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Lettera "P"
p’ prep. per (“P’n’àcene d’sèle ce uàst la menèstre”).
paccheià (-ète) v.: 1) dare una buona dose di pak (schiaffi) - 2) nel gergo giovanile: amoreggiare.
pacchianèll sf. pacchiana, contadinella in abiti vistosi (maschera canevalesca tradizionale).
pacchiène agg. vistoso, sgargiante.
paccùte agg. ben messo in carne, con deretano abbondante, e cioè con grosse pak d’cule (lombi).
pacientùse agg. paziente, docile.
paciènz sf. pazienza, sopportazione // Con l’escl.: “Ce vó la paciènz d’ Giòbb!” si allude al personaggio biblico noto, appunto, per la sua capacità di sopportazione. Al wellerismo: “-Ce vó paciènz!-, ha ditt u mòneche” qualcuno aggiunge: “e cià magnète la frettète”.
Padretèrn sm. Padre Eterno, Dio // Le due parti che compongono il nome sono, per ragioni di rima, invertite nel detto: “Chi nn’vvó bbéne a la mamm e lu patre nn’ vvó bbéne mank a l’Etèrn Patre”.
paggèll sf. pagella scolastica.
pàggene sf. pagina
pagghiaióle (o metaióle) (pl. -ùle), sm. bracciante specializzato nella costruzione di méte (vd.).
pagghiarìcce sm. pagliericcio, saccone di paglia o foglie secche; in part. il giaciglio dei carcerati.
pagghia vùgghie sf. foglie secche della bistorta (fam. Poligonacee) che era usata un tempo per legare i tralci ai supporti, impagliare sedie, damigiane ed altro // Di chi è ingenuo o disinformato si dice a volte: “Sta dint la pagghia vugghie!”.
pàgghie sf. paglia; in senso traslato: boria (fa sóle pagghie) // Mentre quella di grano tenero ed avena veniva un tempo stipata, nelle aie della trebbiatura, in grosse méte che conferivano un aspetto caratteristico alle nostre campagne, la pagghie di grano duro, non adatta all’alimentazione animale a causa della presenza di listre, veniva invece venduta a li calechère (vd.) o alla cartiera di Foggia. Oggi la si lascia in genere sulle stoppie insieme alle quali sarà poi bruciata // Prov.: “Tra la pagghia vècchie e la nóve ce móre u ciùcce”.
pagghière sm. pagliaio, capannuncia di frasche, ricovero per pastori ed animali // In assenza di costruzioni, in campagna si elevava d’estate un pagliaio per avere ombra durante le pause lavorative e ricovero in caso di pioggia, oltre che per depositarvi piccoli attrezzi, provviste, ecc. L’uso dell’auto anche per recarsi fóre ha reso superflui i pagghière.
pagghiére sf. locale delle masserie adibito a deposito di paglia.
pagghiòsck sm. bandolo; tale è, almeno, il senso del term. nella loc.: nn’ppigghià pagghiòsck (non riuscire a venire a capo di una situazione).
pagghiùse [da pàgghie] agg. borioso, vanaglorioso.
pagliétt sf. paglietta, copricapo di paglia a larga tesa usato un tempo in campagna durante i lavori estivi (mietitura, trebbiatura, ecc).
pagnòtt sf. forma/e di pane di grandezza contenuta, e cioè più piccola d’la panétt; dim.: pagnuttèll.
pagnuttèll d’San Bièse sm. pagnottella/e di San Biagio, piccoli panini azzimi che diverse donne preparano ancora, in occasione della festa del Santo protettore della gola (3 Febbraio) e che, dopo la benedizione in chiesa, distribuiscono a vicini e conoscenti che le consumano dopo una preghiera e un segno di croce.
pagnuttèll d’Sant Savastiène sm. pagnottelle di San Sebastiano // Venivano prodotte, benedette e distribuite il 20 Gennaio ed erano del tutto simili a quelle di San Biagio, però, mentre queste ultime avrebbero dovuto e dovrebbero proteggere dal mal di gola, i pagnuttèll d’Sant Savastiène erano finalizzate a portare giovamento ai sofferenti per i brividi causati dalle febbri malariche (vd. fréve a ffrédd) in quanto il Santo “per essere stato frecciato nudo durante i massimi rigori dell’inverno, ben poteva comprendere le sofferenze dei poveri malarici (Pitta, pag. 186)”.
pagnuttìst [da pagnòtt] agg. opportunista, che si vende per favori.
paià (-ète) v. pagare // Il v. e il contrario sìgge compaiono nel seguente palleggio che dibatte la tematica del dare e dell’avere: “Uì, uì, uà, avèssem’avé quant amma dà! Avìm’avé, avima dà, avima sìgge e amma paià. Amm’avùte e amma dète, amma seggiùte e amma paiète. Ué, ué, ué, lu secàrie e lu café. Lucill d’stu córe, vòie tant béne a té!”. Comunque si sa che “A murì e a paià ha sèmp retardà” anche perché: “Chi pèie annànz iè mmèle servùte”.
paiamènt sm. pagamento // Il prov.: “I figghie sò i nemìce a paiamènt” pone l'accento sulla frequente ingratitudine filiale.
paiatóre sm. pagatore, debitore // Prov.: “Da u mmèle paiatóre sfik quédd ca pu”.
paiése sm. paese, cittadina; dim. paisòtt // Proverbi: “U paése iè d’li paisène”; “U paése tó iè u paése tó”; “Addóva va iè mónn e paèse: ce stann i bbòne e ce stann i mmalamènt, ce stann i campène e ce stann i puttène”.
paisà sm. paesano, vocativo con cui s’interpellano di solito gli abitanti dei comuni vicini.
paisène agg. paesano, compaesano (di persone), di produzione locale (di generi alimentari).
pak [long. pakka] s.: 1) m. pacco, involto (dim.: paccòtt) - 2) schiaffo, manrovescio (menà nu pak) - 3) f. metà di legume (pak d’fève, pak d’cice…) - 4) lombo/i (pak d’cule) - 5) pudende femminili.
palanchìne sm. asse di traìne usato dai petraiùle per scardinae la parete rocciosa e come leva per i blòk.
palascène agg. tranquillo, pigro // Il term. è probabile deformazione dialettale di pelagiano, cioè seguace di Pelagio, monaco irlandese del V sec. che predicava la necessità, per l’uomo, di conquistare la salvezza con le sue proprie forze. Stando al senso che ha assunto in dialetto l’aggettivo, è molto difficile che i palascène riescano a conquistare qualcosa.
palatèll sf. filoncini casarecci ottenuti dalla stessa pasta del pane.
palàzz sm. palazzo // Iabbetà npalàzz era un tempo prerogativa dei signori (segnùre d’palàzz) che si distinguevano anche in questo modo dalla massa che viveva a pianoterra o nei seminterrati.
palète sf.: 1) colpo di pala, quanto può essere rimosso in un sol colpo dalla pala stessa - 2) botte, legnate // A parte il fatto che si parla di solito per abbondanza di na nzacchète d’palète o d’nu paliatóne, alcune mamme all’antica, che insegnavano le buone maniere a suon di busse, non mancavano di sottolinearne il valore pedagico, pretendendo dai figli, che le avevano prese, la seguente dichiarazione: “I palète sò scióre d’ vertù e, quann l’àie, m’arrecréie”.
palétt sf. paletta/e // Nelle case di un tempo d’palétt d’fèrr ce n’erano almeno due, e cioè quella p’rrecògghie la munnézz e la palettùcce p’ sbrascià u fóche nt’lu vrascére.
palettò [fr. paletot] sm. cappotto.
palià (-ète) v. paleggiare granaglie o legumi per separarli dalla paglia o da altre impurità (palià i sòld: spendere e spandere).
palie [lat. pallium] sm.: 1) palio, drappo che, legato ad un’asta, con sopra un simbolo o l’immagine di un santo, costituisce l’emblema di congregazioni religiose che lo portano nelle processioni - 2) baldacchino a otto mazze che copriva un tempo nelle processioni il Corpus Domini o seguiva i santi più importanti, come ad es. l’Incoronata - 3) premio delle corse dei cavalli e, per est., la corsa stessa // Palii paesani si correvano, sino a non molti anni fa, in occasione della festa d’la Madònn ’i Ncurnète, la domenica pomeriggio, con partenza all’altezza della masseria La Tórr sulla strada per San Paolo ed arrivo sulla salita che porta a lu Turrióle. Una folla “sbracciata, multicolore, ai bordi dello stradone, accalorata dal sole di maggio e invasata dalla gara nel pieno del suo svolgimento, ondeggiava, vociava, inveiva, incitava il suo cavallo preferito e il fantino amico nei quali rivedeva l’alfiere del proprio gruppo e quasi inconsciamente il portacolori della propria contrada” (Clima, pag. 246). Alla corsa dei cavalli montati a pelo, seguiva quella degli asini che suscitavano il riso generale, andandosene ognuno per conto proprio, mentre i fantini spesso appiedati cercavano, a suon di busse, di indizzarli verso il traguardo.
palìtt sm. asta di ferro pieno con punta a piede di porco usata per sollevare e spostare grossi pesi, come, ad esempio, i blòk nelle cave.
pall sf.: 1) palla/e da gioco - 2) testicolo/i - 3) bugia/e.
pallacùk sf. galla/e, escrescenze delle querce provocate, in partico-lari condizioni, da punture d’insetti.
pallàndre sf. ciottolo levigato dall’acqua fluviale o marina.
pallóne sm. pallone per il gioco del calcio, il gioco stesso (iucatóre a pallóne: calciatore) // Si tratta indubbiamente dello sport più popolare. Tra i tanti che si sono dedicati ad esso prima come giocatori e poi come animatori per assicurare la continuità nel ricambio generazionale, va ricordato almeno Cenzìne (Vincenzo Martucci), l’unico apricenese, tra l‘altro, insignito nel 2000 di medaglia d’oro dalla FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) per una vita dedicata al calcio con autentica passione. E’ grazie a gente come lui che la squadra cittadina è tornata a militare di recente in Promozione (1996/97), traguardo non più raggiunto dal lontano 1960/ 61, col passaggio, nel 2000/01, addirittura in serie D. In quanto al calcio giovanile apricenese, un momento esaltante è stato quello che ha visto la squadra della locale Scuola Media, allenata dai Proff. Felice Cataneo ed Enzino Migliore, giungere, nei Giochi della Gioventù dell’Anno Scolastico 1985/86, tra le prime quattro a livello nazionale. In tutto il torneo perse una sola partita contro una rappresentanza delle scuole italiane in Canada, classificandosi al 3° posto.
pallòtt sm.: 1) pallottola/e di arma da fuoco - 2) palla/e di neve.
pallunère: 1) s. venditore di palloni - 2) agg. bugiardo, cioè venditore di balle e frottole (anche pallunìst).
palm s.: 1) m. palmo della mano - 2) f. palma, albero tropicale da datteri - 3) ramoscello di ulivo che, dopo la benedizione in chiesa, la Domenica delle Palme viene portato a parenti ed amici in segno di pace; per est. la ricorrenza stessa - 4) unità di misura borbonica pari a 26,5 cm. (anche palmète).
palmeggène s.: 1) m. parmigiano - 2) f. melanzane alla parmigiana.
palómm (pl. -ùmm) sm. colombo, piccione // L’allevamento era un tempo diffuso anche perché economico, essendo i palùmm del tutto autosufficienti, dopo l’allestimento delle colombaie (palummère). La carne d’li palùmm, considerata prelibata, era riservata ad ammalati e partorienti.
palummèll sf.: 1) farfalla - 2) giovane colombo (dim. di palómm) - 3) durante il Ventennio, il termine indicava la mezza lira, dall’aquila imperiale che campeggiava su di una facciata, mentre sull’altra vi era la testa di Vittorio Emanuele III.
palummère sm. insieme di nidi per colombi.
Palummìne spr. Palombino, contrada a un paio km. da Apricena sulla strada per San Marco in Lamis, contrassegnata dai poderi realizzati dall’Ente di Riforma negli anni Cinquanta; vd. putére.
palùnie sf. muffa, in part. quella che si forma sugli alimenti non consumati in tempo utile.
p’amóre ca... loc. poiché, siccome, per il fatto che.
pàmpenesf.: 1) pampino di vite - 2) fiocco di neve a falda larga; dim.: pampanèll (sciuccà a pampanèll).
panèll sf. pagnottella, piccola quan-tità di pane // Il term. compare nel noto prov.: “Mazz e panèll fann i figghie bbèll, pène e sènza mazz fann i figghie pazz”.
panère sm. paniere; dim. panarèll // Prov.: “U pène n’nchèle da ncièle k’lu panarèll”.
panétt sf. forma di pane rotondeggiante tipica della tradizione locale; quelle confezionate un tempo in casa erano in genere di vari chili.
panettére sm. panettiere; anche furnère (vd).
pann sm. panno/i, sia come insieme di capi di abbigliamento (Càreche d’pann nn’ffa mèie dann), che come corredo femminile, la cui consistenza si usa ancora oggi misurare in base al numero delle lenzuola (pann a la quatt, a la iòtt...).
pann ’u làtt sm. pellicola che si forma sul latte dopo la bollitura.
pannaccère sm. venditore ambulante di tessuti che un tempo portava, di strada in strada, sópe a na trainèll o addirittura a spalla.
pantàsme s. fantasma.
pantecà (-ète) [prov. pantajàr] v. aspettare con ansia, spasimare nell’attesa di qualcosa di desiderato.
pantène sm. stagno, pantano // U Pantène per antonomasia è per noi il Lago di Lesina cui si allude, ad es., nella loc.: iì a rrecògghie l’acque a Pantène (fare un’azione inutile) e nell’escl.: “Camì, va cchèche a Pantène!”, che è un modo per mandare a quel paese (Lesina, appunto!).
panzétt sf. pancetta, in part. quella d’agnello, che si prepara al ragù con ripieno di uova.
papagghióne sm. grande focolare situato centralmente nel locale che, nelle masserie, era adibito a cucina.
papàgne [lat. papaver] s. 1) f. rosolaccio, papavero (anche sckattelóne) - 2) f. sonnolenza // “M’sta menènn la papàgne!” si esclama a volte quando si comincia ad avvertire una certa pesantezza agli occhi - 3) m. sonnifero, papaverina // Nell’inedito La mia Apricena di Vincenzo Mastromatteo si racconta, citando le persone coinvolte, che una mamma, dovendo recarsi a lavorare in campagna ed avendo un figlio ancora poppante, per farlo dormire per l’intera giornata, aggiunse al latte un infuso di papàgne. Evidentemente esagerò nella dose perché a sera il bimbo non si era ancora svegliato e non riaprì gli occhi neanche la notte e la mattina successiva. Datolo per morto, gli fu fatto il funerale. Quando all’alba del giorno dopo il custode aprì la Chiesa, vedendo che il bimbo era vivo e piangeva nella bara, lo avvelenò all’insaputa della mamma per “la legge che dice: una volta entrati in terra santa non si esce più”. Del fatto che alcune madri, costrette ad allontanarsi dai figli per esigenze di lavoro, somministravano ai bambini estratti di papavero per farli dormire durante la loro assenza, parla anche il Cortelazzo nel Dizionario dei dialetti italiani.
papagnóre sm. (arcaico) nonno, o bisnonno; f. mammagnóre.
paparóle (pl. -ùle): 1) sm. peperone/i; dim. paparulìcchie // Il term. ha il senso traslato di denaro nella loc. farce i paparùle, di sciocchezza nella domanda: “A quant li vinn i paparule?” e di sciocco nelle offese tra bambini, che accompagnano a volte l’ingiuria appoggiando al naso il pollice della mano aperta a palmo.
paparòss [da papà e ròss (grande)] sm. nonno; f. mammaròss.
Papa Sist spr. Papa Sisto // “Ciassemègghie a Papa Sist!” si dice a volte di chi se ne sta spaparanzato, dandosi arie da gran signore. Il riferimento è a Sisto V il quale, nei suoi cinque anni di pontificato (1585-1590), risanò le casse pontificie, diede a Roma un nuovo aspetto urbanistico, portò a termine l’edizione ufficiale della Bibbia in latino (la Vulgata) e risolse un’infinità di altri problemi come, ad esempio, quello di ristabilire l’ordine interno allo Stato Pontificio procedendo con implacabile severità contro briganti e malfattori. Un aneddoto che dà ben chiara l’idea dell’energia del pontefice, narra che, giunto sul posto dove si era radunata una gran folla attratta dal presunto miracolo di un crocifisso sanguinante, Papa Sisto risolse la questione con quattro colpi d’ascia assestati di persona mentre esclamava: “Come Crist t’adóre e cóme légne t’spak!”.
papèle [lat. papalem] agg. papale, chiaro (parlà papèle papèle: parlare in maniera limpida, come nelle ordinanze papali).
paperaciànn sm. barbagianni, uccello notturno // La sim.: “Père nu paperaciànn” è usata in rif. a persone con abiti goffi e abbondanti.
pàpere s f. papera, oca; dim. paparèll // La loc. pigghià na bbèlla pàpere ha il valore traslato di: tornare a casa fradici di pioggia, probabilmente per il fatto che, per catturare i pàpere, notoriamente amanti dell’acqua, c’è da bagnarsi.
paperià (-ète) v. beccheggiare, barcollare al modo delle papere; equivale, nei casi più gravi, a: dibattersi tra la vita e la morte (“Sta paperiànn... sta quant la fa!”).
papiònn [fr. papillon] sf. cravattino a farfalla.
papòcchie sm. pasticcio.
papòsce [ar. babush] sf. babbuccia, ciabatta da camera morbida e pelosa con sopra un piumino.
pappà sf. (voce del gergo usato con i piccini) pappa.
Pappacóde spr. Pappacoda // Per dare del retrogrado al prossimo, si usa a volte l’espr.: “Sta ncóre mmène a Pappacóde!”. Il riferimento è a quel Pardo Pappacoda, signore di Castelpagano, che tiranneggiò gli Apricenesi negando loro, nel suo feudo, l’esercizio dei diritti (di pascolare, far legna, ecc.) concessi ai nostri concittadini da Federico II nel 1230 (vd. Mperatóre). La situazione divenne a tal punto insostenibile che l’Universitas di Apricena sostenne un lungo contenzioso alla fine vinto (1542). Era stato il re di Napoli Ferdinando II a concedere nel 1496 ai Pappacoda, la cui tomba di famiglia si trova a Monte S. Angelo, il feudo di Castelpagano che poi tornò al demanio, essendosi il casato estinto nel giro di mezzo secolo. Vedi anche: Castèll.
pappaiàll sm. 1) pappagallo; per estensione, ripetitore, copione; la loc. scolastica mparà a pappaiàll equivale a: memorizzare senza capire - 2) boccia per orinare usata dai malati impossibilitati a lasciare il letto.
pappalùnce sm. pendagli di polvere che si allungano dalla volta se si trascurano le pulizie // Per rimuovere i pappalùnce si usava un tempo una morbida scopa d’erba palustre detta mùsce, che s’innestava su di una lunga canna per raggiungere anche i punti più lontani d’li lammie che nelle case di una certa vetustà, sono ben più alte che in quelle di recente costruzione.
pappalùsce agg. credulone.
papparòtt sf. pietanza stracotta e semiliquida a base di pane.
Papuàsie spr. Papuasia; in senso traslato: luogo di primiviti all’oscuro di tutto // “Da dóva vì, da la Papuasie?” si chiede a volte a chi si mostra ignaro di ogni regola del vivere civile o di notizie di pubblico dominio.
parà (-ète) v.: 1) parare, stare sotto nei giochi - 2) pareggiare, stare alla pari // Un che di canzonatorio ha il complimento “E chi t’vo parà!” rivolto a chi sfoggia un abito nuovo - 3) fermare, trattenere (animali che scappano, palloni in porta, ecc.).
paràgge: 1) sm. pressi, vicinanze - 2) agg. simile, di pari età, come nel detto.: “Marìtete, signóra Nèdd, ca li paràgge tó sò maretète!”.
paramìne sm. barra di ferro utilizzata un tempo a mano da nostri petraiùle per preparare i fori nei quali inserire l’esplosivo da mina.
parànz sf.: 1) compagnia, squadra di braccianti - 2) limiti delle concessioni di pesca nel lago di Lesina, contrassegnati da pali o canneti.
paraòcchie smp. paraocchi, coppia di schermi di cuoio fissati alla ca-vezza per evitare adombramenti all’equino, costringendolo a guardare in avanti.
parapàll sm.: sottogonna rigida a campana di crine e stecchette.
parapàtt e pèce loc. pari, patta e pace, espr. usata quando nessun giocatore ha vinto e nessuno ha perso, per dire che si sono pareggiati i conti e non c’è più nulla da dare o richiedere (“Stìme parapàtt e pèce!”).
parapìgghie sm. parapiglia, confusione, disordine, litigio // Prov.: “S’ nn’vvu vé parapìgghie, statt luntène da la famìgghie”.
parasàk sm. miglio, erba infestante delle messi.
paratùre sf. insieme di interiora di capretti e agnelli da cui si ricavano i turcenèll (vd.).
parauànt sm. mancia // Il term. indica in part. la mancia che si dava un tempo a li descìbbele delle sarte al momento della consegna a domicilio degli abiti ordinati.
paravìse sm. paradiso // In una società in cui c’era da sgobbare non poco, il paradiso era concepito come un luogo di beato riposo: “U paravise iè na bbèlla cóse e chi ce va ciarrepóse”, afferma una filastrocca popolare che si occupa dell’al di là.
paravóne sm. paragone.
paré (-ùte) v. sembrare // Il v. è di uso frequente in quanto, insieme a ssemegghiarce, introduce le similitudini con le quali coloriamo abitualmente l’eloquio quotidiano, facendo apprezzamenti per lo più offensivi. Gli accostamenti più ricorrenti sono quelli agli animali domestici con cui nella società contadina si viveva a stretto con-tatto (“Père nu chène k’la bbòtta ncu-le”; “Père na iallìne k’ ll’óve ncróce!”; “Père na iatta fuitìcce!”; “Père nu cavàll mbuvète!”; “Père na pàpera sceddète!” “Père nu lupe surd!”…), ma le similitudini dialettali, spesso frutto di estro momentaneo, spaziano nei campi più vari, con una creatività che la lingua colta non conosce (“Père na scupétta strutt!”; “Père la reggìne ’i vampasciùle!”; “Père nu sckattelóne!”; “Père na sugghie ca ce vo feccà tròpp nt’lu suttìle!”; “Père na sant nt’la nnìcchie!”; “Père nu mòrt k’la lucia mmók!”).
parènt s. parente/i // Proverbi: “Sò prime i dènt e pu i parènt”; “I parènt sò ccóme i scarp: cchiù sò stritt e cchiù fann mèle”; “Parènt, sérpènt”.
parentète sm. accordo matrimoniale tra le famiglie dei futuri sposi // Una volta stretto, sciògghie u parentète era un’evenienza difficile ma non rara e si verificava a volte per futili motivi (“P’nu péde d’vrascère iè scumbenète u parentète”). Vedi anche mmascète.
parète: 1) sf apparato, situazione (vist la mmèla parète...) - 2) agg. apparecchiato, pronto (“Va truvànn lètt fatt e zita parète!”) - 3) sm. nel gergo dei petraiùle, traverse da dislocare su una lettiera di lìz (travi di legno duro), per farvi scivolare i blòk.
park ’i pìgne sm. parco delle pigne, eufemismo per campesànt // Va detto per inciso che, per le spiccate virtù battericide, gli alberi da pigne dei cimiteri deodorano e rendono salubre l’aria.
parlà (-ète) v. parlare, discorrere (parlà nfàcce: parlare a viso aperto) // La loc.: parlà nnanz la pòrt ricorda l’uso di consentire ai promessi sposi di discorrere di sera, magari per ore, davanti alla porta di lei, in attesa della trasciùte dopo la quale sarebbe stato lecito al fidanzato entrare in casa e trattenervisi a piacimento.
parlamènt sm. 1) discorso, chiacchierio (“Iè llòng u parlamènt!”) - 2) affari in genere (“Vann bbóne i parlamènt?”) - 3) Parlamento, insieme di deputati e senatori.
parlatùre sf. modo di parlare.
parlìst agg. alla lett.: parlatore, detto in part. di chi non ha paura di dire in faccia quello che pensa.
paróle sf. parola/e (dice paróle: rimproverare qualcuno, in part. i figli) // Detti come: “La paróle iè paróle e vvèle cchiù d’nu strumènt” e “L’óme adda ièss d’paróle e nò chiachiìll!” sotto-lineano il rispetto che si aveva, nella società contadina, per la parola data. L’escl.: “Iè stète paróle ca nn’è ggiùte ntèrr!” è usata in rif. a previsioni avveratesi.
parròk sf. ringrosso all’estremità di un bastone, e, per est., il bastone stesso; anche sagghiòk.
parròzz sf. (arcaismo per panétt) forma di pane di vari kg.; dim. parruzzèll (vd.). // Il term. compare, ad esempio, nell’escl.: “T’n’ha magnià d’parròzz d’pène!” equivalente a: “Ne dovrai mangiare di pane prima di capire come vanno le cose della vita!”.
parrucchète sf. colpo/i inferti k’la parròk (vd.).
parruzzèll sf. filoncini di farina di granturco prodotti da un fornaio attivo ad Apricena nei primi decenni del Novecento // I parruzzèll venivano vendute ancora calde, specie nei mattini d’inverno, da bambine che giravano per le strade lanciando il richiamo: “Chi vó li parruzzèll, bèlli fé!”: ce ne ha conservato il ricordo il Pitta, ripor-tando, a pag. 519, un canto d’invito all’acquisto.
part (-ùte) v. partire, andarsene.
part sm.: 1) parte, porzione (“L’òcchie vó la parta só”) - 2) rimprovero (fa na part); accr. partàcce.
partìte s.: 1) m. partito politico // “Sòng d’u partìte d’la chèsa mi!”, si dichiara a volte per esplicitare il proprio disinteresse per la politica - 2) f. partita sportiva - 3) quantità commerciale; dim. partetèll.
parzióne sf. porzione, parte.
pasce [lat. pascere] (-iùte) v. pascolare // Il prov.: “Pèquera pasce e pèquera pèie” allude al canone che i pastori pagavano e pagano all’erario o ai privati per pascolare le greggi.
pasckanésck sf. 1) poltiglia (farce a pasckanésck: macerarsi nell’ozio) - 2) dolce a base di residuati della cottura del mosto e semola, del quale è riportata la ricetta nel libro Riscoprire il passato per proiettarsi nel futuro del locale liceo (pag. 194).
Pasque spr. Pasqua di Resurrezione // La settimana santa era, fino a non molti decenni addietro, vissuta con ben altra intensità che non oggi. Il giovedì santo tutte le chiese venivano addobbate dai parrocchiani k’li seppùleche (vd.), dei pallidi tappeti erbosi, frutto di lunghe cure. Adornavano il luogo della reposizione di Gesù Sacramentato che avveniva dopo la Santa Messa. La sera del Venedì, a ricordo della passione e morte di Cristo, si teneva la processione della Via Crucis nella quale un’enorme croce tamburata, costruita nel 1890 da Nardella Giuseppe, veniva portata a spalla, per le vie del paese, da un erede della famiglia omonima il quale si fermava di tanto in tanto per prendere respiro. Seguiva il Cristo riverso, accom-pagnato dalla Vergine Addolorata e dalla Maddalena, dietro alle quali le donne intonavano: “Ggiuvedì Sant e la Madònn cia mess lu mant. Nn’ève k’cchia iì e sóla sóle ce ne partì...” (il canto intero è riportato in Le stagioni della vita: filastrocche di Apricena). Alla compunzione con cui veniva rispettato il silenzio delle campane del venerdì, faceva seguito l’esplosione di gioia del momento in cui il sabato esse venivano sciolte. Bambini e ragazzi roteavano all’impazzata rrau-rrau e tròccele e in molti accompagnavano rumoreggiando in mille modi u carrùcce con sopra un giovanotto raffigurante il Cristo risorto a torso nudo, fregiato di un’ampia sciarpa vermiglia e reggente con la sinistra un bianco vessillo a simboleggiare la vittoria sulla morte. Passato u carrùcce, i macellai spalancavano le porte delle loro botteghe, mettendo in mostra agnelli e capretti che sarebbero serviti p’u brudétt della domenica, a base di carne, uova e spàrgene selvatici, raccolti sópe i mmèrz. La tavola sarebbe stata allietata anche da ciambèll, tarall, canìstre e puperète preparati per tutti, mentre, per la gioia esclusiva dei piccoli, le mamme avevano confezionato pizz palomm e cacciandre (vd.). E poi, il Lunedì dell’Angelo, tutti in giro per un’allegra scampagnata a na massarìe o ssópe la Madònn. Di tutto ciò sono rimasti quasi solamente u brudétt k’i spàrgene e la scampagnète che però si programma per mete sempre più lontane. In caso di cattivo tempo, ieri come oggi, si commentava e si commenta: “Natèle k’u sóle e Pasque k’u ceppóne”, a riprova del fatto che i detti sono più duri a morire delle stesse tradizioni.
Pasquebbefanìe spr. Epifania (6 Gennaio), anche Bbefanìe (vd.).
pass sm.: 1) passo/i, passeggiata (fa dui pass) - 2) passo montano (vd. Pass d’ l’Angarène) - 3) unità di lunghezza pari a m.1,851, considerando come passo il doppio passo che si ottiene al ritorno sullo stesso piede di partenza - 4) unità di superficie pari a mq. 3,43; un quadrato di sessanta passi per lato forma una verzùre (vd.).
Pass d’l’Angarène spr. Passo d’Ingarano // A qualche km. da Apricena, sulla strada per Sannicandro Garganico, u Pass d’l’Angarène, sulla mulattiera che congiungeva i due centri abitati, era il luogo in cui più di frequente si appostavano i briganti per tendere agguati ai viandanti di passaggio. La domanda: “K’amma fa, ciamma métt a u Pass d’l’Angarène?” equivale perciò a: “Cosa dobbiamo fare, i briganti (per procurarci il denaro occorrente)?”.
passà (-ète) v.: 1) filtrare, cernere (farina e altro) - 2) attraversare, passare (passà nu uèie) - 3) oltrepassare, superare (“Chi va nnanz t’ lass e chi va ddréte t’pass”) - 4) (nel gergo sartoriale) cucire a macchina - 5) (nel gergo scolastico) essere promosso // Giocando sulle varie accezioni, con l’espr. “Ha passà k’sótt lu pónt!” si ironizza a volte sulle possibilità di uno scolaro di essere promosso.
passàntele sm. passante fermacinta.
passatùre: 1) sf. cucitura a macchina - 2) sm. “apertura che si fa nelle siepi per poter entrare nei campi” (Villani).
pàssele sm. chiccho/i di uva passa.
passarèll sm. uccellino // Di chi mangia di solito poco si dice: “Magne accóme e nu passarèll”.
passarèll d’cavùte (alla lett.: passero di buco) sm. uccellino di minute dimensioni che nidifica nei buchi dei muri o tra le tegole.
pàssele sf. acino/i di uva passa.
passelère sf. qualità di uva che, perdendo liquidi, produce pàssele.
passià (-ète) v. passeggiare lentamente; anche spassià.
past sf. pasta, impasto, dolce // La pasta è uno degli alimenti che più di frequente compariva e compare in tavola, in brodo o accompagnata da ortaggi e legumi (past e patène, past k’li cìce, past e fasciùle, past e pesìll, past e ffève…). Vendendosi un tempo sfusa, la si andava a comprare di volta in volta nella quantità necessara e sufficiente, indicandola con nomi che ne evocavano la forma (past a tubbétt, past a scòrce d’nucèll, past a vermecìll, past a nnucchétt, past a iàcene d’rène, past a iàcene d’pépe, past a stellìne, pasta rattète, pasta turtarèll, a sumènt 'u melóne…).
pastóne sm. impasto di acqua e crusca per animali domestici.
pastóre: 1) sm. pastore - 2) sf. pastoia, fune che si lega alle zampe anteriori delle bestie in pascoli non recintati; anche pasturèle.
pastunèche sf. pastinaca, carota a fittone dalla polpa giallo-arancio (nsc.: Pastinaca sativa la domestica e sylvestris quella selvatica).
patàffie sm. epitaffio, scritto lungo e noioso.
patàk sf. patacca, grossa medaglia di scarso valore.
patanère: sm. venditore di patate; in senso traslato: bugiardo.
patàrr sm. grossi chiodi metallici usati dai petraiùle per ancorare a terra le funi d’acciaio delle gru.
patemènt sm. patimento.
patène sf. 1) patata/e; per “La band d’Sant Mark: patène, patène, patène...”, vd. Sant Mark - 2) bugia (“A quant i vinn i patène?”); - 3) pudende femminili; il dim. patanèll è usato a volte in riferimnto a donne di minuta costituzione.
patì (-ùte) v. patire, soffrire // Un concentrato di forme dalla stessa radice lessicale è: “Sòng figghie d’patùte, sòng nète p’patì, é patute ed é patì!”, un testo pieno di cupa rassegnazione ad un destino di sofferenza già scritto.
patià (-ète) v.: 1) digerire, fare il chilo - 2) spurgare (delle lumache).
patraròss sm. nonno (alla lett. Padre grande); f. mammaròss; poss: patemaròss e patetaròss.
patràstre sm. patrigno.
patre sm. padre; poss. pàteme, pàtete // Prov.: “Chi té mamm nn’ chiàgne e chi té patre va p’tavèrn”.
patrezzà (-ète) v. patrizzare, somigliare al padre // Piuttosto diffusa è l’opinione che “I fémmene patrìzzene e i màsquele matrìzzene”.
patróne sm. padrone // Esclamazioni come: “Attak u ciùcce dóve dìce u patróne!”, “Patre e patróne vónn avé sèmp raggióne!” e “Iàvezete, cule mì, e servìsce u patróne!” evidenziano come servire non sia mai piaciuto a nessuno. D’altra parte non è semplice neppure fare il padrone, e comunque bisogna sovraintendere a tutto di persona, se si vuole che le cose vadano come desiderato (“L’òcchie ’u patróne ngrass u cavàll”). Su chi sia, tra coniugi, il padrone in casa, la formula: “U patróne sò iì ma chi cumand è mia móglie!” risolve la questione in modo ambiguo.
pattùgghie sf. pattuglia.
patùte [da patì]: 1) agg. emaciato, sofferente - 2) appassionato, tifoso accanito (“Sta patùte p’u pallóne”) - 2) s. chi ha patito (“Iè mmègghie a iì da u patùte ca da u mèdeche”) - 3) odissea, insieme di ciò che si è patito (rraccuntà la patùte).
paveróse agg. timoroso, vile.
pavùre sf. paura // Prov.: “T’lu dìce e t’l’assecùre: d’la sèrpa mòrt nn’avènn pavùre!”.
pazzià (-ète) v. scherzare // La filastrocca che segue esprime la vivace reazione di una ragazza alle avance di un Gaetano dalle mani un po’ troppo lunghe: “Iaitène, Iaitène, statt sóde k’li mène! S’vu pazzià k’mmé, sti mène fatteli cadé!”.
pazziarìll: 1) sm. piccolo balocco - 2) agg. scherzoso, spiritoso.
pazzòteche agg. pazzoide, bisbetico, stravagante.
p’ddint loc. in omaggio.
pecà (-ète) v. darsi da fare, sgobbare; alla lett.: lavorare di piccone.
peccenènn agg. piccolo, piccino.
peccentóne sm. scalpello particolare usato da petraiùle e scarpelline per squadrare gli spigoli lungo le linee tracciate a matita.
peccerìll agg. piccolino // Il term. compare nel detto: “Iè mmòrt u peccerìll e n’nsìme cchiù cumpère!” che evidenzia la fragilità dei rapporti interpersonali al di fuori dello stretto ambito familiare.
pecché cong. e avv. perché // Tra ragazzi, a chi chiede “Pecché?”, si ribatte a volte: “Pecché, pecché, pecché, u pèpe n’gniè re, u re nn’è ppèpe e tu si nu turz d’ rèpe!”.
pecciunère sf. piccionaia; in senso traslato: massa di vocianti, come quelli che si ammucchiavano un tempo, in teatro, sul loggione.
pèce sf. pace; loc.: fa pèce (riappaccificarsi); contr.: fa sciàrr.
pechésce sm. abito di gala a coda.
pecóne sm. piccone massiccio ed appuntito, usato dai petraiùle.
pecundrìe sm. malavoglia, malinconia accompagnata da depressione (méttece d’pecundrìe).
pecundrùse agg. ipocondriaco, triste, malinconico.
pecurèle sm. pastore, pecoraio; anche pequerèle.
peddécchie sf. pelle grinzosa tipica dei vecchi // Prov.: “A lu vècchie li prude la peddécchie”.
peddeccióne sm. giaccone usato dai pastori; in genere di pelle di capra, era lungo fino al ginocchio.
péde sm.: 1) piede, organo della deambulazione (sta k’lu péde a la fòss: essere vicino a morte) // Ancora oggi molto nota è la conta: “Péde, péde, sckaróle, sckaróle, chi vó bballà k’lu figghie ’u re? Live stu péde ca tòk a te!” - 2) elemento di sostegno (péde d’sègge, d’tàvele...) - 3) cespo (péde d’nzalète, d’àcce...).
péde légge agg. dal piede leggero, svelto di andatura.
péde nnanz péde loc. un passo dopo l’altro, un piede avanti l’altro.
péde ’u vaccìle sm. supporto in ferro per bacinella, con portasapone e portasciugamani, presente nelle case un tempo prive anche dei servizi elementari come quello dell'acqua corrente.
péde ’u vrascére sm. piede del braciere, poggiapiedi in legno ottogonale o circolare con buco centrale per l’inserimento del braciere.
pedecchiùse agg. pidocchioso, avaro, spilorcio.
pedecìne sm. 1) picciolo (di frutta e ortaggi) - 2) pedicelli, lembi di pelle che si sollevano a volte alla base delle unghie; era un tempo diffusa la credenza che venivano su tagliandosi le unghia di venerdì (“S’t’ tàgghie l’ógne d’venardì aièscene i pedecìne”).
pedemènt [lat. pedementum] sm. fondamenta di costruzioni // Nell’indovinello: “Lu vóve iè lu pedemènt, lu vetèll iè la chèse e lu pòrce accócchie passann k’na vìe ca fa lu fèrr” anziché un muratore, come le metafore delle fondamenta e della casa lascerebbero intendere, è all’opera un calzolaio che utilizza robusta pelle di bue per la parte inferiore delle scarpe, morbida di vitello per quella superiore, mentre cucendo fa passare setole di porco per i buchi aperti dalla lesina.
pedèle sm. pedale.
pedète sf. orma, impronta, rumore di passi // L’indovinello: “Iè na cóse iàvete e bbèll e fa la pedète d’na nèll” ha per sol. la cann (vd.), un tempo presente in ogni casa.
pedià (-ète) v. lasciare pedète.
pedòcchie sm. pidocchio/i, parassiti un tempo piuttosto diffusi per le precarie condizioni igieniche gene-rali; ai pedòcchie, parassiti umani, si aggiungevano i puce che infestavano locali rurali e persino abitazioni cittadine // Le donne, che trascorrevano una parte del tempo a spidocchiare se stesse ed i propri piccoli, ponevano l’insetto catturato sull’unghia di un pollice e lo schiacciavano con quella dell’altro: uno schiocco leggero segnalava la riuscita dell’operazione. Lo stesso schiocco si avvertiva se il pidocchio veniva gettato nel fuoco del braciere, come spesso accadeva d’inverno. Il prov.: “S’ce stann i capìll ce stann pure i pedòcchie” lascia intravvedere il fatto che ben pochi erano immuni dal male.
pedùcce sm.: 1) dim. di piede // Il prov.: “N’mm chiamann k’la manùcce ca nce vèng k’lu pedùcce” allude al fatto che, nei rapporti tra i due sessi, è spesso quello debole a prendere l’iniziativa - 2) nella macchina per cucire, elemento mobile che tiene fermo il tessuto mentre l’ago lo attraversa - 3) pieghino sui margini per evitare ai tessuti di slabbrarsi.
p’dù loc. per uno, ciascuno (fa ne poca p’dù).
pèie sf. paga // L’epr.: “Live lu dòn e crisce la pèie!” è un invito a tagliar corto e venire al sodo.
pelà -rce (-ète) v.: 1) pelare, scottare -rsi - 2) depilare (vd. sotto).
pèla mmeccàneche sf. pala meccanica, macchina semovente dotata di una benna mobile per la rimozione di terra e materiali incoerenti // In Apricena: Piccolo Mondo, in un intervento del mio alunno Michele Ruben Ortuso, si legge: “Nel 1957 giunse in cava la prima pala meccanica che fu portata ad Apricena da mio nonno Michele Ortuso. Essa venne utilizzata per fare delle scoperture più grandi e per la preparazione dei fronti estrattivi, oltre che per portare in discarica i rifiuti di cava. E così non ci fu più bisogno di tanti ragazzi che facessero avanti e indietro k’lu cist sópe la spall”.
pelatùre sf. depilatura // Tra i ricordi d’infanzia di chi scrive c’è la pelatùre d’u pòrce che, appena ammazzato, veniva irrorato di abbondante acqua bollente. Mentre le setole più piccole erano rasate con dei coltellacci, quelle più grosse venivano strappate a mano e messe da parte p’fa u scùpele.
pèles.: 1) m. palo; 2) f.: pala (ventelà i sòld k’la pèle: spendere e spandere).
peleméne avv. almeno, per lo meno.
pelemóne sm. polmone; il dim. pulmencèll indica in particolare la corata di agnelli e capretti.
pellère sm. pellaio, conciatore e venditore di pelli; anche pellaióle.
pellerìne agg. pellegrino, ramingo, senza fissa dimora // In qualche casa è possibile vedere appese, a mo’ di quadretti, mattonelle di ceramica su cui campeggia la scritta: “Chi vó mèle a Pasqualìne (o altro dim. in ine) adda murì pellerìne”.
pellìquele sf. pellicola, film (sia il supporto che la trama).
pelmunìte sf. polmonite.
pelóne: 1) sm. abbeveratoio di solito in pietra che campeggiava un tempo vicino alla maggior parte dei pozzi - 2) agg. [lat. epulonem] epulone; rafforza spesso rik. Nell'escl. “Amma fatt u rik pelóne!” c'è un chiaro richiamo alla parabola evangelica del ricco epulone.
Pelóne di Sant Lazzère spr. Pilone di San Nazario, polla sorgiva del Caldulo che, per un piccolo sbarramento, forma un laghetto in cui ci si tuffa in molti d’estate per togliersi la salsedine al ritorno da un bagno di mare a Torre Mileto.
pelóse agg. peloso // La qualità è prima affermata e poi negata in un noto indovinello della nostra tradizione: “Iì tèng na cóse biank e pelóse... Pelóse n’gniè: ndevine, k’gghiè?” (sol.: la ricotta).
pelòzz sf. 1) abbeveratoio di dimensioni ridotte rispetto a u pelóne di cui il term. è diminutivo - 2) truogolo, recipiente rettangolare di legno per il pastume di animali domestici, maiali in particolare // Tra bambini si prendevano un tempo in giro le Marie con lo sfottò: “Mariòzz nt’la pelòzz!”.
pelusèll sm. pelosello, piccolo melone, così detto dalla scorsa pelosa.
pemmedóre sm. pomodoro, oro rosso locale che trova collocazione nelle industrie conserviere del Salernitano // Si tratta dell’ortaggio presso di noi più popolare per le mille possibilità d’uso, dalla semplice spremitura sul pane, all’insalata, all’acquasèle (vd.), all’aggiunta a minestre, alla sua conservazione sott’olio o sott’aceto, oppure in bottiglie e barattoli trattati a bagnamarie (vd. sals). Una varietà particolare è costituita da i pemmedóra vernìne, di colore giallo-arancio che si appendono in sèrt per l’inverno. A titolo di curiosità, va ricordato che, essendo i pomodori originari dell’America, prima di Cristoforo Colombo non esistevano né pène e pemmedóre, né iacquasèle, né pizz k’u pemmedóre, né rravù, tutti preparati alla base della nostra alimentazione.
pénce (pl. pìnce) sf. tegola, coppo.
pendéntìf sm. orecchino o gioiello pendente; il term., di origine francese, è registrato in forma identica anche nei vocabolari d’italiano.
pène sm. pane; la forma di pane della nostra tradizione è la panètt (vd.) // U pène costituisce da sempre l’alimento base della società contadina nella quale si era spesso costretti a mangiare solo quello, e cioè pène e ppène, e c’era persino il caso di ritrovarsi a ntené mank u pène p’sbiàrce fóre. Anche se i tempi sono mutati, se ne dovesse cadere per terra qualche pezzetto, c’è ancora qualche anziana che, conoscendone il valore, si china e raccoglierlo e, nel riporlo, lo bacia dicendo: “U pène è razie d’Ddìe”. Passando ad altro, il noto detto: “Pène rótt nn’ttuccà e pène sène nn’manià!” evidenzia il caso limite della taccagneria: si soffre a volte la fame anche nelle famiglie in cui non mancano i mezzi.
pène asckète sm. pane abbrustolito, che viene in genere condito semplicemente con olio, sale e pomodoro // Tra le iniziative di Procinestate, organizzata dalla Sede Sport Italia, c’è anche la “Sagra della bruschetta” che altro non è che u pène asckète.
pènecòtt sm. pancotto; dim. pènecuttèll // Si tratta di una pietanza contadina che spesso compariva in tavola come piatto unico. La ricetta, a base di pane, verdure, patate, pomodoro, aglio e olio, ammetteva e ammette infinite varianti, a seconda delle stagioni e della fantasia di chi cucinava e cucina. Oltretutto si trattava di un modo per smaltire i sckàpp d’pène tòst che non mancavano in nessuna casa. Per sottolineare l’importanza di tale pietanza, si diceva una volta: “Gése Crist iè cresciùte k’lu pènecòtt”.
pène panùte sm. doppia fetta di pane tra cui si schiacciavano, d’inverno, gli arrosti di carne suina, in part. d’i nnógghie (vd.).
pènn (-nnùte) v. pendere.
pénn sf.: 1) piuma - 2) penna per scrivere - 3) plettro, penna per chitarra - 4) maccheroni cilindrici con tagli obliqui; dim. pennétt.
pénnarìcce [gr. paronichìa (vicino all’unghia)] sm. paterecchio, infiammazione in prossimità dell’unghia con formazione di pus, che porta a volte alla caduta dell’unghia stessa.
pennelléss sf. pennello a spatola larga per ducotonare pareti e volta; cambiati i tempi, è subentrata nell’uso a lu scùpele (vd).
pennènz sf. inclinazione, pendenza // Prov.: “L’acqua córr addóve ce sta la pennènz”.
pentì -rce (-ùte) v. pentirsi.
pentóne [lat. pontonem] sm. angolo di strada, cantone appartato adatto a convegni amorosi // Il detto “Passète lu pentóne, iè passète l’inténzióne” sottolinea il fatto che spesso i corteggiatori, raggiunto il loro modesto obiettivo, si fanno da parte rifuggendo progetti troppo impegnativi.
pentùre sf.: 1) puntura, iniezione - 2) pleurite, malattia da raffreddamento che si manifesta con un dolore puntiforme localizzato al petto, accompagnato da tosse e febbre (pigghià pentùre e pulmenìte).
pentùtt avv. interamente, del tutto.
penzà (-ète) v. pensare // Di chi corre col pensiero si dice: “Vune n’fa e cènt n’pènz!”
penzederùse agg. pensieroso, preoccupato; anche penzùse.
penzére sm. cruccio, preoccupazione, responsabilità (tené u penzére: sentire la responsabilità) // Prov.: “U penzére camp la chèse”.
penzète sf. proponimento, riflessione (farce la penzatèll: essere indeciso, retrocedere da un impegno).
penziunète s. pensionato/a.
pèpe sm. pontefice, papa (na vóte ogni mmòrt d’pèpe: a intervalli lunghissimi di tempo) // La sim.: ssemègghiàrce a papa Sist fa riferimento a Sisto V (vd. Papa Sist). Il prov.: “Tre sò i putènt: u pèpe, u re e chi nté nènt”, colloca il papa al primo posto tra i potenti del mondo.
pépiaròfene sm. chiodi di garofano o pepe garofano, spezie esotica usata negli impasti per dolci, in particolare d’i ciambèll (vd.).
peppète sf. fumata di pipa.
peppià (-ète) v. fumare la pipa.
pèquere sf. pecora; dim.: pequerèll e pequerùcce; accr.: pequeróne // Il testo che segue, giunto forse tra noi con la transumanza, è tra le ninne nanne più notevoli della nostra tradizione, per la compenetrazione nello sgomento dell’agnello stretto dalle fauci fameliche del lupo: “Ninna ninna ninna nannarèll, u lùpe cià magnète i pequerèll. O pequerèlla mi, ccóme facìst quann mmócca a lu lùpe t’vedìste?”.
pequerèle sm. pecoraio, pastore.
peràzz sm. albero e frutto di pero selvatico // Di piccola taglia, venivano un tempo raccolte percuotendo i rami spinosi con lunghi bastoni. Conservati in grossi cesti o in casse frammisti a paglia, i peràzz maturavano poi in un paio di settimane. A questa procedura sembra alludere il prov.: “K’lu tèmp e k’la pàgghie ciammatùrene i néspele” che però confonde i due frutti.
pèrchie sm. efelidi, lentiggini.
perchióse (f. -ósa) agg. lentigginoso/i // Di chi ha efelidi si dice anche: “Té la facce cachète d’mósk”.
pèrd (pèrz) v. perdere (pèrd i sèns: sragionare, stravedere) // Con l’espr.: “Ha ppèrz i vóve e va truvann i còrn!” si irride chi, avendo subito grosse perdite, si appiglia a inezie.
perdènz sf. perdita di tempo o di denaro // Prov.: “Dóve ce sta vust n’ce sta perdènz!”.
père: 1) sm. paio (nu père d’scàrp) - 2) agg. pari // Il term. e il suo contrario compaiono nella loc. fa u père e spère (essere incerto e incoerente) - 3) di pari età o livello sociale (“-Père k’ppère!- ha ddìtt Vedóne”.
pére sm. pero/a (albero e frutto); in senso traslato: scansafatiche, (anche peràzz) // Prov.: “Quann u pére c’è mmaturète chède sóle sóle”.
pereperìll sm. punta di copricapo.
pérmanènt sf. acconciatura femminile che permane nel tempo.
pèrn: 1) sm. perno - 2) sf. macchia (tené la pèrn all’òcchie: essere scansafatiche).
pernàcchie sf. pernacchia; in senso traslato: persona da poco.
peróne (pl. -ùne) sm. prugna, susino/a, sia l’albero che il frutto.
pèrteche sf. pertica, in part. quella orizzontale sospesa alla volta // Un tempo presente in tutte le case, serviva per appendervi provviste di vario genere, come, ad es., quelle suine (lard, ventrésk, presùtt, savucìcce...).
pertóne sm. portone, termine oggi usato anche nell’accezione di garage // Lu pertóne era un tempo segno di distinzione delle abitazioni signorili, e la grandezza di esso era direttamente proporzionale alla ricchezza del casato, come traspare dal detto: “Quann a iì a tuzzelà a lu pertóne strétt, va a tùzzele a quéddu làrie”.
Pertone ’u Palàzz spr. Portone del Palazzo, termine con cui si indica l’accesso, ornato da una grande arcata in pietra, al cortile interno del palazzo baronale (vd. Turrióle).
pertóse (pl. -ùse) sf. asola, occhiello per bottoni, piccola apertura in senso lato // Prov.: “Pìzzeche e uèsce nn’ ffann pertùse”.
pertuncìne sm. portoncino di accesso di appartamenti ai piani alti.
pèrz agg. perso, perduto (pps. di pèrd) // “U tenèmm p’pèrz e quidd sta tutt uadagnète!”, si esclama a volte a fronte di battute inaspettate, soprattutto da parte di piccoli.
pèrzeche sf. persica, tipo di pesca.
perzóne sf. persona/e // Degli egoisti si dice a volte: “Vo bbéne a ddui perzùne: a chi li dà e a chi nn’lli cèrk nènt”.
perzunèle sm.: 1) affittuario, mezzadro (dal lat. tardo partionarius) - 2) prestanza (tené u perzunèle: avere una statura di tutto rispetto).
pesà (-ète) v.: 1) pesare (con bilance) - 2) frantumare le spighe per separare la pula dai chicchi // Nella sgranatura dei cereali si è passati, in quest’ultimo secolo, dal sistema del calpestio animale, a quello della mietitrebbiatura, che ha ridotto a questione di poche ore operazioni che richiedevano un tempo mesi di lavoro.
pesatùres: 1) f. trebbiatura (vedi sopra) - 2) m. pestello, in part. quello ligneo usato nt’lu murtèle (vd.).
pescàrie sf. peschiera, pescheria.
Péschece spr. Peschici; abit.: peschescène.
pésce sm. pesce; dim. pescetìll (prov.: “U pésce puzz da la chèpe”) // La loc. pésce ncarròzz allude in modo colorito alle lumache.
pesciaióle sm. pescivendolo.
pescrà [lat. post cras] avv. dopodomani // Composti: pescrammatine, pescrassére, pescrìdd, giorno successivo a dopodomani; di uso raro pescróne, pescràzz e pescrazzóne.
pésele avv. di peso (iavezà pésele pésele: sollevare di peso).
pesìll sm. pisello/i; il term. è usato spesso, nel gergo infantile, in rif. al pipì dei maschietti.
pessià (-ète) v. (voce onomatopeica) fare psss alla volta di qualcuno.
pestàgne sf. pistagna, stoffa dura per irrigidire baveri di giacche e cappotti; dim.: pestagnèll.
pestóne sm.: 1) pistone, parte interna di cilindri meccanici - 2) ascesso infiammato con accumulo di pus per infezione.
petàcce [sp. pedazo] sm. pezzo strappato da un panno, frammento (fa petàcce petàcce) // Nel detto: “Petàcce e petacce, accóme sì accuscì t’fàcce!” il term. assolve alla funzione di supporto metrico privo di significato.
petenchìne agg. vivace, usato di solito in rif. a bambine.
pétete [fr. pet] sm. peto, scorreggia.
petraióle (pl. -ùle) sm. cavamonte, figura tipica di Apricena, al centro di una zona ricca d’petrèie // Il mestiere, anche se reso meno pesante di un tempo dall’uso di moderne attrezzature, resta pur sempre uno dei più duri e pericolosi tanto che non pochi genitori, per indurre i figli ad applicarsi agli studi, li minacciano a volte dicendo: “S’nn’pass, té mannà a la petréie a carrià u cist!”, il che era esat-tamente quello che avveniva un tempo non lontano a molti bambini i quali, arrivati si e no in quinta elementare, già a 10-11 anni venivano mandati nelle cave a portare pesanti cesti di ferro sulle spalle, pieni di terra e pietrisco, fino alla discarica, al fine di tener sgombra la cava da tutto ciò che poteva infastidire e rallentare il lavoro dei cavamonti. Un’altra incombenza dei ragazzi della cava era quella di provvedere alla provvista dell’acqua che portavano in cava la mattina, k’lu varìle sópe i spall, attingendola a la funtène ’a ciacciacóle o a quella sópe ’a Madònn.. E intanto s’imparava il mestiere: più o meno a 15-16 anni s’incominciava a fa sckardùne, a sbuzzà, o a rifinire banchìne, insomma tutto quello che nu petraióle era chiamato a fare. Oggi, se da un lato di bambini e ragazzi nelle cave non se ne vedono più, dall’altro è in calo anche il numero degli addetti adulti in quanto la meccanizzazione, moltiplicando la produttività, riduce nel contempo il numero delle braccia alle quali si richiede ora la capacità di manovrare compressori, pale meccaniche, gru e quant’altro. Migliorando l’attrezzatura, anche gli inciden-ti sono diventati più rari.
petréie sf. cava/e di pietra // L’estrazione della pietra, insieme all’agricoltura, è da sempre l’attività più importante di Apricena, che, circondata com’è d’petréie e segherìe, si è a giusta ragione meritata l’appellativo di “Città del Marmo e della Pietra”. Se poi il prodotto delle nostre cave debba essere definito pietra o marmo, la questione è ancora aperta. Comunque lo si voglia chiamare, se ne distinguono, a seconda di colore e venature, numerosi tipi e sottotipi corrispondenti ai diversi livelli stratigrafici: biancone, filetto rosso, bronzetto, fiorito, perlatino, filettato, ondagata, serpeggiante, silvabella...
petrète sf. sassata.
petrià (-ète) v. bersagliare con sassate.
petrònie sm. petrolio, usato un tempo in part. nt’li lantèrn a petrònie.
pètt sm. petto, seno.
pettà -rce (-ète) v.: 1) dipingere, pitturare // Di ragazze virtuose si dice: “Sèpe pettà u sóle” - 2) rifl. -rce truccarsi (pettàrce u muss).
pettacchiùta agg. f. dotata di seno abbondante.
pèttele sf. lembo di camicia che fuoriesce dalla cinghia dei pantaloni (pèttela ncùle).
pettenà (-ète) v. pettinare, spidocchiare // Prov.: “Quann vune nn’ève k’ffa pigghie i chène a pettenà”.
pèttene sm. pettine // Quello d’osso a denti stretti, ora quasi in disuso, aveva un tempo il suo da fare a tirar via dalla testa di bambini ed adulti canegghióle, pedòcchie e lìnie.
pettenéss sf. pettine per acconciature femminili.
péttinùss sf. mobile da toilette con specchiera che, mancando nelle case il vano bagno, era un tempo parte integrante dell’arredamento.
pèzz s: 1) m. pezzo, parte - 2) f. appezzamento di terreno agricolo - 3) straccio (anche mappìne) - 4) toppa, ritaglio/i per rattoppi // La loc. truvà la pèzz a chelóre equivale a: trovare la scusa adatta.
pezzecà (-ète) v.: 1) pizzicare, dare pizzicotti - 2) scoprire lentamente le carte da gioco con pollice ed indice, mentre l’altra mano le tiene ben strette - 3) cogliere in flagranza di reato (“L’hanna pezzechète méntre rrubbève”).
pezzechète: 1) sf. quantità afferrabile con la punta delle dita (na pezzechète d’sèle); per est.: punzecchiatura, presa in giro con allusioni più o meno esplicite (pigghiarce la pezzechète) - 2) agg. butterato, col viso rovinato dalle piccole cicatrici lasciate da malattie esantematiche // Il term. fa da soprannome nel detto: “Ròk fatìe e Pezzechèta magne”.
pezzechìll sm. piccolo pizzico sulle guance che accompagna a volte un bacio dato ai piccoli (uèsce a pezzechìll).
pezzelià (-ète) v. beccare (proprio del pollame); in senso traslato: mangiucchiare con scarso appetito.
pezzènt [lat. petiens, -ntis] agg. pezzente, povero, mendicante; dim.: pezzentùcce // Se alcuni detti popolari invitano a diffidare della categoria (“Nt’fedann d’làcreme d’ scrùfe e d’ tremelìzz d’pezzènt!”; “Quann u pezzènt tórna spiss, càccele ca t’vó vedé accóme e iìs!”...), il prov.: “Nesciùne iè deventète pòvere facènn la lemòsene!” esorta alla generosità verso il prossimo che tende la mano.
pezzentarìe sf. indigenza, miseria (rraddùrce a la pezzentarìe: ridursi ad elemosinare) // Il prov.: “U fóche iè la pezzentàrie d’la chèse”, considerato quanto costa oggi il riscaldamento, è meno esagerato di quanto possa apparire di primo acchitto.
pezzerenghìll agg. di piccola statura e minuta costituzione (di bimbi).
pezzète sf. pezzo, frammento di una certa dimensione.
pezzòttele sf. forma di cacio (pezzòttele d’chèsce) // Indov.: “Tèng na pezzòttele d’chèsce ca nesciùne curtèll ce trèsce” (sol.: la luna).
pezzùte agg. terminante a punta // Il prov.: “L’àreve pezzùte ciaspèttene a tutt” allude ai cipressi cimiteriali.
pezzutèll sm. varietà di pomodori caratterizzati da una piccola punta opposta al peduncolo.
piatóse agg. pietoso, compassionevole // Prov.: “U mèdeche piatóse fa la chièia vermenóse”.
piàtt sm. piatto/i; piatt cheppùte: piatto fondo per minestre; piatt spèse piatto piano per secondi; dim.: piattèll // Almeno fino agli anni Cinquanta, la maggior parte delle famiglie si serviva da un unico piatto posto al centro d’la buffétt. La consuetudine è evocata dal prov.: “Sì ffrète e ssóre fine a quann magne a lu stéss piàtt!”, che evidenzia il fatto che i rapporti familiari si allentano di molto nel momento in cui ognuno fa nucleo a sé col matrimonio.
piattère sm. venditore di piatti, stoviglie e bicchieri.
piazzèle sm. piazzale // Quello più noto ad Apricena è lu Piazzèle ’a Vill, e cioè Piazza Andrea Costa a cui il rifacimento del 1987 (lastricato in pietra locale e aggiunta perimetrale di lampioni, panchine e fioriere) ha conferito un aspetto di sobria modernità, facendolo divenire il luogo preferito d’incontro della gioventù locale.
picca sm. piccola cosa // Il term., che il Devoto dice “tipicamente siciliano qualunque sia la sua origine”, compare nel wellerismo: “-Ogni picca gióve!-, ha rrespòst u mòneche” (a chi gli aveva chiesto come mai tenesse la mano sulla sedia dalla quale si era appena alzata una donna).
piccenénn agg. piccolo, piccino.
picciólézz sf. piccolezza, piccola cosa, particolare insignificante // Badà a li picciólézz è da pignoli.
picciòtt sm. picciotto, delinquentuccio // Termine di origine siciliana, evoca i picciotti che diedero una mano ai Mille di Garibaldi, sperando in una rivoluzione sociale che poi non ci fu.
piche sm. piccone leggero per scavi; ha a due bracci dei quali uno appuntito e l’altro a lama larga.
picquèle agg. piccolo, piccino // Il term. compare spesso nei detti insieme al suo contr. ròss (“Iè pìcquele e chèche ròss!”; “Ogni picquele ce fa ròss”; “Figghie pìcquele uèie pìcquele, figghie ròss uèie ròss”...).
piènefòrt sm. pianoforte.
pigghià (-ète) v.: prendere // Locuzioni: pigghià a vvùne iàngele iàngele (raggirare il prossimo giocando sulla sua sprovvedutezza); pigghià iass p’fevure (prendere un abbaglio); pigghià pàrt (parteggiare); pigghiàrl a mmèle (offendersi); iirlu a pigghià a Lésene (andare a quel paese) - 2) sposare, prendere in matrimonio (“I mamm cianna fa i fatta lóre: i figghie cianna pigghià a chi vónn lóre!”) - 3) attecchire (di piante).
pignatère sm. vasaio, costruttore e venditore di pignète // Prov.: “U pignatère appìcceche i màneche addóva vó”.
pìgne sm.: 1) pigna/e (park ’i pigne: cimitero) - 2) pegno, in part. quello che si paga in alcuni giochi come, ad es., a u cucheccère.
pignète [da pigne per la forma] sf. pignatta; dim.: pignatèll // Le pignatte, presenti un tempo in varie dimensioni in ogni casa, erano utilizzate, in part., per la cottura dei legumi al fuoco lento del bra-ciere. Tra i divertimenti dell’ultimo giorno di carnevale c’era anche u ióche d’la pignète, in cui un giocatore bendato cercava di colpire con una mazza una vecchia pignatta posta in alto, col rischio che gli cadessero addosso cocci e contenuto a sorpresa, ma che era di solito costituito da frutta secca e dolciumi.
pìle s.: 1) m. pelo // Di chi è pignolo si dice: “Va truvann u pìle ntà l’óve!” - 2) f. abbeveratoio; vd. l’accr. pelóne ed il dim. pelòzz.
pince sm. tegola/e.
pincère sf. fornace per matùne e pìnce // A ridosso dell’abitato, su una stradina che si chiamava Vico delle Fornaci e che immetteva da sinistra su Via Piave (la vìe ’a Madònn), furono attive, fino agli anni Cinquanta, alcune fornaci per la produzione di mattoni e tegole che si ottenevano impastando e cuocendo argilla scavata sul posto insieme a paglia. I penciaiùle locali dovettero poi chiudere per l’immissione sul mercato di prodotti di fabbriche ben più attrezzate del loro modesto laboratorio.
pinciòtt sm. robusto scalpello usato dai petraiùle per distaccare o fendere massi, inserendoli, in buchi predisposti, tra mmòll di ferro.
pìnnele sm. pillola/e // Il term. ricorre nelle minacce col valore trasl. di pugno: “Mó té zzeccà nu pìnnele!”.
pìppsf.: 1) pipa - 2) oliera fornita di cannuccia lunga e sottile simile ad una pipa // In rif. a qualcosa che si ritiene insufficiente per quantità si dice a volte: “Nn’avàst mank p’ppiccià la pipp”.
piscète sm. orina, anche atto dell’orinare.
piscià (-ète) v. orinare // Detto: “Pisce chière e fa la féda mèdeche”.
pisciacchière agg. malato d’incontinenza, che sta continuamente ad orinare // L’agg, compare nel detto: “Santa Catarìne iè pisciacchière”, che prevede pioggia per il 29 Aprile, giorno in cui si festeggia la Santa da Siena (vd. Santa Catarìne).
piscialètt agg. piscialetto, bambino affetto da enuresi.
pisciarèll sf.: rivolo che fuoriesce da contenitori bucati o da rubinetti difettosi.
pisciatùre sm. orinale (anche renéle); di solito in ferro smaltato di bianco, era un tempo, in assenza di servizi igienici, una suppellettile immancabile // “Amma métt u lutt a lu pisciatùre!” e “K’frecatùre! C’é rròtt la màneche ’u pisciatùre!” sono esclamazioni tendenti a sdrammatizzare piccoli incidenti che sono, tutto sommato, all’ordine del giorno.
pisciavunnèllsf. piccoli fuochi d’artificio ad effetto serpeggiante che i ragazzi lanciano per le strade in direzione delle ragazze, con lo scopo di spaventarle, dal che il nome. Il periodo di più intenso consumo di pisciavunnèll, tric trac, tazzammùrr e simili, è il mese di Dicembre nel quale cadono la Cuncètt (vd.) e San Silvestro, alla mezzanotte del quale, da noi come nel resto del mondo, si spara tutto il possibile e l’immaginabile.
pìstelesf. epistola, lettera letta durante la messa prima del Vangelo // La sesta delle dodici parole della verità riportate dal Pitta (pag. 530) è: “Séie, se spìe, sò i cannelére ca iàrdene da pìstele a vangéle!”.
pizz s.: 1) m. angolo di strada, spigolo - 2) punta, estremità (di sacco, tovagliolo, ecc. - 3) pizzetto di barba sul mento - 4) becco di uccelli - 5) pizzo, tangente - 6) pizzo, particolare tipo di ricamo - 7) f. pizza, focaccia // Tipiche della tradizione erano la pizz k’li cìquele e quella k’la cenète (vd.); le pizze oggi più popolari sono invece la pizz k’lu pemmedóre e quella k’la cepòll.
pizz palómm sm. (alla lett.: pizza della colomba) dolce tipico del periodo pasquale // Veniva lavorato a forma di canestro, con pasta simile a quella del tarallo. Mentre s’inseriva nel manico un virgulto d’ulivo per ragioni di tenuta, s’intrecciava, per la gioia dei piccoli, la parte inferiore intorno ad un uovo sodo.
pizzafrìtt sm. (voce del gergo giovanile) donnaiolo, dongiovanni.
pìzzeche sm.: 1) pizzicotto (“Pìzzeche e uèsce nn’ffann pertùse”) - 2) puntura (pizzeche d’lèpe) - 3) quantità afferrabile con la punta di due dita (nu pìzzeche d’sèle).
pizzecùpe agg. taciturno, di poche parole, che rimugina in silenzio.
plàcete [lat. placitum] sm. consenso, beneplacito.
“P’l’amóre d’Ddìe!” escl. “Per amor del cielo!” (anche “Supp’l’amóre d’Ddie!”).
“Pó ièss ca...” loc. “Magari accadesse che...”; introduce aspirazioni (“Pó ièss ca chióve!”) o maledizioni (“Pó ièss ca t’spàrene!”).
pócaparóle agg. di poche parole, taciturno, introverso.
póce (pl. pùce) sm. pulce, insetto la cui diffusione era favorita un tempo dalla sporcizia delle abitazioni quasi tutte a matunète (pavimenti con mattoni a secco); i pedòcchie sono invece una varietà che attecchiva sulle persone (abiti, pelle, testa) // Detti: “U poce ntla farine ce créde mulenére”; “Sò pùce e ténn la tósce!”.
póche agg., pron. o avv. poco // Detti: “Póche pise allòng pése” (agg.); “Cchiù póche sìme e cchiù bbèll parìme!” (pron.); “Chi spènn póche spènn assà” (avv.).
pólpe sm. polpa // Prov. “U patróne ce magne la pólpe e lu chène ce róseche l’òss”.
pólve sf.: 1) polvere, anche da sparo // Nei due proverbi: “Póca pólve ce la pòrt u vènt”e “Chi té pólva spère” il term. è usato col valore trasl. di denaro. Degna di nota è la loc.: fa la pòlve, e cioè spolverare, fare pulizia in casa rimuovendo polvere, ragnatele e pappalùnce (vd.).
pómp sm. 1) pompa (di bicicletta o altro) - 2) pompa metallica a pressione usata per spruzzare il solfato di rame diluito in acqua di calce (la cosiddetta poltiglia bordolese) a viti e alberi da frutta.
pónt sm.: 1) ponte // Il più noto è ad Apricena u Pónt Martìne, sul torrente omonimo, ad un km. circa sulla strada per San Severo. In proposito, la tradizione narra di un miracolo che, avvenuto nei suoi pressi, ha come protagonista Sant Martine (vd.), dal quale il ponte stesso ha preso il nome - 2) punto di cucitura // Il prov.: “La fémmene adda sapé métt u pónt” evidenzia una delle virtù opinabili in una donna. Il detto: “T’ha métt nu pónt mmók e n’àvete ncule!” è un invito a parlare il meno possibile.
pòpele sm. popolo (farce nu bbóne pòpele: godere di buona reputazione) // Prov.: “Dóve spute u pàpele ce créie na funtène”.
pópògne [forse dal lat.: pappus (nonno)] sm. spauracchio per piccini ai quali si minacciava a volte: “S’nn’lla fenìsce, adda menì u pópògne e t’adda cchiappà!” // Ne parla una filastrocca che prende l’avvio dalla scoperta, sotto il letto, del fantomatico mostro: “Madònn, e vòie Madònn, e sott u lètt sta lu pópògne! E, s’n’nce credìte, menìte qua ca lu vedìte. U sò gghiùte p’caccià e m’vuléve muccecà. U sò gghiute p’ccarezzà e m’vuléva rancecà!”.
pòrce sm. maiale, porco // L’allevamento e la macellazione del maiale, fino a qualche decennio fa, faceva parte integrante del costume, al punto che dalla presenza o meno in casa di provviste suine dipendeva la stessa considerazione sociale (“Addóve t’cride ca ce stann i lard, dda nce stann mank i ncine!”). Almeno fino al 1974, quando vi fu proibita, per motivi igienici, la vendita di animali, la fiera settembrina di Santa Maria costituiva il momento giusto per l’acquisto. U pòrce era di solito cresciuto in casa (“Purcèll e criatùre, accóme li llìve accuscì t’li trùve”) e spesso si stabiliva con esso un legame persino affettivo nella certezza che, al momento opportuno, avrebbe saputo mostrare la sua riconoscenza (“Iè mmègghie a fa bbéne a lu pòrce ca, quann lu ccide, t’vógne u muss!”). L’ingrassamento, a base soprattutto di avanzi, durava circa tre mesi e, più o meno intorno a Natale, il maiale era pronto per il coltello, né sarebbe stato saggio rimandarne troppo la macellazione perché “Quann u pòrce iè ngrassète vó ièss accise”. “A la mòrta só e a la saluta nòstre!” era l’augurio di rito che i presenti si scambiavano sul punto di immergergli il coltello in gola. Alle operazioni dava in genere una mano il vicinato che veniva gratificato con l’invio d’lu felétt (vd.) nel momento in cui, dopo essere rimasto appeso, aperto in due, a li tre mmazz per qualche giorno ad asciugare, il maiale veniva sezionato. Niente doveva andare perduto: col sangue veniva fatto u sangunéte; presùtt, ventrésk, custète, lard e vucchelère venivano messi a salare nella fazzatóre; con i ritagli di carne si preparavano savucicce e supprescète, k’lu campanère i fe-gatàzz, con l’intestino crasso i nnógghie, col grasso la saìme. Del porco si utilizzavano persino le setole per fare u scupele, un pennellone rotondo per imbiancare di calce le pareti. La provvista sarebbe bastata per tutto l’inverno, ed a Carnevale c’era appeso alla pèrteche ancora parecchio per cui si dava volentieri qualcosa ai bambini in maschera che bussavano alle porte di parenti e conoscenti scandendo filastrocche carnascialesche di questua: “Cicce, cicce, cicce, damm n’póche d’savucìcce, tazz, tazz, tazz, damm n’póche d’fegatàzz! E s’nn’mm’lu vu dà, ca tu puzza sckattà!”. Scendendo sul piano linguistico, al porco si ricorreva e si ricorre per dare al prossimo dello screanzato (“Ti la crianz d’lu pòrce!”), o del buono a nulla (“Nsì bbóne a li pòrce!”). La tragica vicenda del porco è servita inoltre d’ispirazione per truculenti minacce: (“Té scannà accóme e nu pòrce!”; “Té ppènn a la lammie!”; “Te fa a savucìcce!). Infine con: “-Mantenìmece pulite!-, ha dditt u pòrce”, si fa dell’ironia su chi avanza raccomandazioni che sarebbe il meno titolato a fare.
pòrcespìne sm. cinghiale, porco selvatico // Apricena è così legata a questo animale che esso compare addirittura sullo stemma cittadino (vd. stèmm), per la nota leggenda della caccia e del banchetto di Federico II. Lo stesso nome Apricena, di derivazione latina, vuol dire “Cena di cinghiale” (aper, apri in latino). Vedi anche La Prucìne.
pòrk agg. porco, maiale, usato per lo più in accezione spregiativa (fa carn ’e purk: infierire a piacimento in una situazione).
pòrk d’tèrr sf. striscia di terreno agricolo larga otto passi che poteva essere coperta con un solo getto nello spargere il seme a mano.
pòrt sf.: 1) porta di casa - 2) porta del gioco del calcio - 3) porta di città (méttece a pòrt: fare l’autostop) // Per quanto riguarda quelle storiche della nostra cittadina, essendo Apricena, fino al 1825, cinta da mura, all’abitato si accedeva attraverso una delle seguenti cinque porte: Porta Grande, a nord, adiacente al palazzo baronale; Porta Vecchia, o della Croce a sud, fiancheggiata dalla Chiesa di San Rocco che era però già fuori le mura; la Portella, cui si accedeva da Via San Nicandro; la Porta di San Nicola, opposta alla Portella su quella che è oggi Via Duca delle Puglie; poco discosta da quest’ultima era la Porta del Signore, sull’attuale Via IV Novembre. Le mura furono poi abbattute per permettere all’acqua piovana di portar via i rifiuti che si erano accumulati nei vicoli che immettevano tutti, cinque da destra e cinque da sinistra, sulla strada principale (l’attuale Corso Garibaldi) che lo attraversava da nord a sud, congiungendo la Porta Grande alla Porta Vecchia.
portacernetùre sm. portacernitoio, telaio ligneo che si appoggiava sópe la fazzatóre (vd.) per fare da guida per la setaróle ed evitare dispersioni della farina setacciata.
pòrtaceròggele (anche portacannéle o cannelére) sm. candeliere.
pòrtafóglie sm. portafoglio.
pòrtaiàll sm. arancio/a (albero e frutto); portaiàll sanguìgne: sanguinello // Il grido di un venditore che reclamizzava agrumi della Campania: “Sò tutt d’na manére i pòrtaiàll d’Salèrn!” è divenuto proverbialre per dire che, nel bene e nel male, spesso c’è poco da scegliere. Il detto: “U portaiàll a la matìne iè d’óre, a méziórn iè d’argènt e a la sére iè d’chiumm” ne sconsiglia il consumo nelle ore serali.
portapullàstre sm. mezzano d’amore, pappone, sfruttatore.
pòrtazecchìne sm. borsellino, portamonete // Per quanto riguarda l'etimologia, il term. è un “ricordo lasciato dai mercanti veneziani negli scali meridionali, dove facevano circolare la pregiata moneta della loro zèca, gli zecchini” (Cortelazzo).
pòrtérréche sm. ruffiano, intermediario che assicura lo scambio, dietro piccolo compenso o gratis, di notizie o biglietti tra innamorati, il che non era facile se papà non voleva e mamma nemmeno.
póse sf. 1) morchia, feccia dell’olio, del vino, ecc. - 2) posa, positura // La loc.: mantené la póse trae origine dal fatto che un tempo, davanti all’obiettivo del fotografo, si restava immobili per un po’ per permettere l’impressione della lastra.
pòseme sf. amido.
pòst s.: 1) m. posto, luogo, località - 2) posto fisso // Dei disoccupati che sognano una occupazione fissa si dice a volte: “Adda vé u pòst a u campesànt!”, unico luogo in cui non sarà difficile per nessuno trovarne da defunti - 3) f. posta, corrispondenza, ufficio postale - 4) agguato, appostamento (fa la pòst) - 5) posta, term. che indica le varie parti in cui furono divise dagli Aragonesi, nel sec. XV, le locazioni, e cioè i demani comunali // L’affitto delle poste a pastori abruzzesi in transumanza, costituì, nel Regno Meridionale, per Spagnoli prima e Borboni dopo, la principale fonte di reddito. La “Locatione de Procina”, nell’Atlante della Dogana delle Pecore redatto intorno al 1700, risulta divisa in una decina di poste tra le quali, note ancora con tale nome, sono Pòst d’Mòneche, Pòsta Nóve e Pòst d’Coll.
pòvere agg. povero; dim.: puverétt // L’escl.: “Pòvere sò i chène ca vann scàveze!” è un modo per tirare e tirarsi su di morale.
ppalummàrce (-ète) v. cominciare ad asciugarsi; in rif. ai panni del bucato, il v. segnala uno stadio intermedio tra il bagnato e l’asciutto.
ppannà (-ète) v.: 1) tr. socchiudere (porte e finestre) - 2) rifl. -rce diventare opaco.
ppapagnàrce (-ète) v. assopirsi, appisolarsi, cedere alla papàgne.
ppapperuttà (-ète) v. improvvisare, fare le cose in maniera sbrigativa; il v. è riconducibile a papparòtt (pietanza veloce a base di pane)
pparecchià (-ète) v.: 1) tr. apparecchiare, imbandire (la tavola) - 2) rifl. -rce agghindarsi (p’li fèst).
pparécchie sf.: 1) apparecchio/i, in part. aeroplani e protesi dentarie - 2) apparenza, bell’aspetto.
pparète sf. apparato, fascia larga e ricamata per abbellire il letto.
pparulà (-ète) v. accordarsi, impegnarsi a parole a concludere un affare nei termini stabiliti.
pparunà (-ète) v. paragonare.
ppasselàrce (-ète) v. appassire di frutta, uva in particolare (uva pàssele).
ppeccecà (-ète) v.: appiccicare // La loc. ppeccecà k’lu sputète (saliva), è usata a volte in rif. ad attaccature destinate a vita breve. Quella di ppeccecà mpacce u mure è una delle minacce più frequenti - 2) rifl. (-rce) appiccicarsi; in senso traslato: litigare.
ppeccecamósk sm. striscia di carta collosa che si sospendeva un tempo alla volta e si sostituiva dopo che si era annerita per il gran numero di mosche che vi erano rimaste attaccate, morevondovi dopo un’agonia più o meno lunga.
ppeccecóse (pl. -ùse) agg. appiccicoso; per est.: seccante.
ppechendrùte agg. preso da ipocondria, malinconia mista a pigrizia.
ppedà (-ète) v. rincalzare la terra intorno al fusto di una pianta per accrescerne la stabilità.
ppelà (-ète) [lat. oppilare] v. bruciare, di cibi il cui sapore provoca disturbi alla gola (ppelà ngann).
ppènn (ppése) v. appendere (ppènn u muss: imbronciarsi) // Ormai sulla strada del tramonto è la consuetudine d’ppènn a la pèrteche provviste suine ed altro.
ppensederàrce (-ète) v. sovraccaricarsi di pensieri.
ppensederète agg. sovrappensiero, pensoso, preoccupato.
ppetìte sm. appetìto.
ppezzentìrce (-ùte) [da pezzènt] v. impoverirsi, ridursi in miseria (a la pezzentàrìe).
ppezzutà (-ète) v. appuntire, fare la punta, in part. a matite.
ppezzutalàppeze sm. temperamatite (alla lettera: appuntalapis).
ppiccéstùte sm. interruttore elettrico (alla lett.: accendi e spegni).
ppiccià -rce (-ète) v. appiccare il fuoco, accendere -rsi; traslato: eccitarsi sessualmente // Proverbi: “U fóche nciappìcce sóle”; “La pagghie avvucìne u foche ciappìcce”.
ppicciafóche agg. sobillatore, fomentatore di sciàrr (vd.).
ppicciatóre sf. esca per il fuoco (felòpp, pagghie, cìppère, fùffele...).
pplàuse sf. applauso (fa la pplàuse: applaudire; in senso ironico: avanzare osservazioni critiche).
ppóppó sf. (voce del gergo infantile) automobile.
ppóie sm. appoggio, in senso materiale e metaforico (anche ppògge).
pprefettà (-ète) v. approfittare.
pprefettatóre (o pprefettànt) agg. che approfitta delle occasioni.
pprènnece (-ése) v. apprendersi, andare giù // Prov.: “Cchiù rrinn e cchiù pprinn” (Più ti arrendi, più vai giù fisicamente).
pprettà (-ète) v. inamidare (tessuti); in senso traslato: provocare.
pprubbalé v. difettivo usato quasi solo all’inf.: farce pprubbalé (farsi valere) e al pps.: sta pprubbalùte (essere tenuto in considerazione).
ppuià (-ète) v. appoggiare.
ppuntà (-ète) v.: 1) abbottonare (ppuntà nu bettóne) - 2) iscrivere (ppuntà a la scóle) - 3) appuntare, prendere appunti.
ppurà (-ète) v. appurare, accertare, mettere in chiaro la verità.
pràtteche: 1) sf. pratica - 2) agg. pratico, esperto.
prazióne sf. operazione.
precése sf. aratura perimetrale intorno al campo di stoppie da bruciare per evitare sconfinamenti del fuoco (dal lat. praecido: taglio avanti).
precessióne sf. processione // L’escl.: “La cére ce squàgghie e la precessióne n’camìne!” è un invito alla sollecitudine.
precóche sf. percocca, varietà di pesca a pasta gialla.
prèdeche sf. predica, omelia; per estensione: lungo rimprovero.
prefesso’ voc. professore.
premaróle agg. donna o femmina di animale al primo parto.
premére sf. primiera nel gioco della scopa; anche settànt // Il prov.: “Scart frusce e pigghie premére!” invita a sacrificare qualcosa di secondario al raggiungimento di obiettivi importanti.
prène agg. f. pregna, gravida // Well.: “-E va bbéne!-, ha ddìtt Donna Léne quann ha vvìst la figghia préne”.
prenzóne (pl. -ùne) sm. peranzana/e o provenzale/i, olive grosse da tavola, cosi dette perché importate dalla Provenza dai principi di Sangro, duchi di Torremaggiore.
prepòst sf. proposta.
prèsce sf. fretta // Il termine compare, ad es., nel detto: “N’npòzz dice: -Bóngiòrn!- ca vaie d’ prèsce!”.
prèsede sm. preside, oggi dirigente scolatico // Per diverse generazioni di apricenesi u Prèsede è stato il prof. Pasquale Abbenante che, prima come responsabile e poi come Preside, ha retto le sorti della locale Scuola Media per oltre un trentennio, e cioè dalla sua istituzione, il 1° Marzo del 1944, come sezione staccata della Palmieri di San Severo (dalla quale divenne poi autonoma nel 1953), fino al momento della pensione (20 Settembre 1977). A fine carriera è stato insignito del titolo di Cavaliere (che fu sul punto di rifiutare) e di Medaglia d’Oro, dal Ministero della Pubblica Istruzione, quale “benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”.
présémpie avv. per esempio.
presentàrce (-ète) v.: 1) presentarsi (presentarce k’li mène mmène: presentarsi a mani vuote ove sarebbe doveroso un regalo) - 2) costituirsi // La minaccia: “Mó té ccìde e mé iì a presentà!” è tutto un programma di vita.
présèpie sm. presepe // Degno di nota è il presepe vivente organizzato nel centro storico, intorno alla Chiése d’Sant’Antònie, a partire dal 1988, dagli alunni della locale Scuola Media.
pressiène sf. persiana, tipo di imposta per finestre e balconi.
presùtt sm. prosciutto, la parte più pregiata tra le provviste suine (“U presùtt fréche a tutt”) // Il curioso wellerismo che segue dà voce ad un prosciutto assalito da un’orda di gatti: “-Pòvere a me!-, ha dditt u presùtt quann c’è vvist amméze a li iàtt”.
préte sf. pietra; dim. petròccele // Il detto: “U cavall mì tant vantète iè rraddùtt a carrià li préte!” consente di sottolineare il fatto che ad Apricena d’préte da carrià non ne sono mai mancate. A proposito della pezzatura dei prodotti che uscivano ed escono dalle nostre cave, nell’inedito La mia Apricena di Vincenzo Mastromatteo, ho trovato il seguente appunto: “I nomi della pietra di Apricena, dal più piccolo pezzo al più grande: la petròccele, la préte, u spàk e llass, u quatt a ssètt, u scartapèll, u sckardóne, u scòglie, u blòk”.
préte d’Sant Mechéle sf. pietra di San Michele // Pietra carsica della grotta dell’Arcangelo, veniva incastonata nelle fondamenta delle costruzioni a protezione contro i terremoti. Inoltre si credeva che, se posta fuori dall’uscio, aveva il potere di fermare gli acquazzoni, il che non era di poco conto in una comunità in cui tanti uomini e non poche donne trascorrevano le giornate in aperta campagna, col rischio frequente di tornare fradici di pioggia. Per favorire il miracoloso effetto della pietra, si sollecitava l’Arcangelo con la preghiera: “Sant Mechéle, nt’ddurmènn: tre nùvele nire stann rrevann, vuna d’àcque, vune d’vènt e vune d’fòrt mmèletèmp! Pùrtele dint a na valla scure dóve nce sta nesciuna criatùre. Iacqua chière e tèrra fòrt, Ddìe ce scamp da na mmèla mòrt!”..
préta rìcce sf. pietra riccia // Curiosità carsica tipica delle rocce calcaree come le nostre, si trova spesso negli anfratti delle cave.
préta turchìne sf. solfato di rame che, sciolto in acqua di calce, serve p’pumpià i vigne e ncaveciunà u rène prima della semina; il ricorso al solfato è divenuto, almeno per il grano, più raro in quanto si usano sementi già selezionate e trattate.
prèvele [lat. pergulam] sf. vite rampicante sostenuta da pali e fil di ferro; veniva un tempo piantata da molti persino davanti all’uscio di casa, in part., sópe i vignèle (vd.).
preveliète sf. pergolato.
prevelóne sm. provolone.
prèvete sm. prete, sacerdote; dim. prevetìcchie; prèvete spugghiète (prete spretato) // I detti popolari, quasi tutti di segno negativo, evidenziano l’isolamento in cui il clero veniva spesso a trovarsi all’interno di una società non irreligiosa, ma tuttavia evangelizzata in una maniera particolare: “I prèvete ténn la cusciènza nére accóme e la tòneche”; “Prèvete, mòneche e chène: ha sta sèmp k’la mazza mmène”; “Gghìreche nn’fa prèvete e tòneche nn’ ffa mòneche”; “Ha fa ccóme u prèvete dice e nnò ccóme u prèvete fa!”). Va infine sottolineata l’escl.: “Pó sbaglià u prèvete sópe la vutère, npòzz sbaglià iì?” che restituisce una dimensione umana al sacerdote che, uomo come gli altri, a volte commette errori persino durante la celebrazione del rito ripetuto per l’ennesima volta.
prià (-ète) v.: 1) pregare // In rif. a chi desidera farsi pregare per una qualche concessione, si esclama a volte: “Nn’prèie mank a Gése Crist, pòzz mèie prià a iìs (o iés)?” - 2) rifl. priàrcene rallegrarsi (“Ce n’è priète”).
priamènt sm. sequela di preghiere.
priannèdd agg. gioioso/a, che crea intorno a sé animazione e allegria.
Priatòrie spr. Purgatorio; sull’etimo va notato che, mentre il term. dialettale deriva da prià (pregare), quello italiano è riconducibile a purga (luogo di purificazione) // Nel compiere qualche gesto di generosità o per consolarsi di una perdita, si esclama a volte: “Va p’ ll’àneme d’u Priatòrie!”. Di persone inquiete si dice: “Père n’àneme d’Priatòrie scurdète!”.
Priére sm. contentezza, allegria; anche priézz (sf.) // Di ciò o di chi infonde gioia alla sola vista si dice: “T’fa menì u priére sóle ca lu (o la) spìe!”.
prime: 1) agg. e pron. primo/a (“U prime amóre n’nce scòrd mèie”) - 2) avv. prima (“L’aviva dice prime…”).
prime d’mó: loc. immediatamente, subito; alla lettera: prima di adesso (“Ha sparì prime d’mó!”).
pròie (pròst) v. porgere, passare un qualche aiuto // Di chi, dopo il matrimonio, dà una mano, palesemente o di nascosto dal coniuge, alla famiglia di origine in difficoltà, si dice: “Pròie a la vanna só”.
pròpie avv. proprio // “M’sò propie stuffète!”, si esclama spesso quando non se ne può più.
próve sf.: 1) prova // Di chi fa tentativi ad esito scontato si dice a volte: “Ha ffatt la próve ’u caccavóne: ha rrott l’óve k’lu matóne” - 2) prelievo che si fa da una forma di cacio o da un’anguria per saggiarne la qualità // “A la próve, a la próve!” è il richiamo estivo dei venditori di cocomeri per le strade del paese - 3) spot pubblicitari di film di imminente programmazione.
pròvèrbie sm. proverbio/i // Il detto: “I pròvèrbie nce sbàgliene mèie” non va molto lontano dal vero, anche perché, affermando tutto e il contrario di tutto, i proverbi trovano sempre riscontro nelle circostanze (vd. Apricena: Proverbi e curiosità).
prucenése agg. (pl.: -ìse): apricenese // Per ripagarci delle malignità che ci siamo inventati sul loro conto, i circonvicini hanno coniato per noi l’appellativo di ciòccacavutète (vd.), riportato, tra l’altro, in Lingua e società in Capitanata di Michele Melillo a pag. 25, ed è pressocché l’unico accenno che l’autore ci dedica. Il detto: “I prucenìse sò amant d’li frustìre!” sottolinea una certa esterofilia specie nei rapporti di tipo economico. E in effetti non sono pochi coloro che, per un acquisto qualsiasi, preferiscono recarsi a San Severo o a Foggia o ancora più lontano, snobbando i commercianti locali.
pruffedià (-ète) v. insistere, ostinarsi nel sostenere una tesi.
pruffìdie [deformazione dialettale di perfidia] sf. insistenza, petulanza (méttece d’ pruffidie).
pruffediùse agg. cocciuto, puntiglioso, litigioso.
pruvà (-ète) v. provare, assaggiare.
p’stime d’monn loc. per salvare le apparenze; alla lettera: per la stima del mondo.
p’tutt i iurn loc. per tutti i giorni, in part. di abiti di uso quotidiano.
pucchète sm. peccato (chiàgne u pucchète) // Prov.: “Ce dice u pucchète ma nò u peccatóre”.
pucìne sf. pulcino; dim. pucenèll.
puddàstre sf. pollastra // A puddàstre (o pullàstre) erano e sono spesso paragonate le fanciulle in fiore.
puddétre (o pullédre) sm. puledro da sette mesi ad un anno, ancora da domare // Per curiosità va detto che il term. deriva dal lat. pullus, che indicava animali giovani in genere (cuccioli, puledri, pulcini...) e per-sino germogli vegetali.
Pugghie spr. Puglia // Col term. i montanari abruzzesi, quelli del Sub-Appennino e persino gli abitanti del vicino Gargano intendevano la pianura in genere ed in particolare il Tavoliere per recarsi nel quale scendevano nPùgghie numerosi soprattutto d’estate per la mietitura. In una canzone popolare di Serracapriola riportata dal La Sorsa (Folklore Pugliese I - pag. 277), una ragazza maledice la Pu-glia perché vede il suo innamorato tornare ai monti, dopo la stagione, còtt d’sole: “Pòzz’èsse accìse ’a Puglie e chi la vant! U ninne mie la Puglie si lu téne. L’hai mannète iànk e rósce ccóme e nu méle e iè turnète còtt da lu sole”.
pugnetùre [dal lat. pugna (battaglia)] sm. lungo coltello usato per scannare bestie da macello e buono per difendersi ed offendere.
Pulecenèll spr. Pulcinella, maschera napoletana della commedia dell’arte // Gli si attribuiscono frasi ispirate dall’idea fissa di una bella tavola imbandita (“Ha dditt Pulecenèll:-Ntù mère nce stann tavèrn!-”; “-Ce stann cchiù iùrn ca savucìcce! - ha dditt Pulecenèll ”). Almeno stando al detto: “Quann Pulecenèll tenéve tàvela luvève e tàvela mettéve”, il sogno si concretizza in qualche raro e fuggevole momento di abbondanza.
pulepàcce sm. polpaccio.
pùlepe sm. polpo, mollusco dei Cefalopodi fornito di otto tentacoli muniti di ventose // Prov.: “U pùlepe ce cóce nta l’acqua só stéss”.
puletìne agg. ordinato/a, amante dell’ordine e della pulizia, qualità opinabile in una donna di casa.
pulezzà (-ète) v. pulire, far piazza pulita // La loc. pulezzà tutt cóse ha spesso il valore traslato di: dilapidare eredità sostanziose.
pulezziànt sm. spazzino, netturbino // Sull’origine della categoria, a livello locale, c’è da dire che, poiché ad Apricena come altrove si è lasciato per secoli che i rifiuti si ammonticchiassero per le strade contando sulla pioggia e sul vento per la loro rimozione, essendo la situazione divenuta insostenibile, nel 1832, come racconta il Pitta a pag. 389, un certo Benedetto Del Fuoco, si offrì di spazzare e tener pulite tutte le strade dell’abitato, a patto che il Comune gli assegnasse regolare ricompensa. Il Decurionato accettò la proposta in quanto ritenne che il servizio avrebbe giovato alla salute pubblica e concesse al primo netturbino apricenese una paga di 15 carlini al mese. Per dare un’idea della congruità del compenso, va detto che negli stessi anni, il cancelliere comunale ne prendeva 30 e il medico condotto 40.
pulezzìe sf.: 1) pulizia (“La pulezzìe nn’è bbóne sóle ntla saccòcce”) - 2) polizia (“Ruffiène d’pulezzìe p’nu turnése fa la spìe”).
pullédre sm. puledro; vd. puddétre.
pulverìzz sm. pulviscolo, in part. la neve sottile e compatta portata come polvere da un forte vento.
pumàcchie sm. volpino, cane di taglia modesta e dal pelo fulvo.
pumèstre sm. bimestre, rata bimestrale; a scadenza bimestrale si fanno, ad es., i versamenti esattoriali.
pumpià (-ète) v. irrorare, in part. vigneti (pumpià la vigne) con verderame sciolto in acqua di calce contro la peronospera.
pungecà -rce (-ète), pungere -rsi; in senso traslato: punzecchiare a parole // Il wellerismo: “-Chi ce póngeche ca scèss fóre! - ha dditt u rìcce” è la battuta conclusiva di una favola popolare in cui l’istrice dà tale risposta alle recriminazioni di una serpe che l’aveva accolto per compassione nella propria tana.
pùngeche sm. puntura.
pungecóse agg. pungente.
punie sm. pugno.
punt sm.: 1) puntiglio (méttece d’ punt: metterci puntiglioso impegno) - 2) punto/i al gioco.
punt d’stéll sm. punto/i di stelle, giorni segnati nei quali sono da temere infortuni // Sono ritenuti tali il 24 Giugno (San Giuvànn), il 16 Luglio (Sant’Ann), il 28 Luglio (Sant Lazzère) e il 15 Agosto (L’Assunzione). La credenza, che si ricollega ai giorni nefasti dei Romani, era cosi radicata che, specie nel giorno di Sant’Ann si giungeva ad astenersi, per scaramanzia, da qualsiasi attività. In ogni caso proprio questa data era stata funestata, nel 1805, dal terribile terremoto detto, appunto, d’Sant’Ann, a ricordo del quale, ancora ai tempi del Pitta (pag. 186), nella ricorrenza annuale, si celebrava il rosario nella Chiesa di San Rocco.
puntaróle sm. punteruolo, barretta d’acciaio appuntita e con manico ad occhiello per praticare fori.
puntellà (-ète) v. puntellare, sorreggere tramite puntèll, e cioè paletti di sostegno.
puntétt sf. punta, estremità di seta ritorta d’lu scuriète (vd.), che produce il tipico schiocco.
puntià (-ète) v.: 1) rammendare - 2) puntare, azione tipica di cani e gatti che hanno individuato il nascondiglio della preda.
puntìll sm. scalpello a punta.
puntine sm. chiodo; dim.: puntenèll.
pupatèll sf.: 1) (dim. di pupète) bambolina - 2) tettarella, succhiotto // Sistema primitivo per acquietare i lattanti, la pupatèll era costituita da una pezza avvolta intorno ad un cucchiaino pieno di zucchero che veniva lentamente fuori, per l’azione di risucchio del poppante.
pupégne sm. capezzolo.
pupelène agg. popolano/a, uomo o donna del popolino.
puperète sm. tarallo/i scuri // A differenza di altri preparati tradizionali, i puperète, insieme ai tarallùcce, continuano ad incontrare il gusto dei consumatori al punto che diversi forni li vendono confezionati in buste. Il colore scuro che li contraddistingue è dovuto all’aggiunta all’impasto di mustecòtt o cacao. Nel libro Riscoprire il passato per proiettarsi nel futuro del locale liceo, figurano ben cinque ricette diverse di preparazione. Nello stesso libro si legge che, in occasione di trasciùte e matremònie, venivano offerti agli invitati personalmente da li zite, mentre due parenti reggevano alle estremità una tovaglia attorcigliata nella quale i puperète erano infilati a mo’ di collana. L’origine del nome è ivi fatta risalire ad una voce dialettale albanese (pag. 63).
pupète sf. bambola // Quando non ci si poteva permettere di spendere denaro in giocattoli, le mamme provvedevano a volte di persona a confezionare pupète d’pèzz (bambole di stoffa) per le proprie figlie. Il term. dialettale deriva dal latino pupa che, oltre al valore di bambola, aveva anche quello di fanciulla, giovanetta. D’altra parte ancora oggi le ragazzine aggraziate sono spesso paragonate a pupète o bàmbele, anche se l’accostamento sottintende a volte una certa carenza di raziocinio.
“Pupp pupp!”escl. “Alla faccia!”; ricca com’è di sottintesi, l’escl. assume valori diversi a seconda dei contesti.
puppù s. (term. del gergo infantile con cui si indica un piccino ad un altro piccino) bimbo/a.
purcàcchie [lat. tardo porcacla] sm. porcacchia, detta anche portulaca e porcellana, erba grassa a foglie larghe, usata, in qualche caso, come insalata; in dialetto è detta anche magniapurcèll (vd.).
purcarìe [da pòrk] sf. porcheria.
purcèll sm. maialino da latte che allo svezzamento diventa purcàstre e a 6-7 mesi pòrce (vd.) // Il term. è usato a volte in rif. a ragazzine che non disdegnano le facili avventure.
purcèll d’Sant’Antonie sm. farfalla dal corpo tozzo (nsc. Microgrossa Stellarum) che si riteneva apportatrice di buone notizie e fortuna; nome e credenza sono da alcuni riferiti anche alla coccinella, in dialetto santalucìe.
purchère sm. porcaio, allevatore di porci // L’attività era un tempo diffusa, anche perché gli animali, onnivori ed a rapida crescita, trovavano facile smercio a la fiére settembrina di Santa Maria.
purciarìe [da pòrce] sf. porceria, azione da porci.
pure ca… loc. pure che, anche se...
purie sf. purgante.
purtà (-ète) v.: 1) portare, trasportare (purtà nnanz pètt: travolgere con irruenza) - 2) ritenere, conteggiare (purtà ca: ritenere che) - 3) essere composto di un certo numero di giorni, in rif. ai mesi (“Nóvèmbre pòrt trènt”) - 4) superare di (purtà n’ann, dui…).
purtamènt sm. comportamento abituale, carattere, temperamento.
purtencìne sm. portoncino di accesso ad abitazione ai piani superiori (anche pertuncìne).
purtenère sm. portinaio, portiere.
pusà (-ète) v.: 1) posare, deporre - 2) stare in posa davanti all’obiettivo fotografico - 2) rifl. -rce decantarsi (di liquidi che fanno la posa), diventare più equilibrati per carattere (di persone).
puscìne sf. cisterna per la raccolta di acqua piovana // Nei campi dove la profondità o l’assenza di falde freatiche non consentiva di scavare pozzi, si ricorreva un tempo alla costruzione di puscìne, cavità adeguatamente rivestite, ove veniva convogliata, tramite un sistema di canali di scolo, l’acqua piovana. Anteriormente all’entrata in funzione dell’Acquedotto Pugliese, si costruivano cisterne per raccogliere l’acqua dei tetti anche nelle case signorili del paese.
puselète sm. soppalco // Essendo un tempo le famiglie numerose e vivendo di solito in un’unica stanza dalla volta molto alta, per aumentare lo spazio abitabile si costruiva spesso un piano rialzato di legno, ottenendo un vano, detto appunto puselète, che fungeva da deposito e dormitorio dei ragazzi di casa.
pusète agg. assennato, equilibrato.
pusetìve agg. deciso, risoluto, tenace, testardo.
pussànz sf. possanza, forza fisica.
pustià (-ète) v. fare la posta, tendere un agguato; anche mpustà (vd.).
pustèle sf. autobus, corriera, così detta dal fatto che trasportava, tra l’altro, anche la posta // I collegamenti con i comuni viciniori sono da anni assicurati ad Apricena da li pustèle della ditta Biscotti ora ACAPT. Prima della loro apparizione, il servizio di trasporto pubblico era espletato da lu sciarabbà, una carrozza a trazione animale.
pustére sm. postino // La prima ricevitoria postale fu istituita ad Apricena nel 1869 ma, per circa trent’anni, gli interessati furono costretti a recarvisi di persona per il ritiro della corrispondenza. Risale al 1897 la nomina del primo postino che fu il Sig. Nunzio La Croce (Pitta, pag. 333).
putà (-ète) v. potare // Prov.: “Ognùne ce pute la vigne a vèrs só”.
putachèse loc. putacaso, fai conto che, ipotizza che...
puté (petùte) v.: potere (nputé vé li ramp: non avere la possibilità).
putéche [gr. apoteche (spaccio, de-posito)] sf. bottega, laboratorio nel quale esercitano la propria attività commercianti ed artigiani.
putére sm.: 1) potere, forza fisica - 2) podere/i, proprietà rurali con casa colonica (chèsa cólònie) assegnati a famiglie bracciantili, negli anni Cinquanta, dall’Ente di Riforma che, riducendo i latifondi, si proponeva di estendere la piccola proprietà contadina // Chiacchierati furono, subito dopo la loro creazione, i putére d’Palummìne (vd.), su cui fiorì una nutrita serie di stornelli, a risentire i quali si direbbe che gli assegnatari, felici per la fortuna piovuta loro addosso, passassero più tempo a godersela che a lavorare, e comunque gli stornelli si chiudevano col ritornello: “Madònna mi, ccóme amma fa? A li chèse cólònie l’amóre ce fa!”.
putìne sf. torcicollo, malattia tipica dei polli.
putrusìne [lat. petroselinum] sm. prezzemolo // Si tratta di un’erba aromatica che non stona su nessuna pietanza (“U putrusìne nn’ uàste menéstre”) e che anzi risulta spesso indispensabile (“P’nu sòld d’putrusìne ce uàst la menèstre”). Si scherza a volte sul ceru-me nelle orecchie dei bambini dicendo: “Ce ne sta tant ca ce pó chiantà u putrusìne!”.
puttène sf. meretrice/i // Proverbi: “Puttène e signùre so llìcete a tutt li cóse” (Per puttane e signori tutto è lecito).
puvé (pevùte) v. (voce del gergo dei bambini che a volte si misurano fisicamente con i coetanei) essere superiori nella lotta.
puze sm. polso.
puzz: - 2) sm. pozzo // Nel Tavoliere assetato d’acqua (il poeta latino Orazio definì la Puglia siticulosa), il pozzo costituisce da sempre una presenza essenziale per la vita stessa. L’approviggionamento d’acqua alla nostra cittadina era assicurato un tempo da tutta una corona di pozzi, i più importanti dei quali erano: u Puzz Saveze, poco discosto dalla strada per San Nazario, u Puzz Vècchie e u Puzz Nóve San Piètre, quest’ultimo costruito nel 1885, accanto a quello omonimo, a un km. circa dall’abitato, a sinistra della rotabile per la stazione ferroviaria, u Puzz ’la Tèrr sulla strada per San Severo; e u Puzz ’u Mperatóre, sul tratturo ’u Mperatóre, nei pressi dell’attuale vasca di depurazione delle acque di scolo. Numerosi acquarùle facevano, coi loro asinelli, la spola tra pozzi e paese, vendendo l’acqua in barili per le strade. “Così fu, annota il Pitta a pag. 283, fino al 1931, epoca in cui le prime fontanine dell’Acquedotto Pugliese cominciarono a sussurrare nelle nostre piazze ed a zampillare dai rubinetti delle nostre case, sotto gli occhi delle attonite massaie” - 2) sf. puzza; puzz d’nchiùse: tanfo simile a quello della muffa in un ambiente tenuto chiuso a lungo.
Puzz d’la Tèrr spr. Pozzo della Terra // Si trovava ai piedi della discesa sulla strada per San Severo, oggi Via Italia ma un tempo detta, appunto, la vie ’u puzz. Essendo il più vicino all’abitato, il pozzo era indicato negli atti pubblici col nome di Pozzo Comunale. L’’Amministrazione ne concedeva in appalto lo sfruttamento ad un fittavolo che rivendeva l’acqua a l’acquarùle, con l’obbligo però di far attingere gratuitamente l’acqua ai cittadini e mettendo anzi a disposizione mànghene, zóche e iàlétt. Il diritto ad un compenso era limitato al caso in cui fosse richiesta una prestazione lavorativa, e cioè di tirare su l’acqua (Pitta, pag. 283).
Puzz Sàveze spr. Pozzo Salso (e cioè Salato) // Si tratta del pozzo più noto di Apricena, che la leggenda fa risalire a Federico II il quale l’avrebbe fatto costruire per l’abbeveraggio delle pecore passanti per l’antico tratturo che porta al Gargano. Venendo a notizie più certe, il pozzo fu nel 1904 rimesso a nuovo dall’allora Sindaco prof. C. L. Torelli che fece incastonare sulla colonna sinistra un’epigrafe latina da lui stesso dettata e su quella destra la corrispettiva traduzione in italiano: “Questo pozzo, detto immeritatamente Salso, esistente al tempo di Federico II, poi caduto e quasi inutile, fu col danaro pubblico rifatto nel 1904. Cittadini, usatelo ma custoditelo!”. A giudicare dalle condizioni in cui, ai margini della zona artigianale, si può vedere oggi il pozzo, l’invito a custodirlo è caduto nel vuoto. E’ stato comunque già approntato il progetto per un nuovo restauro, più nell’ottica del recupero delle testimonianze del passato che per utilità pratica.
puzzà (-ète) v. puzzare // “Puzz a chène mòrt!” si esclama a volte se il cattivo odore è davvero insopportabile. Di un tipo permaloso si dice a volte: “A quidd i pùzzene i mustàcce!”, indipendentemente dal fatto che porti i baffi o meno.
pùzza v. che tu possa // Forma ottativa di puté, introduce esclamazioni beneauguranti (“Puzza ièss benedétt!”) e maledizioni (“Puzza ittà u sang!”).
Puzzatìne spr. Pozzatina, dolina garganica, al confine tra i demani di Apricena e Sannicandro. // Profonda oltre 100 m., con il perimetro di 1850 m. e l’asse maggiore di 675 m., è la più grande dolina di Puglia ed una delle maggiori d’Europa.
p’vvìe d’légge loc. per vie legali.




