Per leggere gli indovinelli cliccare sul titolo di ciascuna sezione:
LA CASA - L'ALIMENTAZIONE - GLI ANIMALI
UOMINI E DONNE - LUNA, SOLE, CAMPANE...
LA CASA
La prima fonte d’ispirazione metaforica per gli indovinelli è la realtà circostante, e in particolare la casa e il suo contenuto col quale si stabilisce alla lunga un rapporto affettivo. Se proviamo ad entrare, con gli occhi della memoria, in una casa tipica della società contadina, la prima cosa che colpisce è la presenza del camino (fucarìle), spesso affiancato da un forno. Dal camino pendeva a volte una catena (la camàstre) alla quale era appeso un nero pentolone (la cavedère) in cui si metteva a bollire l’acqua per gli usi più vari. In mancanza di camàstre, la cavedère poggiava su di un robusto treppiedi (treppéde). Il fuoco era quasi sempre acceso, d’inverno spesso anche nel braciere che costituiva il punto di aggregazione per tutti i componenti della famiglia. Comunque, d’estate e d’inverno, se il camino non era fornito di un buon tiraggio, riempiva di fumo la casa pizzicando gli occhi e inducendoli a lacrimare. Sul camino non mancavano mai né fiammiferi, né candele e lucerne ad olio o a petrolio. Poi l’arrivo dell’elettricità ha reso superfluo gran parte di questo armamentario.
Un’altra presenza di rilievo, anche perché abbastanza ingombrante, era il letto, molto alto per ricavare sotto di esso uno spazio destinato agli usi più vari. Nel caso vi fossero piccoli in casa, nei pressi del letto trovava posto la culla. Dietro, mancando servizi igienici e spazi più adeguati, si sistemavano l’orinale (pisciatùre) e il cantaro (ruvàgne o zepèpp). In nessuna casa potevano mancare inoltre la sarole per la provvista dell’acqua, u vaccìle per lavarsi e, in un angolo, alcune canne alle quali si attaccavano u scupèle di setole di porco per dare il bianco alle pareti o la mùsce per rimuovere polvere e pappalunce dalle altissime volte. Da qualche parte trovavano sistemazione uno specchio, almeno un cassone per la biancheria (càsce), il tavolo (la buffétt) su cui pranzare, delle sedie, e magari un armadio (u stepone) e un comò su cui si sistemavano in bella mostra campane di vetro con statuine di santi, foto dei cari estinti e un orologio spesso fermo perché ci si era dimenticati de dà la còrd (di ricaricare). In stipi di solito in muratura, venivano alloggiati vasi di terracotta di varie forme e misure, bottiglie, bicchieri, piatti e quant’altro poteva servire in casa. Appesi alle pareti c’erano poi quadri, ceste, canestri, spasette, schioppi, attrezzi di lavoro e persino chitarre, a seconda di attività e inclinazioni degli inquilini.
Passando infine agli oggetti piccoli e piccolissimi, in casa non potevano assolutamentamente mancare aghi, fili, ditali, forbici...., essendo spesso necessario, in una società in cui di denaro se ne vedeva generalmente poco, rattoppare, restringere, rivoltare, riadattare capi di vestiario che spesso passavano da un componente all’altro della famiglia. Le porte erano in genere piuttosto robuste, le chiavi di ragguardevoli dimensioni ed il chiavistello interno costituito da una robusta sbarra di ferro. Infine le case erano quasi tutte ad un solo piano, col tetto ricoperto di tegole (pìnce) su cui svettava una ciminiera (cemmenére) la quale, prima dell’avvento delle rivoluzionarie cucine a gas, fumava in genere per diverse ore al giorno.
1 . Nne ièsce mèie da la chèse e té sèmp la cappa ngòll.
“Non esce mai di casa ed ha sempre la cappa addosso”. Per arrivare alla soluzione non bisogna pensare a qualcuno che soffra di freddo, ma a qualcosa che il fuoco ce l’ha addirittura dentro, cioè al camino (u fucarìle), un tempo presente in tutte le case in quanto era pressocché l’unico sistema per portare i cibi a cottura.
2 . Mamma nére mpése stéve e tète rosce ncule sbattéve.
“Mamma nera stava appesa e tète rosso le batteva sul sedere”. La metafora della mamma nera adombra il pentolone (la cavedère), quella di tète rosso il fuoco (tète è forma arcaica per papà). L’indovinello, caratterizzato dal contrasto rosso-nero, è attestato nel Repertorio degli indovinelli pugliesi in 24 varianti nelle quali costante è l’accenno al sedere che in qualche caso fa il bis nello stesso testo.
3 . Tre frète ncatenète fann l’art d’li dannète.
“Tre fratelli incatenati fanno il mestiere dei dannati”. La soluzione è il treppiede, un tempo presente in tutte le case in diverse misure: quello più grande, u treppéde, serviva nt’u fucarìle, u treppedèll era usato invece nt’u vrascére. In ogni caso i tre fratelli incatenati, e cioè i tre piedi sopra collegati da una corona circolare, stavano a diretto contatto col fuoco reggendo sulla testa pentole più o meno grandi: parlare perciò di un mestiere da dannati non è affatto un’esagerazione.
4 . Mort te tégne e vvive te coce.
“Morto ti tingo e vivo ti scotto”. L’indovinello, che richiama da vicino il proverbio dialettale “U carevone se nne coce tègne!”, sta parlando proprio del carbone che spento tinge e acceso provoca scottature per cui è comunque saggio starne alla larga.
5 . Iè iàvete quant e nu vall e fa la pedète de nu cavall.
“E’ alta quanto un gallo e fa l’impronta di un cavallo”. Ciò di cui si parla è la pignète (pignatta), che faceva di frequente bella mostra di sé nel fuoco della carbonella del braciere, piena di fave, ceci, fagioli ed altri legumi che richiedono fuoco lento e ore di cottura.
6 . U patre nàsce e u figghie camine!
“Il padre nasce, il figlio cammina”. Il padre è il fuoco ed il figlio il fumo che si leva più denso proprio quando il fuoco sta appena nascendo. In funzione proverbiale il detto evidenzia in negativo la saccenteria di certi figli che a volte salgono in cattedra per dare lezione persino ai genitori.
7 . U patre te fa ncavedà e u figghie te fa chiàgne.
“Il padre ti fa riscaldare e il figlio ti fa piangere”. La soluzione è identica a quella dell’indovinello precedente: il padre è infatti il fuoco ed il figlio è il fumo che fa piangere soprattutto nel caso il camino abbia un tiraggio difettoso.
8 . Tèng na cose a la chèsa mi
ca da nére ce fa rosce e da rosce ce fa biank.
“Ho una cosa a casa mia che da nera si fa rossa, e da rossa diventa bianca”. All’apparenza alquanto oscuro, l’enigma ha per soluzioni possibili il comune carbone o l’altrettanto comune carevunèll: il rosso è quello del fuoco e il bianco è riferito alla cenere.
9 . Tèng na cose ca crude nce trove e còtt nce magne.
“Ho una cosa che cruda non si trova e cotta non si mangia”. La soluzione dell’indovinello è la cenere, che era un tempo abbondante nelle case per tutto il fuoco che vi si accendeva.
10 . Dint a na cascetèll bén serrète ce stann tanta mòrt affelarète.
Ne pìgghie vune, li romp la chèpe e u mòrt iè resuscetète!
“In una scatoletta ben serrata ci sono tanti morti allineati. Ne prendo uno, gli rompo la testa e il morto è resuscitato!”. Rompere la testa ad un morto è un’azione degna di un classico dell’horror, comunque la soluzione è u lumìne (il fiammifero). Simile al nostro è il seguente indovinello raccolto a San Marco in Lamis dal La Sorsa: “Tégne na sebiltura ben sirrata, inta ci sténne tanta morte suttirrati. Va lu sfossamorte cu na martiddata e li fa tutti rivive” (Ho una sepoltura ben serrata, dentro stanno tanti morti sotterrati. Va il becchino con una martellata e li fa resuscitare tutti).
11 . Nasce lònga lòng e more corta cort:
quant cchiù tèmp iè stète appiccète tant cchiù ccort iè deventète!
“Nasce lunga lunga e muore corta corta: quanto più tempo è stata accesa tanto più corta è diventata!”. La soluzione è la candela, o ceròggele, di cui, fino a non molto tempo fa, si faceva uso ed abuso o perché mancava del tutto l’illuminazione elettrica o perché erano frequenti i black out, per cui era opportuno averne sempre in casa una certa scorta.
12 . Ke nu turnése t’aiènghie na chèse.
“Con un tornese ti riempie una casa”. La soluzione è ancora la candela, la quale per pochi soldi riempie, o meglio riempiva sì la casa, ma di luce piùttosto fioca e maleodorante. Il tornese, pur derivando il suo nome da Tours, città della Francia la cui zecca lo coniò per la prima volta in argento nel sec. XIII, era nel Regno di Napoli un soldino di rame di scarso valore.
13 . La tripp iè de stagne e i vedèll sò de stopp.
“La pancia è di stagno e le budella sono di stoppa”. Chi ha una certa età non avrà difficoltà a riconoscere, nell’oggetto adombrato, la lucerna conica di latta, che funzionava a petrolio o ad olio; le budella, cui si allude, sono i filamenti del lucignolo.
14 . Iè quant e nu pùnie ma aiénghie na chèse.
“E’ quanto un pugno ma riempie una casa”. Il piccolo enigma sembra ancora pieno della meraviglia di chi, nel passaggio dalla candela o dal lumicino ad olio all’illuminazione elettrica, non sa capacitarsi del fatto che la piccola lampadine (la soluzione) possa sprigionare tanta luce da inondare ogni angolo della casa. La popolarità dell’enigma è attestata nel Repertorio degli Indovinelli Pugliesi di Luigi Sada da 7 testi similari raccolti qua e là per la regione.
15 . De iorn sta vacant e la nott sta chiéne.
“Il giono è vuoto e la notte è pieno”. La soluzione è il letto il quale ai giorni nostri è spesso vuoto per gran parte della notte e pieno per diverse ore del giorno, visto che sono passati i tempi in cui si andava a letto con le galline per levarsi al canto del gallo.
16 . A la matine lu gghiust e a la sére lu scunce.
“La mattina lo sistemi e di sera lo disfi”. L’indovinello (la cui soluzione è ancora il letto), è, per la sua semplicità, adatto ad essere proposto anche ai piccini che sono gli interlocutori preferiti di chi utilizzava, e in qualche caso utilizza ancora, il repertorio tradizionale a scopo d’intrattenimento.
17 . Tèng nu camp bbéne allavurète ma ncé passète né èrpece né rrète.
“Ho un campo ben lavorato, ma non vi è passato erpice né aratro”. L’enigma parla sempre del letto, questa volta paragonato, con un’ardita metafora, ad un campo ben lavorato senza bisogno di erpice od aratro, in quanto sono sufficienti le mani sapienti della padrona di casa. Al contrario del precedente, si tratta di un indovinello piuttosto difficile da risolvere.
18 . La cavedère iè de legnème e la carn ca sta dint rire e chiàgne.
“Il pentolone è di legno e la carne che sta dentro ride e piange”. Si tratta di una carne tenerissima in quanto si sta parlando de la cùnnele (culla) e del piccino (u criatùre) che vi è dentro, il quale, oltre a ridere ed a piangere, fa tante altre cose, come ad esempio crescere a vista d’occhio.
19 . Tutt u iorn tic e tac e la nott sott u lètt.
“Tutto il giorno tic e tac e la notte sotto il letto”. L’indovinello ha per soluzione le scarpe o le ciabatte (i chianèll). L’onomatopea tic e tac evoca un andamento energico e nel contempo femminilmente ancheggiante.
20 . De iorn camine camine e la nòtt ke la vocca rapèrt!
“Il giorno cammina cammina e la notte a bocca aperta”. Efficace nell’indovinello è l’immagine della bocca aperta che dà l’idea dell’affanno dopo una lunga camminata. La soluzione è la scarpa.
21 . Addréte a u lettine ce sta nu signurìne
tutt vestute biank e k’i mène a i fiank.
“Dietro al lettino c’è un signorino tutto vestito di bianco e con le mani ai fianchi”. La soluzione è il cantaro, o ruvagne o zepèpp, la cui dislocazione più solita, quando l’intera abitazione era costuita spesso da un unico vano privo di servizi igienici, era dietro il letto per l’uso e sotto di esso quando non serviva.
22 . U ciéle iè de carn, u fonn iè de créte... Romb e rembomb e nce crépe!
“Il cielo è di carne, il fondo è di creta.... Romba e rimbomba e non crepa!”. Ciò che romba e rimbomba senza crepare è il vaso di cui sopra. Testimoniato come raccolto ad Apricena dal Sada, il nostro indovinello trova rispondenza in ben 10 varianti tutte della Puglia centro-meridionale.
23 . Lu scìgne chiène e lu nchiène vacànt.
“Lo scendi pieno e lo porti su vuoto”. L’indovinello ammette una soluzione aggiornata, e cioè il secchio dell’immondizia, ed una riferita al tempo che fu, il solito cantaro, o ruagne o zepèpp, lo svuotamento del quale avveniva di notte, quando passava di strada in strada “u carr de l’acqua spòrk”, il cui conducente svegliava gli interessati col suono di una trombetta e col classico grido: “Chi adda jittà, iamohh!”. Era allora possibile assistere ad una processione di uomini e donne appena tirati giù dal letto e ancora imbambolati dal sonno, vestiti come ognuno può immaginare, tutti col loro bravo zepèpp pieno tra le braccia. Al femminile (La scìgne chiéne e la nchiène vacànt) l’indovinello ha per soluzione la stagnére, e cioè il secchio per l’acqua sporca.
24 . La mamm sta fitt e u figghie camine.
“La mamma è ferma ed il figlio cammina”. Per risolvere l’indovinello, in questo come in altri casi, è indispensabile un po’ di fantasia. Comunque la mamma cui si sta alludendo è la sarole, la grossa giara in cui, quando mancavano in casa i rubinetti, si riponeva la provvista dell’acqua, il figlio u secchiettùcce (il secchiello) che veniva in essa immerso per tirar fuori il necessario per gli usi immediati. Chi dovesse amare più il vino che l’acqua, può pensare alla botte come mamma ed al boccale o alla bottiglia come figlio/a.
25 . Iè iàvete quant e nu castèll e fa la pedète de na nèll.
“E’ alta quanto un castello e fa l’impronta di un anello”. L’indovinello, alludendo alla canna, richiama alla memoria i tempi in cui in ogni casa di canne ve ne erano parecchie perché vi si attaccava la musce (per rimuovere polvere e pappalùnce) o u scùpele per imbiancare di calce pareti e volte. La canna è, nel Repertorio, accostata al castello per l’altezza ed all’anello per l’impronta circolare in 11 varianti. Ad Apricena stessa ho di persona raccolto quest’altra versione impoverita perché scompare in essa l’immagine del castello: “Iè na cosa iàvete e bbèll e fa la pedète de na nèll”.
26 . Ce sta na cose ca sope a tutt pose.
“C’è una cosa che su tutto si posa”. Ci si riferisce a qualcosa che, secondo un detto un po’ sinistro del nostro dialetto, “ce fik pure dint a l’òcchie d’u mòrt!” e cioè alla polvere per rimuovere la quale un tempo le donne si davano da fare con mappìne e mùsce, mentre oggi si aiutano sempre più spesso con l’aspirapolvere.
27 . Ce sta na cose ncucìne: ke quatt pède ne ncamine.
“C’è una cosa in cucina: con quattro piedi non cammina”. L’indovinello ammette parecchie soluzioni, e cioè tavolo (buffétt), sedia (sègge) o quant’altro in cucina, pur avendo quattro piedi, non si muove per il semplice fatto che è di legno.
28 . De iorn ke ssé còss e la nòtt ke quatt.
“Di giorno con sei gambe e la notte con quattro”. Siamo nell’ambito dell’indovinello precedente, ma questa volta la soluzione è una ed una sola, e cioè la sedia. Le due gambe che si aggiungono di giorno alle quattro normali sono quelle penzoloni di chi va eventualmente a sedersi.
29 . U vròkkele amméze a la chèse: quatt’òcchie e ddui nése!
“Il broccolo in mezzo alla casa: quattro occhi e due nasi”. La metafora del broccolo in mezzo alla casa potrebbe fuorviare perché di solito lo specchio (la soluzione) è appeso o addossato al muro. Più indicativi sono gli occhi e il naso raddoppiati dal riflesso. Per un indovinello lucerino molto simile il Repertorio dà per soluzione la fémmena ncint (donna gravida).
30 . Mmène ce chèpe e dint la cascia no.
“In mano c’entra e dentro la cassa no”. L’affermazione, che può sembrare paradossale, ammette in realtà diverse risposte logiche, come ad esempio la canna, il fucile, o un qualsiasi oggetto lungo ma facilmente impugnabile.
31 . Ce sta na cose ca nce semove e camine sèmp!
“C’è una cosa che non si muove e cammina sempre!”. La soluzione è l’orologio (u llòrge) che procede spedito e inesorabile, se non si ferma per guasti. Va aggiunto che, essendo a molla, gli orologi di un tempo si fermavano spesso per la semplice ragione che ci si era dimenticati de dà la còrd, cioè di ricaricarli.
32 . Ntèng chèpe ma tèng vok e còll, ntèng còss ma tèng tripp e cule.
“Non ho testa ma ho bocca e collo, non ho gambe ma ho pancia e sedere”. Le soluzioni possibili sono cùcheme, fiask, buttigghie, ecc., e cioè tutti i contenitori piccoli e grandi a collo stretto che, numerosi nelle case di un tempo, non mancano neppure in quelle di oggi, anche se la plastica va rapidamente sostituendosi a terracotta e vetro come materia prima.
33 . Tutt u iorn tòcca tòk e la nòtt appése a u mure.
“Tutto il giorno tocca tocca e la notte appeso al muro”. L’indovinello, la cui soluzione è u scuriète (lo scudiscio) per cavalli ed equini in genere, evoca tutto un mondo ormai scomparso: la presenza in molte case di una stalla e, davanti alle porte, de nu traìne, mezzo un tempo pressocché unico di trasporto per persone e merci varie .
34 . Panz a panz, a cord tise, na mène méza rapèrt e méza chiuse
e ll’àvete ca pazzéie mpacce a u pertuse.
“Pancia contro pancia, a corde tese, una mano mezza aperta e mezza chiusa e l’altra che scherza vicino al pertugio”. L’indovinello non manca di una certa suggestione, anche perché l’oggetto evocato (la chitarra) ha a che fare con una passione spesso profondamente avvertita a livello popolare. Tra i chitarristi locali, che sono di solito anche cantanti o addirittura cantautori, notissimo è Matteo Salvatore. Ben 13 sono le varianti, tutte molto maliziose, attestate dal Repertorio.
35 . U cavàll curredore fuie fuie e lass la code.
“Il cavallo corridore corre, corre e lascia la coda”. L’indovinello, che ha per soluzione ago e filo, è ad Apricena notissimo anche perché presente nel Pitta. Ad un testo quasi identico, reperito ad Orsara dal La Sorsa, è data per soluzione la lumaca, il che, a parte l’ironia del “corre corre”, non è tanto illogico, poiché lu quacquarone lascia una scia bavosa lungo tutto il suo percorso.
36 . U ciùcce annanz e la capézz addréte.
“L’asino avanti e la gavezza dietro”. Si tratta di una variante del testo precedente: in entrambi i casi la soluzione è l’ago e il filo, anche se in questo, anziché un nobile destriero, è un modesto somaro che trotterella tirandosi dietro la gavezza, col rischio di inciamparci e fare un capitombolo.
37 . Ke ll’òcchie ce magne carn e ke la vok tàgghie pèzz.
“Con gli occhi mangia carne e con la bocca taglia pezze”. A orientare verso la soluzione, che è la frùffece (le forbici) è soprattutto la seconda parte dell’indovinello (la bocca che taglia pezze). In quanto alla carne mangiata dai due occhi dell’arnese, è quella delle dita del sarto o della sarta.
38 . Tèng na cose avvucine a la còss ca cchiù gire e cchiù ce ngròss.
“Ho una cosa vicino alla gamba che più gira e più s’ingrossa”. Essendo ormai finito il tempo in cui Berta filava, risolvere l’indovinello crea qualche difficoltà. Comunque la cosa vicino alla gamba alla quale si allude è il fuso che, avvolgendo intorno a sé il filo via via filato, s’ingrossava man mano che il lavoro procedeva. Va detto per inciso che Berta era la madre di Carlo Magno, il che vuol dire che un tempo le donne filavano tutte, regine comprese. Nel Repertorio i numerosi testi riconducibili al nostro sono spesso molto più allusivi.
39 . Mamm la fa e tète ce la métt.
“Mamma la fa e papà se la mette”. L’indovinello ha per soluzione la calza, o la maglia, indumenti che le donne confezionavano un tempo in casa partendo dal filo, o addirittura dalla materia prima, che per le calze era la bambagia (vammèce) e per le maglie la lana delle pecore locali o abruzzesi.
40 . Trèsce da nu buche e iìscie da dui buche,
e quann si sciute sta cchiù ddint de prime!
“Entri da un buco ed esci da due buchi, e quando sei uscito sei più dentro di prima”. L’indovinello è più semplice di quanto possa apparire per l’allusione a misteriosi buchi nei quali sembra difficile districarsi: la soluzione è i pantaloni (cavezùne) e/o tutto ciò che è possibile indossare infilandovi le gambe. Portando i numeri dei buchi di uscita da due a tre, la soluzione diverrebbe maglia, maglione, maglietta o pullover.
41 . De iorn sta rapèrt e de nòtt sta chiuse.
“Di giorno sta aperta e di notte sta chiusa”. L’indovinello, molto elementare, allude alla porta, che è naturalmente aperta di giorno se in casa ci sono i legittimi proprietari.
42 . De iorn ce spìene e la nòtt ce uàscene.
“Di giorno si guardano e la notte si baciano”. L’indovinello, che si muove su di un piano analo-go al precedente, è davvero notevole in quanto trasfigura fantasticamente le ante della porta (la soluzione) in due innamorati che di giorno stanno a sogguardarsi in silenzio e la sera si uniscono in un lungo bacio che dura tutta la notte.
43 . Prime trèsce e pu rèpe!
“Prima entra e poi apre”. Nell’enigma, che può apparire al primo impatto alquanto oscuro, si allude alla chiave che ha bisogno di entrare nella serratura a porta chiusa per assolvere alla sua funzione.
44 . Vute vutann, gire gerann: fa quella cose e pu ciarrepose!
“Si rivolta rivoltandosi, gira girando, fa quella cosa e poi riposa”. L’indovinello, la cui soluzione è ancora la chiave, è così noto che compare nel Repertorio in una dozzina di varianti similari raccolte da un capo all’altro della Puglia.
45 . A la sére ce fik e a la matine ce sfik.
“Di sera si ficca e al mattino si sficca”. La soluzione è u sbarrone de la pòrt (catenaccio o chiavistello). Un tempo costituito da una robusta sbarra di ferro, una volta inserito, metteva al sicuro da ladri e malintenzionati. Il Repertorio registra una decina di varianti tra le quali la più simile alla nostra è quella raccolta a San Marco in Lamis dal La Sorsa.
46 . Na morr de suleddète pisciene tutt affelarète.
“Una massa di soldati orinano tutti in fila ”. Lo strano enigma ha per soluzione i pìnce, cioè le tegole del tetto. Ovviamente la causa a monte del bisogno avvertito in contemporanea dall’intera truppa è una pioggia abbondante. L’indovinello, molto noto, è testimoniato dal Repertorio in 8 varianti nelle quali, a orinare in fila, sono di volta in volta soldati, fratelli, pecore, cavalli, o soldati come da noi in un altro caso soltanto.
47 . Nchiène senza schèle e nciéle ce ne va.
“Sale senza scale e se ne va in cielo”. La soluzione è il fumo che si levava dai comignoli verso il cielo sia d’estate che d’inverno. Tuttavia, in una società caratterizzata da una povertà piuttosto diffusa, anche il fuoco costituiva un lusso che non tutti si potevano permettere, almeno a giudicare dal seguente scambio di battute da me raccolto dalla tradizione orale e pubblicato già in precedenti occasioni:“Puzza jittà u sang e u veléne pe quanta fume iètt la cemmenére!” “La cemmenéra mi tre vvote a l’ann: a Pasque, a Natèle e a Chèpedann!” (“Possa tu gettare sangue e veleno per quanto fumo getta la ciminiera!” “La mia ciminiera fuma solamente tre volte l’anno: a Pasqua, a Natale ed a Capodanno!”). Tornando al nostro indovinello, esso trova riscontro nel Repertorio in 4 varianti delle quali ben tre (a Foggia, a Celenza Valfortore, ed a Martina Franca) sono state raccolte da quell’instancabile viaggiatore che è stato Saverio La Sorsa.




