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Lettera "C"
ca: che, pron. (“Quédd ca vide vide e quédd ca sint sint!”) o cong. (“Ce dice ca...”).
cabbìne sf. cabina // In un’accezione particolare ad Apricena per Cabbìne s’intende la sede dell’ENEL nt’la Vignóle (vd.)
cabinétt sm. gabinetto.
cacà (cachète) v. defecare.
cacàbb agg. balbuziente // Il term. è una onomatopea derivante forse dalla ripetizione sillabica ca, ca… propria di chi tartaglia; il Pitta lo collega all’alb. kakagli e al gr. kakoglòssos (cattivo parlatore).
cacàbbià (-ète) [da cacàbb] v. balbettare, balbutire // Il francese, per il concetto, ha il v. cacailler.
cacàcce sf. paura, spavento con effetti diarroici.
cacamènt sm. seccatura.
cacarèll sf. diarrea; anche sciòlt // Il prov.: “I vècchie ce morene p’ cadùte, catarr e cacarèll” evidenzia il fatto che un tempo, per le infezioni causate dalla precarietà delle condizioni igieniche, era proprio la cacarèll la causa più frequente dei decessi senili.
cacacciùse agg. fifone, vile (anche cacasótt).
cacasék (pl. -sìk) [alla lett.: che fa feci magre] agg. avaro // Degli spilorci si dice anche: “Nn’magne p’ nn’cacà!” o “Iè stìteche d’còrp”.
cacatùre sm. vaso per i bisogni corporali, più comunemente noto come ruàgne o zepèpp (vd.).
caccavèll sf. rudimentale strumento musicale costituito da una latta o una pentola ricoperta, sul lato aperto, da una pelle nella quale è infilato un bastone che, manovrato su e giù, emette cupi suoni di sfregamento; lo stesso strumento è detto, per il particolare timbro sonoro, cupe cupe // Il term. è, in senso traslato, usato come spreg. per auto malridotte o di scadente qualità.
caccavóne agg. insipiente, stupido // Detto: “Ha ffatt la próve d’lu caccavóne: ha rrótt l’óve k’lu matóne!”.
cacce sf.: 1) caccia (iì a cacce) e, per est., la selvaggina presa - 2) nel gioco delle biglie il term. indica la buca nel terreno che costituisce la meta; facendo cacce, e cioè mandando in buca la propria pallina, si conquista il diritto ad andare con essa a caccia delle biglie avversarie che, se colpite, vengono intascate.
cacceià (-ète) v. andare a caccia.
caccemanèll sm. camiciola a maniche corte che, all’epoca in cui i criatùre ce cummegghiàvene, s’infilava ai piccini al di sopra della cammiscèll che era a diretto contatto con la pelle.
cacchie sm. ramo (scacchià nu càcchie: rompere un ramo).
“Càcchie!” escl. (chiaro eufemismo) “Caspita!”.
cacchióle sf. cappiola, nodo ad occhiello, ad es. quello con cui di solito si annodano i lacce’i scarp.
cacchióle a la vok loc. infiammazione fungina delle connessioni delle labbra (nsc. Chielite angolare).
caccià (-ète) v. scacciare // Prov.: “I chène ce càccene k’la mazz e i crestiène ce càccene k’ll’òcchie”.
cacciàndre sf. colomba di pasta per taralli preparata un tempo per i piccoli nel periodo pasquale.
cacciùne sm. 1) cane piccolo; dim. cacciunèll - 2) gattuccio, pesce simile ad un piccolo squalo (nsc. Sciliorchinus canicola).
cachedùne pron. qualcuno (anche qualchedùne).
cachereià (-ète) v. verso caratteristico della gallina che ha deposto l’uovo.
cachète sf. atto ed effetto del defecare (fa la cachète: fare fiasco, fallire in un’impresa).
cachìne sm. cachi, frutto originario del Giappone (nsc. Diospyrus kaki); traslato: persona da poco.
cacóne agg. pauroso, fifone.
cadé (-ùte) v. cadere, cascare // Loc. cadé malète; cadé da lu ciùcce (cadere in disgrazia).
cadùtesf. caduta // Prov.: “Ddìe t’ uard da na vascia cadùte!” (Il Signore ti protegga da una caduta da un’altezza limitata!).
cafè: 1) sm. caffé e locale dove esso viene servito, ossia il bar - 2) agg. di color marrone.
cafettére s.: 1) m. barista - 2) f. caffettiera.
cafóne (pl. -ùne) sm. contadino, bracciante agricolo; in senso trasl.: rozzo, incivile; dim: cafuncèdd // Il Devoto ne fa risalire l’etimologia al lat. cabonem (cavallo castrato), da caballus (cavallo) e capo, -nis (cappone). In ogni caso il prenome Cafo, di origine osca, era connesso all’idea di zappaterra. Sembra che il term. sia stato usato per la prima volta in senso spregiativo da Cicerone che marchiò di “ferocissimi cafoni” un gruppo di veterani di Marcantonio i quali, agli ordini del centurione Cafo, vessavano, nell’agro campano, esponenti del partito aristocratico. Al di là dell’origine del nome, considerati l’ùtema cartèll, e cioè l’ultimo gradino della scala sociale, i cafùne costituivano un tempo, e non solo da noi, la categoria di gran lunga più numerosa. E sono stati proprio loro che, per sottrarsi all’abiezione ed alla miseria, hanno da sempre alimentato i flussi migratori, lasciando numerosi il paese natale con dentro il sogno di tornarvi con qualche soldo in tasca. Nella filastrocca che segue un cafone rimpatria dall’America esibendo una sciammèreca (vd.), il che desta nei malevoli un cruccio astioso: “E vvide k’ha fatt l’Amèreche: u cafóne k’la sciammèreche! S’l’Amèreche n’nce stéve, la sciammèreche nce la mettéve”.
cafunarìe: sf. 1) cafonata, azione da cafone (anche cafunète) - 2) locale delle masserie adibito ad alloggio dei braccianti stagionali.
caggène sm. gabbiano.
cagne sm. cambio, scambio, baratto // Nella società contadina era frequente il baratto di prodotti, oggetti d’uso o animali, ma il detto: “U cagne: vune rire e l’àvete chiàgne” consiglia di mettere in conto il rischio di buggerature. L’espr.: “Amma fa ccàgne l’òcchie k’la code!” è un modo per declinare offerte di scambi svantaggiosi, con riferimento alla disavventura capitata alla talpa (vd. tubanère).
cagnià (-ète) v.: 1) cambiare, scambiare - 2) rifl. (-rce) cambiarsi d’abito, in part. procedere al cambio dell’intimo; anche mmutàrce.
cainète s. cognato/a; poss.: cainàteme, cainàtete // Il detto: “Cainète: iacqua lavète” sottolinea una certa diffusa mancanza di solidarietà all’interno del cognatame.
caióle (pl. -ùle) [lat. caveola] sf. stia, gabbia per polli e altri volatili.
calà (-ète) v.: calare, far scendere, mettere in acqua (la pasta) // Con l’espr. “Ha ccalète e nn’ha ppigghiète!” si mette in dubbio che un oggetto sia veramente d’oro come da qualcuno si afferma - 2) rifl. -rce chinarsi, abboccare.
calabresèll sf. terziglio, tressette a tre giocatori.
calamère sm.: 1) calamaio per inchiostro - 2) calamaro, cefalopodo della fam. delle seppie; dim. calamarìll; 3) agg.: scemo, stupido.
calandrèll sf. canicola, caldo ardente dell’estate e, in part., delle prime ore pomeridiane (vd. contróre).
calandróne sm. calandra, uccello di medie dimensioni con collarino nero // Il detto: “P’cchiappà u calandróne é pèrz tire tire e tarragnóle” denota il fatto che era ed è una preda abbastanza ambita dai cacciatori che cercano a volte di attirarlo ricorrendo a richiami di vario genere.
calannàrie sm. calendario // L’espr.: “Nce sta a calannarie p’nnènt!” si usa in rif. a evenienze del tutto fuori dai programmi previsionali.
calatóre sf. calata, in part. l’aggiunta al peso già giusto, per far abbassare il piatto della bilancia in favore del cliente; anche bómpìse.
calecàgne sm. calcagno, tallone // Il dim. calecagnìtt compare nella tiritera: “Zump, zumpìtt, calecagnìtt, m’ rómp na còss e m’stèng zitt!” che accompagna un gioco a saltarsi in groppa col rischio preventivato di rompersi qualche arto.
calecaróle (pl. -ùle) sm. operaio addetto alla calechère (vd.).
calecàss sm. bomba/e carta che scoppiano con fragore e, per estensione, forte esplosione; in part. viene a volte definito calecàss un rumoroso peto (llentà nu calecàss).
calechère [lat. calcaria] sf. fornace simile ad un trullo di pietre calcaree delle quali è ricca la zona // Bruciandovi all’interno, a seconda delle stagioni, pagghie, saremènt, vuchèche od altro, si otteneva la trasformazione del carbonato di calcio delle pietre in ossido di calce, e cioè la calce viva, usata per gli impasti dei muratori e per biancheggiare le pareti domestiche. La fase storica delle calechère è stata chiusa dal Calcificio Falcone, che è subentrato con una produzione su scala industriale. I resti di due calechère sono ancora riconoscibili, accanto alle tufare, nei terreni agricoli d’li Marenìse, a destra della strada per Sannicandro Garganico.
calète sf. calata, tramonto (a la calète d’lu sóle: al tramonto).
call sm. callo; arc. cadd // Prov.: “Chi ha fatt u call n’nsènt cchiù delóre”.
callóse agg. coriaceo, pieno di calli.
calzatùre sm. calzatoio.
camàstre [gr. kremastra (pendaglio)] sf. catena del camino alla quale si sospendeva la cavedère, e cioè il calderone di rame per gli usi più vari. E’ ancora possibile vedere camàstre e cavedère in qualche masseria dove, nella lavorazione del latte, si seguono tuttora sistemi tradizionali.
cambièle sf. cambiale // A cambièle da pagare erano e sono spesso paragonate le figlie in età da marito, a cambièle scadùte quelle senza più speranze di accasarsi.
camìne e camine loc. cammina cammina // La locuzione, usata di frequente da chi narra (o narrava) ai bimbi i rraccónt della tradizione, sottolinea i lunghi viaggi cui si sobbarcano spesso i protagonisti delle fiabe sulle tracce dei sogni.
cammarére sm. cameriere/a.
cammaróne sm. camerone, stanz-na; accr. di càmmere.
cammenà (-ète) v. camminare (cammenà tése tése: incedere impettiti e con fare altezzoso).
cammenatùre sf. andatura, modo di camminare.
cammenète sf. camminata, passeggiata // Impropriamente si continua a parlare d’cammenète anche per gli spostamenti in cui si usa l’auto.
càmmesce sm. camice da lavoro.
cammesciòtt sm. vesticciola.
cammesciulìne sm. panciotto, gilé.
cammie sm.: 1) camion, mezzo subentrato a lu traìne nei trasporti di prodotti agricoli e merci pesanti; i cammie sulle nostre strade sono spesso carichi di scòglie e blòk delle cave destinati a segherie vicine e lontane - 2) interesse sul denaro a prestito // Il prov.: “U cammie ce magne u capetèle” suggerisce di non sottovalutare il peso degli interessi che spesso rendono difficile il saldo di un debito.
cammìsce [gr. kamàsos (piccola tunica); sp. camisa] sf. camicia; dim. cammescióle o cammiscèll, term. che indicava, in particolare, la camicina che si metteva al neonato a diretto contatto con la pelle // Spusàrce senza mank na cammìsce o sóle k’la cammìsce d’ngòll era un’evenienza non rara nella società contadina.
camórr sf. camorra, associazione a delinquere, e non solo quella del Napoletano (“Iè tutt na camórr!”).
camp sm. campo // Ad Apricena col term. u Camp s’intende il vecchio campo sportivo di fronte al cimitero. Intestato a G. Garibaldi e inaugurato nel 1936, fu, durante l’occupazione alleata (1943-45), requisito dagli inglesi ed adibito a luogo di raccolta dei muli. Fino a non molti anni fa ha costituito l’unica struttura sportiva della nostra cittadina, ed è lì che un po’ tutti abbiamo giocato e visto giocare squadre di calcio che si sono fatte onore anche al di fuori della provincia giungendo, nel 1960-61 e nel 1997-98, a militare in Promozione per passare in serie D nel 2000/01 . Nella pista intorno al campo di calcio si tennero, negli anni Cinquanta, gare ciclistiche seguite con passione da un numeroso pubblico.
campà (-ète) v.: 1) vivere (“Chi móra móre e chi campa camp”) - 2) dare a campare, sostentare // Prov.: “Na mamm e nu patre pónn dà a campà a cènt figghie ma cènt figghie npónn da a campà a na mamm e nu patre”.
campàgne sf. campagna (“Rròbb d’campàgne, chi arrìve magne”).
campanèll sf. campanella, sonaglio (mètt u campanèll ngann a la iàtt: divulgare notizie che richiederebbero riserbo).
campanère sm.: 1) campanaro, addetto a suonare le campane, di solito lo stesso sariastène - 2) campanaccio da appendere al collo del capomandria per localizzare il gregge - 3) insieme di polmone, fegato e interiora varie, del maiale in particolare // Dopo la macellazione d’ lu pòrce, u campanère veniva esposto per qualche giorno ad asciugare avvolto nella sua stessa rézz (pancreas) ed infine, dopo la visita di controllo del veterinario, tagliuzzato per farne fegatàzz (vd.).
campanìll sm. campanile.
campène sf. campana // Nei paesini silenziosi di un tempo, ove le chiese erano ben più numerose che non oggi, le giornate erano scandite dalle campane che facevano sentire ovunque la propria voce per annunciare funzioni, festività, matrimoni, decessi e quant’altro (vd. sunà). Da esse hanno tratto ispirazione diversi indovinelli il più noto dei quali è “Chióve e chiuvìll e fra’ Dumìneche sóne. La tòneche ce mpónn e quèdd ca sta sótt nò!”.
campène d’crestàll sf. campana/e di cristallo, contenitori cilindrici a cupola, poggianti su basi lignee, al cui interno si sistemavano composizioni floreali o statuette di santi. In alcune case di anziani è ancora possibile vedere i campène d’crestàll fare, a coppia, mostra di sé sul ripiano del comò // Di persone di salute cagionevole si dice a volte: “L’amma métt dint la campène d’crestàll!”.
campène d’tèrr sf. piccola superficie, in part. lo spiazzo incolto che si lascia intorno alle case rurali per le funzioni all’aperto.
campesànt sm. camposanto, cimitero, spesso con un eufemismo definito park ’i pigne // “Chi prime e chi dópe tutt ddà amma iì!”, si dice a volte rassegnati (o “avita iì!”, escludendo spiritosamente se stessi), ma il ddà costituiva un tempo un concetto piuttosto relativo, in quanto si poteva finire, a seconda dei casi, in una fossa comune della Chiesa Madre, o di San Rocco, o di Sant’Antonio, o del Convento dei Cappuccini (quello nella Villa Comunale) oppure della Madonna di Loreto, e cioè dell’Incoronata. Fin dal 1665 c’era poi ad Apricena un cimitero (quello dei Murtecìll) destinato a coloro che, “colpiti da repentino malore o da mortale disgrazia, cessavano di vivere senza sacramenti” (Pitta, pag. 222). Un angolo dello stesso era poi riservato ai mòrt accìse (vd.). Così fu sino a quando venne soppressa per legge l’usanza di seppellire i cadaveri nelle chiese e si ordinò ai Comuni di provvedere all’edificazione di un cimitero lontano almeno un quarto di miglio dall’abitato. Era il 1817, ma dovettero passare ancora alcuni anni prima che si espropriasse il terreno e si cominciasse a mettere mano al cimitero attuale che fu recintato nel 1835 e funzionò con tutte le carte in regola a partire dal 1841. Il Pitta si dilunga nella descrizione delle prime cappelle private, il cui numero è andato rapidamente crescendo, soprattutto dopo che, con l’ultimo ampliamento del 1976, è stata destinata ad esse una superficie piuttosto ampia. Comunque, in una cappella privata o in un loculo comunale, ora è davvero certo il ddà dove, chi prime e chi dópe tutt quant amma iì.
campesantère sm. custode del cimitero; anche bbèccamòrt.
campià (-ète) v. pascolare (purtà a campià: portare al pascolo).
campìes m. pascolo.
campomìll sf. camomilla; il term. indica pianta, fiore e infuso che vi si ricava // A chi è piuttosto nervoso si consiglia a volte d’fàrce na bbèlla campómìll.
cancaréne sf. cancrena.
cancèll sm. cancello // Col detto: “Càlmete, Giggì, ca u cancèll iè d’ fèrr!”, alludendo a quello del carcere, si cerca di calmare a volte i bollenti spiriti di chi minaccia spargimenti di sangue.
cancre sm. cancro // Sul term., un evidente eufemismo, si insiste rab-biosamente nell’escl.: “Cancre, e chèpe d’cancre, e tutt i cancre càpetene a me!”, che è una disperata protesta contro l’accanirsi della sorte avversa.
cancriatóne sm. sonoro rimprovero; sin.: cazziatóne // Il term. compare in una tiritera con la quale una serva si scusa per non poter dire neanche “Bongiorno!” perché sta portando una ricotta al padrone e teme che possa inacidire per strada, col rischio di essere poi rimproverata: “N’npòzz dìce - Bongiorn! - ca vaie d’prèsce e pòrt la prefànn a lu patróne. S’tàrd ce pigghie d’ zìzz e quann arrìve m’bbusck nu bbèll cancriatóne!”. Da notare i lemmi prèsce, prefànn e zizz, che esulano dal dialetto corrente.
canèle s.: 1) f. grondaia - 2) m. canale di raccolta delle acque // Il più vicino all’abitato è il Canale Vallone, nel quale confluiscono le acque pluviali e di scarico. Gira intorno al paese fino al Ponte Martino, al di là del quale un impianto di depurazione avvia le acque trattate a verso u Cannelère.
canéstre (pl. -ìstre) sm.: - 1) canestro, cesto di listelli di canna intrecciati ad una struttura di vinghie (vd.), con manico ad arco; per est., il suo contenuto (nu canéstre d’ mènnele...); dim. canestrèll - 1) dolce pasquale circolare fatto con pasta di taràll lavorata a treccia.
canestrère sm. costruttore e venditore d’canìstre e cést, figura artigianale ormai scomparsa.
canìgghie sf. crusca (tené la chèpe chiéne d’canìgghie: avere la testa piena di crusca, cioè vuota).
canigghiète sf. impasto di crusca ed acqua per animali domestici.
canigghióle sf. forfora.
cann sf. canna/e; dim. cannùcce // In un passato non lontano le canne servivano per agganciarvi musce (per rimuovere dalle volte i pappalùnce) e scùpele (per dare il bianco di calce alle pareti), per far cadere frutta dagli alberi, in part. le mandorle, per costruire canestri di varie fogge e funzioni. Data la sua familiarità, costituiva anche l’argomento di vari indovinelli, come ad es.: “Iè na cóse iàvete e bbèll e té la pedète d’na nèll”.
cannarine sm. gargarozzo, trachea, corde vocali // “Ce fa scì i cannarine da ngann!” si dice a volte di chi urla come un ossesso.
cannaròzz sm.: 1) gargarozzo, gola - 2) rigatoni (dim. cannaruzzìcchie o cannaruzzìtt).
cannarùte agg. ingordo, goloso.
cannaturìzie sf. golosità, sfizio.
cannéle sf. candela/e; anche ceròggele.
cannelére sm. candelabro.
Cannelère spr. Candelaro, il più importante dei corsi d’acqua a carattere torrentizio che attraversano il territorio comunale.
cannelìcchie sm. cannolicchio, mollusco bivalve dei Lamellibranche; per la conchiglia stretta e lunga come canna, è detto anche cappa lunga o pesce cannella (nsc. Solen vagina).
cannèll [dal lat.: cannabulum] s.: 1) m. collare per animali, in part. cani - 2) schiaffo, pugno (nzaccà nu cannèll!) - 3) f. cannella, spezie per dolci - 4) pl. salvadita dei mietitori costituiti da pezzetti di canna che, lasciando liberi pollice ed indice per la presa delle spighe, proteggevano le altre tre dita della sinistra sia dagli steli taglienti che dalla falce la quale, manovrata dalla destra, rasentava la sinistra che teneva il mannello da recidere.
cannelline sm. confettino oblungo simile ad un fagiolo.
Cannelóre spr. Candelora (2 Febbraio), festa liturgica che ricorda sia la presentazione di Gesù al Tempio che la purificazione di Maria Vergine avvenuta, secondo la legge ebraica, 40 giorni dopo il parto. Il nome deriva dall’usanza di benedire le candele portate accese in processione dai fedeli // In una nota filastrocca una vecchia piuttosto irascibile disillude con decisione chi, all’inizio di Febbraio, dovesse ritenere che l’inverno è ormai alle spalle: “A la Cannelóre ogni vernète iè fóre!”. Ha rrespòst la vècchie arraiète: “Nn’è vvére e nn’è veretète: s’vvu sta cchiù secùre quann càlene i meteture; s’ vvu sta cchiù ssecurète, quann la fìquere iè mmaturéte!”.
cannìte sm. canneto // Prov.: “I marìte sò sèrp d’cannìte: a la nòtt t’bbràccene e a lu iórn t’stràccene”.
cannizz (o cannezzète) sm.: 1) incannucciata, chiusura o difesa fatta con canne - 2) cannicciata, pannello di canne legate a mo’ di zattera utilizzato un tempo per vari usi, come ad es. stendere a seccare i fichi al sole per farne fucrasìk.
cannóle sm. cannuolo, dolce cilindrico col cavo ripieno di crema.
cannóttiére [fr. canotière] sf. canotta, maglietta scollata e senza maniche che s’indossa a contatto con la pelle.
cannucchièle sm. cannocchiale, binocolo // Con l’espr.: “T’lé fa vedé k’lu cannucchièle!” si minaccia a volte di sottrarre alla vista l’oggetto del desiderio.
canósce (canesciùte) v. conoscere // Prov.: “P’canosce bbóne nu crestiène t’ha magnià nu cuntèle d’ sèle avvunìte!”.
cantà (-ète) v. cantare.
cantalùpe sm. varietà di melloni d’pène “dalla verde corteccia ramata, dal cuore rosa a pasta soda e dall’odore intenso” (Clima).
cantatóre sm. cantante // “E bbona nòtt a i cantatùre!” è un modo deciso per mettere la parola fine ad una questione.
cantenére [da cantìne] sm. cantiniere, mescitore e venditore di vino.
cantète sf. cantata, di sol. unito a sunète (vd.) nelle loc. dialettali (na cantète e na sunète...).
cantìne sm. cantina, mescita, posto di vendita al dettaglio di vino // Un tempo pressocché l’unico luogo di ritrovo al coperto, ci si intratteneva spesso giocando a carte, o mangiando e soprattutto bevendo.
canuscènz sf. conoscenza, conoscente // La loc. fa canuscènz indica spesso la prima presa di contatto tra un ragazzo ed una ragazza per valutare se è il caso di fidanzarsi.
canz sm. spazio // A chi, in qualche occasione, dovesse lamentarsi di averne poco, si può augurare: “Tenìss tanta canz nparavìse!”.
canzìrr sm. mulo nato dall’incrocio di un cavallo stallone e un’asina (mule canzìrr); in senso traslato: persona abile, furba, decisa.
capà (-ète) v. selezionare, scegliere // L’espr.: “Chèpe capàst, u cchiù féss pigliàst!” denota quanto sia difficile l’arte dello scegliere.
capacchióne agg. testone/a (sia per dimensioni della scatola cranica, che per conoscenze e capacità).
capacetàrce (-ète) v. capacitarsi, persuadersi, darsi una ragione.
capàrr sf. caparra, anticipo in una transazione // Per consuetudine, dopo aver raggiunto un accordo, versato e ricevuto l’acconto, chi ce pènt pèrd la capàrr.
capèce agg.: 1) capace, abile, in grado di compiere qualcosa, in positivo e in negativo (“Iè capèce d’quést e iàvete!”) - 2) persuaso, convinto, rassegnato (“D’front a la mòrt t’ha fa capèce!”) - 3) possibile, in forme impersonali (iè capèce ca...).
capellére: 1) sf. pettinatrice // Poiché un tempo le acconciature delle nostre donne erano piuttosto complicate da sistemare (i lunghi capelli andavano di solito intrecciati e attorcigliati sul capo a tupp), chi se lo poteva permettere ricorreva periodicamente a la capellére, pettinatrice professionista a domicilio - 2) sm. ambulante che girava per fare incetta, in cambio di aghi e cianfrusaglie, di capelli femminili tagliati o rimasti attaccati al pettine. I capelli stessi erano destinati alla confezione di parrucche.
capérce (-ùte) v. entrarci di misura // Quando l’appetito è stato soddisfatto, a conclusione del pasto si cita a volte il prov.: “Quann u sak iè chiéne nce chèpe nènt cchiù!”. A tal proposito, va detto che nella Roma imperiale, durante gli interminabili banchetti patrizi, ci si provocava spesso di proposito il vomito per svuotare il sacco e rinnovare i piaceri della tavola.
capescióle [sp. capichola] sf. nastro, fettuccia di tela usata soprattutto per legacci in vita e alle estremità dei mutandoni // Per avviare i ragazzi al commercio, si cominciava un tempo col mandarli di strada in strada a vénn la capescióle portata, insieme ad altre cianfrusaglie, in una cassetta appesa al collo.
capetà (-ète) v. capitare.
capète sf.: 1) testata, colpo dato k’ la chèpe - 2) scelta (vd. a la capète).
capetóne [lat. capitio, -nis (pesce che ha la testa grossa)] (pl. -ùne) sm. capitone // Benchè maschile sia in dialetto che in italiano, il term. indica la femmina dell’anguilla, che, negatale la possibilità di andare a depositare le uova in mare aperto, ingrassa e diventa capetóne.
capezeià (-ète) v. calpestare.
capézz [lat. capitia] sf. cavezza, strisce di cuoio passanti intorno alla testa per dirigere l’equino // “Iè nu ciùcce terète a capézz”, si dice di alunni svogliati o poco capaci.
capezzóne sm. testiera equina con paraocchi e ganci per le redini; in senso traslato: pezzo grosso, personaggio autorevole.
capì (-ìte) v. capire // A chiedere conferma se si è capito o meno quanto detto, si corre il rischio di sentirsi ribattere: “-Ha capìte?- ce dice a li féss accóme e té!”.
capìènt agg. intelligente.
capìll [sing. capéll] sm. capelli // Proverbi: “Capìll e uèie nn’màn-chene mèie”; “S’ce stann i capìll ce stann pure i pedòcchie”; “I fémmene ténn i capill lòng e u cerevèll córt”.
capìll d’àngele sm. capellini, spaghetti sottilissimi.
capòcchie [lat. caput] sf. estremità arrotondata di spillo, bastone ecc.
capp [forse dal lat. caput (capo)] sf.: 1) mantello corto di pesante panno nero (“Chi lass pène e capp nn’ sèpe k’uèie ncapp”) - 2) cappa del camino un tempo presente in tutte le case // A camino e relativa cappa allude l’indov.: “Nn’ièsce mèie da la chèse e té sèmp la cappa ngòll”.
cappèll: 1) sm. cappello, copricapo che distingueva un tempo i signori, mentre i cafoni usavano in genere la còppele // Prov.: “U cappèll ca ncè nnète nt’la chèse nciàdda trascì” (L’uomo che non vi è nato in casa non deve metterci piede) - 2) sf. chiesetta/e, in part. quelle cimiteriali.
cappòtt sm.: 1) cappotto - 2) term. usato nel gioco del tressette quando si stravince non lasciando agli avversari neanche un punto.
cappùcce sm.: 1) cappuccio, copricapo indipendente o facente parte di mantello, giacca o saio - 2) cavolo cappuccio con le foglie avvolte a palla (fam. Crocifere).
capuccèll sf. capriola o capitombolo, a seconda che l’atto sia intenzionale o meno // Prov.: “La vite iè na capuccèll”.
capurèle sm.: 1) caporale, il più basso dei gradi militari - 2) uomo di fiducia delle masserie, preposto a varie mansioni ed in part. alla scelta ed alla sorveglianza dei braccianti giornalieri.
caputà-rce (-ète) v. capovolgere, -rsi // “C’è caputète u mónn!”, esclama a volte qualche anziano disorientato da tante novità che mettono in discussione costumi e valori consolidati da tradizioni secolari.
capùzz sf. testa d’agnello preparata, di solito, al forno con patate.
càppeze sm.: 1) piccolo fuoco d’artificio fissato su carta - 2) bossolo di arma da fuoco.
carastìe sf. carestia // Il contr. è ràssce (abbondanza) che, secondo un detto, iè pègge d’la carastìe.
carastùse agg. di commerciante/i che vendono a caro prezzo.
carattené (-ùte) v. impermalirsi, vestirsi di carattere // Di chi fa l’offeso si dice volte: “Ce vó fa carattené ne póche!”.
carbunére (pl. -ìre) sm. carabiniere // Detti come: “I carbunìre sò carna vendùte” e “I carbunìre màgnene e vvévene avvunìte k’ttè e pu t’arrèstene” risentono del clima di omertà che si era venuto da noi a creare tra briganti e larghi strati della popolazione che avvertiva le forze dell’ordine come il braccio armato di uno Stato estraneo al tessuto sociale.
carbunète sm. bicarbonato di sodio, usato, diluito in acqua, come rimedio per l’acidità e la pesantezza di stomaco, oltre che come disinfettante, detergente e per pediluvi.
carcerére sm. carceriere // L’escl.: “Da carcerére a carcerète!” evidenzia come le situazioni possano ribaltarsi d’improvviso in negativo.
cardà (-ète) v. scardassare, in particolare lène (vd.).
Cardalìcchie spr. Cardalicchio, cima garganica che domina u Pass d’ L’Angarène (vd.) a quota 512; su di essa è stata, nel 2000, collocata la gigantesca “Croce del Terzo Millennio” di metallo e plexigas, opera di artigiani locali.
cardìll sm. cardellino; in senso traslato: persona agile e attiva (paré nu cardìll: saltellare come un cardellino).
cardóne (pl. -ùne) sm. cardo (nsc. Eringium campestre) // Ripulito e intinto nel sale, accompagnato al pane, serviva anch’esso a riempire lo stomaco in mancanza di meglio. Comunque il vino doveva essere, possibilmente, di qualità (“U cardóne vó u vine bbóne”). Per la filastrocca: “Viète a te cafóne ca t’magne pène e cardóne...”, vedi mòneche.
cardùcce sm. cardoncello (nsc. Cynara cardunculus), ingrediente d’lu brudétt (vd.) pasquale in alternativa a li spàrgene.
carecà (-ète) v. caricare.
carevóne (pl. -ùne) sm. carbone // Di tipi da cui è bene stare alla larga si dice a volte: “Iè ccóme e lu carevóne: s’nn’cóce tégne”. Nello sciogliere le combriccole, i ragazzi dicevano un tempo, a mo’ di saluto: “Carevóne, carevóne, ognidùne a li chèse lóre!”, ove il term. fa da supporto metrico senza significati precisi.
carevunèll sf. carbonella; accesa nel braciere, costituiva un tempo il sistema più diffuso di riscaldamento domestico (vd. vrascére).
carevunére (pl. -ìre) sm. carbonaio // Contraddistinto dalla pelle annerita dal mestiere (“Tutt l’art sò nnire, ma quédd d’lu carevunére iè ncóre cchiù nnére”), u carevunére produce e vende carevunèll e carevùne. L’attività era ed è diffusa nel Gargano dove abbonda la materia prima. Provenienti soprattutto da San Marco in Lamis un tempo coi carretti a trazione animale, oggi coi furgoncini carichi di sacchi di plastica nera, i carevunìre fanno di tanto in tanto sentire il loro grido: “Chi vò la carevunèll, belli fé!”, ma interessati alla loro mercanzia sono ormai solamente gli anziani la cui fonte di calore è ancora u vrascére.
carlantìne sm. facchini addetti un tempo al riempimento ed allo svuotamento delle fosse granarie (vd. fòss) // Dal Piano delle fosse di Apricena della Camera Consultiva di Commercio di Foggia (1858), si deduce che lavoravano in compagnie gerarchicamente organizzate e tenute al rispetto di un ben preciso regolamento, improntato ad un rigore morale tipico delle corporazioni medioevali; ad es., alle compagnie, che costituivano vere e proprie congreghe, non erano ammessi ubriaconi ed attaccabrighe. Nel suddetto Piano delle Fosse si parla dei doveri di caporali, sottocaporali, scrivani, misuratori, sfossatori, travagliatori (facchìne) e carreggiatori (trainìre), prevedendo, per eventuali mancanze, la sospensione dal lavoro e, in caso di recidiva, l’espulsione dalla Compagnia, che comprendeva diverse squadre, ognuna composta da 12 elementi con ruoli diversificati.
carn sf.: 1) carne (carn d’bbassa macèll: carne di animali morti per disgrazia che si vendeva un tempo a prezzo stracciato (fa carn ’e pòrk: dilapidare un’eredità) // Nu piatt d’ maccarùne k’la carn è sempre stato, da noi, la pietanza di gran lunga preferita, anche perché la carne, almeno fino agli anni Sessanta, non era un piatto alla portata tutti i giorni della settimana - 2) persona/e di famiglia (la carna tó); estranei (la carna strànie) // Il prov.: “Chi ce despièce d’la càrn d’l’àvete la só ce la màgnene i chène” consiglia una certa dose di sano egoismo. Secondo il detto.: “Nesciùna carn rumène a la vecciarìe”, chi prima chi poi, le donne si accasano tutte.
Carnuvalétt sm. Giovedì Grasso, ultimo sprazzo dei festeggiamenti carnascialeschi (vd. sotto).
Carnuvèle [dal lat. carnem levare (eliminare la carne dal menù)] sm. Carnevale // Nel periodo carnevalesco, celebrato un tempo con ben altro spirito che non oggi, bambini e ragazzi usavano girare, mascherati ed a gruppi, per le case di parenti ed amici, per una questua finalizzata a bagordi in allegra compagnia. Si chiedeva un po’ di salsiccia, di fegataccio o d’altro, accompagnando la richiesta con una filastrocca contenente una maledizione preventiva per chi avesse negato qualsiasi offerta: “Cìcce, cìcce, cìcce, damm n’póche d’savucìcce! Tazz, tazz, tazz, damm n’ póche d’fegatazz! S’ n’ mm’ lu vu dà ca tu puzza sckattà!”. I festeggiamenti si concludevano il Martedì Grasso con l’impiccagione di un fantoccio imbottito di paglia personificante il Carnevale ed una processione per le strade cittadine che, tra schiamazzi ed urla di finto dolore, parodiava il suo funerale. A chiusura veniva letto uno spassoso testamento e dato fuoco al fantoccio nella pubblica piazza. Il Pitta accenna a riti similari che si tenevano nei diversi vicoli cittadini ove le anziane mettevano su, con abiti consunti, “goffi e panciuti carnevali”, che poi “si davano alle fiamme fra le smanie dei ragazzi che si abbracciavano come persone colpite da un grave dolore” (pag. 583). Un altro divertimento era la rottura d’la pignète (vd.). Passata l’ebrezza carnascialesca, cominciava e comincia la Quaresima, ed è tutta un’altra musica (“Carnuvèle fa i débbete e la Quaréseme i pèie”). Venendo a tempi più recenti, almeno un cenno merita il tentativo di rilancio del Carnevale apricenese messo in atto dalla locale Sede Sport Italia la quale è giunta, tra l’86 e l’89, a organizzare sfilate di carri allegorici poi interrotte per ragioni in parte imputabili ad una diffusa apatia.
carògne agg. carogna, traditore; accr. carugnóne.
caróse sm. rapatura un tempo praticata di frequente ai bambini, soprattutto d’estate, come misura preventiva contro i pidocchi; sin. chèpecaróse e cioccamelóne.
carpentére sm. carpentiere, carraio, e cioè costruttore d’traìne, trainèll, carrettùne, chìng, ecc.; il term. è passato oggi ad indicare i muratori specializzati nella realizzazione di strutture in cemento armato.
carr sm. carro // Mentre il carretto agricolo era detto traìne, con carr s’indicava e si indica quello funebre, o anche u carr d’l’acqua spòrk, un particolare tipo di carrobotte per lo scarico di rifiuti or-ganici (vd. iìttà).
carrà (-ète) [sp. accarrarse] v. trasportare (k’lu carrettóne), i manòcchie dalle stoppie all’aia.
carrafóne [ar. garrafa] sm. boccione, bottiglione da due o più litri usato per olio, vino, must còtt, ecc.; dim. carrefuncìne.
carratìne sm. bottega in cui si salava e vendeva il formaggio insieme a latticini ed altri generi alimentari; il nostro Clima collega l’etimo del term. a coratino, antico venditore proveniente da Corato.
carratùre sf. trasporto, tramite traìne o carrettùne, dei covoni dalle stoppie all’aia della trebbiatura.
carrazzìne sm. scanalatura/e praticate dai petraiùle lungo le facciate del blocco quale linea di riferimento per i fori di frattura.
carrère sm. strada carreggiabile un tempo incisa profondamente dalle tracce lasciate dalle pesanti ruote dei mezzi di trasporto (traiìne, carrettùne, ecc.) // Prov.: “Ogni vvìe ièsce a carrère”.
carrére sf.: 1) corsa (fuie a tròtt e carrére) - 2) carriera // Prov.: “Chi rròbb póche va ngalére e chi rròbb assà fa carrére”.
carrète sf. quantità contenuta in in carro (a carrète: in gran quantità).
carrettóne sm. carro largo ed a sponde alte usato un tempo per il trasporto di materiali leggeri ma ingombranti come manòcchie, pagghie, ecc.
carrià (-ète) v. trascinare, trasportare (alla lett.: trasportare col carro) // La loc. carrià i rròbb ricorda la consuetudine ora tramontata di trasferire, alla vigilia delle nozze, il corredo della sposa, in bella vista sópe i spasètt, alla casa destinata ai futuri coniugi.
carrine sm. carlino // Attribuito in origine ad una moneta angioina in argento coniata nel 1278 da Carlo I d’Angiò, il nome passò poi ad altre monete di vario valore venute fuori nel corso dei secoli. I carrìne borbonici valevano un decimo di ducato, e quindi relativamente poco. Ancora meno valgono gli avvinazzati, almeno stando al detto: “Iòmmene d’vine, quatt a carrine”.
carrióle sf. carriola, in part. quella dei muratori per trasportare malta.
carrìst sm. carrista, in part. il conducente d’lu carr d’l’àcqua spòrk; vd. iittà.
carrùcce sm. (alla lett.: piccolo carro)carrettino,carruccio, in part. Il veicolo costituito da un asse di legno con due cuscinetti a sfera posteriori ed uno anteriore collegato ad un rudimentale manubrio; i ragazzi di un tempo se lo costruivano in proprio per lanciarsi avven-turosamente con esso lungo strade in pendio; il term. è passato ad indicare u trérròte, il motoveicolo a tre ruote per i piccoli trasporti // A proposito d’carrùcce particolari, il Pitta (pag. 587) ci ha lasciato il ricordo di quello pasquale, na trainèll addobbata a trono, preparata, fino agli anni Cinquanta, nella Settimana Santa dagli apprendisti muratori. Per annunciare l’avvenuta Resurrezione, allo sciogliersi delle campane, essi trasportavano per le strade, il Sabato Santo, u carrùcce con sopra, personificante il Cristo risorto, uno dei loro compagni più belli “a torso nudo, fregiato di un’ampia sciarpa vermiglia, reggente con la sinistra un bianco vessillo e tenendo la destra stesa verso l’alto con il pollice, l’indice e il medio spiegati” a simboleggiare la vittoria sulla morte. A lu carrùcce erano attaccate file di stagne e stagnére che costituivano un rumoroso strascico su cui, per aumentare il frastuono, alcuni ragazzi battevano con bastoni, mentre altri agitavano campani di buoi o scuotevano rrau-rrà e tròccele. “Ed era al passare del carruccio che i macellai spalancavano le porte delle loro botteghe, mettendo in mostra agnelli e capretti sgozzati, spellati ed ornati delle loro stesse budella intrecciate e da una festa di bandierine tricolori”.
cart [lat. chartam] sf. carta in genere, carta da gioco, documento // La loc. caccià i cart è usata in rif. ai documenti da richiedere a Comune e Chiesa per sposarsi.
cartèll sf.: 1) avviso di pagamento di tributi emesso dall’Esattoria Co-munale - 2) cartoncino con numeri per il gioco della tombola // Il det-to: “I cafùne sò l’ùtema cartèll” colloca i braccianti all’ultimo posto della scala sociale. Di persone con noti trascorsi si dice a volte: “Iè cartèlla canesciùte!”.
cartère sm. cartaio, chi dà le carte al gioco.
cartìne sf.: 1) velina/e con cui si avvolgeva il tabacco nella confezio-ne a mano di sigarette - 2) figurine raffiguranti divi del cinema o campioni sportivi che costituivano un tempo la posta in molti giochi tra ragazzi - 3) bustina contenente medicinali (na cartìne d’purie).
cartùcce sf. cartuccia/e, proiettili per fucili da caccia.
cartulìnesf. cartolina (avé la cartulìne: ricevere l’avviso di chiamata alle armi).
carusà (-ète) v. tosare, in part. pecore, operazione che si praticava e si pratica ai primi tepori, di solito in Aprile // Per pulire e ammorbidire la lana, prima della tosatura, si spingevano un tempo le pecore in acqua. Poi, “nel corso dell’operazione si metteva da parte, perché meno pregiata, la lana che ricopriva zampe, coda e testa; e così si faceva pure per la lana agnellina di animali giovani, utile per il confezionamento di cuscini. Ogni animale produceva mediamente 2 kg. di lana, e ne occorrevano 25 per riempire un materasso” (Pergola).
carusatóre sm. operatori di solito abruzzesi specializzati nella tosatu-ra delle pecore // Per curiosità va detto che, giàcché c’erano, i caru-satùre facévene u caróse anche a pastori e ragazzini, specie se ave-vano i capelli troppo lunghi e, magari, pieni d pidocchi.
carùse (f. carósa) sm. cavallo giovane, da un anno a meno di due.
carusèll sm. salvadanaio, risparmio in genere (farce u carusèll: mettere da parte un po’ di denaro) // Il term., che deriva dal nap. carusiello, vuol dire: palla di creta a forma di testa di caruso (ragazzo).
caruvène [dal persiano karwan (compagnia di mercanti)] sf. carovana // Il term. indicava un tempo in part. la squadra dei facchini addetti al carico e scarico dei sacchi di prodotti agricoli.
casciére sm. ambiente per il deposito e la stagionatura di formaggi // Viziati come iàtt d’cascére sono, stando al proverbio che segue, i figli unici e quelli di vedove: “Uneche figghie d’mamm e figghie d’ védeve sò ccóme e iatt d’cascére: mìnele nchèpe e nce penzà!”.
cascìgne sm. senecione, lattugaccio selvatico commestibile (fam. Composite).
casckavàll sm. caciocavallo (vedi graf. 1) // Formaggio tipico che il Pitta, a pag. 291, così descrive: “caci dalla forma di sferoide oblungo, da tenersi a due a due a cavallo (donde il nome) della pertica, mediante una capace pastoia di giunchi ritorti”, costituiva e costituisce uno dei companatici più apprezzati da quanti si recavano e si recano a fatià fóre. Un tempo chi chiedeva ad un compagno: “K’t’ha purtète p’cumpanàie?”, poteva sentirsi rispondere: “U casckavàll d’maiése!”, che altro non era che qualche misera cipolla.
càssce sf.: 1) cassa, in part. quella che serviva un tempo per riporvi il corredo (i pann) - 2) sponda laterale d’lu traìne (vd.) - 3) nel gergo agricolo, spazio tra le linee delle piante nelle colture a filari (vigne, pomodori, ecc.).
cassce a chemò sf. mobile in legno massiccio costituito da una cassa a coperchio ribaltabile con un cassettone estraibile nella parte inferiore.
casscére sm. cassiere.
casscétt sf. cassetta per prodotti agricoli, dei quali costituisce spesso l’unità di misura (na casscétt d’ pemmedóre...); dim.: casscetèll.
cassciabbànk sf. cassapanca.
cassciafòrt sf. cassaforte.
casscióne sm. madia, grossa cassa con coperchio ribaltabile per biancheria o provviste alimentari.
castàgne sf. castagna/e che, arrostite o lesse, compaiono in autunno su tutte le tavole // Il detto: “La castàgne iè bbèll da fóre, ma dint té la mmaiàgne” mette in guardia dalle sorprese che si nascondono a volte sotto la buccia.
castagnère sm. castagnaio, venditore di castagne e frutta secca.
castagnóle sm. 1) strumento musicale simile alle nacchere - 2) tipo di piccolo petardo.
castèll sm. castello // Per Castèll noi Apricenesi intendiamo Castelpagano il quale eleva la sua mole sul ciglio garganico che domina il Tavoliere, a m. 546 s.l.m. (vd. tav. 1). Deve il nome probabilmente al fatto di aver ospitato, per qualche periodo, un insediamento saraceno, come attesterebbe anche la suggestiva leggenda del ponte di Cuoio (vd. Clima). Di probabile origine altomedioevale (sec. IX circa), consta di una costruzione pressocché quadrangolare con due torri rotonde ed un mastio pentagonale. Sebbene inespugnatile per la natura del luogo, nel 1137 il Castello cadde nelle mani dell’imperatore Lotario III di Supplimburgo, sceso in Italia, su istigazione del Papa Innocenzo II, per combattere contro il normanno Ruggero II. In seguito a ciò Riccardo, governatore della rocca, ritenuto responsabile della disfatta (come racconta, a pag. 275, il Pitta rifacendosi al Muratori) fu dal re fatto accecare. Sul Castello e sulle sue adiacenze Federico II concesse alla Universitas Precine gli usi civici, e cioè la facoltà di pascolare liberamente i propri animali, tagliar legna, pernottare, spigolare, costruire casupole, ecc., senza pagare fida. Fiorente di vita ancora nel 1350, il cieco di Castelpagano riebbe miracolosamente la vista per intervento della Vergine d’Stìgnène, il Castello stesso divenne in seguito feudo dei Pappacóde (vd.). Estintosi il casato e tornato al Demanio Regio, Castelpagano è descritto dal Lucchino, all’inizio del Seicento, come già abbandonato dagli abitanti “per la gran penuria d’acqua che lì si soffriva e perché vessati dalla gran moltitudine di serpenti d’ogni qualità e grossezza ed impauriti da forti e frequenti scosse di terremoto”. Nell’ottica del recupero delle testimonianze del passato, il castello è ora in fase di restauro conservativo su progetto dell’Arch. Matteo Mariella.
castratóre sm. castratoio, aggeggio per castrare animali.
catabbène sm. doppio mantello a ruota con tascone simile a una bi-saccia; era usato in particolare dai pastori abruzzesi che scendevano da noi per la transumanza.
catalògne sf. varietà di cicoria a foglia lunga così detta perché originaria della Catalogna, regione spagnola a ridosso dei Pirenei.
cataplàsme [lat. cataplasma dal gr. kataplasso (spalmo)] sm.: impia-stro medicamentoso per ferite o parti dolenti; per est.: persona indolente o piena di acciacchi.
catarìne sf. tiritera, discorso spesso interessato che va per le lunghe // “Quant la sa lòng la catarine!” si esclama a volte al limite della sopportazione.
catàrrs.: 1) m. catarro bronchiale - 2) f. chitarra, strumento musicale - 3) attrezzo per fare i maccarùne detti, appunto, a la catarr, e cioè fi-lamenti di pasta simile a spaghetti.
catavìll sm. cavillo che dà adito a contestazioni pretestuose.
catenàcce sm. catenaccio, chiavistello.
catenèll sf. anello/i di ferro che un tempo si fissavano al soffitto per sospendervi pèrteche (vd), oppure al muro esterno dell’abitazione per legarvi equini in sosta.
catràmm sf. catrame.
cavà(-ète), v. cavare, incavare, estrarre (cavà i gghiéte).
cavàllsm. cavallo; arc. cavadd // Detti: “U cavàll c’adda reprènn nn’adda tené nesciùne vìzie”; “Vòie chiuttòst nu ciùcce ca me pòrt e nnò nu cavàll ca m’iètt”; “U cavàll mì tant vantète iè rraddùtt a carrià li préte!”; “A lu cavàll strigghiète lucechéie u pile”; “A lu cavàll strak Ddie li mann i mósk”.
cavallìtt [da cavàll] sf. cavalcatina, viaggio senza usare le gambe (locuzione del gergo infantile: farce na bbèlla cavallìtt).
càveces.: 1) f. calce viva prodotta nelle calechère (vd.) - 2) m. cal-cio/i (pigghià a càvece ncule).
cavecenère sf. calcinaia, buca solitamente quadrangolare con pareti in tufo in cui i muratori stemperavano un tempo in acqua la calce viva.
caveciaióle (pl. -ùle) sm. ambulante che, caricato u traìne di calce a li calechère, la portava a vendere di strada in strada, spingendosi spesso persino fuori provincia.
caveciatère agg.: recalcitrante, usato in rif. a muli o persone da cui è bene guardarsi.
cavecióne (pl. -une) sm. panzerotto/i // Tipici del periodo natalizio, i caveciùne sono preparati con sfoglia di pasta dolce tagliata a rettangoli k’la rutèll e richiusa su mucchietti di cenète (vd.), marmellète di frutta o purè di ceci; la pasta ripiena va poi fritta o cotta al forno.
cavedarèle sm. ramaio // I cavedarùle, in genere artigiani abruzzesi, si presentavano e si presentano alla fiera settembrina di Santa Maria per esporre i loro prodotti, oggi meno richiesti di un tempo. Dal prov.: “U cavedarèle ppìcceche i màneche addóva vó!” traspare rispetto per il mestiere.
càvede agg. caldo // L’escl.: “T’facéss càvede!” equivale a: “Ti fareb-be comodo!”.
cavedère [lat. caldariam] sf. pentolone di rame dotato, in genere, di un robusto manico semicircolare per il maneggio e l’eventuale aggancio alla catena del camino (camàstre), in mancanza della quale la cavedère veniva appoggiata sópe u treppéde.
cavedùse agg. che soffre il caldo; contr. freddelùse.
cavétt sf. gavetta, contenitore metallico usato dai soldati per il rancio (menì da la cavétt: farsi da sé).
cavezàrce (-ète) v. calzarsi, vestirsi in senso lato // Il prov.: “Chi prime ciaiàveze prime ce càveze” trae origine dal fatto che nelle famiglie numerose di un tempo, non essendoci a volte scarpe per tutti, i più pigri rischiavano di restare a piedi nudi.
cavezétt sf. calza; quelle dei nostri vecchi venivano di solito confezio-nate in casa k’la vàmmèce, una ruvida fibra di cotone dalle sfumature rossobrunastre // L’espr.: “A la vecchiézz cià ffatt i cavezétt rusce!” stigmatizza comportamenti senili tipici dell’età verde; per la cavezétt d’l’alm ì mòrt, vedi alm.
cavezettèll sf. lucignolo a retina cilindrica per lumi a petrolio.
cavezettère sm. venditore ambulante di calze ed altre mercerie.
cavezóne (pl.: -ùne) sm. pantaloni; dim. cavezuncèll // Venivano detti a la cazzóne i pantaloncini lunghi fino al ginocchio; a la zómpafòss quelli che, avendo le gambe più corte del dovuto, lasciavano scoperte le caviglie, il che avveniva un tempo con una certa frequenza sia per la cattiva qualità delle stoffe che si accorciavano ad ogni lavaggio, sia perché le pieghe consumate venivano più volte rifatte a scapito della lunghezza.; a la zuàrr erano chiamati i pantaloni allacciati sotto il ginocchio, dalla tribù berbera zwawa da cui i Francesi trassero nel secolo scorso le prime truppe indigene nell’Africa Settentrionale.
cavezunétt (pl. -ìtt), sm. mutandoni maschili di lana pesante lunghi fin quasi alle caviglie su cui venivano ncuperchiète da li cavezétt; maglie e cavezunitt, confezionati a mano con filo di lana pecorina, costituivano un tempo un’autentica corazza contro il freddo invernale.
cavutà (-ète) v. bucare, trapanare.
cavùte sm. buco // Il prov.: “Dui surge nt’lu stéss cavùte nce pónn sta!” evidenzia quanto siano difficili certe convivenze, come ad es. quella tra suocera e nuora.
cazz malète sm. fettuccine casarecce che, semicotte, si servivano fredde e condite con must còtt.
cazzète sf. stupidaggine.
cazziète sf. rimprovero; accr. caz-ziatóne; vd. cancriatóne.
cazzóne (pl. -ùne) agg. fesso, stupido // L’offesa, di solito rivolta ad individui di alta statura, è a volte colorita con l’agg. merechène. Tra gli sfottò che i bambini si scambiavano tra loro, era un tempo frequente: “Quant sì cazzóne, t’ha cachète u cavezóne!”.
ccadé (-ùte) v. essere intonato, addirsi, in part. di capi di vestiario.
ccadènz sf. occasione adatta // Prov.: “A la rise ce vó la ccadènz e a lu parlà ce vó la sustànz”.
ccafagnète agg. poco areato, afoso, in part. di abitazioni anguste.
ccaglià (-ète) v. sopportare.
ccaparrà (-ète) v. accaparrare, assicurarsi un affare versando la capàrr (vd.) // Di ragazze fidanzate si dice a volte: “Sta ccaparrète”.
ccapeddàrce (-ète) v. accapigliarsi, venire alle mani prendendosi per i capelli.
ccapezzà (-ète) v. raccapezzare, combinare; anche raccapezzà.
ccapputtà -rce (-ète) v. ribaltare, capovolgere -rsi, di automobili e veicoli in genere.
ccarucchià (-ète) v. adescare, rendersi amico qualcuno con promesse, moine o regali.
ccasióne (pl. -ùne) sf. occasione, opportunità // Di uso frequente sono le locuzioni: luvà i ccassiùne (evitare le occasioni), dà ccasióne (esporsi a rischi, ad esempio, di ricadute durante una convalescenza). Prov.: “La mòrt vó la ccasióne”.
ccatarràrce (-ète) [gr. katarreo] v. prendere il catarro bronchiale.
ccatt sf. acquisto, affare // Ironica è l’escl.: “L’ha fatt la ccatt!” (Hai fatto proprio un bell’acquisto!).
ccattà (-ète) [fr. acater] v: 1) comprare (ccattà la iàtt nt’lu sak: acquistare a scatola chiusa) - 2) partorire // Giocando sul doppio significato, gli adulti raccontano spesso ai piccini la favola che i criatùre si vanno a comprare in fiere e negozi specializzati, ed è anche per questo che cicogne e cavoli non hanno mai avuto da noi molta fortuna.
ccattévvìnn sm. compravendita (fa u ccattévvinn: commerciare in beni immobili).
ccedènz sf. eccedenza di consumo rispetto a quanto previsto dal con-tratto (la ccedènz d’l’àcque).
ccencunìrce (-chenùte) v. azzopparsi, avere difficoltà di deambulazione.
ccerà (-ète) v. affrontare, andare incontro (ccerà la vòrie).
ccerète: 1) avv. a viso aperto (parlà ccerète) - 2) agg. esposto a... (ccerète a lu sóle).
ccesenète sf. ecatombe, strage // “Mó é fa na ccesenète!” si sente a volte minacciare a sproposito.
ccètt sf. accetta; dim. ccéttólìne.
ccettià (-ète) v. lavorare d’accetta, e cioè in fretta e male (ccettià u mónn: rovinare tutto).
cchianà (-ète) v. spianare, livellare; si usa cchiangà se al livellamento si accompagna la compressione.
cchiàpp sm. cappio, nodo scorsoio.
cchiappà (-ète) v. acchiappare, afferrare // In senso traslato, la loc. chiappà p’ngann stigmatizza la tendenza ad approfittare dello stato di necessità del prossimo.
cchièle sm. occhiali.
cchiù avv. più // Prov.: “Cchiù póche sime e cchiù bbèll parìme!”.
cchiù d’tutt loc. soprattutto, tutto il possibile // “Fa cchiù d’tutt!” è il modo in cui ci si raccomanda al prossimo di venire incontro alle nostre esigenze.
cchiussàavv. di più, più assai.
cciaccà (-ète) v. schiacciare, pestare // L’escl.: “Scuse e ncùse sò dui cóse: u péde m’ha cciacchète e u péde té cciaccà!”, è una variante in chiave pedestre della nota legge del taglione.
cciacchète agg.: 1) malaticcio, pieno di acciacchi - 2) pps. di cciaccà calpestato.
cciaffà (-ète) v. acchiappare; anche cchiappà e nchiappà.
cciaffèrr [fr. chauffeur] sm. conducente, cocchiere, autista, tassista // L’indov.: “Chi iè ca vote i spall pure a lu rre?”, che ha per sol. proprio u cciaffèrr evidenza l’aspetto peculiare del mestiere.
cciak [sp. achaque (malattia cronica)] sm. acciacco/chi.
cciamuriàrce (-ète) v. raffreddarsi, pigghià u ciamòrie (vd.).
cciàpp sf. fermaglio metallico // Il dim. cciappétt indica, in senso traslato la scrittura indecifrabile dei semianalfabeti (sapé fa i cciappétt: saper scrivere a fatica).
cciapparà (-ète) v. spigolare grappoli dopo la vendemmia.
cciarì [da accère (acciaio)] (-ùte) v. rifare il filo alla lama di vomeri, zappe ed altri attrezzi agricoli; an-che sturnì (vd.).
cciavattà (-ète) v. portare avanti un lavoro in fretta e male.
cciavattóne agg. impreciso, frettoloso // Bbóne cciavattùne sono spesso definiti gli artigiani privi della virtù della precisione.
ccidamósk sm. picchietto, utensile con retina schiacciamosche.
ccìde (ccìse) v. uccidere, ammazzare; il pps. ccìse, o accìse, ha spesso l’accezione di: stanco morto, come nell’escl.: “M’sènt accìse!” // Il v. è frequente in minacce (“Mo té ccide e me iì a presentà!”: Ora ti ammazzo e vado a costituirmi!) e maledizioni: (“Ca t’pòzzena ccìde ngànn!”; “Pó ièss ca t’ ccìdene!”; “T’hanna ccìde e nt’adda paià nesciùne!”...). L’uccisione più attesa era quella d’lu pòrce (vd).
ccigghiàrce (-ète) v. accigliarsi.
“Ccih!” escl. per scacciare i gatti; per richiamarli si usa “Musce!”.
cciuccarà (-ète) v. ridurre a ciòcchere, cioè a tronconi, in particolare: estirpare vecchie vigne (cciuccarà la vigne).
cciuffète agg. disordinato, poco curato nel vestire.
cclìs sf. eclissi di luna o di sole // Fann la ccliss anche le persone travolte da moti di rabbia che tolgono il lume della ragione.
ccògghie (ccóte) v. colpire (“Tire a mmank e ccògghie a dritt!”).
ccolì ccolì sm. gioco consistente nel saltare a mani aperte ed a gambe divaricate sui compagni disposti ad una certa distanza l’uno dall’altro, con la schiena curva ed il capo all’in giù. Superatili tutti, ciascun giocatore si dispone nella stessa posizione all’estremità della fila, mentre il primo di essa si solleva e comincia la serie dei salti.
ccòrt agg. attento; raff. per radd. al sup.: stà ccòrt accòrt.
ccredentàrce (-ète) v. fidanzarsi // Nella società contadina i zìte erano detti ccredentète nel periodo tra la trasciùte (vd.) e u spusalìzie, epoca nella quale, potendoselo permettere, p’cumparì facevano sfoggio di particolare eleganza.
ccrianzète [da criànz] agg. gentile, pieno di creanza; contr. scrianzète.
ccucchelàrce (-ète) v. accosciarsi.
ccucchià (-ète) v.: 1) mettere insieme (cucchià na cóse d’sòld) - 2) ragionare secondo logica, specie in frasi negative (“Nn’accócchie p’ nnènt!”); contr.: scucchià.
ccucchiatóre sf.: 1) saldatura, congiunzione - 2) coerenza, logica di un discorso (parlà k’la ccucchiatóre o sénza ccucchiatóre).
ccuiatà -rce (-ète) v. acquietare -rsi, d’criatùre in particolare.
cculemmà (-ète) v. colmare, empire fino all’orlo; nel caso di aridi, formare un monticello oltre il filo del contenitore; quando tutto si misurava k’lu mezzétt (vd.), si eliminava il colmo con una rasiera.
ccullià -rce (-ète) v. coalizzare -rsi, complottare.
ccumpagnà (-ète) v. accompagnare // Locuzioni: ccumpàgnà la Madònn (seguire la processione d’la Madònn ’i Ncurnète); ccumpagnà la zìte (prendere parte ad un corteo nuziale); ccumpàgnà u mòrt (seguire un feretro). “Ca lu Segnóre t’accumpàgne!” è una formula di commiato permeata di religiosità.
ccumpagnamènt sm.: 1) accompagnamento, in part. il corteo dietro processioni o funerali - 2) sussidio pubblico per l’assistenza ad inabili (avé u ccumpagnamènt).
ccuncià (-ète) v. riparare, aggiustare; sin. ggiustà; contr. sfascià.
ccunt sm. acconto, anticipo.
ccuntantà (-ète) v. accontentare; contr. scuntantà.
ccunzentì (-ùte) v. acconsentire, essere d’accordo.
ccupaggià -rce (-ète) v. equipaggiare -rsi, coprire -rsi bene.
ccupamènt sf. occupazione (ccupa-mènt d’córe: senso di oppressione).
ccupùse agg. opprimente, in part. di ambienti senza aria né luce.
ccurdà (-ète) v.: 1) accordare (di strumenti musicali) - 2) accontentare, dare un contentino - 3) mettere d’accordo - 4) rifl. -rce mettersi d’accordo, in part. sul prezzo nelle transazioni economiche.
ccurtà -rce (-ète) v. accorciare, -rsi.
ccurtatóre sf : 1) accorciatura - 2) scorciatoia (pigghià la ccurtatóre: prendere la via più breve).
ccurteddà (-ète) v. accoltellare.
ccuscì avv. così; ccuscì e ccuddì: così e cosà.
ccustà (-ète) v.: 1) ammucchiare, mettere da parte (ccustà na cóse d’sòld) - 2) (-rce) avvicinare -rsi // Di ciò che è troppo costoso si dice a volte: “Nt’pù ccustà p’nnènt!”.
ce: 1) rifl. si (ce vónn bbéne) - 2) avv. ci (ce stann) - 3) impers. si (ce dice ca…).
cecà (-chète) [lat. caecare] v. accecare // A chi nega l’evidenza si minaccia a volte: “Mó te cecà l’òcchie e t’l’éia métt mmène!”.
cecatèll sm. cavatello/i, pasta casareccia ottenuta tagliuzzando in rettangolini la sfoglia; la forma definitiva viene data da una manovra combinata dei polpastrelli di indice, medio ed anulare che incidono la pasta arrotandola con un’azione strisciante. Il condimento classico dei cecatèll sono i broccoli all’olio o al sugo (cecatèll k’li vròcchele).
ceccùte agg. testardo, cocciuto (ceccùte accóme e nu mule).
céce (pl. cìce) sm. cece // Essendo i ceci un tempo di largo consumo, ricorrono con una certa frequenza anche nelle locuzioni dialettali: tené i cìce nchèpe (avere idee balzane in testa); iittà cìce da la fenèstre (spendere e spandere); nsapé tené nu céce mmók (non essere capaci di mantenere un segreto). A chi si mostra curioso di conoscere i particolari di una storia, si ribatte a volte: “K’amma fa, amma rraccuntà la rraccónt ’u céce?”. Per la versione locale di questa nota favola, vd. 70 rraccont.
cecenèll sm. pomo di Adamo.
cecèrchie [dal lat.: cicercula, dim. di cicer (cece)] sf. cicerchia, pianta delle Leguminose, utilizzata per l’alimentazione umana e animale.
céche: 1) sf. inguine - 2) agg. cieco // Prov.: “Chi va k’lu ciòpp, nchèpe d’l’ann ciòpp e céche”.
cechèle sf. 1) cicala; insetto degli Ortotteri con ali vitree, la cechèle è nota per il suo insistente frinire estivo - 2) conocchia, cicala di mare (nsc. Squilla mantis).
cechète agg. cieco // Un cieco che ha lasciato ad Apricena un ricordo duraturo è stato Vincènz u Cechète il quale si consolò della perdita della vista con la passione per la musica, essendo un autentico maestro anche di violino, oltre che di chitarra (il suo allievo più illustre è stato Matteo Salvatore). Si racconta che a volte, innervosito da osservazioni inopportune, Vincènz esclamasse: “Quant è bbrutt a tené l’òcchie!”.
ceciarìll [dim. di céce] sm. grandine minuta; quella a chicchi più consistenti è detta rànnele (vd.).
cecióne [accr. di céce] sm.: grosso cece; per est. pallettone (sparà a ceciùne: sparare a pallettoni).
cecòrie sf. cicoria (nsc. Cichorium intibus), verdura selvatica amarognola usata per minestre; dim.: cecurièll; accr.: cecurióne.
cèfele sm. cefalo, pesce della famiglia dei Muggini.
celìzie sm. disordine, sporcizia.
celòteche agg. strambo, lunatico.
cémmece (pl. cìmmece) sf. cimice/i, insetti un tempo diffusissimi per le condizioni igieniche precarie // Da esse erano spesso infestati i saccùne imbottiti di paglia, del che resta eco nella sim.: “Père na cémmece d’saccóne!”.
cemmenére sf. ciminiera, camino // In un curioso alterco popolare, la maledizione di gettare sangue e veleno in quantità uguale al fumo che esce dalla ciminiera è rintuzzata dalla precisazione che, potendosi permettere il fuoco solo in occasione delle grandi festività, dal proprio camino di fumo ne esce ben poco: “Puzza iittà lu sang e lu veléne p’quanta fume iètt la cemmenére!” “La cemmenéra mi tré vote a l’ann: a Pasque, a Natèle e a Chèpedànn!”.
cenède agg. morbido, soffice (del pane fresco in particolare).
cenète sf. acinata d’uva // Ai tempi della vendemmia si metteva a cuocere, in un po’ di mosto cotto, una certa quantità d’uva nera, ottenendone una marmellata scura spalmabile sul pane, oltre che adatta per pizze e caveciùne (vd.).
cénge (pl. cinge) sm. cencio, straccio, abito logoro // Sono definiti cìnge merechène, anche se spesso italianissimi, i capi usati in vendita al mercato a basso costo.
cengère sm. stracciarolo, cenciaiolo // Quasi del tutto scomparsi, i cengère giravano per le strade ritirando stracci ed oggetti metallici fuori uso in cambio di bicchieri, mollette ed utensili di plastica da pochi soldi.
cénnere sf. cenere // Abbondante nelle case per tutto il fuoco che vi si accendeva, la cenere era un tempo utilizzata per preparare la lusscìe, il ranno per la sgrossatura al bucato che poi sarebbe stato resckarète in acqua pura. In un secondo tempo si ricorse alla cénnera merechène, un derivato della soda a base di saponina, che può essere considerato il prototipo degli attuali detersivi.
cennerìne agg. cenerino, grigio picchiettato (iallina cennerìne).
cènt’ànn loc. cento anni // All’espr. si ricorre per sottolineare l’ansia dell’attesa (“M’père cènt’ànn!”), per augurare lunga vita (“Puzza campà cènt’ann!”) o il godimento di un bene di fresco acquisto (“T’lu puzza ióde p’cènt’ànn!”) e infine per prospettare come lontanissima nel tempo l’evenienza del decesso, in presenza dei diretti interessati, soprattutto se di una certa età (“Da mó a cènt’ànn ca mure...!”).
Cèntesessantasètt spr. nuova zona residenziale a destra della strada per il Santuario dell’Incoronata, così denominata dal numero d’ordine, il 167, del progetto generale redatto dall’Arch. Pio Ulivieri e approvato nel 1973 // Dopo i lavori relativi alle necessarie infrastrutture, nel 1975 cominciarono a sorgere le prime costruzioni (alcune a cura dell’Ist. Case Popolari) che da allora in poi si sono moltiplicate, divenendo la zona un enorme cantiere nel quale si è via via trasferita una parte considerevole della popolazione cit-tadina. La zona si è poi arricchita, non solo di verde pubblico e negozi, ma anche di edifici scolastici per ogni grado d’istruzione (ultimo in ordine di tempo è stato l’ISISS “Federico II” inaugurato nel 1999). Inoltre, per rispondere alle esigenze spirituali della nuova comunità, nel 1984 è stata posta la prima pietra della Chiése ’a Sacra Famìglie.
céntìmetre sm. centimetro // Il term. è usato anche per indicare la fettuccia da sartoria in tela plastificata che di cm. ne misura ben 150.
centenèresm. centinaio.
centrà -rce (-ète) v.: 1) centrare, colpire in pieno - 2) rifl. (-rce) avere a che vedere, entrarci; per l’espr.: “E iì k’ce céntre?”, vd. sotto.
céntre sf.: 1) centro, parte centrale - 2) centrotavola di solito frutto di un paziente lavoro a uncinetto - 3) cresta dei galli - 4) bulletta, chiodo corto a testa larga // A chi dovesse difendersi da un’accusa con l’escl.: “E iì k’ce céntre?” si ribatte a volte: “N’nsò cèntre, sò centrùne!”, battuta che contiene il term. e l’accr. che compare, insieme al dim., anche nel detto: “I figghie pìcquele sò centrèll, i figghie ròss sò centrùne”.
centrète sf. tiro in porta // Disponendo di un pallone, un gruppetto di ragazzi, insufficienti di numero per formare due squadre, si limitano spesso a qualche centrète, mentre uno di loro fa da portiere.
centrìne sm. cinghia, cintura di cuoio della quale i padri di un tempo si servivano per minacciare, ed in qualche caso infliggere severe punizioni a base di centrenète, e cioè di colpi inferti, appunto, k’lu centrìne.
cepóll [lat. tardo cepulla] sf. cipolla (pigghià na cepóll: inciampare) // Pur dovendosi accontentare di poco, almeno stando al proverbio “Pène e cepóll e córe cuntènt!”, i poveri non erano e non sono necessariamente infelici, richiedendo la felicità alimenti diversi dal cibo. L’accr. cepuddóne è spesso usato in senso traslato per indicare chi incespica facilmente.
cepólla carrère sf. cipolla selvatica non commestibile (nsc.: Scilla Maritima).
céppere sm. ramoscello, stecco // Il dim. ceppetìll compare, nell’accezione di poverello, nel prov.: “Iè mègghie nu marite ceppetìll ca n’amiche mperatóre”.
ceppóne (pl. -ùne) sm. 1) ciocco, grosso ceppo da ardere // Era tradizione accendere, la notte di Natale, nu ceppóne nt’lu fucarile quasi a voler preparare un ambiente ben caldo per la nascita Bambin Gesù. E comunque era necessario rendere confortevole la veglia (vd. Natèle) - 2) in senso traslato: persona anziana e piena di acciacchi // Con “C’è luvète nu ceppóne da mméze la vìe!”, si commenta a volte il decesso di un anziano che era di peso ai parenti.
cerasèll sf. ciliegina; il term è accr. di cerèse (vd.).
ceratùre sf. cipiglio, espressione del viso severa ed accigliata.
cercà (-chète) v.: 1) cercare per trovare (cercà i pedòcchie: spidocchiare) - 2) chiedere per otte nere (cercà la lemòsene: elemosinare).
cèrchie sm. cerchio // Il term., usato in molteplici accezioni tra cui anche quella di: orecchini a cerchio, indicava un tempo, tra l’altro, un gioco consistente nel mantenere un grosso cerchio in equilibrio dirigendolo nella direzione desiderata con l’aiuto di una stecca metallica opportunamente incurvata detta vótacèrchie.
cerchióne (pl. -ùne) sm. cerchione // Nella società contadina il term. indicava, in particolare, i grossi cerchi di ferro che rinchiudevano le ruote dei pesanti carri agricoli.
cére s f.: 1) cera di candele // Prov.: “La cére ce squagghie e la precessióne ncamìne!” - 2) colorito ed espressione del viso (tené la cére d’Caine: avere un aspetto truce).
cerèse sf. ciliegia, sia l’albero che il frutto // Il term. deriva forse da Giresum, antica città dell’Asia Minore della quale il frutto sarebbe originario, e comunque il lat. aveva cerasium ed il gr. kerasion.
cerevèll sm. cervello // Proverbi: “I fémmene ténn i capill lòng e lu cerevèll cort”; “Lu cerevèll iè na sfoglie d’cepóll”.
cerevóne sm. cervone, grossa serpe di color chiaro lunga fino a un paio di metri ma praticamente innocua (tené l’òcchie accóme é nu cerevóne: avere gli occhi sporgenti).
cèrn (-ùte) v. setacciare, separare la farina dalla crusca.
cernetùre [da cèrn] s.: 1) m. setaccio, strumento p’cèrn - 2) f. scarti della cernita.
ceròggele sm. candela, cero (arc. per cannèle).
ceròneche agg. verdognolo, non del tutto maturo, in part. di pomodori i quali, specie per l’insalata, si preferiscono, appunto, ceròneche.
cérquele sf. quercia // A 5 km. da Apricena, sulla strada per San Marco in Lamis, c’è una masseria nota col nome di Mezzène ’i Cèrquele, e cioè Aia o Mezzana delle Querce.
céss sm. gabinetto.
cést sf. cesta/e, in part. quelle di paglia di grano arrotolata che si usavano un tempo per mettere a crescenza i panétt d’lu pène; dim. cestarèll, accr. cestóne // Prov.: “La chèse k’li figghie iè ccóme la cést ’u pène: prime t’la vide chiéne e pu t’la vide vacànt”.
cestèrn sf. cisterna, vasca in muratura interrata nella quale si convoglia l’acqua piovana, o di altra origine; anche puscìne (vd.) // L’espr.: “Ha vùglie a carrià l’àcque k’li récchie s’la cestèrn nn’lla manténe!”, alludendo alla difficoltà di far quadrare i conti in presenza di sperperii, evidenzia uno dei problemi che può presentare una cisterna, e cioè la precarietà della sua tenuta.
cestùnie [prob. da cèst per la forma del guscio] sf. tartaruga, testuggine // Oggi protette, le tartarughe, un tempo numerose, rischiavano di finire in pentola per aver fama di fornire un ottimo brodo.
cetréie sf. disordine, sporcizia.
cetrète sm. citrato.
cetróne (pl. -ùne) cetriolo.
cevà (-ète) v. nel gergo dei petraiùle, mettere supporti sott u blòk sollevato k’li palìtt per fargli mantenere la positura.
cevelézz sf. atto/i di gentilezza, come ad es. visite, inviti, doni.
cèveze sm. gelso, mora di gelso (sia l’albero che il frutto).
chèchéccóse pr. qualcosa.
checòcce [lat. tardo cocutia] sf. cocuzza, zucca; dim. cucheccèll // Fritta, lessa, sott’aceto, preparata in cento modi, la checòcce compare in tavola di frequente, anche se spesso accolta con poco entusiasmo. Appetita in part. dai bambini era un tempo la sumènt d’checòccia genuvése (in ital. brustolini o bruscolini). In tema di checòcce, un aneddoto racconta che un contadino, sedutosi al tavolo di un ristorante, non essendo in grado di farlo di persona, si fece leggere il menù dal cameriere. Incuriosito dalla parola zucchine, ne ordinò un piatto, ma, quando vide di cosa si trattava, esclamò: “Pure ca t’fa chiamà zucchìne, sèmp checòccia sì!”.
checómbre sm. cetriolo; anche mulenàzz lòng // Prov.: “Zómp u checómbre e va ncule a l’urtelène!”.
chedùte agg. coduto, viziato, di bimbi in part.; vd. códe.
chèlesscìgne sm. saliscendi di usci.
chelóre sm. colore (truvà la pèzz a chelóre: trovare la scusa adatta).
chelómbre (pl. -ùmbre) sm. columbulo/i, fichi fiori.
chelònn sf. colonna.
chelòss sm. colosso, tipo dalla statura superiore alla norma.
chelòstre sf. primo latte puerperale.
chème sf. pula, polvere mista a listre (frantumi di spighe) che turbi-nava un tempo nell’aia in prossimità delle trebbie; essendo la chème pericolosa per gli occhi, gli operatori avevano occhiali protettivi.
chemmùne: 1) sf. Comune // “Ce n’è gghiùte k’lu tavùte ’a Chemmùne” si diceva un tempo di defunti così poveri da essere portati al cimitero nella bara messa a disposizione gratis dal Comune al quale, a trasporto avvenuto, doveva essere restituita - 2) agg. comune, di tutti // Prov.: “Rròbba chemmùne nn’è d’nesciùne”.
chemmunióne sf. comunione, sacramento dell’eucarestia.
chemò [fr. commode] sm. comò // Del mobilio tradizionale ne faceva-no parte due, e cioè u chemò vàsce e u chemò iàvete.
chempónn (-òst) v. comporre.
chempòst agg. composto, ben fatto // L’agg. è spesso accompagnato da bén, come nell’escl.: “Giuvann mie bén chempòst, u sacce iì quant me còst!”, che riporta il tardivo pentimento di una donna alla quale il marito bello crea qualche problema.
chempurtàrce (-ète) v. contenersi, comportarsi.
chencòtt agg. stracotto.
chène sm. cane (ièss chène: essere attaccati al proprio) // Il fedele amico dell’uomo ha ispirato numerosi detti che ne evidenziano la sorte ben misera (“Pòvere sò i chène ca vann scàveze”; “U chène ’u chianchére: vrétt d’sang e càreche d’ taccarète”; “U chène dint la chiése tutt lu càccene”; “Prèvete, mòneche e chène: ha sta sèmp k’la mazza mmène!”). Se si ha per essi a volte del rispetto, è solo per riflesso: “Ce respètt u chène p’l’amóre ’u patróne”. Al cane si ricorre inoltre per colpire vizi e comportamenti umani (“Père nu chène arraiète!”; “Père nu chène k’la bbòtta ncùle!”; “U chène suspètt abbèie a lu lustre d’la lune”; “Lu chène d’lu princepe: quann adda iì a càcce i té cacà!”). Infine l’escl.: “Puzz a chène mòrt!” evoca il fatto che i cani, lasciati spesso marcire là dove essi sono colti dalla morte, appestano a lungo l’aria di fetore.
chenfórm loc. a seconda che, in base a come (“Chenfórm a come ce méttene i cose!”).
chenfurtà (-ète) v. confortare.
chèpabbàsce [da chèpe e abbàsce (alla lett.: a testa in giù)] sm. discesa (pigghià u chèpabbàsce: peggiorare a vista d’occhio, in rif. a malati); contr.: chèpadàvete.
chèpaccentróne s. principale responsabile.
chepadàvete sm. strada in salita.
chèpe s.: 1) f. testa // Prov.: “La chèpe ca nn’parl è chiamète checòcce” - 2) m. capo, dirigente // Le due accezioni si sovrappongono nel prov.: “U pésce puzz da la chèpe”.
chèpebbànn sm. direttore di banda musicale.
chèpecanèle sm. pranzo offerto ai lavoranti a conclusione di un lavoro agricolo o edile.
chèpecaróse sm. taglio a zero, un tempo praticato ai bambini soprattutto d’estate per limitare il numero dei pidocchi; sin. ciòccamelóne.
chèpeclàss sm. capoclasse.
chèpecòll sm. capocollo.
chepecùle avv. al contrario, di cosa posta nel verso sbagliato.
Chèpedànn spr. Capodanno // Si tratta di un giorno dal quale è possibile trarre auspici per tutto l’anno, almeno stando al detto: “Chi fatìe a Chèpedann fatìe tutt l’ann”, in cui il v. fatià è sostituibile con rire, chiàgne, ecc.
chèpemàstre sm. capomastro // Il prov.: “Lu mastre iè mastre e lu patróne iè chèpemàstre” consiglia ai proprietari di sovraintendere di persona ai lavori commissionati ad artigiani.
chèperósce sm. caporosso, nome con cui vengono indicati alcuni uccelli dal piumaggio rosso del capo.
chèpesòtt avv. col capo all’in giù.
chèpetòst agg. cocciuto, testardo.
chèpetàvele sm. capotavola, posto d’onore che, al tavolo da pranzo, è di solito riservato all’uomo di casa.
chèpeuardie sm. capo delle guardie, comandante dei vigili urbani.
cheppùte agg. concavo (piàtt cheppùte: piatto fondo per minestra).
cherdóne sm. cordone; per est.: solco lasciato sulla pelle da colpi di scudiscio o di cinghia.
chère agg.: 1) caro, in senso affet-tivo (“Iì sò bbóne e chère, ma...”) - 2) costoso, anche col valore avverbiale di: a caro prezzo; contr.: merchète // Il prov.: “Chi dóne chère vénn” mette in guardia dagli omaggi compresi nel prezzo.
“Chère, chè!” escl. alla lett.: “Caro, caro!”; ha valore di saluto o di ironica disapprovazione.
chernùte agg. cornuto // Proverbi: “La mugghiéra bbèll fa u marìte chernùte”; “U chernùte iè sèmp l’ùteme a sapérl”; “U vóve schegnùre a lu ciùcce: -Chernùte!-”; “Mègghie chernùte ca mmèle sentute”.
cheróne (anche cróne) sf.: 1) cruna dell’ago - 2) corona (reale, di fiori, del rosario, ecc) // L’escl.: “Va a la méss e ce n’scòrd la cheróne!” stigmatizza gravi dimenticanze.
cheróne d’Gerusalèmm sf. coroncina del rosario i cui grani erano realizzati con semi di vainèll (carrube): venduta nei santuari o di casa in casa dai monaci, la cheróne d’Gérusalèmm avrebbe avuto, tra l’altro, la virtù di arrestare i temporali, se appesa davanti alla porta.
chèsce sm. cacio, formaggio // Secondo un detto che sentenzia in fatto di latte e latticini, sono da preferirsi: latt d’vak, recòtt d’crèpe e chèsce d’pèquere, e cioè il pecorino nostrano, confezionato a pezzòttele (vd.), che a volte ce n’iévene d’ quàgghie.
chesciùte [da cuscì] agg. cucito // Il detto: “Cule chesciùte e chèpa spennète!” sintetizza la sorte toccata ad un pappagallo che finì in pentola ripieno per aver spifferato i segreti del padrone.
chèsa chèse loc. per tutta la casa.
chèse sf. casa; dim. casarèll // I proverbi sul tema sono concordi nel sostenere che in nessun posto si sta bene come a casa propria: “La chèsa tó iè chesa tó”; “Iè mmègghie pène e cepóll a la chèsa tó ca i maccarùne a li chèse d’l’àvete”. “Addóva va iè pègge d’càstete”.
chèse còlònie sf. case coloniche, in part. i caseggiati annessi ai poderi concessi, negli anni Cinquanta, ai contadini senza terra dall’Ente di Riforma Fondiaria; per gli stornelli terminanti con: “Madònna mi, ccóm’hamma fa? A li chèse colònie l’amóre ce fa!”, vd. putére.
chèserià (-ète) v. andare da una casa all’altra per spettegolare; anche iì chèse chèse.
chestóde sm. custode.
chestùme sm. costume, carattere, modo di fare // Il colmo sarebbe ièss brutt d’fàcce e d’chestùme.
chettóne sm. cotone // Afferma il Pitta che, sia pure con alterne vicende, “la coltivazione del cotone vanta da noi tradizioni risalenti all’epoca napoleonica” (pag. 293). In tempi più recenti, e cioè tra gli anni ’50 e ’60, se ne intensificò la coltura, anche perché era sorto, per la snocciolatura dei bozzoli, il cotonificio della SICIND ora in abbandono sulla via p’la Madònn ’i Ncurnète, in quanto la cotonicultura fu compromessa dalla caduta dei prezzi sui mercati internazionali per la concorrenza delle fibre sintetiche. All’epoca in cui il Pitta scriveva, essa andava però a gonfie vele, tanto che il nostro autore giunge ad affermare che l’adagio: “T’l’ha bbusckète u chettóne!”, che si usava in riferimento a raccolti deludenti, “non avrà più ragione di essere citato, perché risulterebbe un controsenso all’evidenza dei fatti”.
chettùre sf. cottura.
chèvavampasciùle sm. picconetto atto a cavà vampasciùle (vd.).
chèvagghiéte sm. forconcino a due punte sagomate per incastrare ed estirpare manualmente le barbarietole; il nome è poi passato alla macchina con la stessa funzione, detta anche schèvagghiéte.
chiacchiaróne agg. chiacchierone, fanfarone.
chiàcchiere sf.: 1) chiacchiere, parole senza costrutto che lasciano il tempo che trovano, ragion per cui il term. è spesso accompagnato dall’agg. mòrt (chiàcchiere mòrt) // Se uno non ha tempo da perdere con un chiacchierone, lo interrompe a volte dicendo: “Sti chiàcchiere stìpele p’la nòtt d’Natèle!” - 2) frittelle tipiche del Carnevale.
chiacchierià (-ète) v. chiacchierare, parlare del più e del meno.
chiachiìll agg. uomo da poco, voltagabbana.
chiàgne (chiant) v. piangere // Col detto: “La iàtt d’zia Marìe na vote chiàgne e na vote rire” s‘irridono i repentini sbalzi di umore. Il prov.: “A chiagne u mòrt sò làcreme perdùte!” è un invito a farce capèce anche di fronte alla morte.
chiagnùse agg. piagnone, in rif. a piccoli che stanno di solito a fricchiare e ad adulti che piangono di continuo miseria.
chianchére sm. macellaio // Un noto detto consiglia: “S’t’ha fa ccìde fatt accide da nu chianchére bbóne!” intendendo per chianchére artigiani e professionisti in genere. Sono però i medici chirurgi, se di mano pesante negli interventi, quelli che più di frequente rischiano l’accostamento ai chianchìre.
chianchétt sf. basola/e pietra usate per pavimentare le strade.
chianchettète sf. lastricato/i in basole di pietra, ancora presenti in molte strade del centro storico (vd. copertina).
chiancóne sm. grosso masso che fa a volte da sedile rudimentale di pietra davanti alle case di campagna.
chianèll sf. pianella, ciabatta // Con l’escl.. “Caterenèll, k’na scarp e na chianèll!” si mette alla berlina la sciatteria dell’abbigliamento.
chiànk sf. macelleria, dal lat. planca (tavola, asse, ceppo del macellaio dove si taglia la carne) // “Dui sò li cóse: o ière o va a la chiànk!” è un aut aut rivolto al cavallo o, dai padri-padroni di un tempo, anche ai figghie sfatiète.
chianòzz sm. pialla per falegnami.
chiant s. 1) m. pianto, spesso raff. da amère (“Ddà ce sta u chiant amère!”) // Con la loc. chiànt a lòff d’ciucce si irridono lacrime immotivate - 2) f. pianta, in tutte le sue accezioni: chiant d’li cice, d’la chèse, d’lu pède, d’la mène... (purtà nchiànt d’mène: trattare uno con riguardo).
chiantà (-ète) v. piantare // Prov.: “Nènt chiànt e nnènt magne”.
chiantavìve sf. piantaviva, luogo di produzione di merci o dove c’è potere decisionale (iì a la chiantavìve: arrivare dov’è necessario per rendersi conto di persona di come stanno le cose).
chiantèll sf. sottopiede, soletta interna alla scarpa.
chiantète agg.: 1) piantato, impiantato (chèsa chiantète) - 2) ben messo in carne (di persone).
chiantìme sf. insieme delle pianticine pronte per il trapianto.
chiàpp sm. cappio, nodo scorsoio.
chiapparèle sm. capperaio, raccoglitore e venditore di chiapparìne.
chiapparìne [lat. capperarem] sm. capperi di roccia // Tra i ricordi d’infanzia di chi scrive c’è il grido lamentoso: “Chiapparìne! Sò bbèll e curàte i chiapparine!” che un venditore peschesciène lanciava di strada in strada invitando all’acquisto della sua mercanzia. Va notato che dal term. derivano alcuni toponimi dei dintorni, come ad es. Capraia delle Tremiti la quale è priva di capre ma ricca di capperi (Capperaia, da cui Caperaia e quindi Capraia).
chiappine agg. furbo, fattivo.
chiàtt agg.: 1) piatto, schiacciato (di cose) - 2) robusto (di persone); chiatt e tónn: basso e rotondo.
chiàveche [lat. tardo clavica dal class. cloaca] sf. sentina, cloaca // La metafora “Iè na chiàveche!”, in rif. a individui, ha una molteplicità di accezioni tutte spregiative.
chiavìne sm. chiave per serrature di vetrine esterne e bbùscele interne.
chiàzz sf. 1) centro (iì nchiàzz) - 2) piazza, corso // Chiazza Larie è detto, per l’ampiezza, l’attuale Corso L. Galasso; nota è anche la chiàzz Bbenànt (Via F. Cavallotti), che deriva il nome dialettale dalla fam. Abbenante ivi residente. Il dim. chiazzètt è usato per indicare i vicoli del centro storico, spesso contraddistinti da appellativi dialettali (la chiazzétt d’la bbànn, la chiazzètt d’Masùcce...).
chiazza cupèrt sf. luminarie per l’addobbo di piazze e strade prin-cipali in occasione delle sagre paesane, e, in part., della festa patronale (la Madònn ’i Incurnète). Particolarmente spettacolare è stata, in questi ultimi anni, la chiàzza cupèrt d’Fóre ’u Palazz (vd.) ispirata all’interno di una cattedrale rutilante di luci multicolori.
chiazzère agg. piazzaro/a, in part. di donne che trascorrono più tempo fuori che dentro casa // L’agg. indicava in origine i venditori di frutta e verdura che tenevano bancarella a Fóre la Cróce (vd.).
chichedùne pr. qualcuno; chichedunàvete: qualcun altro.
chichétt sf. pietruzza o altro segnaposto che, nel gioco del cipperméss (vd.), si mandava di riquadro in riquadro del disegno fatto a terra.
chiecà -rce (-ète) v. piegare -rsi (chiecàrce a la fatìe) // Il prov.: “Chiìche vinchietìll quann iè tennerìll” consiglia di impartire un’educazione severa e tempestiva.
chiécafèrr sf. piegatrice per ferri da carpenteria.
chiecatùre sf. piegatura.
chiéche sf. piega; dim. chiechettine (voce del gergo sartoriale).
chièie sf. piaga, anche in senso traslato // “K’amma fa, amma rapì la chièie?” è la risposta di chi, per non soffrirne al ricordo, preferisce non rievocare un fatto doloroso.
chiéne agg. pieno (“Trippa chiène cant e cammiscia nétta no”).
chiène avv. piano; raff. per radd.: acchiène acchiène.
Chiésa Madre spr. Chiesa Madre che, su Corso Garibaldi, è intestata ai Santi Lucia e Martino // Antecedentemente al terremoto del 1627, il ruolo di Matrice era svolto dalla Chiesa di San Martino, attigua al palazzo baronale, la quale non fu più riedificata, essendo rimasto in piedi di essa il solo campanile su cui trovò in seguito collocazione la Llòrge (vd.). Negli anni successivi al terremoto si provvide invece a ricostruire, de elemosynis, e cioè con le libere offerte dei fedeli, la non lontana Chiesa di Santa Lucia che poi, aggiunto all’antico titolo quello di San Martino, assunse il ruolo di Chiesa Matrice. Il Pitta riporta notizia delle numerose decime e rendite di cui la Chiesa godette per un paio di secoli, entrate che poi andarono via via assottigliandosi insieme al numero dei canonici che, ancora nel 1826, erano ben tredici. Sull’intonaco bigio della facciata spicca il prospetto lapideo del portale classicheggiante su tre gradini. Sul fregio, a grandi caratteri, si legge: “Monstra te esse matrem”. Nella navata minore immette la porta più piccola a destra. L’iscrizione sull’architrave “Via universae carnis” ne spiega la funzione: era “la porta dei morti”, in quanto di là entravano i defunti per avere sepoltura nelle fosse comuni ricavate sotto il pavimento e riempite nel 1836, in forza della legge che istituiva i cimiteri. Il Pitta, che dedica alla Chiesa Madre una trentina di pagine, riporta, tra l’altro, notizia dei vari restauri che si sono resi necessari nel corso degli ultimi due secoli, dando una minuta descrizione dell’interno quale si presentava prima dell’ultimo rifacimento che, rimossi stucchi e tempere, ha prodotto effetti di sobria modernità, col contrasto tra il bianco dell’intonaco ed i giochi chiaroscurali del rivestimento e del pavimento in pietra locale. In quanto al campanile di stile romanico, fu forse l’unica parte che scampò al terremoto del 1627 dell’originaria Chiesa di Santa Lucia.
chiése sf. chiesa; dim. chiesióle // E’ probabile che la maggior parte delle chiese rurali di seguito trattate siano state fondate da monaci benedettini e basiliani che, cacciati dall’Impero Bizantino durante le persecuzioni iconoclaste della prima metà dell’VIII secolo, “si insediarono nelle zone povere e sperdute del Sud dell’Italia, per dedicarsi a forme di apostolato semplici e comunicative” (Iosa).
Chiése ’a Madònn ’i ll’Angele spr. Chiesa della Madonna degli Angeli // Cappella rurale di incerta origine, è sita a meno di un km. dall’abitato, a destra della strada per la stazione ferroviaria (vd. tav. 1). Distrutta completamente dal terremoto del 1627 e ricostruita qualche anno dopo, è stata di recente rivestita in pietra locale ed affiancata da un piccolo campanile di stile moderno in cemento armato (Ing. Matteo Di Maio - 1986); vd. anche Fèst ’a Madònn ’i ll’Angele.
Chiése ’a Madònn ’i Ncurnète spr. santuario della Madonna dell’Incoronata (vd. tav. 1) // “Ad un km. e mezzo circa verso settentrione, dice il Pitta a pag. 198, in sul cominciare della collina, sorgeva da tempo antichissimo una rustica chiesetta che il popolo chiamava la Madònna Lurìtu, da un quadro antico e di buon pennello che là si venera ancora...” (quadro del pittore settecentesco Cappellucci ora sulla parete sinistra del Santuario). Ad imprimere una decisa accelerazione a questo culto secolare, fu, intorno alla metà del secolo scorso, la donazione, da parte di Giacinto Lombardi, della statua rappresentante la Vergine Incoronata su di un albero, fatto che fece incrementare non poco l’afflusso alla chiesetta. Poi, nel 1868, davanti ad una folla di devoti, avviene un miracolo: la Madonna muove gli occhi e le mani. Il prodigio, ricordato dall’epigrafe posta a sinistra della nicchia dell’abside, richiamò una quantità sempre maggiore di fedeli, tanto da impensierire le autorità, le quali, anche per la concomitante tensione dei rapporti tra Chiesa e Stato, ritennero opportuno, nel 1869, chiudere il tempietto che però fu fatto riaprire poco dopo a furor di popolo. Prese avvio da quel momento un fervore di rimaneggiamenti e abbellimenti realizzati de elemosynis, e cioè grazie alla raccolta delle libere offerte dei fedeli. L’aspetto attuale del Santuario è il risultato del lavoro di varie generazioni di frabbecatùre, petraiùle, scarpelline, trainìre, che hanno offerto di solito gratuitamente le loro prestazioni. Tra i lavoranti il Pitta cita lo scalpellino Mauro Palumbo, che realizzò tutti i lavori in pietra del Tempio balaustra, scalini, pilastri, ecc. Ultimi interventi di rilievo in ordine cronologico sono stati i mosaici che rivestono la parete dell’abside nella quale si apre la nicchia della statua della Vergine (1968), le vetrate istoriate con simboli mariani (1971), il campanile realizzato, con i fondi offerti allo scopo da Michelangelo Bevere (1985 - Arch. Giovanni Papalillo) e lo scalone monumentale che immette alla più stretta e più vetusta rampa di accesso al sagrato (1986 - Arch. Giovanni Papalillo). Custodita in sacrestia è una ricca serie di ex voto che attesta la fede popolare nel potere d’intercessione della Vergine, alla quale si faceva spesso la promessa d’iì a péde scàveze al Santuario. Il punto dove, a mantenimento del voto, i fedeli si scalzavano è l’incrocio in cui Via Monte San Michele immette in Via Piave (la vie ’a Madònn). Tornando alla storia della Chiesa, va sottolineato infine il fatto che, nel 1955, essa fu elevata al rango di Santuario Mariano dal Vescovo D. Vendola. Per la festa vedi Fèst ’la Madònn ’i Ncurnète.
Chiése ’a Sacra Famìglie spr. Chiesa della Sacra Famiglia // Per rispondere alle esigenze spirituali della popolazione che sempre più numerosa si andava trasferendo nella nuova zona abitativa (la cosiddetta Cèntesessantasètt) e che già nel 1980 si era costituita in parrocchia affidata alla cura di Don Michele Rendina, il 25 Gennaio 1984 fu posta la prima pietra della Chiesa della Sacra Famiglia, realizzata in stile moderno su progetto dell’Arch. Massimo De Vico Fallani. Aperta ufficialmente al culto il 24 Aprile del 1988, è l’epicentro d’la Fèst ’a Sacra Famiglie (vd.).
Chièse ’u Cummènt spr.Chiesa del Convento // Si indica con tale nome la Chiesa che, adiacente a lu Cummènt (vd.) all’interno della Villa Comunale, fu costruita contemporaneamente ad esso e che riportava sull’architrave del vecchio portale la data del 1558. Dedicata prima alla SS. Concezione e poi a Maria SS. delle Grazie, la Chiesetta seguì le sorti del Convento e, allorché questo divenne bene demaniale nel 1867, “sarebbe rimasta chiusa per sempre, se qualche laico non fosse venuto di tanto in tanto a tenere aperta la Chiesa al culto”. La Chiesetta, descritta dal Pitta a pag. 207 come ridotta “in miserevoli condizioni”, fu abbattuta nel 1978. Quella attuale, voluta dall’allora rettore Don Gaetano Mobilio, fu realizzata, su progetto dell’Ing. Matteo Di Maio, in stile moderno, con una semplicissima facciata su cui spiccano un portale in pietra locale a sesto acuto ed un mosaico raffigurante l’Incoronata, realizzato e donato dai coniugi Anna e Angelo Mobilio nel Maggio del 2000. Essendo al suo interno collocata la statua di Sant’Antonio, il 13 Giugno è proprio da la Chièse ’u Cummènt che parte, e ad essa fa ritorno, la processione in onore del Santo di Padova che ad Apricena ha numerosi devoti (vedi anche Sant’Antònie e Fèst d’Sant’Antònie).
Chiése ’u Resàrie spr. Chiesa del Rosario // Sul luogo, fuori dalle mura cittadine, prima del terremoto del 1627, sorgeva il convento dei padri predicatori di San Domenico, di dimensioni così modeste che vi potevano stare, secondo la testimonianza del Lucchino, appena un frate ed un converso. Rimase in piedi di esso solo la minuscola cappella consacrata alla Vergine, abbattuta poi all’inizio del secolo per edificarvi una chiesa più ampia, l’attuale, la prima pietra della quale fu posta il 28 Maggio 1914. “Il disegno, riferisce il Pitta in nota a pag. 194, è del nostro concittadino Pasquale De Peppe, benché si trovi a firma del geom. Michele Pertosa”. In occasione della festa che si celebra la prima domenica di Ottobre, la Chiesa, ornata di luminarie, è punto di partenza e di arrivo della processione della Madonna del Rosario di Pompei, che si conclude con la Messa celebrata sul sagrato.
Chiése d’Sant’Antònie spr. Chiesa di Sant’Antonio // Eretta nel 1342 in stile gotico-veneziano, anteriormente al terremoto del 1627, la Chiesa era affiancata dal Monastero di San Francesco che era praticamente incastonato nella cerchia delle mura cittadine in modo da avere “l’uscita fuori le mura ed una portella dentro la terra” (Lucchino). Si trattava comunque di un monastero così angusto che “non vi potevano stare che uno o due frati”. Dopo il terremoto, ed esattamente a partire dal 1668, fu riedificata la sola chiesa che poi subì, nel corso dei secoli, rimaneggiamenti ed aggiunte. Stando al Pitta (pag. 190), il campanile risale alla metà del secolo scorso ed alla fine di esso (1890) la scalinata con la ringhiera di ferro che si può ammirare tutt’ora e che andò a sostituire uno scalone semi-circolare a nove gradini che ingombrava parte d’lu Làrie d’ Sant’Antònie, e cioè dello slargo antistante la Chiesa.
Chièse d’Sant Lazzère spr. Chiesa di San Nazario, cappella rurale che, secondo un noto detto, ce tròve a mméze a tre cunfìne: Lésene, Tarranóve e La Prucìne, cittadine alle quali va aggiunta anche Sannicandro Garganico // Sorta forse sul luogo del tempio anticamente dedicato a Podalirio che Strabone dice posto in pianura presso le sorgenti di un fiumicello salutifero, la Chiesetta appartenne per alcuni secoli ai monaci benedettini d’San Giuvannìne (vd.). Sfiorata oggi da importanti vie turistiche, è stata di recente restaurata ed ampliata fino ad assumere l’aspetto di un moderno Santuario. Notevoli sono, tra le altre cose, i Misteri del Rosario di Maria Santissima, dislocati sul perimetro dell’ampio spiazzale esterno. L’interno, a una sola navata con robusta copertura lignea, presenta di particolare, proprio dinanzi all’altare, un macigno levigato dal tempo sul quale si dice si sia seduto San Nazario per lavarsi, con le acque del Caldoli, le piaghe di cui aveva infette le gambe, “e qui, dice il Pitta a pag. 248, bisogna sedersi, questo sasso bisogna baciare se si vuole la grazia”. L’attaccamento a Sant Lazzère da parte degli abitanti del circondario è attestato, oltre che numerosi ex voti presenti in sagrestia e dai massicci pellegrinaggi al Santuario in occasione d’ la Fèst d’Sant Lazzère (vd.), anche da un insolito episodio di cronaca. Nel 1893, essendo la Parrocchia di Poggio Imperiale divenuta autonoma da quella di Lesina da cui dipendeva, quest’ultima perse la giurisdizione anche su San Nazario. Irritati da ciò, i Lesenère giunsero a trafugare la statua del Santo, mentre il loro sindaco faceva arbitrariamente inchiodare la porta della Chiesa. Il processo che ne seguì portò l’anno dopo alla riconferma dei diritti del parroco di Poggio Imperiale che tuttora si occupa del Santuario.
Chiése d’Sant Ròk sf. Chiesa di San Rocco // A Fóre la Cróce (vd.), con la facciata prospiciente su Piazza della Repubblica e la fiancata destra su Piazza dei Mille, al posto dell’attuale grattacielo, c’era, fino a non molti decenni addietro, una chiesetta settecentesca intestata a San Rocco. Era stata edificata nel luogo in cui sorgeva una cappella cimiteriale detta dei Martiri, o dei Nobili, che, tra l’altro, era stata l’unica a resistere al terremoto del 1627. Aperta al culto nel 1767, la nuova chiesa aveva un’unica navata ricca di stucchi e statue che il Pitta descrive a pag. 179. All’esterno, su un mare di tetti coperti da tegole bigie, svettava il campanile del 1816, gareggiando in altezza con quello non lontano della Chiesa Madre. Il Pitta, che fu testimone degli eventi, annota che San Rocco “non poté resistere alle continue scosse determinate dai mezzi pesanti degli eserciti in lotta transitanti, quasi ininterrottamente, specie dal Luglio 1943 in poi, lungo la via contigua al lato destro del tempio”, cosicché si crearono numerose lesioni, finché nel 1955 crollò l’intero tetto. Restaurata e riaperta al culto nel 1958, fu poi definitivamente demolita nel 1968 perché di nuovo pericolante. Una certa impressione fece all’epoca il fatto che il giorno in cui fu portata a termine la demolizione della Chiesa, un improvviso e violento acquazzone scaricò in poche ore una tale quantità di pioggia da determinare l’allagamento di alcuni quartieri pedecollinari, il che è ad Apricena un’evenienza più unica che rara. E’ comunque certo che, con l’abbattimento di San Rocco, che ha fatto posto al grattacielo omonimo, il centro storico ha perso qualcosa della sua identità. Notevole è, tra l’altro, nella storia del costume, il fatto che la mattina, lungo la fiancata della Chiesa, si allineavano i cafùne in attesa dell’ingaggio giornaliero.
chìa pron. int. chi? (“Chìa iè?”).
chiève sf. chiave // Il detto “Chièva ncint e Martine dint”, evidenziando il fatto che contro i malintenzionati non ci sono precauzioni che tengano, ricorda l’uso contadino di portare la chiave legata in vita.
ching sm. calesse con copertura a mantice // Tra i mezzi di trasporto della società contadina, u ching era prerogativa dei signori che vi aggiogavano nu cavàll maffiùse spinto di solito al piccolo trotto.
chiòpp sf. legaccio di catena terminante con due anelli in ferro, usato per trattenere i cavalli al pascolo // In epoche in cui non si andava troppo per il sottile, negli spostamenti o se c’era pericolo di fuga, si metteva la chiòpp a li pède anche ai detenuti.
chiòsk [turco kosk (villa)] sm. chiosco/chi per la rivendita di bevande o giornali // I chiòsk che hanno fatto epoca ad Apricena sono stati quelli di Chéchéle su Piazza della Repubblica, di Giacchìne su Corso Gen. Torelli, di Papóne in Piazza Federico II e i due della Villa Comunale, uno interno e l’altro esterno, che sono passati attraverso varie gestioni. Ora tutti rimossi ad eccezione di quello sul Piazzale A. Costa, i chiòsk restano, tra i ricordi d’infanzia della mia generazione, come pittoreschi bazar dove ci si recava per un rinfresco o un piccolo acquisto, o solo per curiosare.
chióve (-ete) v. piovere // Piuttosto ampia è la gamma di esclamazioni dialettali che di solito accompagna-no la violenza degli acquazzoni: “Chióve accóme Ddìe sèpe fa”, “Chióve a la perdia sant!”, “Chióve a zeffùnn!”, “Chióve nzanafine!”. Il detto: “Sótt a sta mène nce chióve!” è una professione di inflessibilità.
chióve (pl. -ùve) sm. chiodo; dim. puntine o puntenèll, accr. chiuvóne // La loc. ppuzzetàrce sope i chiùve d’Crist stigmatizza la tendenza ad approfittare delle disgrazie del prossimo.
chiùmm sm. piombo // A proposito di tale metallo che si liquefa a temperature facilmente raggiungibili, tra le tradizioni del tempo che fu ce n’era una che vedeva le ragazze in età da marito impegnate, la notte di San Giovanni (28 Giugno), a versare nell’acqua di una bacinella del piombo allo stato fuso. Dalla forma assunta dal metallo nel solidificarsi traevano auspici sul mestiere del futuro marito.
chiùse sf. fondi chiusi da macére e coltivati ad alberi da frutta o ulivi frammisti a viti.
chiuttòst avv. piuttosto // Il detto: “Vòie cchiuttòst nu ciùcce ca m’ pòrt e nò nu cavàll ca m’iètt” invita a non sacrificare l’utile all’apparenza.
chiuveddechià (-ète) v. piovigginare; anche stezzechià.
chiuvène agg. piovana, di acqua di pioggia // Prima che la rete idrica raggiungesse tutte le case, oltre che di quella attinta alle fontane o ai pozzi, per gli usi domestici ci si serviva anche d’ll’àcqua chiuvène che si raccoglieva mettendo secchiìt, tine ed altri recipienti sótt i canèle.
ciabbàtt [turco sabata, sp. zapata] sf. ciabatta, pantofola aperta.
ciabbattìne sm. chi ripara ciabatte e scarpe in genere; in senso spreg.: artigiano che lavora in modo approssimato; anche cciavattóne.
ciaccià sf. (voce del gergo infantile) carne; anche ciccì.
ciacciacóle sf. gazza ladra, nero uccello tanto familiare da essere a volte addomesticato // Una delle più note fontane pubbliche, all’incrocio tra l’attuale Via San Giacomo e la vie d’la stazzióne, era detta la funtène ’a ciacciacóle, per una gazza che vi andava spesso a bere.
ciacciùte agg. grasso, obeso; anche ciaciòtt o ciacciabbòtt.
ciaciàk sm. carta nulla che, nel gioco del tressette, si restituisce a lu cartère per la sostituzione (di sol. il tre ed il quattro); il term. è usato col valore spregiativo di ruffiano.
ciàdda v. si deve (“Ciàdda vedé u mègghie ca ce pó!”), ci deve (“Chi adda ièsse bbèll ciadda nàsce”).
ciambèll sf. ciambella/e // Tipiche del periodo pasquale, si ottengono da un impasto di farina, uova, zucchero, latte, scorza d’arancio e lievito. Prima di essere messe a cottura nel forno, vengono spennellate nella parte superiore con uovo sbattuto e zucchero. Se la pasta è ben lievitata, cuocendo i ciambèll si sollevano assumendo una bella forma conica, altrimenti restano vàsce e nchiummùse (basse e grommose). Il sapore caratteristico è dato dall’aggiunta di un composto di cremotartaro e bicarbonato detto, appunto, la medecìne ’i ciambèll.
ciambróne sm. regalo talmente fantastico che non esiste; il term. si usa a volte nel fare ai bimbi promesse allettanti ma vaghe (“S’fa u bbrève, te dèng u ciambróne!”).
ciammerechèll [lat. tardo marucam] sf. chiocciolina (nsc.: elix ortensis) // Si raccolgono d’estate facilmente perché attaccate in gran numero agli sterpi ormai secchi o a li restòcce (vd.). Dopo la raccolta, i ciammerechèll si lasciano di solito per qualche giorno in acqua p’ ffàlli patià, cioè per farli digerire e mettere fuori la testa dal guscio. Si lessano quindi a fuoco lento e s’insaporiscono infine con olio, aglio, menta ed aceto, o si soffriggono con cipolla e pomodoro.
ciamòrie [fr. chamoire] sm. cimurro, raffreddore; in senso traslato, il term., accompagnato di solito da vècchie (ciamòrie vècchie), indica il ciarpame da buttar via.
ciàmp sf.: 1) zampa, arto di animale e, per est., di persona // La loc. tené sótt a na ciamp stigmatizza la tendenza a tiranneggiare il prossimo - 2) difetti di pittura muraria o calce mal data // Quando l’operazione non è eseguita con accuratezza, si dice che ce védene i ciàmp.
ciampanère agg. vagabondo (alla lett.: acchiappazanzare) // Iì facènn u ciampanère equivale ad: andarsene in giro senza scopo.
ciampène sf. zanzara.
ciampète sf. quantità che è possibile tenere in una mano.
ciampià (-ète) v. manomettere, rovinare k’li ciamp.
ciànce sf. moine, modi aggraziati // Tenè i ciànce o fa i ciànce aiuta ad accattivarsi l’altrui simpatia.
ciardìne sm. giardino.
ciarlià (-ète) v. ciarlare.
ciavàrr [lat. ciavarius] sm. agnello o vitello oltre l’anno.
ciavedète sf. (arcaismo) minestra alla buona (farce na ciavedète).
ciàvele sf. corvo/i // Il detto: “P’pavùre d’li ciàvele nn’mmettìme i fève!” invita a non lasciarsi scoraggiare più di tanto dalle incognite insite in una qualsivoglia impresa.
cià vèle v. vale // Il contr. “Ncià vèle!” è spesso usato dai bimbi per contestare la svolta assunta da un gioco al quale partecipano.
ciavùrr sm. mucchio di fieno a campana intorno ad un palo.
ciccì sf. (voce del gergo infantile) carne; anche ciaccià.
cicétt sm. tettina del biberon.
ciéle sm. cielo // Nelle locuzioni vénnece u ciéle o ccattàrce u ciéle non c’è nessun riferimento astronomico o metafisico, ma più modestamente si allude ad un terrazzo edificabile; ntené né ciéle a vedé né tèrr a cammenà equivale ad essere spiantati; da sottolineare sono infine l’esclamazione desiderativa: “Fuss lu ciéle!” (Volesse il cielo!) ed il prov. “S’spùte ncéle nfàcce t’vé”.
cifòniére sf. cassettiera alta con molti tiretti e segreti; costituiva un accessorio delle camere da letto di un certo livello.
cigghià (-ète) v.: 1) emettere cigli, germogliare (di semi e tuberi) - 2) emettere fitte intermittenti e acute // Sentìrce cìgghià i call, i rine... è interpretato di solito come segno k’adda fa mmèletèmp.
cigghie sm.: 1) ciglia degli occhi - 2) germoglio di semi - 3) fitte dolorose; anche cigghiàteche (vd. sopra).
cigómm sf. gomma da masticare, deformazione di chewing gum, americanismo giunto tra noi, insieme al prodotto, all’epoca dell’occupazione alleata (1943-1945); anche ciuche (vd.).
cik e ciak loc. (onomatopea) rumore che si fa sguazzando in acqua.
cime sf.: 1) cima, vetta (la cime d’ Cardalìcchie) - 2) fiore del latte che si forma tenendolo al sereno, usata dai pastori per condimento - 3) cima di verdura (la cima cime: il fior fiore del tenerume).
cìneme sm. sala cinematografica, ma anche film (“K’cìneme ce fa?”) // Il primo cinema ad Apricena fu l’Eden dei Bevere, un localino a Fóre La Cróce ove si proiettarono i primi film muti. Chiuso l’Eden perché non adatto al sonoro, nell’epoca d’oro del cinema, e cioè prima che la televisione riducesse in misura drastica l’afflusso nelle sale, ad Apricena i cinematografi erano ben quattro: Ruggero (apertura 1938 - posti 450), Solimando (ap. 1939 - posti 550), Giordano (ap. 1951 - posti 670), e Capitol (ap. 1960 - posti 400). Di essi Solimando e Giordano funzionavano tutto l’anno, mentre Ruggero e Capitol solo d’estate, essendo arene scoperte. Comunque, se il clima era abbastanza mite, anche queste due sale continuavano le proiezioni fino ad ottobre-novembre. I locali rigurgitavano di spettatori soprattutto la domenica, quando c’era chi si tratteneva ore ed ore per vedere più di una volta lo stesso film o i due che, in qualche occasione, si alternavano nella stessa serata. Poi, ridottosi l’afflusso, furono chiusi, uno dopo l’altro, il Capitol nel 1971, il Ruggero nel 1979 e il Giordano nel 1982. L’unico ad aprire ancora i battenti è il Solimando, ma gli spettatori si possono spesso contare sulle dita di una mano. La sala stessa, nata come cine-teatro, offre a volte spettacoli teatrali e di rivista di compagnie anche di un certo livello.
cink num. cinque.
cint sf. cinghia // L’accr. centóne indicava in particolare l’enorme puleggia che trasmetteva la forza vapore del locomobile o quella del motore a scoppio alla trebbiatrice.
cintolìne sm. cinturino, in particolare quello d’orologio.
cioccacavutète agg. testa/e bucate, e quindi vuote // E’ l’appellativo del quale siamo gratificati noi Apricenesi dai nostri circonvicini, il che risulta annotato anche in Lingua e società in Capitanata di M. Melillo che, a pag. 25, fa una curiosa disanima degli appellativi correnti degli abitanti di varie località garganiche, Apricena compresa: “Vieste, u paiése i fésse, il paese della gente buona; Peschici, u paiése de lu sóle; Vico, u paése de la mupìa o della ingenuità; Ischitella, u paiése di pukkète o dei peccati; Rodi, il paese de la spakkuneria e de lu skandale; Cagnano, il paese dei tignùse e lladre; San Nicandro, il paese dei tranquille e della pace; Apricena, il paese delle teste vuote o delle ciòkke kautète; San Marco, il paese dei kòzzi o dei caparbi; Rignano, il paese delle védue allégre; San Giovanni, dove parlano con una patanèlla in bocca; Monte, il paese dei devastatori di San Michele (muntanàre spogghiasammekélè-re)”. La citazione offre, tra l’altro, un saggio del modo in cui l’autore citato risolve il problema della trascrizione del dialetto.
cioccamelóne sm. taglio a zero, e cioè a testa liscia come un melone; vi si ricorreva un tempo, in assenza di shampo, come misura pre-ventiva contro i pidocchi dei bambini; anche caróse o chepecaróse.
ciòcchere sf. ceppaia, troncone radicale di vite; vd. cciuccarà.
ciòk sf. testa; il term. si allunga in ciòcca davanti ad agg. come nella loc.: tené la ciòcca tòst.
ciónk agg. zoppo, monco.
ciònnele: 1) sm. ciondolo - 2) sf. fionda.
ciòpp agg. zoppo // I detti, alludendo a vizi di natura morale, sconsigliano di accompagnarsi ad essi, perché si sa che degli amici si assimilano più facilmente i difetti che i pregi: “Ciòpp, vasce e rusce: nt’fedànn s’nn’lli canùsce”, “Chi va k’lu ciòpp ce mpère a ciuppechià”, “Chi va k’lu ciòpp nchèpe d’ n’ann ciòpp e céche!”.
cipperméss sm. gioco praticato un tempo dalle bambine, le quali cominciavano col disegnare per terra u palàzz, e cioè un grande rettangolo sormontato da un semicerchio che suddividevano in aree contrassegnate con numeri progressivi. Fatta la conta, colei cui toccava mandava la chichétt (una pietruzza o altro) nell’area n.1 e saltava di riquadro in riquadro cercando di non pestarne i contorni. In caso di percorso netto, mandava la chichétt nel 2 riprendendo dall’inizio. Vinceva chi riusciva a fare l’intero percorso senza errori. Si trattava, oltretutto, di una bella ginnastica!
cìquele sm.: 1) cicciolo/i, grumi residui della preparazione dello strutto suino (vd. saìme); venivano utilizzati fritti, per condire minestre o farcire pizze dette, appunto, k’li cìquele - 2) segmenti di pasta che si ottengono da un cordone della stessa per preparare recchietèll (vd.) o altri tipi casarecci.
cirque équèstre sm. circo equestre; traslato: baraonda, confusione.
cìrquele sm. circolo ricreativo.
cirleccì sm. fischietto di piombo contenente all’interno un cece che ne rendeva trillante il suono; ne parla il Pitta a pag. 579, precisando che costava tre soldi, e cioè quanto mezzo chilo di pane o un litro e mezzo di vino (il che non era poco) e che i bambini li usavano durante le novene di Natale intonando: “Tu scendi dalle stelle”.
cist [lat. cistus] s.: 1) m. secchio metallico usato in part. per la calce dei muratori e per il trasporto dei materiali di scarto delle petrèie (vd.), ove compito primario d’li uagliùle era proprio quello di carrià lu cist - 2) f. escrescenza della pelle.
cite sf. aceto di vino // Prov.: “Pure u mègghie vine ce n’va da cite!”.
citóléne sm. acetilene, idrocarburo usato come combustibile per la saldatura autogena // Non pochi ragazzi raccoglievano un tempo, davanti alle officine, i residui schiumosi; poi ne mettevano un pezzetto in una buca con dell’acqua, tappando il tutto con una piccola latta, su cui ponevano una fiamma, allontanandosi in fretta perché il gas che si sprigionava all’interno per reazione, raggiunto dal fuoco, esplodeva con fragore facendo schizzare in aria u stàgne e spandendo nell’aria un acre odore.
citolére sf. spreg. usato per indicare autoveicoli malridotti.
ciùcce sm.: 1) somaro, ciuco, paziente compagno di fatica, fino a non molto tempo addietro, di ambulanti, acquarùle e campagnoli // Numerosi sono i detti popolari ispirati dall’animale: “I ciùcce ce fràcchene e i varìle ce sfàscene!”; “Cènt nènt accìdene u ciùcce!”; “Attàk u ciùcce addóve dìce u patróne”... - 2) in senso trasl.: alunno/i poco intelligenti, o poco studiosi, definiti ciucciarèll, ciucciùne o ciùcce terète a capézz - 3) asse da stiro.
ciucchelatére [sp. chocolatera] sf. caffettiera, teiera; in senso spreg.: auto di dimensioni ridotte.
ciucchià (-ète) v. dondolare la testa per sonno o disapprovazione.
ciucciarìe sf. errore madornale.
ciucciuvétt sf. civetta (anche cuccuvàie); in senso traslato: donna/e dal comportamento civettuolo.
ciucculètesf. cioccolata.
ciucelóne agg. adolescente dalla statura superiore alla norma // Grazie alla migliorata alimentazione, molti bambini e ragazzi di oggi possono essere definiti, appunto, ciucelùne.
ciùche sf. (anche cigómm) chewing-gum, gomma da masticare // Il term. fu coniato quando, nel 1943, le truppe alleate portarono il prodotto in Italia, facendolo conoscere ai nostri ragazzi affamati di novità, e non solo di quelle.
“Ciùciù...” escl. la si usa nei giochi con i piccini coprendo gli occhi con le mani ed esclamando “Bah!” nello scoprirli // Dal gioco discende la loc.: fa u ciuciubbà, e cioè visite brevissime.
ciuppechià (-ète), v.: zoppicare.
ciuppìe sf. andamento claudicante // Il prov.: “Tosce, amore e ciuppìe d’ péde nce ponn nnammuccià ca ce védene” richiama l’adagio latino: “Amor tussisque non abduntur”.
còcchele sm. baccello, guscio di semi e legumi, pelle dell’uva.
còcce s.: 1) coccio/i (fa còcce: mandare in frantumi, in part. oggetti di vetro o terracotta) - 2) sf. testa, capo // Il term. è usato in contesti iro-nici per i più comuni ciòk e chèpe.
cócchie sf.: 1) paio, coppia (“I fugne a rròcchie e i féss a cócchie”) - 2) gemelli; avé la cócchie: avere un parto gemellare.
coccò sf. (voce del gergo infantile) cosa buona (“La vu la coccò?”).
cóce (còtt) v.: 1) scottare (sentìrce cóce: sentirsi pungere, prendersela) - 2) cucinare // Si prendono a volte in giro i creduloni con lo sfottò: “Mamm l’ha ccòtt i maccarùne e tu t’li màgne a vvùne a vvùne!”.
còchele [lat. parlato: coccula (palla)] sf.: 1) oggetto sferico, ad es. la rotula del ginocchio - 2) focaccia rotondeggiante // Prov.: “Paróle quann t’vé fatt e còchele quann t’vé tónn”.
códe sf. coda // Nel veder fare moine o capricci a bimbi sgudète si chiede a volte: “La códe accóme fa?”, intendendo che si sta agitando come quella di un cagnolino. Il prov.: “Lu pègge a scurcà iè la códe”, nel rievocare l’operazione di spellamento degli animali, evidenzia come, in molte attività, la parte più snervante è proprio quella finale.
còdece penèle sm. codice penale; il term. è usato in senso traslato in rif. a persone dalla fedina penale sporca o di cui c’è poco da fidarsi.
cògghie (cóte) v. cogliere, in part. frutta (cògghie i fìquere).
cóle sf. nome di vari giochi di gruppo tra i quali il più famoso è la cóle a nnammuccià (nascondino) // Stabilito con una conta chi adda parà, il giocatore a cui tocca, con gli occhi coperti, conta in genere fino a trentuno e, prima di mettersi alla loro ricerca, lancia ai com-pagni l’avviso: “A la méss d’Tarranóve, chi ce tróva tróve e chi non ce vó truvà ca ce iéss a nnammuccià!”. Un’altra cóle è quella a cchiappà nella quale uno brancola con gli occhi bendati e gli altri cercano di sfuggirgli. Subentra nel ruolo chi viene preso e riconosciuto dal compagno bendato.
còlecapàss [lat. Colica passio] sm. malattia o sofferenza del colon; llentà nu colecapàss: fare un rumoroso peto.
còll s.: 1) m. collo, del corpo e di capi d’abbigliamento - 2) f. colla.
collégge sm. collegio, term. a volte usato come eufemismo per carcere, prigione, manicomio.
cólp s.: 1) m. colpo/i (pigghià nu cólp d’sóle: prendere un’insolazio-ne) - 2) f. colpa, responsabilità.
còmmede: 1) sm. contenitore, oggetto utile in genere - 2) comodità (“Fa i commeda só!”) - 3) agg. comodo, fornito di ogni comodità.
cónk sf.: 1) contenitore di rame svasato usato un tempo dalle donne per il trasporto di acqua, dal pozzo o dalla fonte, sulla testa su cui si poneva, per assicurare l’equilibrio, un tarallo di stoffa - 2) conca basale di alberi e piante per contenere l’acqua irrigata.
contrabbann sm. contrabbando, traffico illegale, fenomeno sviluppatosi da noi, durante l’ultimo conflitto, sotto la forma della bòrza nére (vd.) in conseguenza del tesseramento.
contrabbufé sm. controbuffet, mobile con specchiera della sala da pranzo che generalmente si dispone di fronte a buffé al quale è simile, in dimensioni minori, nelle caratteristiche.
contrafónn sm. doppio fondo di cassa per biancheria, e cioè il vuoto che si rendeva accessibile sul fondo quando si estraeva l’ultimo tiretto; il vano era spesso usato per nascondervi preziosi e documenti.
contrapìle sm. contropelo, seconda passata della barba nel verso contrario alla piegatura del pelo (fa pile e contrapile).
cóntrappìse sm. contropeso.
cóntrassènz sm. finto allontanamento con ritorno improvviso per verificare ciò che accade in propria assenza (pigghià la contrassènz).
cóntravveléne sm. contravveleno.
cóntre: 1) avv. o prep. contro - 2) sm. avversario // Per i ragazzi di un tempo, che vivevano intensamente le avventure narrate dai film, u cóntre era l’antagonista, e cioè il cattivo della situazione, colui che creava problemi alla coppia protagonista (iìs e iéss).
contróre sf. ore di canicola, le prime dei pomeriggi estivi (anche calandrèll) // “Strade assolate e case con finestre chiuse sono una caratteristica dei paesaggi pugliesi durante quelle ore, stante l’impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa” (Piazzolla). E’, in sostanza, ciò che gli Spagnoli chiamano siesta. Per indurre i bambini a stare in casa, i grandi dicevano che a la contróre c’erano in giro i zannére (vd.).
còpp sm.: 1) altura (“Iè mègghie fume d’rótt ca nò vènt d’còpp!”) - 2) coppa, bicchiere a calice - 3) parte superiore del bottone // “Nn’avèle nu còpp d’vettóne!” è un modo per dare al prossimo del buono a nulla - 4) coppe, seme delle carte da gioco.
còppele sf. coppola, copricapo con visiera rinforzata // Era un tempo lo status symbol d’li cafùne; i signori preferivano in genere il cappello.
coprifasce sm. sacchetto di cotone in cui, lasciandone fuori solo le braccine, si inseriva un tempo il neonato (vedi: cummegghià).
còrd sf.: 1) corda, fune; anche zóche - 2) corda di chitarra e altri strumenti musicali // Prov.: “La catàrr a dui còrd: vune accòrd e l’àvete scòrd”.
córe sm. cuore // “Córe d’màmm!” si esclama a volte nello stringere a sé i piccini che piagnucolano.
córe a córe loc. cuore a cuore (sta córe a córe) // Prov.: “U prim’ann córe a córe, u secónd’ann cule a ccule, u tèrz’ann a càvece ncùle”.
còrie sm. pelle; per est.: salute, vita // Saperce curà u còrie allunga l’esistenza.
còrie d’sèrp sm. pelle che le serpi lasciano sul terreno al momento della muta primaverile.
còrn sm. corna, di animali o da tradimenti coniugali.
cornétt s.: 1) m. tipo di gelato preconfezionato - 3) f. cornetta, strumento musicale.
còrp sm. corpo, intestino // Poichè quest’ultimo non sempre funziona a dovere ed è giusto preoccuparsene, tra familiari si chiede a volte: “Cóme va d’còrp?”.
córt: 1) agg. corto, breve, basso (córt e mmèlecavète) - 2) sf. corte giudiziaria, collegio di giudici // Il detto: “La Córt ce chième córt ma iè llong”, contrapponendo córt e lòng, evidenzia una certa sfiducia nella giustizia umana caratterizzata, ieri come oggi, delle lungaggini procedurali.
córz sf. corsa (córz ’i biciclétt, córz ’i cavall, córz ’i ciucce...).
còss sf. coscia, gamba // Di chi se ne va in giro più spesso del necessario si dice: “Iè còss lòng”.
còst sm.: 1) costo, prezzo - 2) costola, costata; anche custète.
cóte sf. 1) raccolta, in part. di frutta e olive - 2) radura boschiva messa a coltura // I cóte ’i rèduce, nelle propaggini garganiche, ricordano la concessione fatta ai reduci della I Guerra Mondiale di mettere a coltura terreni ritagliati dai boschi demaniali.
cóteche [lat. cutica] sf. cotenna, in part. di maiale // Ai tempi in cui ce ccedéve u pòrce (vd.) in casa, la cóteche veniva conservata sotto sale per essere, a tempo debito, ar-rostita o cucinata con fave, verdure, ecc.
còtt agg. cotto // In senso proprio e metaforico figura spesso nei detti insieme al contrario crùde: “Còtt o crùde u fóche l’ha vvist!”; “Chi la vó còtt e chi la vó crùde”.
còzz sm. testardo, ottuso, spreg. usato soprattutto in rif. agli abitanti della vicina San Marco in Lamis.
còzzeche sf. crosticina che si forma sulle ferite per essiccamento di sangue e pus // Nel caso condissero da soli il pane con l’olio, un tempo si raccomandava ai piccoli: “Nt’metténn iógghie assà s’nnò t’aièscene i còzzeche!”, con lo scopo di spingerli alla parsimonia, essendo l’olio d’oliva piuttosto costoso.
còzzele sf. conchiglia, cozza/e sia le bianche (còzzela biank) che le nere o mitili (còzzela nire).
cra [dal lat. cras] avv. domani // Composti: crammatìne [da cras mane], crassére [da cras sere], crannòt [da cras nocte], pescrà [da post cras]; i giorni successivi si indicano con pescrìdd e pescróne; e c’è anche chi aggiunge pescràzz e pescrazzóne.
crapecciùse agg. capriccioso, luna-tico.
crapère sm. capraio, guardiano di capre; il term. è usato a volte in senso spregiativo.
crapìcce sm. capriccio.
crapóne sm.: 1) caprone, becco; in senso spreg.: persona a corto di comprendonio - 2) tamburo fornito di ingranaggi e due manovelle, usato un tempo per tirar su i blocchi dal fondo delle nostre petrèie.
crastà (-ète) v.: 1) castrare (animali) // La minaccia: “Té crastà i pùce!” equivale a: “Ti metterò sotto torchio!” - 2) incidere trasversalmente la buccia delle castagne per evitare che scoppino in fase di arrostimento - 3) togliere il nasello alle fave prima di metterle a cottura.
crastète sm. agnello castrato e cresciuto per la macellazione.
cravattìne [fr. cravàtt] sm. bavero (cchiappà p’lu cravattìne).
créde sm. credo, preghiera cattolica che contiene i dogmi fondamentali della fede.
créde (-ùte): 1) v. credere // L’espr. “Nce créde a lu créde!” gioca sull’omonimia tra verbo e sostantivo.
credènz sf.: 1) credenza, mobile vetrato della cucina - 2) credito, dilazione di pagamento (fa credènz, vénn ncredènz).// Il prov.: “Merchète e nnò ncredènz” consiglia di vendere a basso costo anziche a credito
cremóne sm. polvere estratta da sostanze vegetali usata come purgante; spreg. traslato: stupido, tonto.
crenére sf. criniera di equini // Si pensava un tempo che la crenére mpiccète fosse opera nutturna d’lu scazzemurrèll (vd.), il che veniva ritenuto beneaugurante.
crepàrce (-ète) v. fendersi (di oggetti), crepare, morire (di persone) // Prov.: “Chi móstra iode e chi mmìdia crépe”.
crépe sf. crepa, lesione.
crèpe sf. capra // Proverbi: “Dóve zómp la crèpe zómp la crapétt”; “Chi dice mèle d’la stète té li sèns d’la crèpe”; “Fémmene, ciucce e crèpe ténn tutt na chèpe”.
crésce (-iùte) v.: 1) allevare, crescere (crésce i figghie) // “Crìsce sant!”, si augura al bambino che starnutisce; alla volta di quelli più grandicelli e magari fastidiosi si aggiunge: “ca diàvele ce sì!” - 2) fermentare e lievitare della pasta // Sul pane in crescenza si recitava a volte, a mo’ di augurio, la preghiera che segue, accompagnandola con segni di croce: “Crìsce pène dint la cést cóme iè cresciùte Crist dint a li fasce”.
crescénz sf.: 1) crescenza, crescita - 2) fase lunare crescente che va dal novilunio al plenilunio, ritenuta propizia alle attività agricole; con-tr.: mancanz; vd. lune.
crescemógne [dal lat. crescere col suff. -imonium (lievito)] sf. crescimonia, crescita // In mancanza di più precise diagnosi, si definisce d’ crescemógne un’affezione febbrile che colpisca bimbi o adolescenti, passata la quale si ha a volte l’impressione di un effettivo sviluppo in altezza.
cresòmmele s. 1) term. generico per cosa o persona di dimensioni spropositate (nu o na sórt d’cresòmmele) - 2) arc. per lebbèrgene (albicocca), dal gr. chrysomelum (mela d’oro).
crestallére sf. cristalleria, vetrinetta.
crestiène s.: 1) cristiano, seguace di Cristo - 2) essere umano // Giocando sulla doppia accezione, a chi, dopo un battesimo, sottolinea il fatto che, col sacramento, il piccino iè deventète crestiène, si ribatte a volte: “Com’è, prime k’gghiéve, nemèle?”.
crià (criète) v. creare // L’escl.: “A chi t’ha criète, mannàie!” rifà il verso ai vicini sanmarchesi.
criànz [sp. crianza, da criar (allevare bene)] sf. creanza, educazione // Degli screanzati si dice ca ténn la criànz d’lu pòrce, cioè nessuna.
criatùres. creatura/e, pargoli in tenera età // Mentre il prov.: “Purcèll e criatùre cóme li llìve accuscì t’li truve” ricorda che l’educazione va impartita molto per tempo, l’escl.: “Iàvete ca criatùre! Mitt u déte mmok: vide, mócceche?” sottolinea il fatto che non sempre le mamme si rendono conto della reale età anagrafica dei figli e continuano a considerarli criatùre anche ad un’età ragguardevole.
crik: 1) sm. strumento per sollevare -2)agg. teso, disteso (contr. mósce), in buona salute (anche ntìst).
criolìne [fr. creole] sf. creolina, disinfettante dall’odore pungente.
Crist s.pr. Gesù Cristo // Nostro Signore è spesso chiamato in causa, nei detti popolari, con l’accusa di essere ingiusto (“La carna trìst nn’lla vó mank Crist”; “Gese Crist dà i bescòtt a chi non té dènt”; “Crist fa i cóse stòrt”). Per contrappeso, a chi dovesse lamentarsi senza motivo della propria sorte, si obietta a volte: “Da’ mèrete a Crist!”. Della tradizione orale fanno poi parte delle “preghiere” che hanno del paradossale. Ecco, ad esempio, quelle dell’egoista e del neopensionato: “Gése Crist mi, fa sta bbóne a mme, a lu marìte d’mugghièreme e a lu patre d’li figghie mi”; “Gése Crist mi, aiùteme tu a magnià e vvéve e a nn’ffa nènt cchiù!”.
crist sm. crociera a tau usata dai muratori per reggere solai e balconi.
criùse agg. curioso, strano.
crìzz agg. croccante, un po’ bruciacchiato, di pizze in particolare.
cróce (pl. crùce) sf.: 1) croce, simbolo cristiano // Una croce di una certa importanza storica è ad Apricena quella in pietra sita su tre gradini circolari sullo spiazzale antistante l’edificio scolastico “Torelli” a Fóre la Cróce (vd.). Un cenno merita anche la “Croce del Terzo Millennio” che, realizzata in metallo e plexigas da maestranze locali, è stata posizionata nel 2000 sulla cima d’Cardalìcchie che domina u Pass d’l’Angarène - 2) segno di croce (farce i crùce: restare sbalorditi) // Le loc. “iì p’farce la cróce e cecàrce l’òcchie” e “farce la cróce k’la mèna mancine” evidenziano come a volte gli eventi precipitino in direzioni indesiderate - 3) preoccupazione, bagaglio di sacrifici (purtà la cróce) - 4) firma degli analfabeti che, non sapendo scrivere, fanno un segno di croce.
cróne sf. corona (vd. cheróne).
cròzzele sf. sporco indurito fino a formare una crosta.
crucefìss sm. crocifisso.
crucére sf. crocera, in particolare la groppiera di cuoio che segue la groppa del cavallo sino alla coda.
crucétt sf. gruccia per abiti.
crude agg. crudo; contr: còtt (vd.).
crudìvele agg. crudigno, di difficile cottura (di legumi); contr. cucìvele.
crummatìne sf. lucido per scarpe // Ora per lo più in tubetti, la crummatìne era un tempo contenuta in scatolette di latta che, una volta esaurite, venivano requisite dai ragazzini, diligentemente schiacciate, bucate al centro e impilate in sèrt più o meno consistenti. Erano state trasformate così in stagnarìll (vd.), una sorta di denaro convenzionale con cui si pagava la posta in vari giochi di gruppo.
crùst sf. crosta di risulta dello spietramento di terreni calcarei // Costi-tuite da agglomerati, i crùst venivano un tempo utilizzate per muretti a secco (vd. macére).
cubbàgge sm. cubatura.
cubbatrìce sf. incubatrice.
cubbétt sf. (arcaismo) sentendo nominare la cubbétt da anziani, ben pochi capirebbero che si tratta del noto torrone, in vendita sulle tipiche bancarelle nelle sagre paesane.
cucàrce (-chète) [fr. couchèr] v. coricarsi // “Camì, vatt cuche!” è un modo per mandare a quel paese.
cucce sf. cuccia (sta cucce cucce: avere un atteggiamento remis-sivo) // Il term. è usato come comando per far accucciare cani o farli entrare nella cuccia (“Cucce!”).
cucchiarète sf. quantità che si prende in una volta con il mestolo o la cazzuola, ambedue cucchière (vd.).
cucchiarìne sm. cucchiaio; dim. cucchiarenèll (cucchiano da caffè).
cucchièra merechène sf. frattazzo di ferro per spianare l’intonaco.
cucchière sf.: 1) cazzuola per muratori; dim. cucchiaròtt - 2) mestolo di legno per rimestare pietanze in cottura al fine di evitare che si attacchino al fondo del tegame.
cucchiére sm. cocchiere, guidatore di carrozze a cavalli // La nota filastrocca: “Trotta, cucchiére, a Nàpele stasére quann amma rrevà i maccarune ciamma magnà!”, è di solito sottolineata dal ritmo di galoppo delle ginocchia su cui si giocherella un piccino.
cuccù (voce infantile) sm. uovo.
cuccuvàie sf. civetta, rapace notturno // Un tempo, se di notte si sentiva la cuccuvàie, si temeva che nel quartiere ci sarebbe stato a breve un decesso. Il detto: “La cuccuvaie: viète addóva póse e trist dov’ammìre” fa però una precisa distinzione. Di malaugurio o no, se catturata, la cuccuvàie rischiava di finire in pentola, se non c’era di meglio da mettere sul fuoco.
cucenére s. cuciniere, cuoco/a.
cucheccère sm. zuccaro // Il term. indica uno dei giochi di gruppo più classici. Stabilito chi farà da cucheccère, gli altri si dispongono in cerchio e ad ognuno viene assegnato un numero. Inizia u cucheccère dicendo: “Ntà l’òrt mi ce mànchene quatt (o altro numero a caso) checòcce!”. Il giocatore n. 4 chiede allora: “E ccóme quatt?”. U cucheccère ribatte: “E quant n’iévene?”. Risponde il 4 col numero di un altro giocatore, ad es.: “N’ièvene séie!”. Interviene il 6: “E ccóme séie?”. Ribatte il 4: “E quant ne ièvene?”. Il 6 indica un altro numero e il gioco prosegue finché un giocatore tace quando gli toccherebbe parlare, o parla quando dovrebbe stare zitto. Allora paga pegno e, quando se n’è raccolto un bel numero, u cucheccère stabilisce le pene per restituirli. Il gioco termina col riscatto di tutti i pegni.
cùcheme [lat. cùcuma] sm. orcio di terracotta con due manici che collegano la grossa pancia al collo strettissimo (vd. graf. 3); è altrove detto cìcene, dal lat. cycinùs (cigno) // Poiché, se tenuto in luogo ombreggiato, mantiene l’acqua fresca a lungo, era portato dai contadini fóre e dai petraiùle sulle cave per fronteggiare la sete della lunga giornata lavorativa. Nu cùcheme di formato ridotto (u cuchemèll o fiaschétt) era usato per il vino.
cuchìgghie [gr. còkulos] sf. telline, conchigliette di forma oblunga che si trovano facilmente rovistando nella sabbia a pochi metri dal ba-gnasciuga (nsc. datteri di mare o litodomi).
cucìvele agg. di facile cottura; contr. crudìvele.
cuddère sm. collare rigido per cavalli ed altri animali da traino.
cuff e ccuff agg. goffo, con abbigliamento abbondante e sgraziato.
cùgghie sm. ernia testicolare - 2) scroto // Il detto: “Ce vónn i figghie d’la cugghie p’purtà i pèquere nPùgghie!” esprime la sfi-ducia nei garzoni da parte dei pastori d’Abruzzo in transumanza.
cugghietóre (o cóte) sf. raccolta di frutti e olive.
cuggìne s. cugino/a; poss.: cuggìneme e cuggìnete (mio e tuo cugino); quelli di primo grado erano detti cuggìne carnèle.
cùgne sm. cuneo, prisma di materiale duro atto bloccare ruote o a spaccare, allargando fessure // Cùgne di legno imbevuti d’acqua erano un tempo usati dai nostri petraiùle per staccare dalle falde i blocchi di pietra, scopo che viene ora raggiunto grazie all’uso d’uiggiùne (vd.) di metallo a molla. Per curiosità va detto che a cunei di legno ricorrevano già gli antichi egizi per separare i giganteschi blocchi con cui costruivano templi e piramidi.
cuiéte agg. quieto, tranquillo.
culà (-ète) v. colare.
culacchiète sf. colpo di deretano.
culàzz sf.: 1) culatta, parte della complicata fasciatura di un tempo a diretto contatto col sederino dei piccoli, oggi sostituita da più comodi pannolini usa e getta - 2) parte posteriore della lettiera d’lu traìne; il v. nculazzà indica la positura a stanghe in aria con appoggio a terra d’la culàzz.
cule sm. 1) deretano, sedere; accr. culacchióne - 2) fondo (u cule d’la buttìgghie).
cule a ccule loc. sedere contro sedere, di spalle // Sul rapido deteriorarsi dei rapporti coniugali, un detto afferma: “U prim’ann córe a córe, u secónd’ann cule a ccule, u tèrz’ann a càvece ncùle”.
culennétt sf. comodino da notte // Quelli di un tempo, vuoti all’inter-no, erano forniti di uno sportello per l’inserimento d’lu pisciatùre.
culére sm. colera // Pigghià u culére o farce menì u culére sono oggi modi di dire solo metaforici, ma il colera, quello vero, ha mietuto in passato vittime anche ad Apricena. L’ultima epidemia è stata quella del 1911, della quale parla il Pitta a pag. 119.
culerótt agg. fortunato.
cullarétt sm. collare inamidato, non attaccato, un tempo, alle camicie.
cullène sf. collana.
cumandà (-ète) v. comandare (cumandà a bacchétt: usare un autoritarismo da direttore d’orchestra) // Prov.: “Chi cumànd nn’ssude”.
cumandànt sm. comandante // A chi dovesse assumere toni autoritari, si ribatte a volte per smontarlo: “Amma fatt u cumandànt d’la Cort d’Assise” oppure “Amma fatt u cumandànt d’Giòrge”.
cumbedènz sf. familiarità, confidenza // La saggezza popolare consiglia una certa prudenza nel concederla ad estranei perché: “La cumbedènz iè la mamm d’la mmèla criànz”.
cumbenà (-ète) v. combinare, concludere, concretizzare.
cumbessàrce (-ète) v. palesarsi, confessarsi // Prov.: “Maledétt e scummenechète chi ce cumbèss li pucchète”.
cumbessóre sm. confessore.
cuméte sf.: 1) stella cometa - 2) aquilone dalla lunga coda e dai vistosi orecchini che si costruivano un tempo i ragazzi per vederli salire alle brezze estive; anche cumméte.
cummannà (-ète) v. comandare, affidare un incarico ad un bambino // Di adulti servizievoli si dice a volte: “Ce fa cummannà accóme e nu criatùre!”.
cummarèll sf. (dim. di cummère) figlioccia.
cummàtt (-ùte) v. combattere, avere a che fare con persone fastidiose o con qualcosa di sgradevole (cummàtt k’la malatìe).
cummedetà sf. comodità, accondiscendenza // Prov. “La cummedetà fa la figghia puttène”.
cummegghià (-ète) v. fasciare (piccini) // Per l’operazione, un tempo piuttosto complicata, si cominciava col porre, a contatto col sederino, la culàzz che si stringeva con due fasce di circa un metro, al di sopra delle quali si aggiungevano, per migliorare la tenuta, n’àte ddui fasciatùre un po’ più lunghi. Sul petticino, a diretto contatto con la pelle, si metteva la cammiscèll e, su di essa, u caccemanèll a maniche corte. Quindi il bimbo veniva infilato in un sacchetto detto pòrtinfànt, su cui infine gli si faceva indossare na vestìne o nu golféttìne di lana o altro a seconda delle stagioni. Cambiati i tempi, la procedura è diventata più sbrigativa, con conseguente vantaggio sia per le mamme che lavorano di meno, che per i piccini che sono più liberi nei movimenti.
cummenechète sm. comunicato, notiziario radio // In una società in cui ben pochi sapevano leggere e pochissimi compravano il giornale, i cummenechète della radio misero molti a contatto con una realtà ben più ampia di quella del paesello.
cummènt sm. convento // Ad Apricena di conventi, nei secoli andati, ce ne furono parecchi: quello di San Francesco adiacente alla Chiése d’ Sant’Antònie, quello dei Padri Predicatori di San Domenico nei pressi dell’attuale Chiése d’lu Resàrie, il monastero extraurbano d’San Giuvannìne (vd.) e infine u Cummènt all’interno della Villa Comunale, che è l’unico tuttora esistente e funzionante. Ospita attualmente cinque Suore di Maria di Pistoia, che si dedicano all’educazione della prima infanzia, gestendo due sezioni di Scuola Materna legalmente riconosciute. Nato nel 1583 come convento francescano “ad istanza ed a spese del Comune e dei benefattori” (Pitta, pag. 203), dopo varie vicende, fu requisito dal Governo nel 1867 e ceduto al Comune come bene demaniale. Nel 1880 fu destinato a carcere mandamentale. Riciclato, nel 1896, a luogo di ricovero per malattie infettive, u Cummènt accolse i colpiti dal colera durante l’epidemia del 1911. Essendo state poi riunite in esso le pie opere comunali, fino al 1934, vi trovarono ricetto i vecchi abbandonati a se stessi e privi di risorse. Di quest’ultima funzione resta traccia nella minaccia che in qualche caso si fa ancora oggi a persone anziane: “A lu cummènt ha iì a fenì!”. Vedi anche: Chiése d’lu Cummènt.
cummère [dal lat. cum matre] sf.: comare, madrina di battesimo, cresima, nozze (cummère d’anèll); poss.: cummàreme e cummàrete (la mia e la tua madrina); il voc. cumma’ si usa anche per interpellare sconosciute // Essere scelta come cummère, soprattutto in occasione di un matrimonio, è un onore che ha il suo costo perché, a parte la necessità di un abbigliamento adeguato p’cumparì a fianco d’lu cumpère (di solito il marito o il fidanzato o un fratello), la comare fa agli sposi regali abbastanza co-stosi senza riceverne, in genere, di altrettanto preziosi, dal che la loc. scìrcene k’l’ónóre d’ la cummère. Va tenuto in conto inoltre l’obbligo morale di cum-mère e cumpère d’anèll di battezzare il primo figlio della coppia, e quindi altri onori ed oneri. Del titolo di cummère e cumpère si gratificavano e si gratificano non solo i diretti interessati, ma anche l’intero parentame di ambedue le parti, con obblighi di cortesia formale che si concretizzano in visite, inviti, regali, ecc. Dalla loc. “fa u gire ’i sètt cummère” si evince che, essendo in genere i cummère piuttosto numerose, a visitarle tutte si aveva e si ha, in mancanza di meglio, di che riempire la giornata. Va infine detto che il term., in contesti allusivi, assume il valore di: amante, mantenuta.
cummère d’pèzz sf. donna un tempo designata a lavà u scarparùcce, cioè la prima cuffietta indossata dal neonato; era però di una madrina di minor conto, come si desume dal detto: “Cummère d’pèzz póche ciapprèzz”.
cummìnce (-ìnt) v. convincere.
cummìte sm. convivio (“Nce iènn a nu cummìte s’nn’sta mmetète”).
cumpàgne sm. compagno; in senso traslato: comunista // Il detto: “Amìce e cumpàgne, alluntanàmece quann ce magne!” contraddice l’etimologia del term. che, derivando dal lat. medioevale cum e pane, indica, o almeno dovrebbe, proprio le persone con cui si divide il pane.
cumpagnìe sm. compagnia, insieme di amici // Sui piaceri dello stare insieme, un detto afferma: “La cumpagnìe l’ha criète Ddìe”.
cumpagnóne agg. amicone, persona amante della compagnia.
cumpanàie sm. companatico // A parte il fatto che a molti nostri braccianti poteva capitare un tempo persino di ntené mank pène p’sbiàrce fóre, il loro companatico era spesso costituito da qualche pomodoro o cipolla; vedi anche casckavàll.
cumparì (-ùte) v.: 1) fare bella figura - 2) apparire, comparire (“Lùteme a cumparì iè Ciampacórt!”).
cumparìzie sm. comparaggio, l’essere compari.
cumparòzz sm. figlioccio.
cumpàss sm. compasso, in part. lo strumento dell’agrimensore p’cumpassà i tèrr che aveva l’apertura d’nu pass, e cioè di m. 1,82.
cumpassà (-ète) v. compassare, misurare proprietà rurali; il pps. cumpassète ha, come agg., il valore di: ponderato, serio.
cumpassatóre (pl. -ure) sm. agrimensore, geometra // Ad una famiglia di cumpassatùre abruzzesi, i Di Michele di Rovere, intorno al 1690 fu dalla nostra Provincia affidato l’incarico di redigere l’Atlante delle Locazioni della Dogana delle Pecore di Foggia nel quale Apricena figura col nome di Procina (vd. tav. 4).
cumpère [dal lat. cum patre] sm.: 1) padrino, compare di battesimo, cresima, matrimonio (cumpère d’anèll); poss.: cumpàreme, cumpàrete; voc. cumpà’ (o ’mpà) usato anche nel rivolgersi a sconosciuti // A integrazione della voce cummère (vd.), va detto che il comparaggio consolidava e consolida vecchie amicizie con obblighi di cortesia anche formale. L’espr.: “Amma fa ccóme i dui cumpère?” richiama un gustoso aneddoto i cui protagonisti sono due compari che, dopo una passeggiata serale, andarono avanti per un bel pezzo ad accompagnarsi a vicenda alle rispettive abitazioni, non permettendo l’uno che l’altro rincasasse da solo. Però non sempre i compari sono così disinteressati (“Ntà l’òrt d’lu cumpère ce cògghiene i mègghie melùne”) e a volte, per un motivo o per l’altro, i rapporti si rompono definitivamente (“Iè mmòrt u peccerìll e n’nsìme cchiù cumpère!”) - 2) amante, mantenuto - 3) complice in losche imprese.
cumpètt sm. confetto/i; per est.: nozze // “Allóre, quann ciamma magnià sti cumpètt?” si chiede spesso a fidanzati vicini alle nozze.
cumpiatì (-ùte) v. compatire, perdonare, scusare // Prov.: “Iè mmègghie a ièss mmediète ca nò cumpiatùte!”.
cumplumènt (sp. cumplimento) sm. rinfresco augurale a base di pasticcini, liquori, pizze, gelati e altro, offerto a visitatori e invitati in occasione di liete ricorrenze.
cumprentà -rce (-ète) v. 1) incontrare, -rsi // Prov.: “Muntàgne e muntàgne nce chembróntene mèie, ma crestiène e crestiène sci” - 2) combaciare (di incastri) - 3) coincidere (di gusti, opinioni, ecc.).
cumpruméss sm. stipula di atto di promessa di compravendita, con versamento di capàrr (vd.).
cumprumétt (-éss) -ttece v. compromettere -rsi // Degli attaccabrighe si dice: “A chi dà e a chi cumprumétt” o “K’quidd ce sta sóle da cumpruméttece!”.
cunce agg. acconcio, atto all’uso; sup.: cunce cunce.
cuncemà (-ète) v. concimare.
cuncertà (-ète) v. concertare, prendere accordi.
cuncertìne sf. complesso musicale che allietava trasciùte, spusalìzie e festeggiamenti vari e che, su richiesta, portava anche serenate.
Cuncètt sf. Festa dell’Immacolata Concezione che cade l’8 Dicembre; vd. Fèst ’a Cuncètt.
cuncìme sm. concime; per quello organico, vedi fumére.
cunfenà (-ète) v. confinare.
cunfenànt sm. confinante, proprietario di fondi limitrofi.
cunfìne sm. limite/i di proprietà terriere (arc.: cumpìne) // “Nce stann né rrecàpete e nné cunfìne!”, si esclama a volte in situazioni in cui non si rispetta alcuna regola.
cungegnià (-ète) v. congegnare, ideare.
cungentùre sf. congiuntura, opportunità, colpo di fortuna // Pur di a-verne una, a volte si arriva a scongiurare il diavolo in persona: “Diàvele fettùte ncule, famm’avé na cungentùre!”.
cunìgghie sm. coniglio; il term. deriva dal lat. cuniculus (galleria), in rif. all’abitudine dell’animale a scavare buche entro cui nascondersi.
cunnànn sf. condanna // “Iè sciùte la cunnànn a mòrt!”, si esclama a volte quando altri prendono, sulla nostra pelle, decisioni non gradite.
cunnannà (-ète) v. condannare.
cunnannète agg. condannato // “Sta accóme e nu cunnannète!”, si dice a volte di chi mostra di subire passivamente una situazione.
cùnnele [dal lat. tardo cunula] sf. culla per neonati.
cunt sm. conto/i, saldo del dare e dell’avere (métt cunt: sindacare l’altrui operato) // Il prov.: “Cunt spiss e mecizia lòng” invita a non sacrificare l’interesse all’amicizia. La loc. scì fóre cunt è usata in rif. a donne in stato di avanzata gravidanza che superano il nono mese senza che il parto sia avvenuto.
cuntà (-ète) v.: 1) numerare, contare // Prov.: “Chi té bbèlla mugghiére sèmp cant, chi té póca munéte semp cónt” - 2) avere autorità.
cuntalàgge sm. numero complessivo di quintali.
cuntantà -rce (-ète) v. far contento, accontentare -rsi.
cuntantézz sf. contentezza, gioia.
cuntégne sm. contegno, comportamento dignitoso e riservato.
cuntegnùse (f. -òse) agg. pieno di contegno, altezzoso, puntiglioso.
cuntèle sm. quintale // Il prov.: “P’ canósce bbóne a nu crestiène, t’ha magnià nu cuntèle d’sèle avvunite” invita a non fidarsi troppo della prima impressione.
cuntenérce (-ùte) v. contenersi, regolarsi.
cuntènt agg. contento (tené cuntènt e iabbète).
cuntràtt sm. contratto, patto scritto // La domanda: “Com’è, ha fatt u cuntràtt?” è un invito a non sentirsi troppo vincolati da impegni assunti solo a parole.
cuntrattà (-ète) v. avere a che fare, trattare // Prov.: “Cuntràtt k’chi iè mègghie d’te e fall i spése”.
cunzacrà (-ète) v. consacrare
cunzederà (-ète) v. considerare, stimare (nn’cunzederà p’nnènt: non tener conto delle altrui condizioni).
cunzeglià (-ète) v. consigliare.
cunzegnià (-ète) v. consegnare.
cunzégne sf. consegna // Degna di ricordo è il recapito degli abiti pronti al domicilio dei clienti che sarti e sarte facevano un tempo per mezzo d’li descìbbele che ricevevano di solito una mancia detta parauànt (vd.).
cunzelà -rce (-ète) v. consolare, -rsi // “Nce po cunzelà!”, si dice a volte di chi non sta in sé dalla gioia per una lieta evenienza.
cunzemà (-ète) v. consumare // L’escl.: “Iànema pèrz e còrp cunzemète!” nasce a volte dalla constatazione dell’inutilità di fatiche e sa-crifici a beneficio di ingrati.
cunzènz sm. consenso, nulla osta.
cunzèrve sf. conserva, salsa di pomodoro essiccata al sole, dopo l’aggiunta di acido salicidico (la medecìne p’la cunzèrv) // Il preparato è oggi in disuso per le lungaggini dell’essiccazione ed i conseguenti rischi di carattere igienico, come ad esempio quello che qualche mosca possa andarvi a depositare i propri escrementi.
cunzìgghie sm. consiglio // Stando al prov: “I cunzigghie ca nce pàiene nciannòselene”, gli unici che hanno buone possibilità di essere ascoltati sono quelli degli avvocati, anche perché di solito abbastanza costosi.
cupecùpe sm. strumento formato da una pentola chiusa da una mem-brana di pelle attraversata da una cannuccia che, sfregata, produce cupi suoni.
cupe d’lèpe sm. alveare.
cupèrchie sm. coperchio // In senso traslato métt u cupèrchie equivale a: sposare una ragazza in stato interessante.
cupèrt: 1) sf. coperta - 2) pps. di cuprì coperto // Prov.: “Piatt cupèrt nn’sta cachète da li mosk”.
cupià (-ète) v. copiare // Nel detto studentesco: “Còpia, copiàs: a Giùgne nce pass”, degna di nota è l’apertura in latino maccheronico.
Cuppàcchie sf. Coppacchie, propaggini pedegarganiche che presentano colture e uliveti intervallati da cave di pietra e pascoli con arbusti spinosi tipici della macchia mediterranea; ci si reca, in particolare, nel periodo prepasquale in cerca d’spàrgene (vd.).
cuppelìcchie sf. cuffietta per neonati fornita di laccetti che si metteva al di sopra d’lu scarparùcce. Mentre quest’ultimo era di solito di un tessuto delicato e sottile di colore bianco, la cuppelìcchie, poiché visibile, doveva possibilmente iì a ccunsènt col resto del vestiario.
cuppelìne sm. basco, papalina.
cuppelóne sm. (accr. di còppele) grossa coppola.
cuppetìll sm.: 1) cono per gelati e, per est., il gelato stesso - 2) conte-nitore di carta arrotolata a cono per fèvelupìne, cìce ed altro.
cuppìnesm. mestolo per ragù.
cuprì -rce (cupèrt) v.: coprire, -rsi.
curà (-ète) v.: 1) curare -rsi (la salute) - 2) mettere sottocura, conciare; in part. p’curà i vulìve si ricorreva e si ricorre alla soda caustica, richiesta, all’atto dell’acquisto, come la medecìne p’li vulìve.
curàgge sm. coraggio.
curàll sm. corallo/i, anche la collanina di materiali similari.
curàtele [lat. curatorem] sm. curatolo, dirigente e amministratore di masseria.
curdèll sf. (dim. di còrd) cordicella; anche zuculéll.
curére sf. querela; il term. compare nella loc. fa denùnce e curére.
curìme sf. corame, tenerume di insalata ed ortaggi in genere.
curl [dal lat. currulus] sm. trottolina di legno a punta metallica che riceve l’impulso a girare da una corda a strappo (la saiàgghie) il cui maneggio richiede una certa perizia; un tempo iucà a curl era uno dei divertimenti più diffusi.
curnàcchie sf. cornacchia // Il noto wellerismo: “Crà, crà...”, fa la curnàcchie” stigmatizza la tendenza a procrastinare sine die.
curnecìll sm. cornetto scaramantico in oro, avorio o in comune plastica rossa, legato a superstizioni a cui c’è chi mostra ancora di credere.
curnecióne sm. cornicione, fregio di edificio.
curnéte sf. cornata, colpo dato con le corna; anche tuzzète.
curnìce sf. cornice; traslato: aggiunta che amplia i pettegolezzi.
curpecèll sm. corpetto, corsetto, indumento intimo senza maniche, stretto in vita e allacciato sul davanti; a lu curpecèll è subentrato nell’uso il reggiseno.
curr curr sm. accorrere caotico di più persone; alla lett.: corri corri.
curréie sf. striscia di cuoio, correggia, in part. quella della macchina da cucito a pedale.
curretóre (pl. -ùre): 1) sm. corridore, ciclista // Ad Apricena il ciclismo è da sempre uno sport non solo seguito con interesse dai tifosi, ma anche praticato a livello amatoriale. Il Pitta (pag. 453) ci ha lasciato il ricordo di Leonardo Oliveto (Narducce u curretóre) e Antonio Ferrazzano: il primo, attivo a inizio secolo, riuscì a battere nientemeno che Costante Girardengo sulla pista di Pescara, il secondo si piazzò 52° al Giro d’Italia del 1930. Nel dopoguerra, quando si tennero per diversi anni gare di pista nel nostro campo sportivo, conobbero un periodo di grande popolarità Mandùzie (Antonio Manduzio), Zurróne (Michele Lauriola) e Cristòfere (Antonio Cristoforo). Poi, cessate le gare in pista, vennero quelle del 1° Maggio su di un circuito in parte cittadino, in parte extraurbano, lungo la nuova circonvallazione, ma nessun ciclista locale vi ottenne piazzamenti brillanti. Un nuovo risveglio d’interesse si è avuto, tra il 1983 ed il 1987, grazie alle iniziative della locale Sede Sport Italia, che ha puntato molto su un gruppo di ragazzi che lasciavano intravvedere grandi cose, ma che poi non sono andati al di là di qualche successo regionale nella categoria dilettanti. Mentre l’interesse per il ciclismo praticato sembra in questo momento un po’ in declino, non pochi seguono con passione le grandi manifestazioni nazionali ed internazionali, ed il Giro d’Italia in particolare. A proposito di quest’ultimo, memorabile è stata, nel 1988, la partenza della dodicesima tappa del 53° Giro da Piazùza Municipio - 2) agg. corridore, veloce // L’ind. “U cavàll curretóre fuie fuie e lass la códe” ha per sol.: ago e filo.
curretùre sm. corridoio.
currióle sm. stringa di cuoio // I pastori, d’Abruzzo e nostrani, per allacciare i zampìtt, confezionavano un tempo curriùle in pelle di lupo o di cane; i curriùle che si vendevano in fiera erano ricavati invece dalla pelle di bufali giovani.
currìve sm. afflizione, risentimento per una offesa subita (sentìrce currìve, chiàgne p’lu currìve).
curteddià (-ète) v. accoltellare.
curtèll (arc. curtèdd) sm. coltello; dim. curtellùcce // Il prov. “Ce vónn curtèll e denère!” lascia intendere che, per far valere le proprie ragioni, occorre farsi giustizia da sé e che, disponendo di denaro, c’è la possibilità di farla franca.
curtellète (o curteddète) sf. coltellata, colpo inferto col coltello.
cuscetóre (pl. -ùre) s. sarto, figura artigianale che, insieme al calzolaio, compare in uno dei colmi più noti, e cioè: “I cuscetùre vann allanùde e i scarpère vann scàveze!”. Al femm. a cuscetóra si pre-ferisce maiéstre (vd.).
cuscì (chesciùte) v. cucire // Non poche bambine, essendo un tempo l’obbligo scolastico limitato alle elementari che tra l’altro non sem-pre venivano portate a termine, erano mandate dai genitori da una maiéstre p’mparàrce a cuscì. Si trattava di una vera e propria scuola di apprendistato che si protraeva di solito per anni. Alla fine i descìbbele (vd.) più brave si mettevano a cucire in proprio, mentre le altre avevano comunque imparato a métt qualche punt p’rràsce d’chèse.
cusciènz sf. coscienza // Prov.: “Iànema tént e cusciènza lése” (Chi si è macchiato di una qualche colpa non ha la coscienza tranquilla).
cusscìne sm. guanciale, cuscino.
custète sm. costata di carne, costola; anche còst // La memoria va ai custète d’lu pòrce che, salate ed appese alla pèrteche insieme alle altre provviste suine, erano tra le prime a finire arrostite o nel sugo per far da secondo a i maccarùne.
custióne sf. questione, litigio (fa custióne: litigare).
cutechìne sm. cotechino.
cutelià (-ète) v. muovere -rsi leggermente, in part. di denti.
cuternìtt [lat. cothurna] sm. (arcai-co) scarpe alte, stivaletti.
cutìne sm. pantano, pozzanghera, in part. quelle che si formano nelle zone sottomesse dei terreni agricoli (anche fantìne) // Il term. compare nel prov.: “Rósce d’matìne aiénghie i cutìne”.
cutre sf. coltre, trapunta, imbottita // L’escl.: “Va truvànn puce d’cutra vècchie!”, dando per scontato che lì non era difficile trovarne, stigmatizza pignolerie da attaccabrighe.
cuzzétt sm. 1) nuca, occipite (cadé cuzzétt addréte: cadere battendo con la nuca) // La richiesta: “Amma ngignià u cuzzétt?” è un in-vito ad accettare un buffetto amichevole sul retrocollo ripulito di fresco - 2) parte periferica d’la panétt d’lu pène avente tre lati ri-coperti da scorza; spesso, cavata la mollica, si condiva u cuzzétt con pomodoro, olio e sale.




