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Lettera "N"
n prep. in; si lega alla parola che segue costituendo con essa compl. di luogo: ntàvele (in tavola), nchèpe (in testa), nPùgghie (in Puglia)...
na art. f. una (na vóte, na fémmene); m. nu (nu uèie).
nàbbele agg. inabile, incapace.
nacedì-rce (-ùte) v. inacidire -rsi.
nàlese sf. analisi clinica.
nanàss sf. ananas.
nannòrk s. orco/a, personaggio delle fiabe popolari che abbina alla mostruosità dell’aspetto la cattiveria del carattere, giungendo in qualche caso a cibarsi di bambini // Il term. deriva forse da nonno/a più orco/a; altri lo fanno derivare da Nanni l’Orco.
Nàpele spr. Napoli // Il detto: “Chi Fógge nn’vvéde, Nàpele n’ncréde!” riporta a tempi in cui, muovendosi poco, si rimaneva sbalorditi persino di fronte alle bellezze di Foggia; Napoli, città resa splendida dal ruolo di capitale del Regno meridionale svolto per secoli (XIII-XIX), poteva apparire addirittura incredibile. L’indov.: “Sòng iùte a Nàpele appòst p’ ccattà na cosa tòst e p’farla mmullà la segnóre adda penà!” lascia intravvedere il fatto che era spesso necessario giungere fino a Napoli per fornirsi di quei prodotti che non era possibile reperire in provincia, anche se il baccalà (sol. dell’indov. di cui sopra), giungeva probabilmente anche nei paesini più sperduti. A proposito degli abitanti, il detto: “I Napuletène: làrie d’vók e strètt d’mène” avverte che non va fatto troppo affidamento sulle loro generose promesse, anche perché spesso non potrebbero mantenerle neanche volendo.
Narcìse spr. Narciso // Personaggio della mitologia greca che, inna-moratosi della propria immagine riflessa in uno stagno, vi si tuffò per abbracciarla, annegandovi miseramente. Il detto: “Narcìse iè mmòrt accìse”, per ragioni di rima, gli fa fare una fine diversa.
nasce (nète) v. nascere // Proverbi: “Chi nasce quadre nn’mmóre tónn”; “Ce sèpe addóve ce nasce e nce sèpe addóve ce móre”;.
nàscenz sf. nascita; anche nàscete.
nasìll sm.: 1) unghia della fava e dei legumi in genere - 2) nasello, pesce dell’ord. dei Gadiformi simile al merluzzo, e per questo detto anche “merluzzo del Mediterraneo”.
nasìrchie sm. narici.
naspre [gr. aspros (bianco] sm. albume montato con zucchero, impasto che diventa, con la cottura, una crosta bianchiccia con cui si rivestono alcuni tipi di dolci.
natà (-ète) v. nuotare.
Natèle spr. Natale // Diversi detti, che si legano in modo da formare una vera e propria filastrocca, esprimono la trepida ansia dell’attesa per questa che è sicuramente la festa più sentita dell’anno: a Santa Caterina manca circa un mese, ma c’è già chi conta i giorni, e San Nicola, la Concetta, Santa Lucia, sono avvertite come altrettante tappe di un lento avvicinamento: “Santa Catarine: n’atu mése chiìne chiìne; Sant Necóle: a Natèle diciannóve; a la Cuncètt: a Natèle diciassètt; Santa Lucìe: a Natèle na duzzine”. E’ il momento dei grandi preparativi: ce ccìde u pòrce (“A Natèle u pòrce vo ièss accise”) e si preparano puperète, caveciùne, nèvele, consapevoli che, una volta passata, è difficile che l’occasione si ripresenti (“I nèvele ca nce fann a Natèle nce fann cchiù”). In quasi tutte le case si prepara il presepe e in molte anche l’albero, o tutti e due. La notte della Vigilia viene trascorsa in numerosa compagnia, riunendosi in genere le famiglie al gran completo. Anche chi non si recherà in chiesa ad assistere alla funzione religiosa della natività, veglierà fino a tardi, magari semplicemente parlando del più e del meno. Oltretutto per l’intero anno, quando non si ha tempo da perdere in chiacchiere, si rinvia scherzosamente a questa occasione (“Sti chiàcchiere stìpele p’la nòtt d’Natèle!”), l’unica notte, tra l’altro, in cui è lecito trasmettere le formule della ffàscene (vd.). Ma la tradizione alla quale soprattutto i bambini tengono di più è la tombolata, anche se poi qualcuno di essi piange se perde qualche soldino. Chi fa u tumbelóne (vd.), da parte sua, gestisce da protagonista la partita, animandola con le battute legate, per tradizione, a ciascun numero e conferendo al gioco la giusta dose di suspance. In quanto ai pranzi, a base di nguìll, sìnepe e baccalà quelli della Vigilia, di brodo d’vallenacce a Natale, sono particolarmente abbondanti perché è un periodo in cui non si bada a spese. E chi ha figli piccoli può persino avere la sorpresa di vedere una certa letterina sbucare da sotto il piatto. Dopo le feste, conti alla mano, ci si accorge spesso di aver speso più di quanto sarebbe stato saggio, e si sa che a volte i problemi economici fanno venire mal di testa (“Dópe li fèst saccòccia vacànt e delóre d’ tèst!”). Inoltre, in una società caratterizzata dalla discontinuità dell’occupazione, il lungo inverno davanti non era, per i più, una prospettiva molto allegra (“Dópe Natèle frédd e fème!”).
natète sf. nuotata (fàrce na bbèlla natète).
natrèll sf. anatroccolo.
n’atu agg. un altro (n’atu iórn, n’atu crestiène…); f. n’ata (n’ata vóte, n’ata fémmene...).
navétt [fr. navette] sf.: 1) spoletta della macchina per cucire - 2) paletta semicircolare con cui i bottegai prendevano, dagli appositi contenitori, legumi, riso, pasta, ecc., un tempo venduti sfusi; vd. anche menuzzème.
nazz agg. pieno, sazio; il radd. nazz nazz ha il valore di: ubriaco fradicio (“Sta bbèll nazz nazz!”).
nazzecà (-chète) v. dondolare, cullare (nazzecà la cùnnele).
ncagnàrce (-ète) v. indignarsi, offendersi rompendo i rapporti di amicizia; il v. è usato in rif. a bambini e donne in particolare.
ncagnète agg. imbronciato, offeso // Il dim. compare nella seguente filastrocca presente nel Pitta tra le ninne nanne: “Quant iè bbèll la cummère d’mamm ca cóce i maccarùne e n’mm’chième. M’chième sóle quann cóce i fógghie: iì facce la ncagnatèll e n’nn’vòie!”
ncalabbùsce loc. in galera.
ncalemàrce (-ète) v. affannarsi, ansimare, farsi venire il fiatone.
ncalemète: 1) sf. affanno, difficoltà nel respirare dopo lo sforzo dovuto ad una corsa (pigghiàrce na ncalemète) - 2) pps. di ncalemàrce affannato, col fiatone.
ncampène avv. in campana // La loc. tené o purtà ncampène equivale a: illudere ingannando con vane promesse.
ncanìrce (-ùte) v. invecchiare perdendo elasticità (di pneumatici e camere d’aria in part.).
ncannarùte agg. assuefatto, attaccato a qualcosa; anche ncarnète.
ncantà -rce (-ète) v. incantare -rsi.
ncantarète avv. sotto sale (fa ncantarète: mettere in salamoia).
ncantète agg. incantato, imbambolato // “Sta ccóme e nu ncantète!” si esclama a volte in riferimento a chi appare come fuori dal mondo.
ncapàrbie agg. caparbio, testardo.
ncapp sm. cappio.
ncappà (-ète) v. acchiappare, afferrare; il v. oscilla tra le forme: ncappà, nchiappà, cchiappà.
ncappachène sm. accalappiacani, dipendente comunale un tempo addetto, a periodi, a catturare cani randagi col calappio.
ncappalèpe agg. stupido, fannullone; alla lett.: acchiappa api
ncappasùrge sm. trappola per topi.
ncappellàrce (-ète) v. indossare il cappello, il che costituiva un tempo, per uomini e donne, segno di distinzione sociale.
ncapulà (-ète) v. iniziare il lavoro; contr. scapulà // Il v., derivando dal lat. in capulum (intrare), vuol dire: mettere la testa nel cappio (del lavoro); analogamente scapulà equivale a: togliere la testa dal cappio; la stessa etimologia ha scàpele (uomo non sposato, e cioè con la testa fuori dal cappio del matrimonio).
ncapunìrce (-ùte) v. incaponirsi, intestardirsi, fissarsi in un’idea.
ncarcerà (-ète) v. incarcerare.
ncarecà -àrce (-ète) v. incaricare -rsi, farsi carico, darsi pena // “Nt’ n’ncarecànn!” è un invito a farsi gli affari propri.
ncarnà -arce (-ète) [da carn] v. avvezzare, abituare -rsi // Il detto: “U ncarna e lu scarnà sò duie cóse!” contiene il v. ed il suo contrario.
ncarnatóre sf. esca per invogliare a fare qualcosa con una continuità.
ncarnatùre sf. carnagione, colorito.
ncarnète agg. invescato, attratto da qualcosa; tené u dènt ncarnète (alla lett.: avere denti abituati alla carne).
ncarròzz avv. in carrozza (pésce ncarròzz: lumaca) // Prov.: “Chi va ncarròzz móre allappide” (Il lusso eccessivo riduce in miseria).
ncartà (-ète) v.: 1) incartare, avvolgere in carta - 2) rifl. -rce incartarsi, in alcuni giochi di carte.
ncartamènt sm. documentazione.
ncasà (-ète) v. aumentare (ncasà la mène: rincarare la dose).
ncascète [da chèsce] agg.: 1) cosparso di formaggio // “L’é menùta fatt: u maccaróne ncascète!”, si esclama a volte per invidia - 2) (nel gergo giovanile) voglioso di sesso.
ncasciatóre sf. passata di formaggio grattugiato (na ncasciatóre d’ néve: una patina nevosa appena visibile).
ncasómà loc. caso mai.
ncasscià (-ète) v. incassare.
ncatenà (-ète) v. incatenare.
ncatrammà (-ète) v. incatramare, coprire di catrame strade, oppure terrazzi o muri per preservarli da infiltrazioni d’acqua piovana.
ncavecchiàrce (-ète) v. incrociarsi di fili in nodi difficili da districare.
ncaveciunà (-ète) v. trattare il grano da seme con antiparassitari.
ncavedà (-ète) v. riscaldare // La minaccia “Mó te ncavedà!” sottintende: “a suon di busse”. Il detto “La menèstra ncavedète nsèpe cchiù accóme e prime!” è usato, in senso traslato, in rif. a rotture e riconciliazioni che alla lunga logorano i rapporti affettivi.
ncazzà -rce (-ète) v. incavolarsi, andare su tutte le furie.
ncazzatùre sf. moto violento d’ira, arrabbiatura.
ncazzùse agg. irascibile, collerico.
nce loc. neg. non ci (“Nce créde!”: Non ci crede), non si (“Nce pó mèie sapé”: Non si può mai sapere).
ncecalìrce (-ùte) v. accecarsi, affaticare gli occhi in lavori di precisione che richiedono vista acuta; per est.: innamorarsi ciecamente.
ncenà (-ète) v. uncinare (menàrce a ncenà: buttarsi ad arraffare tutto il possibile).
ncenedì -rce (-ùte) v. rendere o diventare cenéde, in part. di pane.
ncennerìrce (-ùte) v. ridursi in cenere o sporcarsi di cenere.
ncènz sm. incenso; quello che si usa in alcune funzioni religiose è costituito da resina di pino e di alberi orientali dal profumo intenso.
ncenzére sm. incensiere.
ncerète sf. tela cerata, in part. quella usata come tovaglia da tavola.
ncevelìrce (-ùte) v. rincivilirsi.
nchechenà (-ète) v. bere con piacere vino direttamente alla bottiglia il cui collo è detto in dial. checóne // In rif. a beoni si esclama a volte: “I pièce a nchechenà!”
nchelònn avv. in colonna.
nchèpe avv.: 1) locativo: in testa (ntené sèle nchèpe; sta malète nchèpe..) - 2) temporale: dopo (nchèpe d’ n’ann).
nchetugnià (-ète) v. innervosirsi, far cattivo sangue (“Tu rire e iì nchetùgne!”).
nchianà (-ète) v. salire.
nchianète sf.: 1) ripida salita - 2) scalinata e relativo vano di accesso.
nchiànt d’mène loc. sul palmo della mano (purtà vune nchiant d’ mène: trattare uno con riguardo).
nchiavecà -rce (-chète) v. riempire -rsi di debiti e problemi; alla lett.: infognarsi (vd. chiàveche).
nchiàzz avv. in piazza, in centro.
nchiemà (-ète) v. imbastire con punti larghi e provvisoriamente i margini dei pezzi di un capo prima della cucitura definitiva lungo eventuali correzioni.
nchiéme sm. imbastitura provvisoria a punti larghi.
nchiéne avv. in pieno (menàrce nchiéne: chiedere un prezzo alto, puntare in alto).
nchiènésscìgne sm. saliscendi, ferretto fermaporta.
nchiì -rce (-chiùte) v. riempire, -rsi.
nchiùde (-ùse) v. rinchiudere (in manicomio, in carcere, in collegio).
nchiummàrce [da chiumm (piombo)] (-ète) v. alla lett.: impiombarsi, di pane mal lievitato che diventa pesante e grommoso nella cottura.
nchiummùse agg. pesante come il piombo, indigesto, non friabile, in part. di pane e dolci.
nchiùse sm. luogo chiuso e poco areeato (puzz d’nchùse).
nchiuvà (-ète) v. inchiodare.
ncialàmp sm. inciampo, ostacolo (truvà nu ncialàmp mméze la vìe).
nciaramà (-ète) [fr.. en charmer] v. circuire con lusinghe // Di chi sa ammaliare a parole si dice: “T’sèpe nciaramà k’li chiàcchiere!”.
nciéle avv. in cielo, in alto // Vulé nchianà nciéle sènza schèle è un’aspirazione abbastanza diffusa.
ncìme avv. in cima.
ncine: 1) sm. uncino/i; dim. ncenèll // Un tempo numerosi nelle case, servivano a sospendere a la pèrteche generi alimentari // Nel prov.: “Addóve t’cride ca ce stann i lard, ddà nce stann mank i ncìne” si allude alle provviste suine, la presenza delle quali in casa era segno tangibile di benessere - 2) bastone con presa per abbassare i rami e cogliere frutti - 3) urosperma, erba velenosa (nsc. Urospermum dolecampi) - 4) sf. angina, gonfiore della gola, difterite.
ncìnt: 1) agg. f. incinta, in stato interessante // Il term. è così spiegato da Sant’Isidoro, dottore della Chiesa del VII sec.: “Incincta est quae sine cintura ob uterum” (incinta è detta quella donna che è senza cintura per il pancione). Prov.: “Tutt è póssibbele, fóre ca l’óme ncint”) - 2) avv. alla cinta // Il detto: “Chiève ncint e Martine dint”, nel ricordare l’uso di portare la chiave legata in vita, evidenzia il fatto che contro i malintenzionati non ci sono precauzioni che tengano.
nciòk ca… loc. così che… (introduce conseguenze negative)
nciuccà (-ète) [da ciòk (testa)] v. intestardirsi in un diniego.
ncógne [gr.: ancon; sp. rincon] sf. angolo appartato (méttece ntà na ncógne: mettersi in un angolo).
ncòll avv. addosso, sulla persona // Di chi si sposava senza un minimo di corredo, si diceva un tempo: “C’é nzurète (o c’è maretète) sóle k’la cammìsce d’ ngòll”.
ncóre avv.: 1) nel cuore // Si tratta di un posto dal quale, stando al detto “T’vòie bbéne e t’tèng ncóre: k’na pìcquela mancanz t’méne fóre!”, si può essere sfrattati per un nonnulla - 2) ancora (“Ncóre t’ cride ca…”: Non credere che…).
ncòrp avv. in corpo, nello stomaco // Prov.: “Pènecòtt e iacquasèle mìnele ncòrp ca nfann mèle”.
ncràmp avv. nelle grinfie, tra le mani, a tiro // “S’t’hai ncràmp...” è una ipotesi gravida di minacce.
ncrampà (-ète) v. afferrare, prendere con le grinfie, impadronirsi.
ncrapà (-ète) [da crèpe] v. saltare addosso e colpire con le corna come fanno i capri; tale è il senso della minaccia: “Mó té ncrapà!”,
ncrapecciàrce (-ète) v. incapricciarsi, impuntigliarsi per capriccio.
ncrapenàrce (-ète) v. arrampicarsi come una capra.
ncreccà (-ète) v.: 1) alzare (ncreccà la códe) - 2) rifl. (-rce) tirarsi su.
ncredènz avv. a credito (fa la puttène ncredènz: screditarsi senza alcun tornaconto) // Se da una parte è consigliabile vendere merchète e no ncredènz, e cioè a prezzi bassi anziché a credito, dall’altra, non disponendo di denaro contante, c’è poco da recriminare se non si fosse trattati come si dovrebbe e vorrebbe (“U rène ncredènz e va truvann u mezzétt cólm!?”).
ncrespà (-ète) v. (voce del gergo sartoriale) crespare.
ncròce avv. in croce // La loc. sta ncróce sottintende: accóme e Crist.
ncróce e nnóce loc. alla rinfusa (di oggetti disposti senza alcun ordine).
ncruccàrce (-chète) [long. kruk] v. curvarsi, in part. della spina dorsale di anziani, che, in età avanzata, rischiano d’rumané ncrucchète.
ncrudelìrce (-ùte) v. incrudire, tornar duro/i come crudi, il che avviene ai legumi tolti dal fuoco troppo presto o rimasti a secco in fase di cottura.
ncruffelià (-ète) v. grugnire; per est.: russare rumorosamente (ncruffelià accóme e nu pòrce).
ncrunà (-ète) v.: 1) infilare il filo nella cruna (ncrunà l’èche) - 2) ornare, incoronare (ncrunà d’óre).
ncrustàrce (-ète) v. incrostarsi.
ncruzzeliàrce (-ète) v. indurirsi dello sporco fino a formare croste.
ncuccià (-ète) v. intestardirsi in un diniego; anche nciuccà.
ncùdene sf. incudine, attrezzo delle fucine // Prov.: “Quann sì martèll batt e quann sì ncùdene statt”.
ncufflà -àrce (-ète) v. infilare da sopra; contr.: scufflà.
ncuiatà-rce (-ète) v. inquietare, innervosire, -rsi.
nculazzà (-ète) v. acculare, posizionare lu traiìne k’la culàzz ntèrr e le stanghe in aria per lo scarico; il v. indica, per estensione, la stessa operazione con altri mezzi di trasporto.
ncùle avv. nel di dietro.
ncullà (-ète) v. incollare.
ncumpagnìe avv. in compagnia.
ncunàgghie sf. inguine, piega della pelle tra coscia e basso ventre.
ncuperchià (-ète) v. coperchiare, sovrapporre; contr.: scuperchià.
ncuppà (-ète) v. saltare, scavalcare // Di ragazze avventurose si dice a volte: “N’ha ncuppète d’fratt!”.
ncuraggià (ète) v. incoraggiare.
ncurnà (-ète) v. incornare, colpire con le corna.
Ncurnète spr. Incoronata, nome di donna e attributo della nostra Patrona (vd. la Madònn ’i Ncurnète).
ncurparà (-ète) v. soffrire in silenzio buttando giù raie e veléne // “Ncurparèie e zitt!” si dice di chi assorbe i colpi senza reagire.
ncuzzà (-ète) v. provare piacere, aver voglia; è usato di solito in frasi negative // Di indolenti si dice: “Nn’lli ncòzz a ffa nènt!”.
ndann avv. allora; vd. ntann.
ndebbelìrce (-ùte) v. indebolirsi.
ndelecanìrce (-ùte) v. indebolirsi, diventare delicati, il che avviene di solito nel corso di una malattia.
nderìzz sm. indirizzo // “Ha sbagliète nderizz!” si dice a volte per troncare allusioni non gradite.
ndesèrt avv. in abbandono, in rovina // Il detto: “Tu k’me e iì k’te e la vigne va ndesèrt!” evidenzia le conseguenze disastrose del gioco allo scarico di responsabilità.
ndesèrtàrce (-ète) v. inaridire come un deserto, in part. di terreni lasciati in stato di abbandono (vd. sopra).
ndevenà (-ète) v. indovinare, risolvere un enigma; la voce ndevìne figura come imperativo nelle formule di apertura degli indovinelli (Ndevìne, ndevenèll...) e come indicativo pres. in quelle di chiusura (Figghie d’re chi lu ndevìne!) - 2) predire il futuro // Un tempo le zingare offrivano di casa in casa i propri servigi di veggenti per un modesto compenso in denaro o in natura: la protagonista della filastrocca che segue avanza però qualche pretesa di troppo: “Iì sò na pòvera zengarèll: sò menùte da luntène, sò menùte da l’Egìtt ca t’vòie ndevenà! Vide, vide ntlu stepóne se ce sta na cosa bbóne. Ti na tàk d’ felétt p’marìteme ca sta a llètt? Tì na fètt d’casckavàll o na brascióle d’cavall? Tì na bbèlla muzzarèll p’sta pòvera zingarèll?”.
ndevenèll sm. indovinello, gioco di parole allusivo col quale si adom-bra ciò che va indovinato // Per gli appassionati del genere segnalo la mia raccolta col titolo: Iì tèng na cóse...: Indovinelli di Apri-cena. L’espr. “Iì tèng na cóse...”, costituisce la formula di apertura di vari indovinelli, il più noto dei quali è “Iì tèng na cóse biank e pelóse... pelóse ne gniè: ndevìne, k’gghiè?” (sol.: la ricotta).
ndevìne sm.: 1) indovino (anche ndevenatóre) - 2) predizione, profezia - 3) enigma, indovinello; anche ndevenèll (vd.).
ndiavulàrce (-ète) v. uscire fuori dai gangheri, andare in bestia o, eti-mologicamente, “in diavolo”.
ndiavulète agg. incazzato nero (alla lett.: indemoniato).
ndóte loc. in dote (purtà ndóte).
ndrìll sm. particolare tipo di scalpello usato un tempo dai petraiùle per praticare fori ove inserire i ueggiùne (vd.).
ndubbùse agg. chiuso di carattere, sgarbato.
ndulerète agg. indolenzito.
ndulecì (-ciùte) v. addolcire.
ndundelià (-ète) v. dondolare, sbatacchiare.
ndurà (-ète) v. indorare, rivestire d’oro.
nechèll [sved. nikel] sf. nichelino, moneta metallica di tale metallo, in part. la quatt sòld del Ventennio del valore di 20 cent. (un soldo equivaleva a 5 cent.).
négghie sf. nebbia; dim. negghiarèll // Prov.: “S’la négghie sta a la muntàgne, pìgghie la zapp e va a uadàgne; s’la négghie sta a Mónteladònn vatt a ffa nu sònn”.
néie sm. neo.
nèll sf. anello; dim. nellétt e nellùcce // Prov.: “Pónn cadé i nèll ma nò i déte” (Si possono perdere le ricchezze, ma non i vizi e le virtù).
nemèle sm. animale; per est. il term. è usato in rif. a persone che si comportano peggio delle bestie.
nemìce (o nemmìce) s. nemico/i // Prov.: “I figghie sò i nemìce a paiamènt”.
nemùnn [deformazione di nu mónn] agg. moltissimi, un mondo di (nemùnn d’sòld, d’crestiène...).
nène sm. nano.
nènt pron. niente, nulla // “Nènt è tròpp póche!” si ribatte a volte a chi, alla domanda: “K’vvu?” risponde: “Nènt!”. Il prov.: “Nènt stìpe e nènt trùve” invita a mettere da parte per far fronte a tempi di penuria. L’escl.: “A chi tanta tant e a chi nènta nènt!” è un coagulo d’invidia e di protesta sociale.
nènteméne loc. nientedimeno.
nepóte (pl. -ùte) s. nipote // Prov.: “Iènnere e nepùte: quédd ca fa iè tutt perdùte”.
nére agg. nero // Prov.: “Tutt l’àrt sò nnìre, ma quedd d’lu carevunére iè la cchiù nére d’tutt”.
nérefùme sm. nerofumo; tinta nera ricavata da fuliggine, aceto e vetriolo, usata un tempo per dare il lucido alle scarpe e fare inchiostri.
nèrv sm.: 1) nerbo, da cui nervète (nerbate) - 2) stizza, tensione nervosa // Se di un tipo irritante si dice: “T’fa menì i nèrv!”, a chi si mostra innervosito si può consigliare: “S’ti li nèrv, fatteli passà!”.
nesciùne pron. o agg. nessuno // Proverbi: “Nesciuna carn rumène a la vecciarìe”; “Nesciùne iè nnète mparète”.
nèse sm. 1) naso (nèse a paparóle: naso grosso e rosso come un peperone) - 2) creanza (ttentàrce u nèse: degnarsi, avere la creanza di...) // Il detto: “Chi nté nèse nté criànz” evoca il fatto che nel Medio Evo, per i reati più infamanti, come ad esempio il lenocinio, era spesso previsto il taglio del naso.
nèspele sf. nespole; la loc. néspele a ciappùne è probabile deformazione dialettale di nespole del Giappone, luogo del quale albero e frutto sono originari // Prov.: “K’lu tèmp e k’la pagghie ciammatùrene i néspele”.
nétt (pl. nitt) agg. pulito; sup.: nétt nétt // Il well.: “-Madònna mi, mannemela nétt!-, ha dditt quìdd k’ha mméss la mène dint a zepèpp” sottolinea il fatto che a volte basterebbe un minimo di prudenza per evitare preghiere per chiedere impossibili miracoli.
néve sf. neve (“Vó fa d’néve!”: Ce ne vuole di tempo!) // Prima dell’avvento del frigorifero, al bisogno di fresco per scopi medici e per refrigerare bevande d’estate, si rimediava raccogliendo, trasportando e conservando in ambienti sotterranei atti allo scopo (nevère) la neve che cadeva d’inverno. Il Pitta riporta notizia di un appalto stipulato, nel 1831, tra l’Amministrazione e la famiglia Soccio la quale s’impegnava ad andare a raccogliere neve in località anche lontane, nel caso sul Gargano non ne fosse caduta a sufficienza. Alla luce di queste notizie appare più chiara l’ironia del detto “Iè mmòrt Ndréie d’ Gild e nce vénn cchiù la néve!”: essa continuerà a vendersi perché qualcun altro subentrerà nel mestiere, nel caso si tratti di un’attività della quale la comunità non può fare a meno.
néve k’lu must còtt sf. neve col mosto cotto // In occasione di qualche rara nevicata, un bicchiere di neve fresca con un po’ di mosto costo, che non mancava in nessuna casa, costituiva un tempo una gradita granita fuori stagione.
nève sf. nave.
nèvele sf. dolci tipici del periodo natalizio // Realizzate con sfoglia di pasta dolce a strisce digitate in modo da formare una spirale a piccole conche, i nèvele, cotte nel forno oppure fritte, vengono insaporite con must còtt o miele. Il detto: “I névele ca nce fann a Natèle nce fann cchiù!” invita a non rimandare al domani ciò che si può fare oggi perché è difficile che le occasioni perse si ripresentino.
nevére sf. nevaio, neviera, locale sotterraneo in cui si conservava un tempo la neve affinché si trasformasse in ghiaccio (vd. nève); ancora oggi, di locali molto freddi di dice: “Père na nevére!”
nezzióne sf. iniezione, puntura.
nfacènn avv. in faccende (sta nfacènn: essere affaccendato).
nfacennète agg. affaccendato.
nfamà (-ète) v. calunniare.
nfarenà -rce (-ète) v. involtolare nella farina, infarinare -rsi // Prov.: “Chi va a lu muline ce nfarìne”.
nfasciànn sf. insieme di fasce, corredino per neonati.
nfavezì-rce (-ùte) v. falsificare, diventare falso.
nfavóre avv. a favore.
nfème [lat. infamem] agg. infame, calunniatore; frequente è l’accr. nfamóne; nel gergo malavitoso nfamùne sono definiti i delatori.
nfèrn sm. inferno (vd. mpèrn).
nfèst avv. in festa.
nféttìve agg. infettivo // In un’accezione particolare l’agg. è a volte usato in rif. ad individui con cui è preferibile non avere a che fare.
nfìle avv. in fila.
nfiurà (-ète) v. adornare con fiori.
nfóre d’... (o ca) prep. all’infuori di...
nfracetà -rce (-ète) v. infradicire (anche mpracetà).
nfrasàrce (-ète) v. agghindarsi con gli abiti delle grandi occasioni.
nfrattà -rce (-ète) v. circondare di fratte o nascondersi in esse.
nfrusciarce [da frósce: narici] (-ète) v. prendersela, irritarsi reagendo con violenza.
nfucà -rce (-chète) v. dare o prendere fuoco; anche ppiccià -rce.
nfumerà (-ète) v. concimare i campi con letame; vd. fumére.
nfunecchià (-ète) v. infinocchiare, condire con fenòcchie o sciorefenòcchie; in senso trasl.: imbrogliare (nfenucchià k’li chiacchiere).
nfurmà -rce (-ète) v.: 1) informare -rsi, mettere al corrente di una notizia - 2) nel gergo dei muratori, preparare la forma di legno per la colata di cemento; contr. sfurmà.
nfurnà (-ète) v. infornare, mettere pane o altro nel forno.
nfurnète sf. quantità di pane o altro che entra insieme nel forno.
nfussà -rce (-ète) v.: mettere o finire in un fosso; contr. sfussà, usato in rif. a feretri; in senso traslato: mandare o andare in rovina.
ngàgge sm. ingaggio, assunzione per un lavoro.
ngaggià (-ète) v.: ingaggiare, assumere.
ngalére avv. in galera // Prov. “I fémmene sò tutt na manére: o mure o ìsce pazz o va ngalére”.
ngann avv. alla gola // Di chi è fannullone si dice: “Sta vrètt ngànn!” o “La vó ngànn!”, sottintendendo: “na curtellète accóme e u pòrce p’decìdece a fatià!”.
ngann ngann loc. all’ultimo momento, con l’acqua alla gola.
ngannà (-ète) v. ingannare.
ngarzavùgghie avv. in attività piena di smania animosa (métt, mettece ngarzavùgghie).
Ngàrr [ingl. hangar, ted. hanga’r] spr. aviorimessa militare italiana montata, nel periodo bellico, nella località pedegarganica Voltapianezza // Il Pitta, a pag. 626, sotto la data: Domenica, 19 Settembre (1943), annota: “L’hangar, ricco di materiali d’ogni sorta: biancheria, letti, mobili, fusti di benzina e di olio pesante, medicinali, liquori, ecc., appartenenti al nostro Esercito, viene forzato dai Tedeschi e poi abbandonato alla mercé di inumani profittatori, i quali tutti, dimenticando di essere italiani e persino benestanti, non si peritano di fare allegramente man bassa di tutto, senza ritegno alcuno”. A partire da quel 19 Settembre la Ngàrr divenne per mesi luogo di prelievo di matùne, ramère, fust, ecc., da parte degli abitanti dei comuni viciniori, Apricena compresa. A ricordo di ciò, resta il nome Ngàrr al sito in cui sorgeva l’aviorimessa, nome che va fatto discendere dal tedesco anziché dall’inglese, data la nota anglofobia del Regime.
ngarrà (-ète) v. azzeccarci, indovinare, fare una scelta fortunata; contr.: sgarrà // Prov.: “Chi ngàrr iè dritt e chi sgarr è fféss”.
ngarzàrce (-ète) indurirsi, assumere la rigidità tipica dei defunti (rumané ngarzète: morire).
ngattàzz avv. in giro, in cerca di avventure accóme e na iàtt in calore.
ngegnóse agg. ingegnoso, abile nel trovare soluzione ai problemi // Prov.: “Chèsa strétt e fémmena ngignósa”.
ngèneve agg. ingenuo, sprovveduto (pigghià a vvune ngèneve ngèneve: raggirare uno approfittando della sua sprovvedutezza).
ngenucchiàrce (-ète) v. inginocchiarsi; anche ddenucchiàrce.
nghèng agg. stupido, tonto.
nghiì (-ùte) v. riempire.
ngiallenùte agg. ingiallito.
ngiàngele sf. altalena, sia l’attrezzo che il gioco (fa i ngiàngele).
ngignére sm. ingegnere, titolo che si dà anche a geometri ed architetti; voc.: ngigné.
ngignià (-ète) v. incignare, utilizzare qualcosa per la prima volta.
ngignióse agg. intelligente, ingegnoso, geniale // Prov.: “Chèsa strétt e fémmena ngignóse”.
ngiuventù avv. in gioventù.
ngiurià (-ète) v. ingiuriare, denigrare, offendere.
ngiùrie sf. ingiuria // Detto.: “T’parl e t’pòrt respètt, ma pènz a la ngiùrie ca m’ha fatt”.
nglòrie avv. in gloria // “Sta nglòrie!” si dice a volte di chi è in estasi o semplicemente distratto.
ngòll avv. addosso, sul corpo (tené la schemmùneche ngòll: essere iellati).
ngrass sm. ingrasso; la loc. métt a lu ngrass è usata in rif. all’allevamento d’lu pòrce (vd.).
ngrassà (-ète) v. ingrassare // Prov.: “L’òcchie d’lu patróne ngràss u cavall”; “Quann u pòrce ié ngrassète vó ièss accìse”.
ngraziaddìe escl. ringraziando Dio.
ngràzie d’Ddìe loc. nella grazia del Signore // “Sta ngrazie d’Ddìe!” si dice a volte di chi non ha, almeno apparentemente, seri motivi per lamentarsi.
ngreccà (-ète) v. drizzare (orecchie, coda, ecc.).
ngrefàrce (-ète) v. rizzarsi, accapponarsi (della pelle) // Ce ngrìfene capill o carn per forti impressioni, oppure animali (gatti in part.) mostrando denti ed artigli.
ngrefète agg. irto (di peli), allertato, adirato (di persone e animali).
ngrète agg. ingrato.
ngruffelià (-ète) v. ronfare, russare (ngruffelià accóme e nu pòrce).
ngrugnàrce (-ète) v. ingrugnirsi, impermalirsi // Prov.: “S’Marz ce ngrùgne t’fa zumpà l’ógne”.
ngrussàrce (-ète) v. ingrossarsi.
nguàcce sm. buca/che, irregolarità del fondo stradale e, per est., problemi di tipo economico // Molte imprese sono finalizzate a vedé d’ppattà n’póche i nguàcce.
nguacchià-rce (-ète) v. sporcare, imbrattare, impiastricciare -rsi.
nguàcchie sm. grossa macchia e, per estensione, lavoro malfatto.
nguaià -rce (-ète) v. mettere o mettersi nei guai // Prov.: “Ióme nzurète iè méze nguaiète”.
nguanguarèll s. lattante, onomatopea spregiativa che ne imita il pianto spesso irrefrenabile.
nguìll sf. anguilla/e // Costituiscono, insieme al baccalà, l’ingrediente base del pranzo natalizio. In tale occasione i nguìll (del lago di Lesina) vengono preparate a minestra k’li sìnepe, frìtt e rrestùte. Fattane una scorpacciata a Natale, nel resto dell’anno a li nguìll non ci pensa quasi più nessuno.
nià (-ète) v. negare.
nìgghie sm. nibbio.
ninn sm. (arcaismo) compare nelle ninne nanne col valore di piccolo e, in stornelli e canzoni, con quello di innamorato; femm. nénna.
niòzie sm. negozio.
niùzià (-ète) v. commerciare, negoziare // Prov.: “Chi neiòzia camp e chi fatia móre”.
niuziànt sm. negoziante.
nìzzele sm. tellina/e, dette anche cuchìgghie nel dialetto.
nnacquà (-ète) v. annacquare.
nnalemà -rce (-ète) v. incoraggiare, rincuorare, infervorare -rsi.
nnammecciùne: 1) avv. di nascosto, contr. mpalése - 2) agg. nascosto (fréva nnammecciùne).
nnammuccià [fr. ant. mucher] (-ète) v. nascondere // Di chi parla e agisce per vie traverse si dice a volte: “Méne la préte e nnammócce la mène”. E’ detto cóle a nnammuccià il popolare gioco del nascondino (vd. cóle).
nnammùcce sm. nascondiglio.
nnammuràrce (-ète) v. innamorarsi // “Acce d’che c’é nnammurète!”, si esclama a volte in occasione di fidanzamenti, se la prescelta (o il prescelto) non presenta, alla prima impressione, attrattive particolari.
nnammurète agg. innamorato // Il detto: “Sune e sune e la nnammurète è sórd” ricorda l’uso di portare serenète sotto porte e balconi di belle ragazze che a volte rimanevano sorde, segnalando così di non gradire.
nnànt (o nnanz): 1) avv. avanti; si raff. in nnànt nnànt (in prima fila, sotto gli occhi) // “Quédd la pòrt annànt!”, si dice a volte di donne che si danno delle arie - 2) cong. prima di (nnanz ca...) - 3) sm. il davanti (u nnànt; contr. u ddréte).
nnànz p’nnànz loc. in serbo, in rif. a piccole provviste sempre alla portata per qualunque evenienza (tené nnànz p’nnànz).
nnanzepòrt sm. antiporta // Mezza porta in legno a due battenti simile a quella dei saloon del Far West, aveva la funzione di far entrare, nell’unico vano a pian terreno, aria e luce, salvaguardando nel contempo l’intimità dell’interno dagli sguardi dei passanti. Mutati i tempi, u nnanzepòrt ha ceduto il posto alle vetrine.
nnanzevigìlie sf. antivigilia.
nnarià(-ète) v.: 1) innalzare, alzare in aria (nnarià la cumméte) - 2) rifl. (-rce), montarsi la testa, dare in escandescenze.
nnasprì -rce (-ute) v. inasprire -rsi.
nnecchià (-ète) v. nitrire.
nnécchióne (pl. -ùne) sm. vitellone di oltre un anno che ha cambiato i denti laterali; il femm. nnécchie indica la vitella di pari età.
nneputènt agg. onnipotente // Attributo del Signore, compare, tra l’al-tro, nella seguente formula contro il mal di pancia, da recitare accompagnata da segni di croce sulla parte dolente: “Gése Crist p’lu mónn iéve e truvà recètt nn’putéve. Iè gghiute a na chèse e ha truvète marite bbóne e mugghiéra ngrète. Sótt’acqua e sótta vènt fa passà stu delóre d’vèntre ca l’ha crìète Ddìe nneputènt!”.
nnettà (-ète) v.: 1) pulire, nettare (verdure o altro) - 2) estirpare erbacce da un campo (nnettà u rène).
nnevà (-ète) v. innevare, aggiungere neve o ghiaccio, che poi sono la stessa cosa (vd. ghiàcce), ad acqua o vino per rinfrescarli.
nnezzà (-ète) v. (nel gergo dei petraiule) battere k’lu martèll d’quadre per rimarcare la linea di sbozzatura tracciata k’staièll e làppeze.
nnicchie sm. nicchia, incavatura nei muri delle chiese per l’esposizione di statue di santi // Di persone dall’aspetto mistico si dice: “Père nu (o na) sant ntu nnicchie”.
nnòdie avv. in odio (pigghià nnòdie).
nnógghie sf. lenze ottenute dall’intestino crasso d’u pòrce // Pulite, salate, pepate e farcite con semi di finocchio, erano poste ad asciugare fino a diventare ben secche. Arrostite d’inverno alla brace, durante la cottura venivano di tanto in tanto schiacciate sul pane che ne assorbiva gli umori, diventando pène panùte.
nnòk sf. coccarda, fiocco di nastro; il dim. nnucchétt indica anche un tipo di pasta a farfalline.
nnòmmene sf. nomea, fama, attribuzione di colpa; anche ttàcce // “L’àvete fann i fatt e iì iàie la nnòmmene!”, esclama a volte qualcuno che si vede accusato, a suo modo di vedere, ingiustamente.
nnòpere avv. in opera, in azione (méttece nnòpere).
“Nn’ttib e nn’ttab!”escl. “Non dice e non fa niente!”; in tal modo si riprova la chiusura, occasionale o cronica, in un inerte mutismo.
nnucènt agg. innocente; l’espr. anema nnucènt è usata a volte in rif. a pargoli in tenera età.
nnudecà (-ète) v. annodare.
nnùmmere sm. numero/i // Si danno di seguito, per curiosità, i primi numeri cardinali: vune, duie, tré, quatt, cink, séie, sètt, iòtt, nóve, déce, vùnece, dùdece, trìdece, quattòdece, quìnece, sìdece, diciassètt, diciòtt, diciannóve, vint, vintùne...
nnuselà (-ète) v. ascoltare, ubbidire // Stando al prov.: “I cunsiglie ca nce pàiene nciannòselene”, ad avere qualche possibilità di essere ascoltati sono solo quelli degli avvocati perché piuttosto costosi.
nnussà (-ète) v. inossare, indurirsi delle ossa, usato in rif. a piccoli che nnòssene le gengive prima di mettere i dentini.
nòbbelèss sf. nobiltà, gente altolocata // Il term., che ricalca il fr. noblesse, è di sollito usato in contesti ironici.
nòccele sm. nocciolo // La loc. iucà a nòccele evoca un gioco che consisteva nel formare dei castelletti con tre noccioli di albicocche per base ed un quarto ad essi sovrapposto. Si tentava poi di colpirli a turno con un proiettile un po’ più consistente, come ad es. un nocciolo di pesca. Il giocatore che faceva crollare un castelletto, s’impadroniva dei quattro noccioli. Le stesse regole valevano anche iucànn a mènnele.
nóce (pl. nuce) sf. noce.
nóce d’lu còll: noce del collo, giuntura del collo col capo (rómpece la nóce d’lu còll).
nónònn s. forma affettive per mio/a nonno/a; voc. nónò // Il titolo: Nònònn cj rraccuntève, dato ad una raccolta di fiabe della locale Scuola Media, evoca l’importante funzione assolta dagli anziani all’interno della società contadina, e cioè la trasmissione generazionale del vasto patrimonio della cultura tradizionale, fatta non solo di fiabe, aneddoti, filastrocche, indovinelli, proverbi..., ma anche di conoscenze ed esperienze di vita.
nomàsteche sm. onomastico.
nóre: 1) sm. onore; 2) sf. nuora; poss. nòreme e nòrete // La nota maledizione della suocera: “Nóre, e n’óre puzza campà!” gioca sull’omofonia con n’óre (un’ora); vd. anche socere.
nóve: 1) sm. nuova, notizia, novità (“Nesciùna nóve, bbóna nóve”) - 2) agg. nuovo // Il radd. nóve nóve s’incontra nelle locuzioni: fa nóve nóve (riempire di botte) e farce nóve nóve (sporcarsi tutto) - 3) num. nove // In rif. al gioco dell’oca, il detto: “Nóve, mèie pàpera tróve” evidenzia il fatto che, essendo le oche disposte sui multipli del nove, non si finirà mai nelle loro caselle (che raddoppiano il punteggio) , se i dadi danno tale numero.
npenzére avv. in pensiero, in apprensione (sta npenzére).
npenzióne avv. in pensione // Tra persone di una certa età è frequente la domanda: “Quann t’na iì npenzióne?”.
npunt d’mòrt loc. in punto di morte (cunfessàrce npunt d’mòrt).
nquartùne avv. di lato, fuori strada // “E’ sciùte nquartùne” si dice a volte di chi devia dall’esempio che riceve in famiglia.
nquatt avv. in quattro // Alla loc. nquatt e quatt’òtt si aggiunge spesso: “E vvuna nóve”.
nsànta pèce loc. in santa pace.
nsevà -rce (-ète) v.: 1) sporcare, -rsi di grasso - 2) raggrumarsi di minestre grasse per raffreddamento.
nsòld avv. in soldi (sta nsòld).
nsómm: 1) cong. insomma, infine, in conclusione - 2) avv. più o meno, accompagnato spesso da un ondeggiamento della mano.
nsònn avv. in sogno (iì nsònn: comparire in sogno).
nsópe avv. sopra, in superfice.
nsunnàbbele agg. Insonne, dal sonno leggero, che soffre d’insonnia.
nsunnelùte agg. insonnolito, mezzo addormentato.
nsurdì -rce (-ùte) v. assordare, diventare sordo.
ntà prep. in, dentro (“Ntà l’òrt d’lu cumpère ce cògghiene i mègghie melùne”); omofono è nt’ha che ha il valore di: non ti devi (“Nt’ha pigghià ràie p’nnènt!”).
ntaccà (-chète) v.: 1) fare una tacca - 2) nel gergo studentesco: marinare la scuola; anche fa ntàk.
ntàk sm. scalfittura, tacca su legno.
ntànn avv. allora, in quel momento, a quei tempi; ntànn ntànn o ntànn p’ntànn (allora allora), ntànn stéss (sul momento).
ntànt avv. intanto, frattanto.
ntartagghià (-ète) v. tartagliare, farfugliare.
ntasà (-ète) v. intasare, ostruire, occludere.
ntàvele loc. in tavola.
ntecepà (-ète) v. anticipare.
ntechetòrie sf. antichità, anticaglia; anche ntecòrie.
ntèmp avv. in tempo; ntèmp ntèmp (appena in tempo).
ntènn (ntése) v. intendere, capire // “Nn’vvó ntènn raggióne!”, si dice a volte di chi si rifiuta di ragionare.
nténn sf. antenna.
ntepàteche agg. antipatico.
nterdùte agg. stordito, incapace di interdere e di volere.
ntére agg. intero.
nterìzz sm. indirizzo.
nteroclìsme sm. enteroclisma, clistere; anche pómp.
ntèrr avv. a terra, giù (sta ntèrr k’li róte: stare giù sotto tutti gli aspetti, compreso quello economico).
ntérèss sm.: 1) interesse, utile di capitale; anche cammie - 2) vantaggio o danno economico (“U ntérèss nn’è bbóne a nesciùne”).
nterlànd sm. (voce del gergo sartoriale) punti di imbastitura.
nterzóse (pl. -ùse) agg. acerbo // Di un individuo scontroso e intrattabile si dice a volte: “Ciassemègghie nu mechetógne nterzose!”.
ntessecùte agg. freddo, stecchito (rumané ntessecùte).
ntìst [lat. intensitus] agg. vispo, sveglio, perspicace (uaglióle intìst).
ntòk sm. rintocco.
ntòneche sf. intonaco.
ntòpp [fr. ant. entop] sm. intoppo, ostacolo, impedimento.
ntórnalètt sm. giraletto, larga fascia di merletto che girava un tempo intorno al letto per abbellirlo e occultare, nel contempo, ciò che si riponeva sotto di esso.
ntrambì -rce (-ùte) v. imporrirsi di porta (fa ntrambì d’òcchie: rimproverare con asprezza tale da far sgranare gli occhi).
ntramènte avv. frattanto, nel frattempo, in quel mentre.
ntrapèrt agg. socchiuso.
ntrattené -rce (-ute) v. trattenere, intrattenere, -rsi.
ntrecà-rce (-ète) v. intromettersi // Prov.: “S’felìce vu campà, d’li fatt d’ l’àvete nt’n’ha ntrecà”.
ntrecànt agg. impiccione, intrigante.
ntrècchie agg. sveglio/a, in part. di bimbi/e; anche ntrechettèdd.
ntreccià (-ète) v. intrecciare
ntrèppete sm. interprete // “P’capì a quist ce vó u ntrèppete!”, si esclama a volte in rif. a chi è privo del dono della chiarezza.
ntré scegnìme sm. gioco a squadre, una di cavalli e l’altra di cavalieri. Dopo che un giocatore della squadra dei cavalli si è chinato reggendosi ad un albero o un muro, i suoi compagni si dispongono in fila dietro di lui in modo da offrire una serie di groppe ai giocatori avversari i quali, lanciato il grido “I ntré scegnìme!”, prendono la rincorsa per saltare, uno dopo l’altro, sulla fila avversaria. Se qualche cavaliere tocca terra con un piede, l’intera squadra perde e subentra nel ruolo di cavalli. Vincono invece i cavalieri se un avversario, non reggendo al peso, dichiara resa dicendo: “Cavàll da sótt!”.
ntresciùne avv. di striscio, con moto radente.
ntrestì -rce (-ùte) v. aggravarsi di un malato, entrare in coma.
ntròcchie sf. donna in gamba e, per est., di malaffare // “Iè fìgghie d’ ntròcchie!”, si dice a volte di chi agisce con spregiudicatezza.
ntróne sm. tuono (lamp e ntróne: lampi e tuoni) // Il prov.: “Ntróne a chi nn’pièce u bbóne!” equivale a: “Un tuono sulla testa a chi non gradisce ciò che è buono!”.
ntrufelàrce (-ète) v. intrufolarsi, intromettersi senza invito.
ntrunà (-ète) v. tuonare (ntrunà i rècchie: assordare le orecchie).
ntrunk avv. in tronco, in sospeso (lassà ntrunk).
ntruppecàrce (-ète) v. inciampare, urtare in un ostacolo imprevisto.
ntrùppeche sm. intoppo, inciampo, ostacolo (truvà nu ntrùppeche).
ntrùppecóse agg. difficoltoso, pieno di intoppi, scabroso; contr. lìsce.
ntruvedà (-ète) v. 1) intorbidire - 2) rifl. -rce diventare torbido (di vino e liquidi vari), irritarsi (di persone).
ntruvedète agg.: 1) nervoso, irritato (di persone) - 2) nuvoloso, minaccioso (di tempo) - 3) torbido (di liquidi); anche tróde.
ntufàrce (-ète) v. acquistare la durezza del tufo.
ntummacà (-ète) v.: 1) colpire qualcuno allo stomaco - 2) rifl. (-rce) stomacarsi, avvertire sazietà.
ntummacóse (pl. -ùse) agg. 1) indigesto, stomachevole (di cibo) - 2) antipatico, intrattabile (di persona).
ntùmmeche sm. irregolarità del fondo stradale tale da creare sobbalzi e, per est., i sobbalzi stessi (pigghià nu ntùmmeche).
ntunacà (-chète) v. intonacare.
ntuppà (-ète) v. urtare, azzeccarci.
nturcegghiète agg. attorcigliato.
nturcenià (-ète) v. attorcigliare, contorcere (anche nturcegghià).
nturlacà (-chète) v.: provocare, infastidire a parole.
nturzà (-ète) v. 1) tappare, ostruire - 2) rifl. (-rce) provare una sensazione di soffocamento per del cibo andato di traverso.
ntuscià (-ète) v. dar retta; è frequente in part. negli alterchi femminili. (“E chi t’vó ntuscià?”).
ntussecà -rce (-chète) v. amareggiare, avvelenare -rsi.
ntussecatùre sf. avvelenatura.
ntussechìrce (-ùte) v. restare di sasso (di viventi), diventare rigidi (di defunti).
ntussecùse agg. iroso, vendicativo.
ntussecùte agg. secco, stecchito.
ntustà -rce (-ète) v. indurire -rsi - 2) sforzarsi per non cedere // Prov.: “L’óme annànz a la fémmene iè ccóme nu fùffele annànz a favógne ca, s’nn’ntòst, k’na bbòtt d’vènt u fa iì a sbatt a Pantène”.
ntùtt avv. in tutto, in totale // La domanda. “Ntutt!?” ha il valore di: “E questo è tutto?”, “Così poco?”.
nu: 1) art. un; f. na: una - 2) pron. noi (nu, vu e llóre); anche nuie.
nucèll [lat. nuceolam] sf. nocciola/e, avellana/e; nucèll merechène sono definite le arachidi.
nucellère sm. venditore di nucèll, castàgne, terróne, ecc. // La sim.: “Va fiss spèrt come nu nucellère” ricorda che si tratta di un venditore sempre in giro, col suo baracchino, per fiere e sagre paesane.
nùdeche sm. nodo; nùdeche a lu maccatóre: nodo al fazzoletto, espediente per richiamare appunti mentali; nùdeche ngànn: sensa-zione di soffocamento per forte commozione // “Sciùgghieme stu nùdeche!” ha spesso il valore traslato di “Risolvimi quest’enigma!”
numenà (-ète) v. nominare; anche mentevà) // Al sopraggiungere di una persona appena menzionata, si esclama a volte: “Fuss muntevète nu melióne!” sottintendendo: “Sarebbe arrivato con la stessa rapidità”, il che è una pia illusione.
numenète sf. nomea, fama, reputazione // Secondo la saggezza popolare, trist e amère a chi pìgghie la mmèla numenète perché, specie nei piccoli centri, “La mmèla numenète iè ccóme e sètt’ànn d’mmèl’annète”.
nustrèle agg. nostrano.
nutère sm. notaio.
nuttète sf. nottata, turno di notte.
nùvele sf. nuvola/e // Prov.: “I nùvele li ccócchie u vènt e i féss ciaccócchiene sule!”.
nuvéne sf. novena, preghiera che si ripete per nove giorni in onore di un santo o in preparazione ad una festa.
nuvetà sf. novità, notizia (cattiva in part.) // “Abbède a té, n’mm’facènn sentì nuvetà!”, raccomandano a volte le mamme ai figli e soprattutto alle figlie.
nvermenì -rce v. riempirsi di vermi, in part. di alimenti andati a male; vedi anche chèsce.
nzaccà [fr. enzacher] (-ète) v.: 1) mettere nel sacco, far entrare comprimendo (“Chi tròpp nzak rómp u sak”) - 2) assestare con violenza dei colpi (nzaccà nu sckàff).
nzaccarà -rce (-ète) v. inzaccherarsi, sporcarsi, in part. di fango.
nzacchète [da nzaccà] sf. un sacco di... (na nzacchète d’taccarète).
nzalète sf. insalata, lattuga, sia l’ortaggio che il misto crudo con olio e sale (dal che il nome); tipica d’estate è la nzalète d’pemmedóre.
nzalevaggirce (-iùte) v.: 1) inselvatichirsi, tornare allo stato brado - 2) arrabbiarsi, andare in bestia.
nzallanùde agg. stupido, intontito.
nzangunète agg. sporco di sangue.
nzanzène sm. sensale, mediatore // Oggi sostituito da organizzate agenzie d’affari, nella società contadina u nzanzène passava il tempo a cercare gente intenzionata a vendere e clienti desiderosi di comprare, accordando sul prezzo gli uni e gli altri. Ad affare concluso percepiva dalle due parti una percentuale detta nzanzanarìe.
nzapunà (-ète) v. insaponare.
nzapunète: 1) sf. insaponatura - 2) agg. cosparso di sapone.
nzé avv. in sé (turnà nzé: riprendersi da un mancamento).
nzegréte avv. segretamente.
nzencà (-ète) v. insegnare.
nzencamènt sm. insegnamento.
nzenuvà (-ète) v. insinuare, suggerire comportamenti da tenere.
nzeppà (-ète) v. inzeppare, mettere zeppe per correggere squilibri.
nzerrà (-ète) v. chiudere per bene.
nzertà (-ète) v. insertare, disporre a sèrt (pomodori, aglio, ecc.).
nzetà (-ète) v. innestare; anche nnestà, più vicino all’italiano.
nzéte sm.: 1) innesto di piante - 2) vaccinazione; anche la cicatrice che rimaneva sul braccio per l’incisione antivaiolosa praticata un tempo.
nzevà (-ète) v. ungere, imbrattare d’ sive, e cioè di grasso o di olio.
nzevóse (pl. -ùse) agg. untuoso.
“Nziamà!” escl. “Non sia mai! Dio non voglia!”; si premette spesso a scongiuri: “Nziamà succéde ca...”..
nzìne avv. in grembo // Sui costumi che mutano persino nel modo di tenere i piccini: “I fémmene d’prime tenévene i figghie nzìne, i fémmene d’mó mbràcce sci e nzìne nò”.
nzipede agg. insipido.
nzìst (nzestùte) v. insistere // Prov.: “Nzìst e nzist e vide ca cunquist!”.
nzógne sf. sugna, grasso di scarto usato per fare sapone o ungere scarpe e meccanismi // Prov: “Stipe la nzógne p’quann bbesógne”.
nzòng v. non sono, da ièss (essere), il cui ind. pres. neg. è: nzòng (o nzò), nzì, n’gniè, nzìme, nzìte, nzònn (o nzò).
nzuccarà (-ète) v. inzuccherare, dolcificare, addolcire.
nzulefà (-ète) v. inzolfare, disinfettare con zolfo (vigneti, alberi, ecc.).
nzùlt sm.: 1) insulto, offesa - 2) sincope, colpo apoplettico dovuto ad emorragia celebrale (avé nu nzult).
nzultà (-ète) v. insultare, provocare.
nzuppà -rce v. inzuppare -rsi.
nzuppertàbbele agg. insopportabile.
nzurà -rce [lat. inuxorare] v. ammogliare -rsi // “Nzùreme, mamm, e càmpene, tète!” si dice a volte di chi ha bisogno che la madre gli procuri la moglie e il padre pensi poi al sostentamento di ambedue.
nzuvà (-ète) v. montare, coire, riferito in part. al maiale, in lat. sus.




