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Lettera "V"
vacànt [lat. vacante(m)] agg. vuoto // Nel detto: “U sak vacànt nce manténe allampìde” si allude allo stomaco che, se non riempito a dovere, non trasmette al corpo l’energia per muoversi e lavorare.
vacantìe [da vacànt] agg.: nubile/ celibe, in età da marito o da moglie // Si legge nel Pitta che ai suoi tempi le ragazze scévene vacantìe, e cioè erano pronte per il matrimonio, già verso i quattordici anni. D’altra parte anche i giovanotti, servizio militare a parte, diventavano per tempo capaci di portare il pane a casa, e quindi papabili come mariti. Oggi, per gli impegni scolastici di gran parte dei giovani, i progetti matrimoniali vanno rimandati a dopo il diploma o la laurea, o addirittura a tempo indeterminato, in attesa di una sistemazione che diventa un obiettivo sempre più difficile da raggiungere.
vaccarécce sf. stalla per mucche.
vaccarèll sf. venature o macchie rossastre che si formano all’interno delle gambe per la lunga esposizione al fuoco del braciere: ne sanno qualcosa soprattutto le donne di una certa età.
vàccelu v. vaglielo, imper. di iì più il pron. ce (a lui) e lu (ciò); “Vàccelu a ddìce!” (Vaglielo a dire).
vaccenà -rce (-ète) v. vaccinare -rsi.
vacchère sm. vaccaro, proprietario e/o guardiano di vacche.
vaccìle sm. bacile, catino // Oggi di solito in plastica, il recipiente, era un tempo in rame o in ferro smaltato. Poggiava su di un apposito sostegno detto u pède ’u vaccile. Vaccile e relativo piede sopravvivono nelle case rurali prive di acqua corrente.
vaccìne sf. bovino, carne bovina // Fino a non molti decenni addietro, la carne di vaccìne era da noi poco richiesta, preferendosi quella di suini, ovini e pollami in genere. A conferma di una pregiudiziale negativa, il detto: “Carn d’vaccìne sbrevógne a chi cucìne” lascia intendere che, restringendosi nella cottura per l'alta percentuale di acqua contienuta, espone a brutte figure chi la porta in tavola.
vaddète sf. valle, vallata; anche vadd; accr. vaddóne // Per la battuta: “Sant Mark l’hann mìss nt’la vaddàta”, vedi Sant Mark.
vainèll sf. carruba, frutto montano dalla corteccia bruna e dalla forma allungata e schiacciata // Un tempo consumata al naturale o usata per farcire una pizza tipica (la pìzz a la vainèll), è oggi a molti bambini pressocché sconosciuta.
vak sf. vacca, mucca.
valé (-ùte) v. valere // Il v. ricorre di frequente nelle offese: “Nn’avèle quatt sòld!”; “Nn’avèle e puzz!”; “Nn’avèle nu còpp d’vettóne!”; “Tant vèle vive e tant vèle mòrt!”.
valènz sf. valore, forza.
valìce sf. valigia; dim. valicétt.
vall (o iall) sm. gallo; dim. vallùcce // Il term. è usato spesso nel senso traslato di capo (“Addóve ce stann tanta vall nn’fa mèie iórn!”), marito (“Uèie a quédda chèse dóve la iallìna cant e lu vall sta zitt!”), e dongiovanni circondato da donne (“Fa u vallùcce amméze a li pullàstre!”). Comunque, per divenire re del pollaio, il gallo deve sopravvivere alla strage d’vallùcce che avviene il 15 Agosto, quando, in quasi tutte le case, i polli novelli finiscono ripieni. Maccarùne k’u vallùcce sono stati sempre considerati il non plus ultra dela tavola, tanto che un tempo, quando il banchetto nuziale si teneva nella casa dello sposo anziché al ristorante, non pochi galletti venivano sacrificati in onore degli invitati.
vallenàcce sm. tacchino, gallinaccio // Era un tempo presente nelle aie anche perché onnivoro e gran cacciatore di serpentelli. La carne d’vallenàcce in brodo costituisce ancora il piatto tradizionale delle feste di fine d’anno, così come quella d’agnello al ragù è di consuetudine a Pasqua e quella di galletto a Ferragosto: ogni festività ha i suoi rituali e le sue vittime.
vammèce sf. bambagia, cotone grosso usato in part. per sferruzzare le pesanti calze di un tempo.
vammène sf. levatrice // Poiché di norma si partoriva in casa, nella società contadina la vammène costituiva una figura professionale di tutto rispetto e della quale si aveva bisogno di frequente, dato il numero elevato delle nascite. La sim.: “Père la pòrt d’la vammène” si riferisce al fatto che la sua casa era sempre aperta, dovendo la vammène essere pronta ad accorrere ad ogni chiamata a qualsiasi ora del giorno e della notte.
vamp sf. fiamma // Il detto: “I cóse avvunìte sò vamp d’fóche” dà voce alla radicata avversione al consociativismo del contadino meridionale.
vampète sf. fiammata.
vampià (-ète) v. fiammeggiare.
vampascióle (pl. -ùle) sm. lampagione (nsc. Muscari racemosum la varietà selvatica e Muscari comosium quella coltivata); è detto anche cipollaccio col fiocco, giacinto cipressino, pan di cuculo, mo-scardino // Essendo abbondanti nei paraggi, non pochi braccianti, nei periodi di magra, iévene p’vampasciùle, destinandoli in parte al consumo familiare, in parte alla vendita per rimediare qualche lira. Oltretutto, poiché crescevano più grandi e numerosi dint i llavurète (vd.), era proprio lì che i vampasciulère si recavano a cavarli, col rischio di beccarsi qualche fucilata da parte dei pastori abruzzesi che non gradivano vedersi rovinati i pascoli affittati per l’annata. Il Pitta annota a pag. 292 che, ai suoi tempi, i nostri vampasciùle venivano spediti fin nelle lontane Americhe dove erano ricercatissimi dai nostri emigrati che avvertivano nostalgia non solo per la terra nativa, ma anche per quei prodotti che essa, e solo essa, offriva spontaneamente alla fame e al palato. Il modo più classico di preparare i vampasciùle è arrostirli, magari coprendoli con la cenere del braciere. Tolti dal fuoco, vanno puliti, schiacciati leggermente nel piatto e conditi con olio e sale. Si possono anche conservare lessi sott’olio o sott’aceto.
vang sf. vanga; arnese in ferro atto a dissodare il terreno; è munito di traversina su cui il piede esercita la pressione necessaria per la penetrazione in profondità.
Vangéle sm. Vangelo // “Quést iè lu Vangéle d’Gése Crist”, si esclama a volte, a mo’ di giuramento, per asseverare quanto si afferma.
vangélìst agg. evangelista, di religione evangelica.
vann sf. parte, luogo imprecisato (iì a na vann) // Locuzioni: a tutt vann (dappertutto); a quédda vann (da quella parte); a n’ata vann (da un’altra parte); a na vanna scì e na vanna nò (da una parte sì e dall’altra no); a la vann d’... (della famiglia di...).
vannine s. puledro/a; dim.: vannenèll // Il Devoto fa risalire il term. al lat. med. uanninus (puledro nato auànn, e cioè quest’anno).
vantà -rce (-ète) v. vantare -rsi // Chi cade in basso è a volte irriso con: “U cavàll mi tant vantète iè rraddùtt a carrià li préte!”.
vantàglie sm. ventaglio; vd. sciuscià.
vantarìe (anche vant) sf. vanteria.
vantasciòtt agg. smargiasso.
vantelavèle sf. vanteria; alla lett.: vento alla vela.
vantére [sp. aventàl] sf. grembiale di cuoio per lavori pesanti e pericolosi come, ad es., quello del fabbro; anche mantére.
vanzà (-ète) v.: 1) avanzare, restare inutilizzato - 2) essere creditore // Le domande: “Com’è? K’avànz? K’va truvann?”, formulate di solito con tono perentorio, sono un modo per tagliar corto.
vanzatóre sf. avanzo/i // Stà a la vanzatóre (accontentarsi di ciò che avanza) non è mai piaciuto a nessuno.
vard sf. barda, basto; dim. vardèll // Prov.: “U ciucce accrésce e la vard ammànk”.
varelère sm. barilaio, artigiano specializzato nella costruzione di barili, botti e tinozze a doghe cerchiate di ferro; anche vuttère.
varìle sm. barile; dim. varelòtt // D’varìle e varelòtt, di varie dimensioni e capacità (da 5 a 30 litri), si faceva un tempo largo uso. Prima del completamento dell’acquedotto pugliese, se ne servivano in part. l’acquarùle (vd.), che attingevano acqua ai pozzi per rivenderla in paese. Inoltre k’i varìle si portava acqua sópe i petréie (vd.) e nei campi, nei casi in cui si lavorava a squadre e di acqua ne serviva davvero tanta per spegnere la sete delle giornate lavorative sotto la canicola estiva. Il prov.: “I ciùcce ce fràcchene e i varìle ce sfàscene” si ricollega al fatto che i varìle erano di solito trasportati da somarelli su barde predisposte per carichi di quattro.
vark sf. barca // Riferendosi a situazioni non controllabili, si dice a volte: “Vark sènza temóne e vènt scàpele!”, ove scàpele equivale a: senza una precisa direzione.
varcaióle sm. barcaiolo.
varóne agg. avarone, spilorcio // Prov.: “La rròbb d’lu varóne ce la fréche u sciampagnóne”.
varv sf. barba; accr. varevóne.
varevére sm. barbiere.
varevarìe sf. salone del barbiere.
varr sf. spranga, barra con cui si bloccavano le porte d’ingresso, in-serendo le due estremità in apposite buche delle fiancate murarie; accr. varróne.
varvarèll [da vàrv] sf. prima peluria sul viso dei giovanotti imberbi // Il term. dà il titolo ad un gioco che consiste nel solleticare un compagno sotto il mento per metterne alla prova l’imperturbabilità, scandendo nel contempo la filastrocca: “Varvarèlla, varvarèll, chi rire va allu nfèrn e chi nn’rrire ce n’va mparavìse!”.
varzóne (pl. -ùne) sm. garzone // Dipendenti fissi d’li massére, i varzùne dovevano accontentarsi in genere di vitto, alloggio e qualche compenso in natura. Avevano, tra l’altro, l’incombenza di fare da guardiani ai beni del padrone. Si racconta che nu varzóne, lasciato solo a guardia di una masseria di dimensioni notevoli, avendo sentito rumori sospetti, si mise a urlare ordini per un immaginario esercito di compagni, mettendo così in fuga i ladri con le sole grida: “Ruspigghiàteve e armàteve, varzùne: sètt a li vak e sètt a li nnecchiùne, sètt a purtà la nóve a li patrùne e sètt a sparà a stì mmèle ladrune!”.
vàsce agg. basso (contr. iàvete); dim. vascelòtt // Se da un lato gli alti sono accusati di crésce p’la laparìe, dall’altro i vasce lo sono di non essere cresciuti p’la malignità, tanto che il prov.: “Ciòpp, vàsce e rusce: nt’fedànn s’nn’lli canùsce”, invita a diffidarne accomunandoli ad altre categorie ugualmente sospette.
vascézz sf. bassa statura (contr.: iavetézz); anche vasciànz.
vasenecóle sm. basilico, pianta delle Labiate (nsc. Ocymum basili-cum) // Oltre che delle bottiglie di salsa nelle quali si usa inserire qualche foglia, u vasenecóle è un ottimo ingrediente anche per il ragù al quale conferisce un sapore particolare. Tra l’altro sembra che un vaso di basilico alla finestra sia un efficace espediente per tenere alla larga le zanzare.
vascèll sm. v ascello, piccola botte, contenitore ligneo per il vino.
vastà (-ète) v. bastare // Di chi è avido si dice a volte: “Nn’lli vàst né la ramp e mank la ciamp!”.
vastànz sf. quantità sufficiente, commisurata allo scopo.
vastàrd agg. bastardo.
vastèsce agg.(arc.) zotico, rozzo.
vatt (-ùte) v. battere, percuotere // Il prov.: “Vatt u fèrr quann è càvede” esorta a cogliere al volo le occasioni.
vatt sf. ovatta, cotone idrofilo; anche vàttele.
vattià (-ète) v. battezzare // Quando in una combriccola si è almeno in tre con lo stesso nome, c’è sempre qualcuno che esclama: “Allóre ce pó vattià nu ciùcce!”. Un progetto portato rapidamente a conclusione è spesso commentato con “Néte, vattiète e mòrt!”.
“Vatt’lu frìche!” loc. “Vallo a fregare!”, esclamazione che si fa quando uno, vista la mala parata o avuto un inaspettato colpo di fortuna, si allontana rapidamente sparendo alla vista.
“Vattrùve...” [alla lett.: va a trovare] avv. chissà (“Vattrùve chi è stète!”; “Vattrùve addóve sta!”…).
vavàcce sm. gozzo, ingluvie; nei volatili è la parte dilatabile dell’esofago in cui il cibo può venire immagazzinato e trattenuto per un certo periodo, in attesa di essere immesso nello stomaco e digerito con comodo; per est.: lo stomaco umano // “Còssa rótt e vavàcce sène!” si esclama a volte in rif. a chi lamenta acciacchi che non tolgono però l’appetito.
vavaccióne (pl. -ùne) sm. arcaismo per avo, antenato; anche vavóne.
“Vavattìn!” v. (imper. irr. di iì) “Vattene!”; vd. iì.
vàvete sm. truogolo, vasca di legno per il pastume degli animali do-mestici (“Quann u pòrce c’è ngrassète, méne u vàvete a lu larie”).
vavià (-ète) v. sbavare, sporcare di bava, azione tipica dei piccoli soprattutto quando mettono i dentini.
vavùse: 1) agg. bavoso, raff. nelle offese da mmeccùse (“Stu vavùse mmeccùse!”) // Prov.: “Quann parl k’lu vavùse, abbède a li pallìne” - 2) sm. bavosa/e, pesci con testa grossa e rotonda e corpo allungato difeso da una pinna dorsale a raggi spinosi.
vecaióle (pl. -ule) agg. vichese, abitante di Vico Garg. (vd. Viche).
vécce sf. veccia, erba infestante delle messi, usata anche come foraggio (fam. Leguminose).
vècchie agg. anziano, vecchio // Si sa che la vecchiaia ha i suoi inconvenienti (“U vècchi e sènza dènt nce pó magnià lu pène”), comunque può servire a tirarsi su il prov.: “Vècchie iè chi móre apprìme”. Di chi riesce a giungere ad un’età venerabile, si dice a volte: “Pòrt trent’ann (o altro numero a piacere) a la vècchie d’Passarèll”. Per curiosità va detto che, avendo nel 1995 il Comune di Apricena istituito l’albo dei centenari,. ad inaugurarlo è stato Manuppelli Vincenzo, deceduto l’anno dopo a 101 anni di età.
vecchiézz sf. vecchiaia // “A la vecchiézz cià ffàtt i cavezétt rusce”, si dice a volte di anziani che mostrano velleità tipiche di un’età più verde. D’altra parte si sa che “Tre vvóte ce mpazziscene i crestiène: ggiuventù, vecchiézz e mize tèmp”, e cioè si è matti per tutta la vita.
vecchiarìne agg. senescente, usato in part. in rif. a piante.
vecciàrìe sf. (arcaismo per chiank) macelleria // Il prov.: “Nesciùna carn rumène a la vecciarìe” apre spiragli alle speranze di accasamento anche ad età non più verdissime.
veccóne [da vók (bocca)] sm. boccone // Prov.: “La pèquere ca sckème pèrd u veccóne”.
vedé (vist) v. vedere (vedé la mòrt k’ll’òcchie: correre un pericolo mortale) // L’in dov.: “Ce stann quatt sóre ca nce pónn vedé: mèntre vune va, l’àvete vé”, che ha per sol. le quattro stagioni, è giocato sui due significati della loc. nputé vedé: “non sopportare” e “non avere la possibilità di vedere”.
vedegnià (-ète) v. vendemmiare // La filastrocca “Quann zapp e quann pute ntèng ziène e ntèng nepùte, quann arrìve lu vedegnià ziène da qua e nepùte da ddà!” evoca il fatto che, al momento della vendemmia, le vigne si riempivano un tempo di familiari che accorrevano a dare una mano, attratti anche dalla prospettiva della ricompensa con qualche canestro d’uva con cui fare un po’ d’cenète o qualche litro di must còtt:
vedèll sm. budello/a, intestino // La sol. dell’enigma: “Quall iè quiddu nemèle ca vive té i vedèlla ncòrp e mòrt té u còrp dint i vedèll?” è u pòrce il quale, dópe ca iè stète accìse, viene in buona parte sminuzzato e introdotto a pezzetti nelle sue stesse budella per ricavarne savucìcce, fegatàzz e supprescète.
vedènz sf. voce, retta (da’ vedènz: dar segno di aver visto qualcuno, fermandosi a scambiare qualche parola); il term. è probabile deformazione di udienza.
védeve [dalla radice indeur. widhewa (la priva)] s. vedovo/a // Sono definiti védeve cunzelète coloro che fanno presto a trovare un sostituto al coniuge defunto.
vegìlie sf. vigilia, giorno che precede una ricorrenza, in part. quella di Natèle, per la quale la tradizione prevede piatti a base di nguill, baccalà e sìnepe, con tombolata serale fino alle ore piccole; va notato che il lat. vigilia (veglia, vigilanza) era usato per indicare i turni di guardia.
veléne sm. veleno // Il term. è spesso metafora per le amarezze che la vita riserva (magnàrce pène e veléne) // Prov.: “Chi ce magne vallùcce e chi ce magne veléne”.
velétt sf. veletta che, scendendo dal cappello, vela il volto // Ormai in disuso, era un tempo prerogativa delle dame di un certo rango.
vèmbre sf. lama d’aratro // Il detto: “A lu bbruzzése l’ha dà na vèmbre p’sfeccà n’èche”, rievocando i baratti con i pastori d’A-bruzzo scesi per la transumanza, ne sottolinea l’attaccamento alle loro cose, reso ancora più forte dalla lontananza dai monti natii.
venàcce sf. vinaccia, ciò che rimane dell’uva dopo la spremitura; da essa si ricavava un tempo alcool a l'Ammìk (vd.) // Detto: “La sciènz d’Cólabbécce: magnève iùve e cachève venàcce”.
venaccióle (pl. -ùle) sm. vinaccioli, semini presenti negli acini d’uva.
venardì sm. venerdì // E’ ritenuto infausto dalla tradizione popolare: “D’Vènere e d’Mart n’ce spóse e n’nce part”, afferma un noto pro-verbio che evidenzia, altresì, la derivazione dei nomi dei giorni dagli dei della mitologia greca. Il detto: “Chi rire d’venardì chiàgne sàbbete, duméneche e lunedì” afferma che ridere di venerdì è di cattivo auspicio per il week end.
vénce (vént) v. vincere // Il prov.: “Chi vénce apprìme pèrd all’ùteme” si riferisce ai giochi d’azzardo.
véne sf.: 1) vena/e - 2) avena, alimento per animali // Alla véna salevàgge è legato il ricordo del fatto che, tra ragazzi/e, sulla strada per la Madònn ’i Ncurnète, recandosi in primavera al Santuario o di ritorno da esso, si sfilavano i semi ancora verdi dalle piante e li si gettavano addosso a chi precedeva: dal numero dei semi che restavano attaccati ai vestiti, si traevano scherzose previsioni su quanti figli sarebbero nati da ipotetici matrimoni.
vénn (-ùte) v. vendere // Il prov.: “Chi dóne chère vénn” mette in guardia dagli omaggi inclusi nel prezzo. Oltretutto si sa che “u vine bbóne ce vénn sènza bandiére”, e cioè senza pubblicità e senza omaggi. Infine il sintetico “Vennùte fenùte” dà voce alla diffusa contrarietà ad alienare beni immobiliari.
vennegnatóre (pl. -ùre) sm. vendemmiatore, bracciante addetto alla vendemmia.
vennégne sf. vendemmia, raccolta dell’uva, periodo in cui essa avviene; vd. anche vedegnià.
vènt sm.: 1) vento (“Póca pòlv ce la pòrt u vènt”) - 2) nel gergo dei petraiùle: raggera di corde metalliche ancorate a li patàrr (vd.) per tenere in equilibrio le gru.
ventelà (-ète) v. ventilare, in part. lanciare in alto con la pala il tritume d’la pesatùre (vd.) per separare la paglia dal frutto (grano, fave, ecc.) // Di chi spende e spande si dice: “I sòld i vèntele k’la pèle!”.
ventià (-ète) v. ventilare.
ventiète agg. rovinato dal vento.
ventrésk sm. pancetta d’pòrce (vd.).
ventùre sf. Ventura // Loc. “a Ddìe e a la ventùre” (nelle mani di Dio e della sorte).
venzóle sm. lenzuolo; dim.: venzulèll // La sol. dell'indov.: “Tèng nu venzóle pèzz pèzz: sènz’èche e sènza file ce rrepèzz” è il cielo nuvoloso.
vérd (pl. vìrd) agg. verde; sfumature diverse dello stesso colore sono verdòneche (verde scuro) e verdésk (verde azzurrognolo tipico d’li fìquera verdisk) // La minaccia: “E’ fa scì i sùrgia vìrd!” è di fare cose mai viste.
vérderème sm. verderame, solfato di rame, usato per irrorare le viti contro la peronospera, per mezzo di una pompa azionata a mano o a motore.
vére (anche lluvére) agg. vero // Per farsi credere, si ricorre a volte ad asserzioni come: “Quant iè vvére Ddìe!”; “Com’è vvére la Madònn!”; “Quant iè vvére Gése Crist!”, che sono veri e propri giuramenti.
veretà sf. verità // Prov.: “S’vvu sapé la veretà, ddummànn a i quatrère e a lu mbrièche”.
vergenèll: 1) sf. verginella/e, bimba/e che accompagnavano e accompagnano la Madònn ’i Ncurnète in processione, con lo stesso abito bianco indossato il giorno della prima comunione fatta di fresco - 2) agg. vergine // L’appellativo è attribuito a Sant’Antonio nella nota quartina: “Sant’Antònie vergenèll, annanz a Ddìe sì tant bbèll. K’la tua santità tanta ràzie ciada fa”.
vèrie sf. verga, bacchetta flessibile.
vèrm sm. verme; vèrm d’tèrr: lombrico; il dim.: vermecìll indica anche un particolare tipo di pasta (past a vermecill) // Di chi si mostra insaziabile si dice: “Té u vèrm sólitàrie”.
vèrm lucechiènt sm. lucciola, insetto dei Lampiridi (nsc. Lampyris nocticula), la cui emissione di luce verdastra sull’addome è un richia-mo di natura sessuale.
vermenèle sf. ossiurasi, infezione da vermi dei bambini; traslato: ri-mescolamento dovuto ad un forte spavento (fa menì la vermenèle: far venire i vermi dalla paura) // Un rimedio popolare contro i vermi dei bambini era l’aglio (“L’agghie fa murì i vèrm”).
vermenóse agg. pieno di vermi, infetto // Prov.: “U mèdeche piatóse fa la chièa vermenóse”.
vèrnéte sm. stagione invernale; anche vérn // Prov.: “Dócia vernète póca derrète” (Se l’inverno non è rigido, di raccolto se ne fa poco).
vernià (-ète) v. dif. : evolversi dell’inverno in maniera normale, e cioè con pioggia, freddo e neve.
vernìce sf. 1) vernice, tintura p’vernecià - 2) pelle o similpelle lucida per scarpe, borse, cinture - 2) scintilla, favilla // Alla vernìce d’lu fóche allude l’indov.: “Nté scéll e vóle, nté pizz e pìzzeche”.
vernìne agg. invernale, che si può conservare per l’inverno (melóna vernìne, pemmedóra vernìne...).
vèrr sm. verro, suino maschio da monta; femm.: scrófe.
verzagliére sm. bersagliere.
verzìll sm. taschino del gilé; per est.: borsellino per gli spiccioli.
verzùre [lat. versura (punto dove si gira l’aratro)] sf. versura, unità di misura agraria; pari ad ha. 1,234, è divisibile in 60 pass (vd.).
vesàcce sf. bisaccia // Chi a una domanda risponde: “Acce!” o “Nn’llu sàcce” viene a volte redarguito con: “Mène tutt nt’ la vesacce!”.
véscheve sm. vescovo.
vesetà (-ète) v. visitare // Prov.: “Chi vìsete iè vesetète e chi rrièle iè rrialète” (Visite e cortesie di vario genere non possono essere a senso unico).
vést sf. veste da donna; dim.: vestecciòle.
vestemènt sm. vestito/i, insieme dei capi di abbigliamento.
vestième sm. bestiame in genere.
vèstìrce (o vèstece) (-ute) v. vestire -rsi // Locuzioni: vestìrce all’antiche; vestìrce a llutt; vestìrce d’zite (mettersi in ghingheri per un matrimonio); vestìrce da màscquere (mascherarsi); vestìrce da pòvere (piangere miseria). Il prov.: “Magne a vust to ma vistete a vust d’ ll’àvete” consiglia di abbigliarsi secondo il gusto corrente.
vetranèll sf. scarlattina, morbillo, malattia esantematica cui sono soggetti i bimbi dai tre ai cinque anni.
vetrenàrie sm. veterinario.
vetrère sm. vetraio; per vetro/i il dialetto ha rite, oltre che vétre.
vetrète sf. vetrata, invetriata.
vetrìne sf. vetrina, porta a vetri, mostra di negozio.
vettóne sm. arc. per bettóne (bottone) // Offesa: “Nn’avèle nu còpp d’vettóne!”, cioè nulla.
vève sf. bava.
véve (-éte) v. bere // Dal detto: “Chi zapp ce véve l’acque e chi pute ce véve u vine” traspare l’invidia che circondava un tempo i vignaioli i quali, se non altro, avevano vino assicurato per tutto l’anno.
vévete [da véve] sf. bevuta (farce na bbèlla véveta d’acque).
vevetóre agg. beone, bevitore.
veziùse agg. vizioso, pieno di vizi.
via vìe loc. lungo la via, strada facendo // Prov.: “Via vìe ciagghiùst la salm!” (Per strada si sistema il carico: l’importante è partire).
viàie sm.: 1) viaggio, cammino - 2) quantità di merce equivalente ad un carico del mezzo di trasporto usato e che richiede quindi un viaggio fino al luogo dello scarico - 3) prezzo del biglietto di viaggio.
vianóve sf. strada interurbuna brecciata o asfaltata, contrapposta a trattùre, sentiero in terra battuta.
vìcce sf. femmina del tacchino (vallenàcce); in senso traslato sono definite vìcce o vicciùne donne prive di remore.
Viche spr. Vico Garganico; abitanti: vecaiùle // Detto: “Sò d’Viche e n’ mm’frìche!”.
vìe sf. via; dim. viarèll (viuzza, anche traccia lasciata da un gocciolio) // Il detto: “Allung la vìe e vattìnn a càstete” è un invito a diffidare delle scorciatoie.
viète agg. beato, felice (“Viète a te!”) // Il prov.: “Viète a chi ddà vé e trist a chi adda dà!” evidenzia che, tutto sommato, la posizione del creditore è preferibile a quella del debitore.
vignaróle sm. vignaiolo.
vigne sf. vigna // I detti “Chi té la vìgne té la tìgne” e “La vigne té la tigne e s’nn’lla zàpp nn’vennìgne” sottolineano il fatto che, mentre per la maggior parte dei lavoratori dei campi si alternano periodi di intensa attività ad altri di relativa stasi, per i viticultori quasi non c’è tregua, avendo le viti bisogno di cure continue.
vignèle sm. meniano, scala esterna con ballatoio (se ne possono vedere ancora diversi esempi nel centro storico cittadino) // I vignèle, un tempo molto numerosi, furono in gran parte rimossi nella prima metà del secolo scorso, in concomitanza con l’abbattimento di porte e mura di cinta, per dare aria e agibilità agli stretti vicoli del centro storico. All’epoca, mentre il Comune si accollò le spese della rimozione dei vignèle, quelle per la realizzazione delle scalette interne di accesso ai soprani restarono a carico dei proprietari, “autorizzando solamente a qualcheduno, ove la situazione lo permetteva, di piantare (fuori la strada) non più di due gradini della larghezza di un palmo” (Pitta, pag. 315). Il term. deriva da vìgne, probabilmente per il pergolato che, creando una zona di frescura, rendeva il ballatoio il posto preferito d’intrattenimento estivo.
Vignóle spr. Vignola, quartiere che si snoda lungo l’attuale Via Gramsci, detto la Vignóle perché sorto, negli anni Venti, su una vigna appartenente a Don Raffaele Paolicelli. Vi lavorarono maestranze barlettane che interruppero i lavori per sopravvenute difficoltà della committenza.
vill [lat. villa] sf. giardino, villa // Ad Apricena la Vill per antonomasia è quella comunale, a proposito della quale si legge nel Pitta (pag. 457) che fu iniziata nel 1924 “su di una superfice di 1 ettato, 23 are e 45 centiare, quante ne misuravano la vigna, l’orto ed il piazzale antistante la Chiesa dei Frati Cappuccini” e che fu poi ingrandita ed abbellita dal Conte Castro Sanniti. Graduali modifiche hanno cancellato del tutto la pineta originaria e fatto scomparire anche u chiòsk e la rotonda nei suoi pressi. Risparmiato è stato invece il querceto del Parco delle Rimembranze, con 138 querce, ciascuna delle quali ricorda un caduto della I Guerra Mondiale. Punti ancora caratterizzanti sono Cummènt e Muntagnèll, trattati a parte. Per curiosità va detto ancora che, in occasione dell’inaugurazione della Villa, circolò ad Apricena una canzone che prendeva in giro le giovanette che si mostravano elettrizzate dalla novità: “Mamma mìe k’mmuìne ch’è succéss a La Prucìne! K’ne póche d’vellétt sò mméss gnióche i giuvenétt. Hanna lassète la cavezétt p’vedé i biciclétt. Nn’cùrene u sólléóne p’ vvedé Mónt e Tóne [due ciclisti dell’epoca]. Hanna fatt la Muntagnèll ca iè na cosa bbèll. Quann nn’hann k’ffa dda ssópe vann a ciarlià...”. Qualche giuvenétt offesa ha così risposto per le rime: “K’ sckifézz fann l’òmmene d’caccià i canzunétt. E nn’vvédene i mugghiére ca fann pèie d’li giuvenètt. I marìte a cucenà e lóre vann a spassià. K’la scuse d’la tredecìne vann a truvà a Don Vencenzìne!”.
vine sm. vino // Finita la vendemmia, poco o molto che sia stato il raccolto, messo il mosto a fermentare nelle botti dopo la spremitura, per San Martino esso si è già trasformato in vino (“A Sant Martine ogni must iè fatt a vine”) e, se di buona qualità, non avrà neppure bisogno dell’insegna per trovare acquirenti perché “U vine bbóne ce vénn sènza bandiére” (quella rossa dalla quale erano un tempo contraddistinte le cantine). Ad ogni buon conto qualcuno, precorrendo i tempi, pensava bene di coniare, per il proprio vino, veri e propri slogan pubblicitari (ad es.: “Lu vine d’ Papalìll t’fa zumpà accóme e nu rill!”), urlati poi per il paese dai bannaiùle (vd.) che giravano offrendo assaggi gratuiti del vino reclamizzato. Comprare però pane e vino perché non prodotti direttamente era, nella società contadina, ritenuto rovinoso per il bilancio familiare (“Pène accattète e vine ammuserète trist a quédda chèse ca c’è capetète!”). Si sa comunque che il vino giova sia all’umore che al fisico. Potendoselo permettere, ecco una ricetta di sicuro effetto: “P’sta bbóne: pinnele d’chiank (carne) e scerùpp d’cantine (vino)”. Per quanto benefici possano essere però gli effetti del vino, a berlo senza moderazione si corre non solo il rischio di dire qualche sproposito (“U frutt d’la rèst fa parlà tédésk”), ma anche di perdere gran parte del proprio valore di uomo (“Iòmmene d’ vine: quatt a carline”).
vinghie sm. vimine/i, in part. i virgulti di olivo usati un tempo per manici, fondi e strutture di canistre, data la loro flessibilità e resistenza // Il dim. compare nel prov.: “Chiìche vinghietìll quann iè tennerìll”, che consiglia la severità già con i figli piccoli.
vint num. venti.
vìpere sf. vipèra.
vìrghele sf. virgola (fa tutt a punt e vìrghele: essere molto precisi).
vite sf.: 1) vita // I detti sul tema sottolineano in genere l’estrema brevità dell’umana esistenza: “La vite iè na capuccèl”; “La vite iè n’affaccète d’ fenèstre”; “La vite iè na schèle: vune scégne e l’àvete nchiène” - 2) vite, pianta dell’uva - 3) bullone.
vittórétt sf. automobile.
vizie sm. vizio // Proverbi: “Ha mà l’óme k’lu vìzie só”; “Vizie d’natùre fine alla mòrt dure”.
vive agg. 1) vivo // “I crestiène ce respettène vìve”, afferma un noto detto, infatti i morti non hanno più alcuna esigenza. A volte si archiviano errori o disavventure con l’escl.: “Sò cóse ca càpetene a li vive!” - 2) imperativo di véve: “Bevi!”
vivì avv. il term., nato dall’accostamento di due vì equivale a: vedi vedi // Di chi ha qualcosa e non la usa si dice: “La té vivì!” e cioè solo per ammirarla e farla ammirare.
vòcce sf. malessere improvviso, colpo apoplettico // Maledizione: “Ca t’pòzza menì la vòccia nére!”.
vógne (vónt) v. ungere; traslato: passare somme sottomano in cam-bio di favori // Il v. compare in senso proprio e metaforico nel detto: “Ha vógne i róte p’cammenà!”.
voimà voc. mamma; meno comune è voipà (papà) // Nel testo che segue una ragazza chiede a madre e padre non solo di prepararle il corredo, ma anche di provvedere a trovarle un fidanzatino come si deve: “Voimà, voipà, iì me vòie maretà: vòie na casce chiène d’pann e nu uaglióle d’sideciànn”.
vók sf. bocca // Il prov.: “La vók iè nu capetèle” evidenzia il fatto che, ieri come oggi, tanti si guadagnavano e si guadagnano da vivere dicendo le parole giuste al momento giusto.
vólepe (pl. vùlepe) sf. volpe; dim. vulepàcchie // Nel rispetto della metafora classica, di furbacchioni si dice: “Iè nu vulepóne vècchie”
vóll (vellùte) v. bollire. // “Sópe u còtt l’acqua vellùte!” è un’escl. che si fa quando ad una disgrazia ne segue un’altra.
vòmmeche sm. vomito.
vòmmere sm. vomere, parte principale dell’aratro costituita dall’insieme della lama ricurva (vèmbre) e del suo supporto di attacco; d’vòmmere l’aratro può averne uno solo (vulevèrr e felettèrr), due (bevòmmere) o di più (ratìne), per tipi diversi di aratura.
vòrie sf. vento gelido di tramontana // Il prov.: “La vòrie mpréne la maiddése e nasce u figghie acquarùle” è scentificamente esatto, infatti la pioggia nasce proprio dall’incontro tra un vento freddo (in questo caso la vòrie) con uno tiepido (la maiddése).
vòsk sm. bosco // Prov.: “La fème fa scazzecà u lupe da lu vòsk”.
vótacièle sm. capogiro con perdita di equilibrio (alla lett.: giracielo).
vótafàcce sm. voltafaccia.
vóte: 1) sf. volta (na vóte p’tutt; na vóte e bbóne) // Per molte cose: “Na vóte e dui vann bbóne, ma la tèrza no” - 2) sm. voto elettorale.
vótt (pl.: vutt) sf. botte; dim. vuttecèll // Prov.: “S’vvu nghiì li vutt, zapp mpùnn e pute accùrt”.
vòttachianchétt sm. grosso martello di legno per battere e assestare le basole (chianchétt) per la pavimentazione di strade o case
vòttavòtt sm. calca, ressa in cui si fa a spintoni; alla lett.: spingi spingi.
vóve sm. bue // Nel prov.: “U vóve schegnùre a lu ciucce: -Chernùte!” il bue lancia un’offesa che, per ragioni oggettive, sarebbe il meno indicato a fare.
vràcce sm. braccio/a // Prov.: “La fémmene quann iè zite té sètt vracce e méza léng, quann iè spusète té sètt léng e méze vracce”.
vraccète sf. bracciata, quantità che può stare tra le braccia.
vrachétt sf. patta dei pantaloni.
vrascére sm. braciere // Ancora in uso nelle case di anziani, u vrascére è un recipiente di rame o altro metallo adatto a contenere il fuoco d’la carevunèll. Inserito in una pedana circolare di legno per appoggiarvi i piedi (u pède ’u vrascére), costituiva un punto di aggregazione per l’intera famiglia che intorno ad esso si riuniva per riscaldarsi, chiacchierare, e persino divertirsi, ravvivando di tanto in tanto il fuoco con l’apposita palétt.
vrécce sf. brecciame, pietrisco (anche vreccème); accr. vreccióne.
vrèche sf. brache, imbracatura di animali da tiro // Prov.: “U ciùcce ca ncià vvist mèie i vrèche, quann ce li véde ce li chèche!” (La ricchezza improvvisa fa perdere a volte il senso della misura).
vrèsce sf. brace.
vrétt (pl. vrìtt) agg. sporco // La loc. sta vrètt ngann allude alla mancanza cronica di voglia di darsi da fare.
vròcchele sm. broccolo, cavolfiore // Un piatto tipico è costituito da i cecatèll k’li vròcchele.
vrògnele sm. bernoccolo // Minaccia: “Té fa la chèpe vrògnele vrògnele!” (Ti riempirò la testa di bernoccoli).
vrugnalétt sf. bianchetto, pesce azzurro di piccola taglia // I vrugnalìtt riempiono la casa di un aroma particolare, se preparati con aglio, olio, prezzemolo e pane grattugiato.
vrugnelóse agg. pieno di bitorzoli.
vrùscele sm. brufolo, infiammazione sottocutanea provocata da stafilococchi entrati nel condotto pilifero (spurà nu vrùscele: rompere e spremere un brufolo); dim.: vruscelìcchie.
vruscìll sm. ventriglio della gallina.
vu: 1) pron. voi (vu, nu e llóre) - 2) v. vuoi (da vulé) // Nell’offrire a qualcuno qualcosa di buono per il palato con “Lu vu?”, può capitare di sentirsi rispondere: “Lu vu ce dice a li malète!”, come a dire che i sani non rifiutano niente.
vuccàgghie sm. foro, apertura, in part. la bocca del pozzo.
vucchelère sm. guance e sottomento suini che si salavano e appendevano a la pèrteche insieme alle altre provviste; per est.: sottomento umano, pappagorgia.
vucchelóne agg. borioso, smargiasso, di bocca larga.
vucèll sf. uccello // L’arcaismo compare, tra l’altro, nel detto: “La bbóna nuvèll la pòrt la vucèll”.
vucenànt [lat. vicinans, -ntis] vicino di casa (vd. vucìne) o di fondi agricoli (anche cunfenànt).
vucenètes m. insieme dei vicini.
vuchèche sf. rovo, pianta delle more (merìquele), che si sviluppa a macchie dalle lunghe ramificazioni vicino alle macére (fam. Rosacee) // A una spina di rovo è paragonata la suocera nel detto: “La sòcere iè spine d’vuchèche”.
vuchèle sm. boccale per la mescita del vino; dim. vucalétt.
vucìne [lat. vicinus (abitante dello stesso vicus)] sost. vicino di casa; anche vucenànt // Proverbi: “Vucìne vìgne vìgne, da ràss mamm e fìgghie, cumpère cènt mìgghie”; “Pure la réggine iève besógne d’li vucìne”; “S’vvu frecà a lu vucìne iàvezete prèst a la matìne”; “Chi té lu mmèle vucìne té lu mmèle matìne”.
vulà (-ète) v. volare // Il detto: “Vóle u ciucce? Vóle!” riprova chi ripete acriticamente dicerie o segue mode fuori dalla logica e dal buon gusto.
vulànce sf. bilancia.
vulancìne sm. animale da tiro che, attaccato a lu vulancióle, è di aiuto a quello sotto le stanghe.
vulancióle sm. bilancino, traversa di legno di cerro alle cui estremità si attaccavano i tiranti di un animale di rinforzo al di fuori delle stanghe di un carro o all’aratro.
vulé (velùte) v.: 1) volere, desiderare in moglie // Il prov.: “Quann la zìte iè maretète tutt la vónn” evidenzia come spesso, dopo le nozze, gli ex spasimanti rimpiangono di non essersi fatto avanti per tempo. Di donne dall’aspetto sgradevole si diceva in passato: “Nn’ll’ha velùte mank u rre, tant ca iè brutt!”, con allusione allo ius primae noctis di feudale memoria - 2) essere necessario, occorrere // L’escl.: “Ce ve vónn e ce ne vónn!” sottintende d’ sòld che, per gli spendaccioni, non bastano mai.
vuléie sm. voglia, desiderio // In genere accondiscendenti si è verso le voglie delle donne in stato interessante, ritenendosi che, se non soddisfatte, possano provocare al nascituro delle macchie dette, appunto, vuléie.
vulevàstre sm. olivo selvatico.
vulevèrr sf. aratro monovomere pesante per dissodamenti; era trainato di solito da due o anche tre cavalli.
vulive sm. olivo/a, sia il frutto che l’albero // Pianta tipicamente mediterranea, trova le condizioni ideali alla crescita proprio in Puglia, la maggiore produttrice d’olio d’oliva tra le regioni italiane. D’vulìve si distinguono numerose varietà: a nnuce (olive grandi adatte a ièss curète), prenzùne (vd.), ugghiùle (da olio), córatìne (di Corato), marìne dùce, marìne mère e returnèll, queste ultime piccolissime.
vullènt agg. bollente.
vummacà (-ète) v. rimettere, vomitare (loc. intensiva: vummacà l’òcchie) // Il detto: “Té lu piatt d’óre e ce vòmmeche da dint!” sottolinea il fatto che la ricchezza da sola non è garanzia di felicità.
vummacarìe sf. stomacaggine, azione o cosa nauseabonda, che fa rivoltare lo stomaco.
vùnece num. undici (i sùrgetìll nella tombola; vd. tumbelóne).
vùnghele sm. baccello di fave, piselli, ecc. // L’escl.: “Chiantème fève e cugghìme vùnghele!” evidenzia il fatto che non sempre le cose vanno come desiderato.
vunnèll sf. gonna, gonnella; dim.: vunnellùcce // Con l’espr.: “La vunnèll mìe iè tónn e nce sta nènt da dìce!”, le donne controbattevano un tempo dicerie sul loro conto.
vurdenàrie [lat. ordinarius] agg. ordinario, di qualità modesta; contr.: fine (di alta qualità).
vurìzie sf. regolizia, liquirizia; anche sucaméle (vd.).
vùrie sf. auspicio, augurio (métt la mmèla vùrie: fare l’uccello del malaugurio) // Col term. s’indica il genio benefico delle case in cui, agli occhi degli invidiosi, sembra che le cose vadano particolarmente bene (“Dint a ddà chèse ce sta la vurie”). Ma la vùrie può essere anche malefica, venendo identificata con un mostriciattolo che, negli incubi, posizionandosi sul petto, immobilizza la vittima impedendo qualsiasi movimento, nonché di urlare per chiedere aiuto. Per curiosità va detto che, nel dizionario etimologico della Carassiti, si legge che gli incuba dei Romani [da in (sopra) e cubare (giacere)] erano concepiti da un lato “come sogni morbosi e angosciosi che hanno come loro principale carattere la percezione dolorosa di un peso immaginario sull’epigastrio o sul petto, con l’impossibilità di gridare, fatto che si immaginava fosse dovuto ad uno spirito maligno” e dall’altro come “custodi dei tesori che stavano sotto la terra: erano raffigurati con piccoli cappelli di cui occorreva per prima cosa impadronirsi per costringerli a dichiarare i luoghi dove erano nascosti i tesori”. E’ evidente l’analogia degli incuba romani sia con la vùrie che con i scazzemurrèll (vd.).
vurrànie sf. borracina (nsc. Borago officinalis), dalle foglie e dai gambi rasposi, che, ripuliti e intinti in un po’ di sale, diventano commestibili.
vurtécchie sm. rondella di legno che fa da contrappeso all’asta d’u fuse (vd.).
vurtedóse agg. virtuoso // Prov.: “La mèna vurtedóse té sèmp da fa qualchéccóse”.
vusà -rce (-ète) v. usare, -rsi, andare di moda (cià vuse: si usa; ncià vuse cchiù: non si usa più).
vusànz sm. usanza, tradizione.
vuscèrt sf. lucertola // Di chi appare fortunato si dice a volte: “Té la vuscèrt a ddui códe!”.
vuscèrta vermenósa sf. geco, o lucertola dei muri, non bella a vedersi ma inoffensiva e persino utile perché si nutre di zanzare.
vuscìche sf. 1) vescica - 2) bolla epidermica con acqua traslucida conseguente ad ustioni o a ripetuti sfregamenti di attrezzi che fann fa, alla lunga, i vusciche a li mène.
vusckà (-ète) v.: 1) bruciare, in part. di ferite; 2) rifl. -rce prendersela, sentirsi pungere nel vivo.
vusckatùre sf. bruciore.
vussà (-ète) v. spingere, spostare; anche vuttà.
vust sm.: 1) gusto (pigghiàrce u vust: prendersi lo sfizio) - 2) busto (“Avust: cùprete u vust”).
vustenàrce (-ète) v. ostinarsi.
vustenèll [da Avust] sf. agostinelle, triglie così dette dal fatto che si pescano ad Agosto; sono di piccola taglia perché giovani.
vustenète agg. ostinato, intestardito, irremovibile da un proposito.
vutà (-ète) v.: 1) votare, dare il voto - 2) voltare, girare // Indov.: “Vute vutann, gire gerànn, fa quedda cóse e pu ciarrepóse” (sol.: la chiave) - 3) rifl. (-rce) voltarsi, mutarsi, di umore o condizioni metereologiche (“Se ce vóte Marz t’ fa tené u cule iàrz”).
vutazióne sf. votazione, elezioni.
vute sf.: 1) gomito // L’espr.: “T’ha vulé muccecà i vute e ncià puté rrevà!” è un modo colorito per profetare tardivi quanto inutili pentimenti - 2) voto religioso per impetrare una grazia o in riconoscenza per una ricevuta // Di ex voto, e cioè quadri raffiguranti le circostanze del miracolo, oggetti d’oro, ingessature, stampelle, ecc., rigurgitano i santuari e, per averne un’idea, basta recarsi a Sant Lazzère ove ne è esposta una ricca serie. Ad Apricena era un tempo frequente, da parte delle nostre donne, il voto d’iì a pède scàveze a la Madònn ’i Ncurnète. Il punto in cui ci si scalzava era l’incrocio tra Via Monte S.Michele e Via Piave, a circa un km. dal Santuario.
vutère sf. altare/i // Spesso si minimizzano gli errori col detto: “Pó sbaglià u prèvete sópe la vutère, npòzz sbaglià iì?” (o “npù sbaglia tu?”).
vutète sf.: 1) girata, svolta - 2) cambio improvviso di umore // Di chi è soggetto a sbalzi si dice a volte: “Tè i vutète accóme e Marz”.
vuttà (-ète) v. spingere, spostare.
vuttèle agg. dottato, particolare tipo di fichi dalla buccia verde e dalla polpa violace (i fìquera vuttèle).
vuttère sm. bottaio, artigiano specializzato nella costruzione d’vutt, vascèll, varile, ialétt, ecc.
vuttète sf. spintone (dà na vuttète).
vuzz agg.: 1) acerbo, gusto tipico di alcuni frutti quando non sono del tutto maturi (cachi, melacotogne, ecc.) - 2) spuntato, poco tagliente, usato in part. per scalpelli ed altri attrezzi d’scarpellìne che hanno spesso bisogno di essere, ogni tanto, appuntiti.
vvelenà-rce (-ète) v. avvelenare, amareggiare -rsi.
vvelenète sf. sofferenza resa intensa dalla stizza (pigghiarce na vvelenète).
vvelì -rce (-ùte) v. avvilire -rsi.
vvénce (vvént) [lat. advincere] v. legare, avvincere (fàrce avvénce: farsi vincere o convincere).
vvesà (-ète) v. avvisare, avvertire // Prov.: “Chi vvìse móre accìse”.
vvucenà -rce (-ète) v. avvicinare, accostare, -rsi.
vvuchète sm. avvocato/i // I detti sulla categoria ne sottolineano lo strapotere (“U cliènt mmène a l’avvuchète iè ccóme lu sórge mmók a la iatt”) e l’esosità (“U becchìne spogghie i mòrt e l’avvuchète spógghie i vive”). Pur di stare alla larga da tribunali e avvocati: “Iè mmègghie nu mmèle accòrd ca na càveza vént”.




