne sono rimaste due, da due ne è rimasta una e da una nessuna. Sant’Anna e Santa Susanna, fate passare questo dolore dalla gola!
4 . Nel caso di quest’altra formula taumaturgica, se non le parole magiche, l’unzione con olio d’oliva può sicuramente avere un effetto benefico contro pèrchie, zill, tigna nchèpe e quant’altro possa infestare la cute.
“Chéd’è, Pétre, ca sta ncagnète?”
“Patre, tèng pèrchie, zill e tigna nchèpe
e da u pòpele stèng sckjfeteiète!”
“Vùtete, Pétre, e vùgnete la chèpe
e dope tre iurn sarai sanète!”
“Cos’hai, Pietro, che sei contrariato?” “Padre, ho pèrchie, zill e tigna al capo e perciò il popolo ha schifo di me” “Voltati, Pietro, e ungiti la testa, e in capo a tre giorni, sarai sanato!”
5 . Il formulario più ricco riguarda però la ffàscene, rimedio popolare ancora in uso contro il mal di testa. Per il rito si prepara un piatto con dell’acqua nella quale vengono immersi a volte oggetti metallici, sale, carboncini e altro, a seconda delle abitudini o dell'estro della fattucchiera di turno che recita poi a fior di labbra qualche formula del proprio repertorio, tracciando croci sulla fronte dolente. Infine, intinto l’indice nell’olio, ne lascia cadere qualche goccia sull’acqua del piatto. L’allargarsi delle stille conferma l’ipotesi di ffàscene, e cioè di un flusso malefico d’invidia che sarebbe stata all’origine del mal di testa. Individuata l’origine del male, il rito ne neutralizza nel contempo gli effetti, dimostrandosi, per autosuggestione, spesso efficace. Riporto di seguito alcune formule del rituale, limitandomi alle sole traduzioni, per quel minimo di rispetto che si deve a chi ancora crede in tale procedura. Oltretutto è opinione comune che il segreto che circonda il formulario della ffàscene possa essere violato, per la trasmissione generazionale, solamente la notte di Natale, festività alla quale fa precisi riferimenti l'ultimo testo della serie, che parla appunto della nascita di nostro Signore in una mangiatoia.
A - Du'iòcchie m’hanna spiète
e tre iòcchie m’hann’affascenète.
K’u Patre, u Figghie e u Spirete Sant
e ke la Vergene Marìe
la ffascene ce ne va vìe!
Due occhi mi hanno spiato e tre occhi mi hanno affascinato. Nel nome del Padre, del Figliolo, dello Spirito Santo e della Vergine Maria, l’affàscjene se ne va via!
B - Iòcchie e malòcchie
e curnecìll all’òcchie:
sckatt la mmìdie
e crépe u mmalòcchie!
Sant Tummèse
prime iéve vèskeve e mmo iè ppèpe
e lléve u mmalòcchie da lu chèpe!
Occhio e malocchio e cornetto all’occhio: schiatti l’invidia e crepi il malocchio! San Tommaso prima era vescovo ed adesso è papa e toglie il malocchio dal capo!
C - Dint a na cappèll
stévene tre pignatèll:
vuna rott, vuna sène
e vvuna cavutète.
Sckatt u mmalòcchie
e chi l’ha ffascenète!
Dentro una cappella c’erano tre pignatelle: una rotta, una sana ed una bucata. Schiatti il malocchio e chi lo ha affascinato!
D - Tutt i iurn vé Natèle,
de duméneche vè Pasque,
de giuvedì vé l’Ascensione.
E tu, malòcchie, aiìsce fore!
Tutti i giorni viene Natale, di Domenica viene Pasqua, di Giovedì l’Ascensione. E tu, malocchio, esci fuori!
E - Stella d’oriènt, stella lucènt,
dint a na pìcquela magniatore
iè nnète Nostre Signore.
Ke mirr, incènz e iore
iè battezzète u Salvatore.
Stella d’oriente, stella lucente, in una piccola mangiatoia è nato Nostro Signore. Con mirra, incenso e oro fu battezzato il Salvatore.
6 . E intanto, trascorrono veloci gli anni, contrassegnati da piccole e grandi gioie, da acciacchi e malanni da cui prima o poi si guarisce, ma anche da disgrazie e lutti che ci segnano per sempre. Tra le perdite più gravi c’è sicuramente quella del coniuge, anche se in questa nota canzone popolare un vedovo confessa di provare più dolore nel momento in cui gli muore l’asino che non quando gli è deceduta la consorte.
Quann sò gghiùte a la fiére
me sò ccattète nu ciùcce,
l’é méss nome Gerùcce...
e chi ce ne vo scurdà!
U ragghie ca tenéve paréve nu tenor...
Ciùcce bbèll mìe de stu core,
quann rragghiève facéve: “Iih, oooh!”
Quann m’è mmòrt mugghièreme
m’éia magnète u presùtt,
mo ca m’è mòrt stu ciùcce
tèng la péne a u cor!
U ragghie ca tenéve paréve nu tenor
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Quando sono andato alla fiera, mi sono comprato un ciuco, gli ho dato nome Gerùcce... e chi se lo può scordare! Col raglio che aveva pareva un tenore... Ciuco bello mio di questo cuore, quando ragliava faceva: “Iih, oooh!”.
Quando mi è morta mia moglie ho mangiato prosciutto, ora che mi è morto questo ciuco, ho una grande pena nel cuore. Col raglio che aveva sembrava un tenore...
7 . A parte il caso di cui sopra, la perdita di una persona cara lascia a volte nell’animo ferite davvero difficili da rimarginare. Comunque chi sopravvive finisce prima o poi col rassegnarsi e, in un modo o nell’altro, si tira avanti, fino a che, per uomini e donne, arriva la vecchiaia col decadimento fisico che l’accompagna, come evidenziano i due testi seguenti, molto simili ma il primo al maschile e il secondo al femminile.
A - U vècchie, quann iè vècchie,
ha ppèrz ogni vertù:
la tripp iè de peddécchie
e u campanèll ne nsone cchiù!
Il vecchio, quando è vecchio, ha perso ogni virtù: la pancia è pelle floscia e il campanello non suona più!
B - La vécchie, quann iè vècchie,
ce véde a u cammenà:
la tripp ce rrepécchie
e la catàrr nne vvo’ sunà!
La vecchia, quando è vecchia, lo denota dal modo di camminare: la pancia si raggrinza e la chitarra non vuol suonare!
8 . Così, a piccoli passi, l’esistenza procede, con ritmo lento ma inarrestabile, verso il suo naturale epilogo. Risalendo di decade in decade la scala della vita, questa ultima filastrocca evidenzia come, almeno fino a quarant’anni, per i più il fisico sia abbastanza efficiente. I problemi cominciano dopo la quarantina per presentarsi con particolare frequenza dopo il giro di volta del mezzo secolo. A sessant’anni è il caso di cominciare a prendere le distanze dai piaceri di Venere consolandosi, magari, con qualche bicchiere di vino in più. Superata la settantina, si è oggettivamente sulla strada del tramonto. A consolazione dei più anziani va detto che, grazie alla migliore alimentazione ed ai miracoli della medicina, le possibilità di sfiorare e persino di superare il secolo sono per tutti enormemente aumentate. Inoltre può essere di conforto la speranza che, oltre il muro d’ombra che separa l’al di qua dall’al di là, ci sia quella vita eterna nella quale siamo stati educati a credere.
Dalli vint a li trènt
sì valènt, sì valènt!
Dalli trènt a li quarant
sì valènt tutt quant!
Dalli quarànt a li cinquànt
sì valènt ma ne ntant!
Passète la cinquantine,
nu uèie ogni matine!
Arrevète a la sessantine,
lass la fémmene e pigghie u vine!
Arrevète a i settànt,
mpàrete la vìe d’u Campesant!
Dai venti ai trenta sei valente, sei valente! Dai trenta ai quaranta sei valente tutto quanto! Dai quaranta ai cinquanta sei valente ma non tanto! Passata la cinquantina, un guaio ogni mattina! Arrivata la sessantina, lascia la donna e prendi il vino! Arrivato ai settanta, impara la strada del camposanto!




