Per consultare il vocabolario cliccare sulla lettera iniziale della parola cercata
A - B - C - D - E - F - G - H - I - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - Z
Lettera "S"
sabbessà (-ète) v. subissare, mandare in rovina.
sabbete sm. sabato // Il prov.: “Arrevète u sàbbete a tard, ògni punt quant e na sard” allude alla frettolosità con cui si portavano e si portano a termine certi lavori al fine di consegnarli in chiusura settimanale, tanto più se si tratta di abiti festivi. Un altro detto avverte: “Dui sàbbete accócchie nn’vvénn mèie”.
sabbéte fascist sm. sabato fascista // Durante il Ventennio, il sabato, chiuse scuole ed uffici, scolari ed adulti si univano in adunate in divisa per esibirsi in sfilate ed esercizi paramilitari.
sabbiss sm. baratro, abisso (mannà a lu sabbìss: mandare in rovina).
sacchétt s piccolo sacco; al f. sacchetta/e // Nella società contadina se ne usavano di diversi tipi in robusta tela, come ad es. quelle per dar da mangiare agli equini sospendendole sulla testa dell’animale col manico di corda, o i sacchétt a punta usate dai seminatori.
“Sàcce!” escl. “Non so, chissà!”, accompagnata spesso da un’alzata di spalle // All’esclamazione si ribatte a volte: “Méne tutt nt’la vesàcce!” o: “Acce e cepóll!”; vd. anche acce.
saccòcce sf. tasca, luogo dove si tiene il denaro e, per est., il denaro stesso // Proverbi: “Mpìcce d’àvete saccòccia vacànt”; “La pulezzìe nn’è bbóne sóle nt’la saccòcce”.
saccóne sm. pagliericcio, grosso involucro di tessuto imbottito un tempo di foglie di granturco; si usava sotto il materasso di lana o da solo sul tavolato retto dai trìspede.
Sacra Famiglie spr. Sacra Famiglia (Gésù, Giusèpp e Marie) costituiva un tempo il soggetto usuale dei quadri sulla testiera del letto // Alla Sacra Famiglia è stata intestata la chiesa della nuova zona abitativa detta Cèntesessantasètt. Vd. Chiése ’a Sacra Famìglie e Fèst ’a Sacra Famiglie.
sacre rósce sm. sacro rosso, qualità di uva rossiccia.
sàgghie (-iùte) v. (arc. per il più comune nchianà) salire.
sagghiòk [gr. sagula] sf. bastone nodoso di pastori e mandriani.
sagghiucchète sf. colpo/i inferti k’ la sagghiòk.
sagnià (-ète) v. incidere per cavare sangue con un coltellino a lancetta detto sagnatùre; il salasso di persone ed animali, quale rimedio per improvvisi malori dovuti ad alterazione della pressione sanguigna, era spesso praticato anche tramite l’applicazione d’sanguétt (vd.).
sagnìe sf. gengiva/e.
saiàgghie sf. cordicella per lanciare u curl (vd.).
saiétt sf. saetta, fulmine (fuie accóme e na saiétt).
saìme sf. strutto suino // La si otteneva per cottura in acqua dei pezzetti ottenuti dai tessuti adiposi del maiale. Sciolti i grassi ed evaporata l’acqua in eccesso, il residuato oleoso, depurato dei cìquele con la colatura nei recipienti di conservazione, assumeva un bel colore bianchiccio. Nella preparazione di molti piatti la saìme era usata in sostituzione dell’olio d’oliva dal prezzo piuttosto elevato.
sak sm. sacco (nu sak e na spòrt: una quantità enorme) // I robusti sacchi di iuta di un tempo, contenitori ideali di tanti prodotti agricoli, erano in grado di contenere esattamente un quintale di grano. I facchìne, specializzati nel loro carico e scarico, ne portavano uno a testa sulle spalle.
salamóre sf. salamoia, alla lett.: sapore (móre) di sale, soluzione di acqua e sale per salare pezzi d’ pòrce, vulìve o altro; vi si aggiungono, in qualche caso, un po’ di sciórefenòcchie (semi di finocchio selvatico) per conferire un particolare aroma.
salére sf. saliera.
salète agg. salato; contr. sciapìte.
salevàgge agg. selvaggio, intrattabile; anche fòrèst.
salm [gr. sagma] sf.: 1) soma, carico (“Via vìe ciagghiùst la salm”) - 2) unità di misura di peso pari a 8 tùmmele (vd.) - 3) misura agraria uguale a 45 passi, e cioè a tre quarti d’verzùre.
sals [lat. salsa (salata)] sf. salsa di pomodoro, ingrediente base del ragù // Data l’elevata quantità dei pomodori prodotti in loco, è tradizione ancora viva preparare d’estate in casa una provvista di salsa sufficiente per tutto l’anno. Quello in cui ce fa la sàls era ed è un momento di aggregazione familiare che vede adulti e bambini impegnati fianco a fianco per il raggiungimento di un fine comune.
salviétt [fr. serviétt, da servìr] sm. salvietta, tovagliolo.
samènt avv. specialmente; samènt ca: specie per il fatto che.
sanà (-ète) v. castrare, in part. suini.
sang sm. 1) sangue // La loc. iittà u sang (che ha anche il valore traslato di: sfinirsi dalla fatica) è frequente in minacce (“Té fa iittà lu sang!”) e maledizioni (“Ca pùzza iittà lu sang!”) - 2) legame tra consanguinei // Proverbi: “U sang attìre”; “U sang n’gniè iàcque”; “Iè mmègghie rik d’sang ca d’sòld”.
Sangiùvann sm. sangiovanni, legame di comparaggio che si stabilisce col battesimo; il sost. deriva dall’opinione che, nel battezzare Gesù nelle acque del Giordano, San Giovanni Battista abbia funto anche da padrino, oltre che da officiante del rito // Benché l’onore di essere prescelti comporti anche degli oneri, rifiutarsi sarebbe sconveniente perché u Sangiuvànn nce nèie. Un tempo avvertito con intensità ben maggiore di oggi, il vincolo legava gli uni agli altri interi ceppi familiari per più generazioni. Vedi anche cummère e cumpère.
San Giuvann spr. San Giovanni Battista, festeggiato il 24 Giugno // La data era ritenuta, dalle ragazze in età da marito, la più indicata per attuare rituali da cui trarre presagi. Ad Apricena usavano versare del piombo fuso nell’acqua e, dalla forma da esso assunto nel solidificarsi, cercavano di capire il mestiere dell’auspicato marito. Quelle che avevano già uno spasimante, bruciavano un fiore di cardo intinto nel petrolio lasciandolo al sereno durante la notte. Il ritrovarlo al mattino fiorito era interpretato come segno che l’innamorato sarebbe stato loro fedele, nel caso contrario che le avrebbe tradite, e si regolavano quindi di conseguenza. Il La Sorsa riporta una serie impressionante di riti relativi alla notte di San Giovanni, e tra di essi anche quelli citati come diffusi in non poche regioni (Folclore Pugliese - II - pag. 159).
San Giuvànn spr. San Giovanni Rotondo, località garganica a 600 m. s.l.m., ad una trentina di chilometri da Apricena // Come altre cittadine montane, vivacchiava nella solitudine dell’altopiano, quando, per dirla col D’Addetta, “è apparsa una grande luce di santità e l’ha resa famosa in tutto il mondo”. Si allude a Padre Pio da Pietralcina che, santificato nel 1999, era stato in odore di santità già da vivo, costituendo un autentico rebus per le stimmate da cui era stato segnato nel 1918 e che portò fino alla morte avvenuta nel 1968. Attratto dalla fama dei prodigi da lui operati, un enorme flusso di pellegrini si riversò, da posti anche lontanissimi, a San Giovanni, rendendola, in breve tempo, meta religiosa non meno importante della non lontana Monte Sant’Angelo (vedi Mont e Sant Mechéle). Delle opere monumentali di cui si è arricchita la città, ha beneficiato indirettamente anche Apricena, in quanto largo uso si è fatto della nostra pietra nell’edificazione della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dell’efficientissimo ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, e, più di recente, del nuovo santuario progettato dall’arch. Renzo Piano.
San Giuvannine spr. vengono indicate con tale nome le rovine del convento di San Giovanni in Piano o del Pane (sec. XI), rovine che sorgono sul ciglio d’li Mmurgétt, a qualche km. da Apricena, a destra della strada per San Paolo // Voluto nel 1050 da Petronio, conte normanno di Lesina, il convento fu affiancato da una chiesa dedicata, nel 1077, a San Giovanni Battista, dal che il nome. Toccato dalla Via Francigena che convogliava al Sacro Monte un’enorme massa di pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa, il convento conobbe nel Medio Evo momenti di grande splendore: ospitò tra le sue mura, tra gli altri, San Francesco d’Assisi, diretto alla grotta dell’Arcangelo (1218), e papa Celestino V in fuga dai suoi nemici, dopo la rinuncia al soglio pontificio (1295). Passato nel 1280 dai Benedettini ai Celestini, fu poi abbandonato, intorno al 1400, “o per l’aere non salutevole o per-ché esposto ai latronecci, dai monaci che ne edificarono un altro a San Severo nel luogo ove già vi era un loro ospizio e una loro chiesa.... Con tutto ciò il Monastero di San Severo rimase pacifico possessore di tutti i privilegi, feodi e beni di San Giovanni in Piano” (fonti archivistiche riportate dal Pitta a pag. 246). Nell’Ottocento, essendo stato requisito, il Monastero fu venduto dal demanio regio a privati nelle mani dei quali si trova tuttora.
sanguétt sf. sanguisuga o mignatta // Abbondanti nelle acque del Cal-doli (a Sant Lazzère) e negli stagni un tempo numerosi nei dintorni, i sanguétt, applicate alla vena giugulare del collo degli ammalati, erano usate, fino a qualche decennio addietro, per fare salassi nei casi in cui si riteneva utile abbassare la pressione sanguigna. A tal proposito va detto che, usciti solo di recente dalla pratica medica, i salassi sono stati per secoli visti come una panacea per molti mali. Inoltre, non volendo la maggior parte dei medici sporcarsi le mani di persona, in mancanza di sanguétt, a salassare ci pensavano i barbieri che praticavano incisioni piuttosto profonde, con la conseguenza che non pochi ammalati morivano per emorragie che non si riuscivano a fermare o per infezioni per le quali non si conoscevano rimedi. Vittima di un salasso mal riuscito fu, nel 1861, Camillo Cavour.
sanguettère sm. pescatore e venditore di sanguisughe // A proposito del modo in cui u sanguettère “pescava” sanguétt, usando se stesso come esca, ecco come ne parla, in Apricena: Piccolo Mondo, il mio alunno Leonardo Specchiulli, che ha raccolto la testimonianza di Nicola Chiaromonte, capostazione in pensione: “Un vecchio chiamato Zi Decùcce, intorbidita l’acqua con una canna, si alzava i pantaloni e si immergeva nello stagno. Quando ne usciva, aveva le gambe piene di sanguétt. Staccatele delicatamente, le immergeva nell’acqua di un contenitorte e, portatele a casa, le vendeva quando venivano richieste”.
sangunète sm. sanguinaccio // Pasticcio nerastro ottenuto dalla cottura d’sang d’pòrce con mustecòtt, zùcchere, mènnele rrestùte, scòrce d’portaiàll ed aromi vari, costituiva d’inverno la nutella dei bambini della società contadina.
sanìcesf. cicatrice.
San Pàvele spr. San Paolo Apostolo (festa 29 Giugno) // Il Santo è considerato, dalla tradizione popolare, protettore contro il morso delle serpi, dal che ha tratto origine l’espr.: “Chième a San Pàvele prime ca véde la sèrp!”, usata spesso in rif. a chi mette avanti le mani paventando un pericolo.
San Pàvele spr. San Paolo di Civitate; abitanti: San Pavulìse // Detti: “P’na magnète d’càvele iè rrevète a San Pàvele”; “A San Pàvele, camp d’màvele, iòmmene e fémmene sò tutt diàvele”.
San Piétre spr. San Pietro (festa 29 Giugno) // Il Santo ha dato il nome ai fichi primaticci o fioroni (fìquere d’San Piètre), che maturano già a Giugno, a u Puzz Vècchie e a u Puzz Nóve San Piétre (vd. puzz) e infine al mulino di cui sotto.
San Piétre spr. San Pietro, nome originario del mulino successivamente ribattezzato SAMA (Società Anonima Mulini Apricena) // Posta la prima pietra nel 1919, il mulino entrò in funzione qualche anno dopo, estendendo via via la sua attività, fino a creare una succursale adibita a pastificio, a sinistra della strada per la stazione, sul luogo oggi occupato dalla Segheria Masselli. Incendiato dai Tedeschi in ritirata nel 1943, fu, dopo la guerra, con la nuova denominazione di SAMA, ripristinato ed affiancato da giganteschi silos per la raccolta e lo smistamento del grano prodotto in zona. Il mulino cessò improvvisamente ogni attività nel 1983 perché devastato da un furioso incendio. La SAMA e il suo silos, sia pure in abbandono, continuarono a torreggiare sulla contigua Villa Comunale fino a che, nei primi mesi del 2000, si è proceduto all’abbattimento del tutto, per il riutilizzo del suolo ad uso residenziale. Il progettista, l’Ing. Michele di Bari, si è assunto la grande responsabilità di incidere profondamente sulla fisionomia di una zona cittadina che, per essere attigua alla Villa Comunale, è tra le più esposte agli occhi e al giudizio di tutti.
San Premmiène spr. San Primiano, patrono di Lesina // Santo abbastanza popolare tra gli Apricenesi del tempo che fu, i quali avvertivano il dovere di passare annualmente a visitarlo al ritorno dal pellegrinaggio a Sant Lazzère (vd.), quando di solito puntavano su Lesina, girando poi p’Tarranóve (vd.), e sostando ancora a la Madònn ’i Ncurnète (vd.). La notorietà del Santo è comprovata dal detto: “San Premmiène a Lésene ccóme sta?” che fa riferimento al fatto che le mani della statua, posizionate in modo da reggere la palma del martirio, danno l’impressione di fare il gesto tipico di chi non ci sta a subire.
San Sevère spr. San Severo; dei suoi abitanti un detto afferma: “I Sanseverìse sò figghie d’Francìse” per le particolari inflessioni del loro dialetto che più degli altri ha risentito della dominazione d’Oltralpe // Un gustoso aneddoto racconta che un sanseverese, imbattutosi in un nostro concittadino, per attaccare discorso, esordì: “A San Sevére ce magne e ce véve! Cumpà, tenìss ne póche d’tabbàcche?”. L’apricenese tirò fuori il pacchetto del trinciato e gliene diede il bastante per una sigaretta. Dopodiché il sanseverese riattaccò: “A San Sevére ce magne e ce véve! Cumpà, tenìss na cartìne?”. L’apricenese ne staccò una dal pacchetto e gliela porse senza dire niente. Ma quando l’altro, dopo aver ripetuto: “A San Sevére ce magne e ce véve!”, chiese anche un fiammifero per accendere, sbottò: “E ménu mèle k’a San Sevére ce magne e ce vève, s’nnò chi lu sèpe k’fuss velùte!”. La storiellina, insieme al detto: “A San Sevére ce schèse k’lu taschéppène!”, lascia trasparire che, in tempi in cui c’era povertà anche da noi, a San Severo si stava forse anche peggio.
sant sm. santo; dim. santarèll (santino) // Proverbi: “Chi vo lu sant ce lu préie”; “A lu sant nce créde s’lu meràquele nce véde”; “Razie avùte, sant iabbète”.
Santa Catarìne spr. Santa Caterina // Di sante di nome Caterina sul calendario ne figurano due, quella da Siena (protettrice, con San Francesco, dell’Italia), festeggiata il 29 Aprile, e Santa Caterina d’Alessandria, commemorata il 25 Novembre. A proposito della prima il detto: “Santa Catarìne iè pisciacchière” si riferisce al fatto che il 29 Aprile è una giornata di quelle in cui è probabile qualche pioggia. In quanto alla seconda, una credenza popolare vuole che mangiare del melograno nel giorno della sua ricorrenza, propizi lauti guadagni. Inoltre il detto “Santa Catarine: n’àtu mése chiìne chiìne” ricorda che manca ancora un mese intero al Natale, a beneficio di chi, nell’impazienza dell’attesa, sta tenendo il classico conto alla rovescia.
Santa Chière spr. Santa Chiara di Assisi // La Santa è entrata nella tradizione orale perché, avendo subito un furto, sarebbe ricorsa a tardivi provvedimenti: “Santa Chière, dópe arrubbète, cià fatt i pòrt d’ fèrr”.
Santa Lucìe spr. Santa Lucia, vergine e martire di Siracusa // Protettrice della vista, è rappresentata con in mano un vassoio contenente due occhi. La Santa viene invocata quando si cerca qualcosa che non si riesce a ritrovare pur avendola, magari, sotto il naso (“Santa Lucìa mi!”). A lei ed a San Martino era intestata la chiesa della quale il terremoto del 1627 ha lasciato in piedi solamente il campanile su cui è incastonata la Llòrge (vd.). Il noto detto: “Santa Lucìe: u iórn cchiù ccórt ca ce sìe”, costituisce, per dirla col Leopardi, uno degli “errori popolari degli antichi” in quanto il giorno più corto, e cioè il solstizio d’inverno, non è il 13, festività della Santa, bensì il 21 Dicembre. Comunque si respira ormai l’atmosfera del Natale e c’è chi conta i giorni che ancora vi mancano: “Santa Lucìe: a Natèle na duzzine”.
santalucìe sf. maggiolino, insetto dei Coleotteri, detto santalucìe forse per gli occhietti neri sparsi sulle piccole brattee di colore rosso vivo. Alcuni lo indicano anche come purcèll d’Sant’Antònie (vd.).
Sant’Antònie spr. Sant’Antonio // Il sost. indica sia il Santo di Padova che la chiesetta a Lui intitolata, che sorge in uno degli angoli meglio conservati del centro storico (vd. Chiése d’Sant’Antònie). Avendo essa perso la continuità del culto, la nuova statua del Santo è stata ubicata a la Chiese ’u Cummènt, punto di partenza e di arrivo della processione in onore del Santo il 13 Giugno.
Sant’Antùne spr. Sant’Antonio Abate, raffigurato di solito con un porcellino perché protettore degli animali // Il Santo, la cui festività ricorre il 17 Gennaio, ha da noi poco seguito soffrendo dell’omonimia col più noto collega di Padova col quale è spesso confuso. In un noto detto il Santo contraddice il luogo comune che l’Epifania porti via tutte le feste: “Pasque Bbefanìe tutt li fèst ce pòrta vie”. Ha rrespòst Sant’Antùne: “Ce sta ncóre la fèsta mìe!”.
Sant Cazziène Apòstele spr. San Cazziano Apostolo // Santo inesistente, viene tirato in ballo a volte da chi, facendo lo gnorri, chiede: “Cóm’è, iòie k’gghiè, Sant Cazziène Apòstele?” nel caso qualcuno accenna al fatto che è festa o si presenta con abiti festivi.
Sant Francisk sm. San Francesco d’Assisi // Il detto: “A li Sant Francisk i fève nt’li canìstre” ricorda che, all’inizio di ottobre (il Santo d’Assisi viene celebrato il 4), è ormai tempo di procedere alla semina delle fave, mentre il 2 Aprile, festa di San Francesco di Paola, si colgono i prime fèvenuvèll (vd.).
Sant Lazzère sm. San Nazario (o Nazzario) // Del Santo, molto noto in gran parte dell’Italia settentrionale, si sa che fu martirizzato col discepolo Celso ai tempi delle prime persecuzioni da parte degli imperatori romani e che il suo corpo (conservato a Milano nella Basilica dei Santi Apostoli e di San Nazzario) fu ritrovato nel 395 ancora intatto, a qualche secolo dal martirio, da Sant’Ambrogio. Il sost. indica sia il Santo che il Santuario che sorge ad 8 km. da Apricena (vedi: Chièse d’Sant Lazzère e Fèst d’Sant Lazzère).
Sant Lecandre spr. Sannicandro Garganico; abitanti: Santecandrìse, vicini con i quali si ha in comune il culto p’Sant Lazzère e, in passato, quello p’la Madònn d’la Sèll ’a Ròk (vd.) // Benché Sant Lecàndre e La Prucìne siano separate solo da una dozzina di km., le comunicazioni, essendo la strada impervia, erano un tempo così difficili che all’inizio dell’Ottocento si pensò ad un nuovo tracciato da realizzarsi col concorso di ambedue le Amministrazioni. Raggiunto l’accordo e iniziati i lavori, se ne videro subito i benefici, infatti in atti amministrativi del 1830 riportati dal Pitta si legge: “Il viandante con sorpresa sale al Gargano colla ruota senz’avvedersene ove prima poteva appena sormontarlo a cavallo con il rischio di precipitarsi”, e ancora: “Per essere la strada più breve e più animata, più non si sentono i continui furti, per il che ogni passeggero aveva bisogno della scorta”. A proposito dell’ultima affermazione, è ancora vivo nella memoria collettiva il ricordo del rischio che, recandosi a Sant Lecàndre, si correva d’incappare nei briganti che s’appostavano di solito a lu Pass d’ L’Angarène (vd.). Per curiosità va infine detto che era proprio questo “il mestiere” esercitato da giovane da Sant Lecàndre il quale, giunto ad un’età ormai venerabile e pentitosi dei suoi peccati, si diede ad elargizioni ed opere pie, giungendo, nel 1533, ad edificare una chiesa. Elevato, dopo la morte, agli onori degli altari, divenne patrono della cittadina che da lui prese il nome.
Sant Mangióne spr. San Mangione // Santo dei corrotti, sarebbe capace di fare, per denaro, più grazie di Sant’Antonio, che si è fermato a tredici, e dell’ubriaco che sarebbe arrivato a quattordici: “Sant’Antònie fa trìdece razie, u mbrièche quattòdece e Sant Mangióne n’fa quìnece!”.
Sant Marcùcce spr. Borgo Celano, sobborgo di San Marco in Lamis, un tempo meta ambita dei turisti estivi che, potendoselo permettere, sfuggivano per qualche settimana, all’afa opprimente della pianura per il fresco della montagna. La località è passata di moda col velocizzarsi dei mezzi di trasporto che permettono ora di raggiungere ben altre mete.
Sant Mark spr. San Marco in Lamis // Cittadina di origine longobarda o forse fondata dai profughi di Arpi (la questione è ancora aperta), è detta in Lamis, in quanto, nel luogo di fondazione (la parte pianeggiante della vallata), abbondavano le lame, e cioè delle bassure paludose. Storpiando il nome della cittadina, un nostro detto afferma: “Sant Mark l’hann miss nta vaddàta”, il che non è poi tanto lontano dalla verità storica. Agli abitanti (i Santemarchìse) si appioppa di solito l’attributo di còzz che ha il valore di: testardo, duro, arretrato. Un altro pregiudizio corrente è che siano magniapatène. E proprio d’ patène è infarcita la simpatica filastrocca che segue sulla banda paesana: “La band d’Santemark: patène, patène, patène, cottappène, cottappène, cottappène! Quann arrive la santa fèst, i patène ce fann a menèstre!”.
Sant Martìne spr. San Martino, vescovo di Tours // E’ un santo che ricorre con frequenza nei detti, in quanto l’inizio di Novembre (la festa ricade l’11) coincide con la chiusura del ciclo lavorativo del vino (“Sant Martine: ogni must è fatt a vvine!”) e l’inizio di un nuovo ciclo del grano (“Sant Martine: ce sumènt a pugnia chiìne!”). Entrando in una casa, il saluto: “Sant Martine!” è augurio di abbondanza. A San Martino era intestata la chiesa della quale il terremoto del 1627 lasciò in piedi solamente il campanile su cui è attualmente alloggiata la Llòrge (vd.). Tra l’altro il Santo, che “il nostro popolo ha ritenuto, fin ab antico, come suo protettore, nonostante la Chiesa avesse posto Apricena sotto il patrocinio dell’Arcangelo Michele” (Pitta, pag. 228) è protagonista di una leggenda che lo vede impegnato di persona a difendere la nostra cittadina dai Francesi che, dopo aver messo a ferro e fuoco San Severo, marciavano minacciosi verso di noi. Gli Apricenesi, chiusisi trepidanti nelle loro mura, portarono in processione la statua del Santo chiedendone l’intervento prodigioso. E il miracolo avvenne. Quando la folla giunse vicino alla Porta della Croce, questa si aprì da sola cigolando sui cardini, per cui la processione si spinse fuori dalle mura, immemore del pericolo. Intanto ai Francesi, ormai giunti al Ponte Martino, si era fatto incontro un vecchio (lo stesso Santo) che li esortò a desistere dall’attacco, essendo la cittadina difesa da un esercito sterminato, e, nel dire così, additò le mura dalle quali sembrava fuoriuscire una moltitudine di armati. Al che i Francesi preferirono fare marcia indietro e tornare da dove erano venuti. Di questa stessa leggenda, che il Pitta racconta con dovizia di particolari, esistono altre varianti in una delle quali il Santo, in veste di cavaliere, respinge il nemico con l’aiuto di una nube di muschìll (moscerini), dai Francesi scambiati per soldati. La leggenda, in qualche modo avvalorata dal fatto che pónt e canèle, a qualche km. sulla strada per San Severo, si chiamano Martìne, andrebbe collocata, secondo il Pitta e il Clima, nel 1799, quando, dopo aver devastato San Severo, le truppe francesi dello Championnet si diressero alla volta di Apricena con intenzioni punitive. Ma poiché difficilmente i Francesi smaliziati dall’Illuminismo sarebbero incorsi negli abbagli collettivi di cui si è detto, è più probabile che essa debba essere anticipata al sec. XVI, epoca di frequenti incursioni francesi nel Meridione. E comunque è in tale periodo che vengono collocate leggende similari, come quella secondo la quale lo stesso San Martino avrebbe difeso, alla testa di una schiera di cavalieri, Martina Franca nel 1529 contro i Francesi del Lautrek (S. La Sorsa, Folklore Pugliese - II - pag. 73).
Sant Mattéie spr. San Matteo Evangelista // Il convento-fortezza poco sopra San Marco in Lamis, edificato probabilmente dai Longobardi nel VI secolo, era in origine intestato a San Giovanni Battista. Passato dai Benedettini ai Cistercensi, nel 1578 fu affidato ai Minori Osservanti che lo intestarono a San Matteo per una sua reliquia ivi conservata, e cioè un molare racchiuso in un’artistica teca. La devozione al Santo è attestata ad Apricena anche dal gran numero di concittadini che si chiamano Matteo. Oggi ci si reca al Santuario a volte d’estate, magari per prendere una boccata d’aria fresca, ma un tempo, quando gli spostamenti erano ben più problematici, l’occasione giusta per una visita al Santuario, posto ai margini della Via Sacra, era offerta dall’annuale pellegrinaggio a Sant Mechéle. Andando e tornando da Monte Sant’Angelo, in prossimità del Convento, ove era doverosa una breve sosta, i pellegrini ravvivavano il canto, avendo l’accortezza di cambiare il nome invocato: “U péde d’Sant Mattéie e quant ciadóre, e quant ciadóre... Ciadóre lu bón Gèsù e, Sant Mattéie, aiùtece tu! La còss d’Sant Mattéie e quant ciadóre, e quant ciadóre...”.
Sant Mechéle spr. San Michele Arcangelo, che ricacciò Lucifero nell’Inferno e che ha il suo Santuario a Monte Sant’Angelo, meta terminale della Via Sacra. // Il culto micaelico trae origine da un episodio avvenuto, secondo la tradizione, il 4 Maggio del 490, allorché un toro, attratto da un arcanno richiamo verso una grotta posta sulla cresta garganica, s’inginocchiò davanti al suo ingresso. Il proprietario, che l’aveva cercato a lungo, non riuscendo a smuoverlo in nessun modo, preso dall’ira, gli scagliò contro una freccia che però tornò misteriosamente indietro ferendolo in modo non grave. Impressionato dall’episodio, l’uomo lo narrò al vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano che ordinò tre giorni di digiuno, al termine del quale, l’8 Maggio, gli apparve l’Arcangelo Michele che gli disse di avere scelto come sua dimora quello speco. Il giorno successivo avvenne il primo devoto pellegrinaggio, da parte del popolo di Siponto, alla sacra grotta davanti alla quale era ancora inginocchiato il toro. L’Arcangelo rivelò ancora la sua presenza in maniera prodigiosa il 29 Settembre del 492 ed il 29 Settembre del 493. Essendo stato innalzato sulla grotta un Santuario, esso divenne in breve tempo così famoso che entrò nella terna delle mete obbligate dei pellegrinaggi medioevali che erano Homo (le Tombe degli Apostoli a Roma), Angelus (il Santuario dell’Arcangelo sul Gargano) et Deus (e cioè il Sepolcro di Cristo in Palestina). Le molte scale che conducono alla sacra grotta furono discese da santi ed eroi, papi ed imperatori, re, crociati, uomini di cultura, pellegrini di ogni ceto e nazionalità. San Francesco, ritenendosi indegno di varcare quella soglia, si prostrò davanti ad essa sul pavimento lasciando impresso sulla pietra un misterioso tau. Fino a non molti decenni addietro, all’inizio di Maggio i pellegrini apricenesi, sui lenti traìne o addirittura a piedi, si muovevano verso Mónt, unendosi lungo la strada ai santemechelère, e cioè ai pellegrini micaelici provenienti spesso da molto lontano. Durante il cammino un solista nominava una parte qualsiasi del corpo dell’Arcangelo e il coro professava la sua adorazione, invocando il soccorso di San Michele a chiusura di ogni strofa: “Sant Mechéle d’Mónt sta sótte a na muntàgne ca chióve e n’nciabbàgne. Ciadóre lu bón Gèsù... e Sant Mechéle, aiutece tu! Lu péde d’Sant Mechéle e quant ciadóre, e quant ciadóre... Ciadóre lu bón Gésù... e Sant Mechéle, aiùtece tu! La mène d’Sant Mechéle e quant ciadóre, e quant ciadóre...”. A Monte Sant’Angelo, oltre che visitare il Santuario e partecipare alla solenne processione, si procedeva all’acquisto di penne multicolori con le quali impennacchiare i cavalli al ritorno, di ostie imbottite con mandorle croccanti da portare a parenti e conoscenti, di globi di vetro nei quali turbinava come neve un pulviscolo bianco sull’immagine dell’Arcangelo, e persino di pietre carsiche della grotta santa le quali, secondo una diffusa credenza, possedevano la virtù di limitare i danni dei terremoti e, poste davanti alla porta, di far cessare i temporali (vd. préte d’Sant Mechéle).
Sant Ròk spr. San Rocco, protettore delle ginocchia alle quali la sua statua presenta vistose escoriazioni; a Lui era intestata la chiesa ora abbattuta che sorgeva a Fóre la Cróce, nel posto in cui si eleva l’omonimo grattacielo (vd. Chiése d’Sant Ròk).
Sant Savastiène spr. San Sebastiano, protettore dei malarici // Il detto popolare: “Sant Savastiène, k’tre pagnòtt mmène: vune cant, vune fisck e vune ciattàk a la muscisck”, sia pure in modo inusuale, fa riferimento alla distribuzione, nella festività del Santo (20 Gennaio) d’li pagnuttèll d’Sant Savastiène (vd.). Il prov.: “Sant Savastiène tè la viola mmène”, ricorda che verso la fine di Gennaio cominciano a fiorire le viole.
Sant Savìne spr. San Sabino, patrono di Torremaggiore; la festa cade la prima domenica di Giugno, e cioè una settimana dopo la nostra Madònn ’i Ncurnète // Gli Apricenesi vi si recavano un tempo numerosi, anche perché, oltre che partecipare ai festeggiamenti, c’era la possibilità di fare qualche acquisto, essendo quella di Sant Savìne fèst e fiére.
Sant Stèfene spr. Santo Stefano, la cui festività cade il 26 Dicembre, e cioè il giorno successivo a Natale // Di ciò che ha vita breve si dice: “Nn’è ddurète mank da Natèle a Sant Stèfene!”.
santòcchie agg. bigotto/a; accr. santucchióne // Il detto: “A la vecchiézz c’é fatt santòcchie!” sottolinea il fatto che ad una certa età si diventa spesso scrupolosi nell’adempimento dei doveri formali di cattolici.
sanzsf. sansa, residuato della spremitura delle olive.
Sanzóne spr. Sansone, personaggio biblico tra i più popolari, sia per la forza smisurata il cui segreto risiedeva nella capigliatura intonsa, sia per l’eroica fine sotto le rovine del tempio da lui fatto crollare per seppellire, insieme a se stesso ormai cieco, i suoi nemici. Spesso, e di solito a sproposito, si tira fuori l’ultima frase dell’eroe: “Móre Sanzóne k’tutt i Felestéie!”.
sapé (-ùte) v.: 1) sapere, essere a conoscenza, essere in grado (sapércela vedé: sapersela cavare) // A chi fa lo gnorri dicendo: “Iì nn’llu sapéve!” si ribatte a volte: “E mmo ca l’ha sapùte, iòcchie biank e nèse pezzùte!” - 2) aver sapore // Di cibi insipidi si dice: “Nsèpe né d’me e né d’te”.
sapurìte agg. saporito; contr. sciapìte.
sapùte agg. saccente; dim. saputèll.
sarchià (-ète) v. arare il terreno in superficie per attivare la respirazione delle radici delle piante ed estirpare nel contempo le erbacce.
sarchiapóne sm. term. dal significato oscuro che l’Andreoli fa risalire ad una deformazione di fra Iacopone; sarebbe quindi un accr. di frate equivalente a: fratacchione.
sard sf. acciuga salata (fa la sard: dare una delusione tradendo una promessa fatta) // Del largo uso che si faceva di sarde nella società contadina resta traccia nel detto: “A chi fatìe sarda méze e a chi nfà nènt sarda sène”, che denuncia ingiuste parzialità.
sardagnóle agg. sardo; è usato in rif. a ciùcce e cavàll di piccole dimensioni detti sardagnóle perché originari della Sardegna.
sarèche sf. salacca, pesce simile all’aringa // I pastori abruzzesi che venivano a svernare nel Tavoliere appendevano a la pèrteche qualche sarèche su cui strofinavano, all’occasione, del pane che poi mangiavano al sapore di sarèche, ma senza di essa. Dal fatto ha tratto origine la sim.: “Père la sarèche d’lu bbruzzése”, che di particolare aveva una durata impressionante.
saremènt sm. sarmento, tralcio/i di vite potati dopo la vendemmia.
sariamènt sm. sacramento/i // Prov.: “Chi fatìe ième a Ddìe, chi fatìe na vóte ogni ttant ième a Ddìe k’tutt li sant, chi nn’fatìe p’nnènt ième a Ddìe k’tutt i sariamènt”.
sariastène sm. sagrestano // Almeno ad Apricena, la figura d’lu sariastène, e cioè di un uomo addetto alle tante piccole incombenze che la cura di una chiesa comporta, è ormai scomparsa. Il detto: “Chi ha rrott la campène? U nepóte ’u sariastène!” evoca il fatto che il sacrestano si avvaleva dell’aiuto dei piccoli di famiglia che, facendola da padroni nei locali di culto, combinavano a volte qualche dammàie.
sariastìne sf. sacrestia.
saróle sf. olla, orcio di terracotta che serviva un tempo a contenere la riserva d’acqua di pozzo o attinta alle pubbliche fontane, che i più abbienti compravano dall’acquarùle (vd.); la capacità media d’na saróle era di 80-100 litri // Con l’espr.: “Ce uadàgne l’acque p’la saróle!” si irride chi trae scarsi guadagni dalla propria attività.
sartànie [lat. sartago (padella)] sf. grossa casseruola di solito in rame a bordo basso per usi particolari.
saurimènt sm. esaurimento nervoso (pigghià nu sarimènt).
sàvere [germ. saur (bruno chiaro)] agg. colore di mantello equino tra il rossastro e il biondo e, per estensione, il cavallo di tale colore.
savucìcce sm. salsiccia/e suine, che un tempo si preparavano in quasi tutte le case (vd. pòrce) // Il distico: “Iì sàcce na rraccónta córta córt: stòcca savucìcce e ména mmók!” richiama l’epoca in cui i bambini, costretti ad accontentarsi di poco, sognavano salsicce ad occhi aperti come Pulcinella (“-Ce stann cchiù iurn ca savucìcce!- ha dditt Pulecenèll”.
sàveze agg. salso, leggermente salato (vd. Puzz Sàveze).
sazie agg. sazio // L’agg. compare, insieme al contr. diùne, nel prov.: “U sazie nn’créde a lu diùne”.
saziévele agg. nutriente, di cibi che saziano in quantità anche modesta.
sbafà (-ète) v. perdere per evaporazione elementi gassosi (di bevande); per est.: smaltire una sbornia, un moto d’ira, un dolore.
sbàglie sm. sbaglio, errore.
sbalànz sf. rincorsa, sbilanciamento dovuto ad eccesso di foga.
sbalanzà (-ète) v.: 1) spingere qualcuno facendogli perdere l’equilibrio - 2) rifl. (-rce) sbilanciarsi.
sbalestràrce (-ète) v. diventare sregolato, uscire dalla retta via.
sbalestrète agg. maleducato, privo di autocontrollo.
sbalià (-ète) v.: 1) spargere, sparpagliare - 2) sragionare, dire sciocchezze (sbalià k’la fréve: delirare per la febbre, dare i numeri) - 3) rifl. (-rce) sparpagliarsi (di cose), allontanarsi, disperdersi (di persone); sbaliàrce p’lu mónn: perdersi per le strade del mondo.
sbannì (-ùte) v.: 1) emanare il bando, propagare una notizia tramite banditore (vd. bannére) - 2) esporre le pubblicazioni di matrimonio nel municipio e in chiesa dove un tempo l’annuncio veniva dato a voce dal sacerdote tre settimane prima della cerimonia.
sbarbatèll agg. ragazzo ancora imberbe.
sbarrettà (-ète) v. togliere di mezzo, disfarsi di qualcosa, liberarsi di qualcuno (sbarrettà i figghie).
sbarróne (pl. -une) sm. catenaccio interno in ferro piuttosto robusto; è ancora in servizio su porte e portoni di una certa vetustà.
sbatt (-ùte) v. sbattere (sbatt ntèrr: crollare a terra per improvviso mancamento) // La loc.: iì sbattènn k’la chèpe sottilinea situazioni in cui non si sa dove battere la testa in cerca di vie d’uscita.
sbavaccià-rce (-ète) v. allargare e deformare per l’uso, in part. abiti.
sberdellàrce (-ète) v. sbizzarrirsi, di bimbi vivaci in particolare.
sberdellète agg. sfrenato (alla lett.: senza bretelle).
sberlòk sm. fermaglio o gioiello vistoso e di gusto discutibile.
sbesà (-ète) v. deturpare, sfregiare.
sbiàrce (-ète) v. mettersi sulla via, avviarsi senza mete precise (sbiàrce fóre: andare in campagna).
sbinnònn s. bisnonno/a, forma dovuta a metatesi di quella italiana.
sbirr sm. sgherro.
sbist sf. reazioni irrazionali che portano a deformazione del viso (fa i sbist: lasciarsi andare ad isterisci).
sbrafànt agg. spaccone, smargiasso, sbruffone.
sbrafantarìe sf. smargiassata, spacconata, esibizionismo.
sbrascià (-ète) v. sbraciare, in part. rimuovere la brace d’lu vrascére k’ la palétt per ravvivare il fuoco.
sbravià (-ète) v. sgridare, rimproverare, in part. bambini.
sbrevógne sm. disonore // Prov.: “La fatìe nn’è sbrevógne”.
sbrevógniacasète agg. disonore della famiglia.
sbrevógniapatróne agg. che disonora il padrone, in part. di animali che, per quanto ben nutriti, danno sempre l’impressione di essere tenuti a stecchetto.
sbrevugnète agg. spudorato, che ha perso il senso della vergogna.
sbrevugnià-rce (-ète) svergognare, disonorare -rsi.
sbriàrce (-ète) v. sbrigarsi.
sbròcchele sm.: 1) paletto usato per fare piccole buche nel terreno o come segnale (“Addóve arrìve chiant u sbròcchele!”) - 2) traversine d’unione tra i piedi delle sedie // Prov.: “Chi vó felà file a lu sbròcchele”.
sbruffà (-ète) v. sbuffare.
sbucchète agg. sboccato, scurrile.
sbuderète [lat. ex pudore] agg. spudorato, immorale.
sbuff sm. sbuffo, getto di fumo.
sburretà (-ète) v.: 1) svolgere, sbrogliare (sburretà la léng: sciogliere la lingua) - 2) rifl. -rce liberarsi dalle incombenze (nn’arrevà a sburretàrce).
sburriète sf. scorazzata in libertà.
sburtedète agg. inetto, privo di virtù e capacità.
sburzà (-ète) v. sborsare, tirar fuori del denaro (sburzà sòld).
sbussedà -rsi (-ète) v. slogare -rsi (sbussedarce u péde) // Il v. compare nella seguente minaccia che prospetta effetti surreali: “S’nn’ lla fenìsce, mó k’ na càvecia ncòrp te sbussedà l’òcchie!”.
sbussedatùre sf. slogatura.
sbuttà (-ète) v.: 1) sgonfiare (contr. bbuttà) - 2) sbottare, prorompere quando proprio non se ne può più.
sbuzzà (-ète) v. sbozzare; nel gergo dei petraiùle: spianare le facce per dare forma geometrica ai blòk.
scacà (-chète) v. sbancare al gioco.
scacchià [da cacchie] (-ète) v.: 1) smembrare, squartare // Frequente era un tempo la minaccia materna rivolta a figlie femmine: “Té scacchià i còss!” - 2) spalancare, aprire al massimo (scacchià i récchie, l’òcchie...) - 3) rifl. (-rce) rompersi, in part. di rami per peso o vento.
scacchiète agg.: 1) rotto, spezzato (di cose, rami in particolare) - 2) fortunato, scaltro, spregiudicato (di persone); il dim. scacchiatìll è usato in rif. a piccoli lazzaroni..
scadé (-ùte) v.: 1) giungere a scadenza (di rate, cambiali, medicine, ecc.) - 2) perdere l’affetto, come nella loc.: scadé da córe - 3) disonorare, sedurre e abbandonare unsa ragazza.
scadùte agg.: scaduto (di cambiali e prodotti che giungono a sca-denza); sedotta e abbandonata (di ragazze).
scafaiète agg. goloso, insaziabile, perennemente affamato.
scafète agg. esperto, non facile da imbrogliare, navigato (al punto da essere rimasto senza scafo).
scafùrchie sm. stamberga, buco, sgabuzzino (iabbetà nta nu scafùrchie, e cioè in un’abitazione di ridottissime dimensioni).
scagghie sm. scaglie, scarti costituiti da chicchi rotti e semi di erbe varie che, separati dal grano prima del suo utilizzo, servivano da cibo per il pollame domestico.
scagghióne (pl. -ùne) sm. dente del giudizio, detto anche d’lu sònn.
scagnète: 1) agg. acciaccato, malmesso in salute (sta n’póche scagnète: avere qualche acciacco) - 2) scambiato (pps. di scagnà).
scagnià (-ète) v.: 1) scambiare, prendere una cosa per un’altra (scagnià iass p’ffevùre) - 2) cambiare in spiccioli banconote.
scalecagnète agg. scalcagnato, e cioè povero al punto da andarsene in giro con i calcagni consumati.
scalemandróne agg. alto e grosso // Cambiati i tempi, il numero d’li scalemandrùne, anche per la migliore alimentazione, è in rapido aumento. L’Andreoli dice in tal modo indicate le grosse scale per salire ai soppalchi, e comunque una certa attinenza con scale e scaloni l’agg. la mostra.
scalemàrce (-ète) v. scalmanarsi, farsi venire il fiatone.
scalemète agg. scalmanato, ansimante; in senso traslato: avido, bramoso, insaziabile.
scalìne sm. scalino, gradino.
scammèsciarce (-ète) v. scamiciarsi, togliersi la camicia.
scammiscète: 1) sf. abito femminile privo di maniche e con ampio collo da cui fuoriesce la camicetta - 2) agg. scamiciato, privo della camicia, o con la stessa in disordine.
scamòrz sf. 1) scamorza, mozzarella; // “Le scamorze sono dette così perché quasi morsi, staccati nella grossezza di un pugno dall’intera massa di latte cotto e manipolato” (Pitta, pag. 290) - 2) agg. (traslato) buono a nulla.
scampagnà (-ète) v. cessare di piovere // Prov.: “Quant cchiù ffòrt chióve cchiù prèst scampàgne”.
scampagnète sf. scampagnata, gitarella in campagna // P’la scampagnète d’lu lunedì d’Pasque una volta i più si ritrovavano in qualche masseria oppure sópe la Madònn ’i Ncurnète (vd.). Si legge nel Pitta (pag. 234) che, ai suoi tempi, “dopo la Messa solenne e lo scoppio dei mortaretti, su per la circostante collina inondata dal bel sole di primavera”, la folla si aggirava tra le baracche dei venditori di nocelle e di castagne infornate, e poi, distesi sull’erba, si dava “l’assalto ai tovaglioli rigonfi di ogni ben di Dio, fra cui biondeggiavano i caratteristici taralli”. E mentre i bambini si sfrenavano nei loro giochi, giovanotti e ragazze si occhieggiavano reciprocamente con malcelati pensieri.
scampàrcela (-ète) v. scamparla, uscire illesi da un pericolo.
scampavèrn sm. spreg. per marito // Con l’espr.: “Bast ca t’pigghie nu scampavèrn!” si esortano a volte le nubili a non andare troppo per il sottile perché un marito, seppure di modesta levatura, è pane assicurato per tutte le stagioni, inverno compreso.
scàmpele sm. avanzo di tessuto o di altra merce che il venditore cede sottocosto.
scampulià (-ète) v. vivere alla giornata di piccoli guadagni, tirare avanti alla men peggio.
scanagghià (-ète) v. scandagliare, indagare, cercare di strappare notizie riservate con arti subdole.
scancellà (-ète) v. nel gergo scolastico, cancellare uno scritto con un tratto di penna, con la gomma o col cassino (scancellà la lavàgne).
scanesciùte agg. sconosciuto.
scannà (-ète) v. scannare (tagliare la canna della gola, dal lat. canna con s sottrattiva), sgozzare, usato in rif. alla macellazione di animali di grossa taglia // Il momento in cui ce scannève u pòrce era uno dei più attesi dell’anno. Mentre il macellaio gli immergeva in gola u scannatùre, tre-quattro uomini faticavano non poco a tenere fermo il maiale strillante e recalcitrante. Intanto, sotto gli occhi avidamente curiosi di donne e bambini, la padrona di casa raccoglieva in una bacinella il sangue che sgorgava dalla gola aperta e che sarebbe servito per fare u sangunète (vd.).
scannacavàll sm. scannacavallo, gramigna stellata (nsc. Aegilops ovata), detta anche uèsciapéde.
scannàgge [da scannà] sm. macello, mattatoio (vd. macèll).
scannaruzzète [da cannaròzz (gola)] agg. scollato, con la gola scoperta // Ad andarsene in giro scannaruzzète in certe stagioni, c’è il rischio di beccarsi un’infreddatura.
scannatùre sm. scannatoio, coltello atto a scannare il bestiame.
scanósce -ece (-iùte) [lat. excognoscere] v. disconoscere -rsi, cessare la frequentazione, (scanóscece ammite: disconoscersi a vita).
scantenète sm. scantinato, piano seminterrato.
scanzà-rce (-ète) v. evitare, scansare -rsi.
scanzìe sf. scansia, mobile a scomparti; anche stìgghie.
scapà (-ète) v. procedere ad una scelta veloce.
scapellète agg.: scapigliato, con i capelli in disordine; forma arc.: scapeddète.
scàpele: 1) sf. rincorsa (pigghià la scàpele) - 2) agg. scapolo, non coniugato, dal lat. ex capulum (vd. scapulà) - 3) nel gergo dei petraiùle fa u scàpele equivale a: mettere a nudo una nuova falda, rimuovendo i materiali inerti che la ricoprono.
scapestrète [lat. ex capistrum] agg. ozioso, vizioso, dissoluto, di chi conduce vita da scavezzacollo.
scapète sf. scelta veloce.
scapetète agg. scapitato, sfortunato.
scapezzà (-ète) v. togliere, a conclusione dell’attività lavorativa, capezza e altri finimenti agli equini.
scapìzz sm. siesta estiva, riposo dopo il pranzo, pisolino che si fa, magari su di una sedia, ciondolando col capo.
scappà (-ète) v. scappare, sfuggire, in part. di reazioni emotive che sfuggono al controllo della volontà (scappà a ddice, scappà u chiànt, scappà la rìse...); è usato anche in rif. a bisogni fisiologici di una certa urgenza.
scapputtàrcele (-ète) v. scappottarsela, salvarsi da un pericolo, e cioè, stando alla lettera, da quello di subire cappotto nel gioco del tres-sette; vd. cappòtt e scarcète.
scapucciàrce (-ète) v.: 1) cadere rovinosamente (di persone); - 2) spezzarsi per grave peso o forte vento (di rami od interi alberi) // Il Devoto fa derivare il term. da s- sottrattiva e cappuccio, di conseguenza il v. equivale a: cadere in modo tale da perdere il cappuccio.
scapulà (-ète) v. smettere di lavorare // Essendo il verbo riconducibile al lat. ex capulum (ex, che esprime allontanamento, e capulum: laccio o cappio), scapulà equivale a: liberarsi dal cappio del lavoro. Analogamente scàpele (celibe) vuol dire: fuori dal cappio del matrimonio.
scaraiàzz sm. letto di fortuna, giaciglio.
scarcià (-ète) v. stracciare (scarcià na cambièle: onorare un debito).
scarcète agg. strappato, rattoppato // Prov.: “A lu scarcète u móccechene i chène” (Chi se ne va in giro con abiti logori è morso dai cani) - 2) scaltro, furbo, cioè scarcète sul piano morale - 3) term. tecnico del tressette a cinque, in cui, poiché la partita viene giocata da due giocatori più forti contro i tre più deboli, questi ultimi, indicati, appunto come scarcète, hanno come obiettivo minimo di evitare il cappotto, dal che l’esortazione: “Scarcè’, facìmece u punt!”.
scarciòffele [ar. kharshuf] sm. carciofo, pianta delle composite con capolino a brattee commestibili // Di largo consumo, i carciofi compaiono in tavola ripieni con un impasto di uova, pane sbriciolato, formaggio e prezzemolo. Conservati sott’olio o sott’aceto si usano come contorno.
scardà (-ète) v. scardassare la lana, e cioè passarla con lo scardasso, uno strumento a denti uncinati. L’operazione, che si eseguiva prima della filatura, aveva lo scopo di liberare la lana dalle incrostazioni, rendendola nel contempo morbida e sfilacciata // L’escl.: “La té la lène da scardà!”, riferita ai tanti problemi di cui è spesso costellata l’esistenza, lascia intravvedere quanto tempo e quanta fatica richiedeva scardà la lène.
scardalène sm. cardatore, artigiano che si occupava della scardassatura della lana (vd. sopra).
scarecavarìle sm. scaricabarile, tentativo di rifilare ad altri incombenze proprie (fa a scarecavarìle).
scarfìgne sm. puntiglio, fine perseguito per soddisfazione propria ed umiliazione altrui (véncece u scarfìgne).
scarnà -rce (-ète) v. (alla lett.: togliere la carne) disabituare, svezzare -rsi (contr.: ncarnà) // Prov.: “U ncarnà e u scarnà sò dui cóse” (e la seconda è molto più difficile della prima).
scarnià (-ète) v. scarnificare, togliere la carne dall’osso, spolpare; anche spulepà.
scarp sf. scarpa/e // La loc.: fa li scarp ha assunto il valore traslato di raggirare, imbrogliare, probabilmente dal fatto che, se le scarpe ordinate non calzavano a dovere, i clienti si ritenevano in qualche modo turlipinati da li scarpère che magari avevano preteso parecchio per un lavoro mal riuscito.
scarparùcce sm. cuffietta per neonati // Il primo lavaggio era un tempo affidato ad una donna del vicinato che diveniva cummère, ma era una madrina di poco conto, definita cummère d’pèzz (“Cummère d’pèzz póche ciapprèzz”).
scarpèll sm. scalpello, strumento da taglio per pietre e cemento.
scarpellìne sm. scalpellino // La categoria si va riducendo in quanto la lavorazione della pietra locale avviene sempre più spesso, nelle segherie, con l’impiego di macchinari e sistemi di tipo industriale. Il detto: “Tik, tik, tik, sèmp pòvere e mèie rik!” evidenzia che il mestiere dello scalpellino, come la maggior parte di quelli molto faticosi, non ha mai arricchito nessuno.
scarpère sm. calzolaio/i, artigiani un tempo non solo riparatori, ma anche produttori di scarpe // Il prov.: “I scarpère vann scàveze e i cuscetùre vann allanùde” è uno dei colmi più noti della nostra tradizione orale.
scarpétt sf.: 1) scarpetta, scarpina (dim. di scarp) - 2) raccolta del sugo o dell’intingolo nel piatto con la mollica del pane.
scarrafóne sm. scarafaggio // Il term. richiama il ritornello della canzone di Pino Daniele “Ogni scarrafóne iè bbèll p’la mamma só!”, a riprova della parentela tra il nostro dialetto e il napoletano.
scartìmie sf. carta di poco valore in vari giochi di carte.
scarusà(-ète) v. carosare.
scarzapéne avv. a mala pena.
scarzià (-ète) v. scarseggiare.
scasà (-ète) v. sloggiare, cambiare casa, cosa che è costretto a volte a fare chi va a chèse affìtt // Dal detto: “A San Sevére ce schèse k’ lu tascheppène”, si evince che, in tempi in cui tutti erano poveri, a San Severo si stava ancora peggio che da noi.
scassà (-ète) v.: 1) scassare, rompere - 2) cancellare // Si sbotta nell’escl.: “Scass e pigghie da ddréte!”, quando c’è da disfare il già fatto e ricominciare dall’inizio, o si riaprono discorsi già chiusi.
scasscià (-ète) v. scassare, in part. dissodare un terreno arandolo in profondità (scasscià la tèrr).
scassciunàrce (-ète) v. dilatarsi, diventare obesi.
scatàsce sm. catafascio, rovina.
scatenà (-ète) v.: 1) rompere il terreno con aratro o zappa (scatenà la tèrr) - 2) riordinare capelli arruffati k’la scaténe - 3) rifl. (-rce) scatenarsi, diventare furiosi.
scaténe sf. pettine.
scavecià (-ète) v. scalcitrare, tirar calci (anche scavecetrià).
scavedà-rce (-ète) v.: riscaldare -rsi.
scavezachène agg. scalzacani; alla lett.: individuo così male in arne-se da essere costretto a togliere le scarpe ai cani i quali ne sono notoriamente sprovvisti (“Pòvere sò i chène ca vann scàveze”).
scàveze agg scalzo, spesso raff. da llanùde (sta scaveze e llanùde: vivere in estrema indigenza).
scavutà (-ète) v.: 1) bucherellare, scavare - 2) cercare con puntiglio (iì a scavutàrl addóve ce tróve).
scazzecà (-ète) v.: 1) stimolare, in part. l’appetito (scàzzecà l’appetìte) - 2) rifl. -rce liberarsi (nn’arrivà a scazzecàrce: non riuscire a liberarsi dagli impegni).
scazzecappetìte sm. stuzzichino, antipasto.
scazzemagghióne sm. errore madornale che dà fastidio all’occhio.
scazzemurrèll sm. essere fantastico un po’ gnomo un po’ folletto, in cui qualcuno mostra ancora di credere // Il Pitta, a pag. 537, lo definisce “il genio benefico della casa che, sotto le sembianze di un grazioso fanciullo recante sulla testa un fez rosso, rassetta e pulisce le stanze dei suoi protetti e striglia i loro cavalli ai quali intreccia con grazia la coda e la criniera”. Personalmente ho visto qualche mattina (mio padre era carrettiere e il cavallo ce l’avevamo in casa) code e criniere intrecciate in maniera inestricabile e inesplicabile, ma senza grazia. In quanto a rassettare e pulire le stanze, ci ha sempre pensato mia madre. A parte ciò, in vari aneddoti u scazzemurrèll aiuta a trovare tesori che si dissolvono però nel nulla, se non si seguono alla lettera le istruzioni del dispettoso genietto che diviene remissivo e servizievole solo se si riesce a strappargli di testa la scazzétt rossa come il resto dell’abbigliamento. Quest’ultimo particolare è così noto che chi veste di rosso rischia la sim.: “Père nu scazzemurrèll!”. Per le analogie con l’incubum dei Ro-mani, vd. vùrie.
scazzétt sm. berretto da notte, zucchetto // Indov.: “Dint a n’urtecèll ce sta nu munachèll k’la scazzétta verdellìne… Figghie d’rre chi lu ndevìne!” (sol.: la melanzana).
scazzill sm. caccole, cispe, secrezioni delle ghiandole oculari che si raggrumano a volte, durante il sonno, ai lati degli occhi // Nel caso in cui i scazzill arrivino ad unire tra loro i peli delle ciglia, è consigliabile un lavaggio k’la campómìll.
scazzùse agg. pieno d’scazzill.
sceddechià (-ète) v. muovere freneticamente le ali nel vano tentativo di spiccare il volo o tra gli spasimi della morte, in part. di galline.
sceddète agg. con le ali rotte // “Père na pàpera sceddète!” si dice a volte dipersone che si vestono e si muovono in maniera sgraziata.
scégne (scént) v. scendere (intr.), portare giù (trans.).
scék [fr. chèque] sm. assegno bancario.
scelebràrce (-ète), v. scervellarsi, spremersi le meningi // “Nt’scelebrànn d’sentemènt!” si dice a volte a chi appare fuori di testa.
scelète agg. macilento.
scéll sf. ali; arc. scédd // Si parla impropriamente di scéll anche nel caso del baccalà (scéll ’u baccalà).
scellerète [dal lat. scelus -eris (delitto) e quindi: macchiato di un delitto] agg. scellerato, malvagio.
scemà (-ète) v. scemare, diminuire, diradare (scemà i gghiète, i pemmedóre...) // La loc.: scemàrce l’ann equivale a: dichiarare un’età inferiore a quella anagrafica.
scéme: 1)agg. scemo, stupido; è spesso raff. da féss nelle offese (“Stu scéme féss!”); accr.: scemóne // I detti: “Fa u scéme p’nn’iì a la uèrr!” e “Iè scéme futtibbele!” mettono in guardia da chi si finge stupido per raggiungere secondi fini a danno del prossimo - 2) torrentelli che si formano in occasione di violenti temporali.
scemetà sf. scemenza, scempiaggine, stupidità.
scemià (-ète) v. fare lo scemo.
scemunìrce (-ùte) v. scimunirsi, rimbecillire, perdere la testa.
scencelià (-ète) v. sbatacchiare, scuotere con energia.
scére sm. usciere di tribunale // Si tratta di una figura un tempo più nota e temuta che non oggi in quanto aveva l’ingrato compito di rendere esecutivi gli sfratti e i sequestri che erano piuttosto frequenti. Il colmo sarebbe stato iì fuiènn p’débbete e truvà u scére p’nnanz.
scerùpp sm. sciroppo (pigghià nu scerùpp: cadere) // Una ricetta di sicuro effetto è: “P’sta bbóne pìnnele d’chiank e scerupp d’cantine”, (Per stare in salute carne e vino).
scète sm. fiato // Il term. è usato a volte nel senso traslato di essere vivente. Di persona di cui si avverte la mancanza si dice: “Iéve sèmp n’atu scète!”.
schèle sf. scala/e // Le scale ad Apricena più note sono i Vintiquàtt Schèle che da Corso Vittorio Veneto scendono verso l’incrocio tra Via Leopardi, Via Oberdan, Via Cavallotti e Via Orto Ulivi, e cioè all’imbocco del quartiere noto come Sibbèrie (vd.).
schemmùneche sf. scalogna, sfortuna, iella (tené la schemmùneche: essere iellati).
schesciùte agg. scucito (da scuscì).
schianète agg. poveraccio (alla lett.: con la schiena rotta); è spesso raff. in pòvere schianète.
schiuvà (-ète) v. schiodare.
scì avv. sì, spesso raff. in scìne.
sci (sciùte) v. uscire, in part. per la passeggiata serale o domenicale // Locuzioni: scì fóre cunt (in rif. a donne in stato di avanzata gravidanza: superare il nono mese senza che il parto sia avvenuto); scì nnanz (presentarsi davanti); scì nquartùne (fuorviare in negativo dal costume familiare); scì d’sèns (perdere il senno); scì d’quàgghie (di formaggio che inverminisce); scì sciàcque (risultare marcio, di uova in part.); fa scì l’òcchie a li crestiène (far crepare d’invidia il prossimo); fa scì p’ncule (farla pagar cara); scìrcene frank frank (cavarsela senza sborsare una lira); scircene k’li iusta sò (uscire da un gioco non avendo né vinto né perso); scrircene k’li pann a la quatt (ricavare da un affare magri guadagni); scìrcene k’l’ónóre ’a cummère (uscire da una situazione con onore ma a mani vuote)... Infine la domanda “Chi è sciute?”, dopo lo svolgimento di elezioni, equivale a: “Chi è risultato eletto?”.
sciàbbele sf. sciabola.
sciabbiàk agg. stupido, insulso.
sciaccà (-chète) [ar. sciacca (spaccare)] v. colpire con una pietra al capo, il che avveniva un tempo di frequente, specie durante i uèrr a préte tra bande rivali di ragazzi.
sciacquà (-ète) v. risciacquare; anche resckarà (vd.).
sciacquatóre sf. acqua servita per risciacquare.
sciàcque agg. guasto, in part. di uova (tené la chèpa sciàcque: essere privo di cervello).
scialacquóne agg. scialacquatore, spendaccione.
sciàlb agg. dislettico, bleso, e cioè incapace di pronunciare alcune con-sonanti (s, l, r....) per difetto dell’apparato di fonazione.
sciàll sm. scialle, drappo di lana, seta o altro tessuto, munito di fran-gia, era usato dalle nostre donne nelle occasioni di un certo rilievo.
sciambrète agg. largo, abbondante (di abiti).
sciammèreca sf.: frak, marsina, giacca con la coda // Il term. compare in una filastrocca che riporta dicerie malevoli su di un emigrante che torna dall’America, facendo sfoggio di eleganza:“E vvide k’ha fatt l’Amèreche: u cafóne k’la sciammèreche! S’ l’Amèreche n’ nce stéve la sciammèreche nce la mettéve”.
sciampagnóne [fr. champagnon] sm. spendaccione, scialacquatore // Prov. “La rròbb d’lu varóne ce la fréche u sciampagnóne”.
sciancàrce (-ète) v. sciancarsi, rompersi l’anca o la coscia // “Com’è, t’sciànk?, si chiede a volte a chi mostra rincrescimento nell’eseguire una piccola incombenza.
scianchète agg. sciancato.
sciapìte agg. insipido, senza sapore.
sciarabbàll [fr. char a bancs (carro con banchi)] sm. carrozza a quattro o più posti, adibita un tempo ad un regolare servizio di trasporto extraurbano di passeggeri e merci poco ingombranti // L’ultimo guidatore di sciarabbàll è stato ad Apricena Nannìne (Giovanni Veneziano), detto appunto u sciarballère, che ha assicurato per anni il collegamento con San Severo, cedendo poi il passo a i pustèle della ditta Biscotti.
sciàrr sf. litigio, discussione violenta; anche sciarratòrie // Prov.: “La sciàrr tra marìte e mugghiére dure da lu fucarìle a lu lètt”.
sciarràrce (-ète) v. litigare con toni esagitati ed a voce alta.
sciarratère agg. litigioso // Battuta colta dal vivo: “Quidd iè tant sciarratère ca, quann nn’ève k’chi fa sciàrr, ce métt annanz a lu spècchie e fa sciarr k’iìss stéss”.
sciascène agg. sbruffone, che si dà arie da elegantone.
sciascióne sm. effeminato.
sciatà (-ète) v. fiatare, respirare; anche resciatà.
sciatóne sm. fiatone.
sciattumià (-iète) v. avere il fiatone, ansimare.
sciavurète agg. sciagurato.
scìgne sf. scimmia // Di chi ha l’aspetto emaciato si dice a volte: “Père nu (na) scigne o scignarèll!”.
“Sciò!” escl.. per scacciare galline; contr. “Titì!” per chiamarle.
sciògghie (scióte) v. sciogliere, sle-gare // “Pó sciògghie già i parentète!”, si dice a volte di piccoli dalla parlantina fluida.
sciòlt sf. diarrea (anche lazzie).
sciòppapùce sm. persona trasandata, che vive di espedienti.
scióre (pl. -ùre) sm. (arc.) fiore.
sciórefenòcchie sm. semenza di finocchio selvatico (fenucchiàstre); serviva e serve ad aromatizzare tarallùcce, vulìve curète, savucìcce ed altro ancora.
sciòsce sf. arc. affettivo per sorella maggiore; il dim. sciuscèll indicava la secondogenita della famiglia.
scióte sf. scioglimento, liquefazione // Prov.: “A la scióte d’la néve ce védene i strùnzele”.
sciuccà (-ète) v. fioccare, nevicare (o sciòk o chióve o tira vènt”: con qualsiasi tempo).
sciué sciué loc. alla svelta e a poco prezzo (na magnète sciué sciué).
sciugà -rce (-ète) asciugare -rsi.
sciugacapìll sm. asciugacapelli.
sciugapànn sm. asciugapanni, gabbia metallica di forma cilindrica che si collocava e si colloca sul fuoco del braciere per asciugare i panni e salvaguardare i piccoli dal pericolo di scottature.
sciugghiemènt sm. scioglimento, diarrea; anche sciòlt e lazzìe.
sciùme sm. fiume // Prov.: “A lu sciùme ca nn’ffa remóre nce passànn da dìnt”.
sciumère sf. fiumara, in part. i torrentelli che si formano sotto i marciapiedi in caso di forti acquazzoni.
sciuppà (-ète) v.: 1) svellere, scerpere, sdraricare (sciuppà i fève, la ièreve...) - 2) strappare, togliere con violenza (sciuppà da li mène).
sciurì (-ùte) v. fiorire // “Iè scióre k’adda sciurì!” si dice a volte di eventi che si danno per certi.
sciurìll sm. fiorellino/i, in part. i piccoli grumi di muffa che si formano su liquidi e cibi avariati.
sciurtà -rce (-ète) v. separare (-rsi) dal mucchio o dal gruppo.
sciuscetìll sm. gingillo/i da poco // “Té la chèsa chiéne d’sciuscetill e campanèll” si dice di donne che amano circondarsi di cianfrusaglie.
sciuscià (-ète) v.: 1) soffiare (sciuscià u fóche: ravvivare il fuoco col fiato o con un ventaglio) - 2) rifl. (-rce) soffiarsi (sciusciàrce u nèse) - 3) sventagliarsi // In quest’ultima accezione il v. ricorre in due divertenti battute, la prima sullo sventagliarsi esagitato di una vacantìe (Va truvann u marite... Ce sciùsce fòrt e dìce: “Lu vòie, lu vòie, lu vòie...”), la seconda su quello triste e lento di una vedova (Pèns a lu marìte... Ce sciùsce acchiène e dice: “Lu tenéve e l’éia pèrz, lu tenéve e l’èia pèrz...”). Di donne pigre si dice a volte: “Ce la sciùsce da la matìne a la sére”.
sciùte sf. uscita, in part. quella per il passeggio serale e domenicale // Il term. compare spesso nei detti in-sieme al suo contr.: trasciùte, come nella minaccia: “S’trèsce qua dint, la trasciùte ha fa e la sciùta no!”.
sciùtt agg. asciutto.
sciuveddóne sm. parolaccia.
sciuvelà (-ète) v. scivolare.
sciùvele sm. scivolo (pigghià u sciùvele: incrementare il ritmo).
sciuvèrt agg. trasandato/a, in part. di donne che hanno scarsa cura della casa, oltre che di se stesse.
sckaccàrce (-ète) v. accalorarsi, farsi venire il rosso alle gote.
sckacchète agg. con le gote arrossate.
sckafaréie sf. grosso vaso di terracotta; svasato verso l’alto, era utilizzato un tempo per lavare stoviglie o conservare provviste ali-mentari in salamoia; in senso traslato: grande, ma di scadente qualità, in part. di orologi.
sckàfene sf. squama/e della pelle.
sckàff sm. schiaffo; accr. sckaffóne // Il term. dava il nome a un gioco che consisteva nell’ammucchiare una sull’altra, dopo averle leggermente incurvate al centro, un certo numero di cartìne (vd.) messe per posta da due o più giocatori che a turno battevano la mano per terra (di solito sul cordolo del marciapiede) rasentando il mucchio. Le cartìne venivano vinte da chi le faceva rovesciare per lo spostamento d’aria provocato dalla forza dello schiaffo.
sckaffà (-ète) v.: 1) affibbiare con violenza (sckaffà nu punie, na càvece...) - 2) ficcare, introdurre a forza (sckaffà dint, sckaffà nchèpe...) - 3) rifl. (-rce) piantarsi, radicarsi (sckaffàrce dint: entrare in un luogo e restarci per lungo tempo).
sckaffià (-ète) v. schiaffeggiare, prendere a schiaffi; il pps. sckaffièteha anche il valore, come sf., di insieme di schiaffi.
sckàk sf. rossore delle gote.
sckamà (-ète) [lat. exclamare] v. lamentarsi ad alta voce (di persone); miagolare, belare, guaire (in part. di cuccioli) // Prov.: “La pèquere ca sckème pèrd u veccóne”.
sckanìesm. 1) squame di pesci - 2) vampate per forti emozioni.
sckant sm. spavento improvviso (pigghià nu sckant).
sckantà -rce (-ète) v. spaventare -rsi (sckantàrce k’ll’àcqua frédd: spaventarsi per un nonnulla).
sckantóse (pl. -ùse) agg. acceso, pacchiano, in part. di colori vistosi.
sckapp sf. grossa scheggia.
sckardóne (pl. -ùne) [germ. scarda] sm. scheggia di pietra di media grandezza spiccata da un masso più grosso; anche sckard // Privi di sofisticate attrezzature, gran parte dei nostri petraiùle, con l’aiuto d’lu mazz, un grosso martello atto all’uso, rompevano un tempo a sckardùne, molto richiesti per massicciate e sottofondi, le grosse pietre che andavano estraendo dalle cave quasi solamente a forza di braccia e picconi.
sckaróle sf. scarola, insalata riccia // C’è chi fa provenire il term. dalla Francia, terra di Carolus (Carlo Magno), ma sembra più probabile la derivazione dal lat. escarius (cibo).
sckàtele sf. scatola/e; dim.: sckatelétt; accr.: sckatelóne.
sckattà -rce (-ète) scoppiare, schiattare -rsi (sckattarce d’rise: schiattarsi dal ridere) // “Sckàtt a parlà!” è una ruvida esortazione a dar voce a ciò da cui si è rosi dentro.
sckattamènt sm. dispetto teso a far innervosire // Molto nota è la seguente filastrocca scandita un tempo dai bambini sul ritmo della marcia dei bersaglieri: “Sckattamènt d’na perzóna, ce l’hanna méss lu spengulóne, ce l’hanna méss a quatt a quatt... e na perzóne adda sckattà!”.
sckattamòrt sm. becchino, necroforo; nelle offese equivale a: inetto, privo di vitalità.
sckattamugghière sm.: 1) marito menefreghista al punto da fa sckattà la moglie di crepacuore - 2) plurivedovo, che di mogli, come Barbablù, ne ha sepolte parecchie.
sckattapatróne operaio o varzóne (vd.) svogliato e menefreghista // Va detto che un tempo i patrùne facevano presto a licenziare dipendenti di tal fatta, e non è che le cose siano poi cambiate di molto.
sckattelóne (pl.: -ùne) sm. papavero selvatico dai petali di colore rosso vivo (nsc. Papaver rhocas) // Indossando abiti vistosi, si rischia il paragone: “Père nu sckattelóne!”.
sckattète agg. scoppiato, crepato (pallóne sckattète) // Di chi bighellona senza far niente si dice a volte: “Sta sckattète ncòrp!” (alla lett.: Ha l’intestino crepato!).
sckattià (-ète) v.: 1) crepitare, scoppiettare (sckattià i mène: applaudire) - 2) parlare in maniera decisa (sckattiàrn quatt: dirne quattro).
sckattìgghie sm. puntiglio dispettoso (fa i sckattìgghie: giocare a innervosire il prossimo).
sckattìme sf. schiatta, ceppo familiare di appartenenza.
sckattùse agg. pigro, indisponente.
sckefetià (-ète) v. avere a schifo.
sckefìe sm. schifezza; anche sckefèzz // “Iè gghiute a fenì a sckefìe!” si dice a volte di una situazione evolutasi in senso negativo.
sckefùse (pl. -ùse) agg. schifoso, malizioso; è raff. nelle offese con fetènt: “Stu sckefùse fetènt!”.
sckème sm. gemito, lamento tipico in part. dei cuccioli di animali.
sckétt agg. schietto, ingenuo, sincero // Il prov.: “Cchiù sckétta va e cchiù bbèlla père” consiglia alle ragazze semplicità e naturalezza.
sckife s.: 1) m. schifo (“Quant fa sckìfe!”) - 2) f. [gr. schiufos] spicchio (na sckìfa d’agghie, d’pòrtaiàll...).
sckìne sf. schiena // Il term. figura, ad esempio, nel prov.: “Acque e vìne fa la sckìne”.
sckitt avv. solo, solamente (“Sckitt quést?”: Solo questo?).
sckumà (-ète) v.: 1) schiumare per la fatica, il che è evidente specialmente negli equini - 2) depurare il brodo dalla schiuma.
sckumaróle sf. schiumaiola, utensile per schiumare il brodo o to-gliere il fritto dall’olio bollente.
sckume [franco skum] sf. schiuma.
sckuppà (-ète) v. scoppiare // Locuzioni: sckuppà a rrìre (scoppiare in una risata); sckuppà a chiàgne (scoppiare in lacrime); sckuppà ntèrr (cadere di schianto). “Quant pigghie e li sckòpp!” si dice a volte di chi parla senza riflettere.
sckuppetèll sm. chicchi di granturco soffiati, e cioè pop corn cas-arecci che si ottengono ponendo i chicchi con un po’ di olio in un recipiente coperto, su fuoco vivo.
sckuppétt sf. pistola, schioppo, doppietta; il dim. sckuppettóle era usato in genere per indicare fucili e pistole di legno costruite spesso dagli stessi bambini.
sckuppettète sf. schioppettata/e; in senso traslato: cattiva notizia.
scòccele sf. calvizie, alopecia.
scóce (scòtt) v. stracuocere.
scòglie sm. scoglio // Nel gergo dei petraiùle sono definiti scòglie le grosse pietre che vengono spesso accumulate come scarti in quanto, per dimensioni e irregolarità, non sono riducibili a blòk.
scólabróde sm. colabrodo.
scolaiàcque sm. soprabito di tessuto idrorepellente.
scólamaccarùne sm. colapasta.
scóle sf. scuola // Il Pitta, che operò nella scuola prima come insegnante, poi come direttore ed infine da ispettore, ci ha tramandato il ricordo dei tempi in cui le lezioni ai bambini delle elementari si tenevano “in sparsi locali che non rispondevano né alle prescrizioni igieniche né a quelle regolamentari” (pag. 419) per cui, in seguito ad osservazioni critiche da parte del medico provinciale, il Consiglio Comunale prese, nel 1901, la decisione di realizzare un idoneo edificio scolastico (il Torelli). Ma ci vollero non pochi anni prima che esso fosse aperto agli alunni (vd. defìce). In quanto alla Scuola Media, essa iniziò ad Apricena il suo effettivo funzionamento nel 1944, con una trentina di studentelli distribuiti nelle tre classi alloggiate in locali di fortuna, che spesso variavano di anno in anno. Le peregrinazioni ebbero termine a partire dall’anno scolastico 1956/57, quando fu inaugurato l’istituto di Via Borgonuovo, realizzato ritagliando un angolo della Villa Comunale. Da allora in poi il numero degli edifici andò, ad Apricena, moltiplicandosi, fino a giungere, nel 1999, all’inaugurazione del “Federico II”, modernissimo istituto che ospita il Liceo Scientifico, annesse al quale, a livello superiore, funzionano sezioni di Liceo Classico e Pedagogico, nonché di Ragioneria.
scòll sf. cravatta.
scòmmede: 1) agg. scomodo - 2) sm. incomodo // Se, in occasione di una visita, la padrona di casa eccede in cerimonie, si esclama a volte: “Vide quant scòmmede ce pigghie!” - 3) conto da pagare per un servigio richiesto (“Quant iè u scòmmede?”).
scónciaióche agg. guastafeste, alla lett.: disturbatore di giochi.
scópe s.: 1) m. scopo, fine che ci si prefigge (“L’amecìzie k’lu scópe dure póche”) - 2) f. scopa per le pulizie - 3) scopa, gioco con le carte napoletane // Con l’escl.: “Vu fa nu punt! Vu fa na scópe!” s’irride chi, al gioco come nella vita, sta sèmp tre punt addréte.
scòrce sf. scorza, corteccia, buccia, guscio, crosta di pane // “Ciamma magnià scòrce d’fève (o scòrce d’pène tòst)!”, si esclama a volte se il futuro presenta gravi incognite.
scòss sf. scossa elettrica o sismica.
scòtt agg. stracotto.
scredìbbele agg. miscredente, incredulo, scettico.
screscentàrce (-ète) v. deformarsi per eccesso di lievitazione, in part. della pasta da pane o da dolci.
scréte scréte avv. in maniera trasparente, chiaro chiaro.
scrianzète agg. maleducato, villano, privo di criànz (vd.).
scrìme sf. scriminatura, linea di separazione dei capelli in due parti con direzioni opposte.
scrófe sf. scrofa, femmina del verro (uèrr); per est.: donna di malaffare; accr.: scrufóne.
scròfele sf. dado, madrevite.
scruiète sm. frusta dei carrettieri (vd. la variante scuriète).
scrùpele sm. Scrupolo di coscienza (tené nu scrùpele).
scuccelète agg. calvo, affetto da alopecia (scòccele).
scucchià (-ète) v.: 1) separare, dividere - 2) sragionare; contr.: ccucchià - 3) rifl. -rce, separarsi, divorziare (di coniugi).
scucchiànt agg. illogico, incoerente, ca nn’accócchie p’nnènt.
scucchiantarìe sf. affermazione illogica, azione da matti.
scucchiatóre sf. separazione tra due elementi di un assemblaggio.
scuccià (-ète) v. annoiare, seccare.
scucciànt agg. seccatore, petulante.
scucenà (-ète) [da cucenà più s privativa] v. mettere mano, con assaggi, a pietanze in preparazione; in senso traslato: disfare il già fatto, in part. rompere un fidanzamento.
scudià (-ète) v. scodinzolare, dimenare la coda, di cani e, in senso traslato, di bimbi che fanno moine.
scuffelà (-ète) v.: 1) sfilare dal di sopra (di vestiti); contr.: ncuffelà - 2) pulire (scuffelà i tròzzele: rimuovere incrostazioni di sporco) - 3) rifl. (-rce) crollare // “Père ca ce vó scuffelà u ciéle!”, si esclama a volte stupiti dalla violenza di un acquazzone.
scuffie sf. cuffia, berretta da notte.
scugghià (-ète) [da cùgghie più s- privativa] v. scoglionare.
scugnerà (-ète) v. prendere in giro, canzonare, tipico dei bambini che s’inventano l’un l’altro nomignoli e difetti // Prov.: “La bbrutt annanz a la pòrt schegnùre a chi pass”.
sculà (-ète) v. sgocciolare, liberare dal liquido superfluo minestre (sculà i maccarùne, la past...) - 2) (di persone) dimagrire a vista d’occhio, accezione che compare nella maledizione: “Puzza sculà accóme e na cannéle!” - 3) bere sino all’ultima goccia (sculàrce la buttìgghie).
sculacchiète agg. fortunato.
sculatóre sf. residui liquidi in bicchieri, bottiglie ed altri contenitori.
scumbedarce (-ète) v. scomodarsi, provare rincrescimento all’idea di fare qualcosa, e quindi rinunciare a farla // Prov.: “U zruvìzie ca te scumbide fall apprìme”.
scumbenà (-ète) v. scombinare, mandare all’aria (nu parentète).
scummegghià (-ète) v. togliere l’imbasciatura ai piccoli, temporaneamente per pulirli, o in via definitiva non avendone essi più bi-sogno; contr.: cummegghià (vd.).
scumpagnàrce (-ète) [da cumpàgne più s- sottrattiva] v. (voce del gergo adolescenziale) scompagnarsi, rompere i rapporti di amicizia.
scumparì (-rùte) v.: 1) scomparire, sparire dalla vista - 2) sfigurare, fare brutta figura; contr.: cumparì.
scunce: 1) sm. disturbo; in un’accezione particolare il term. è usato in rif. a ladri ca iànn scunce per eventi imprevisti - 2) avv. a disagio, in posizione scomoda (sta scunce).
scuncertà (-ète) v. sconcertare, scombinare, mandare a monte.
scuncià (-cète) v. sfasciare, creare disordine o problemi // Prov.: “La mòrt va ddóve adda scuncià”.
scungegnà (-ète) v. scongegnare, scombinare, disfare il già fatto.
scunquassà (-ète) v. sconquassare, mettere sotto sopra // “Ha scunquassète u monn!” è un rimprovero che si fa a volte anche a chi ha creato solo un po’ di disordine.
scuntà (-ète) v.: 1) scontare, estinguere un debito, pagare il fio di una colpa // Minaccia “T’lé fa scuntà!” (Te la farò pagare!).
scuntantà (-ète) v. scontentare (contr. ccuttantà).
scunzelète agg. sconsolato, spesso raff. da afflìtt (afflìtt e scunzelète).
scupà (-ète) v. scopare; nel gergo giovanile: amoreggiare.
scupatóre sm. spazzino, netturbino, detto anche pulezziànt (vd.).
scùpele sm.: 1) pennellone formato da mazzetti di setole di porco disposti a corona intorno ad un disco di legno (la taròcele) da cui fuoriusciva, in direzione opposta a quella delle setole, un robusto manico da fissare ad una canna in modo da raggiungere anche i punti più lontani delle alte volte delle case di un tempo; serviva p’bbianchià, e cioè per dare il bianco di calce a volta e pareti - 2) spazzaforno costituito da una scopa di robusta ramaglia.
scupelìne sm. scopino, in part. quello per il gabinetto.
scuperchià (-ète) v. scoperchiare, togliere il coperchio.
scupèrt: 1) sm. luogo scoperto, in part. terrazzino // Nel gergo dei petraiùle, fa u scupèrt equivale a: rimuovere gli strati superficiali per mettere a nudo le falde - 2) sf. scoperta //.“Ha fatt la scupèrt d’l’Amèreche!” si esclama spesso alla volta di chi fa affermazioni ovvie.
scupétt sf. spazzola // “Iè na scupétta strutt!” si dice a volte di donne dal fisico eccessivamente piatto.
scupettà (-ète) v. spazzolare, pulire k’la scupétt.
scuppà (-ète) v. far saltare di netto una parte sporgente.
scuppelóne sm. scapaccione.
scupre e mbrògghie loc. a furia di indagare; alla lettera equivale a: scopri e imbroglia, o scopri gli imbrogli, essendo probabile la def. dell’originario articolo i nella congiunzione e.
scuprì (-pèrt) v. scoprire (scuprì la Mèreche: dire ovvietà) // Il v. equivale a riuscire ad abbracciare con l’occhio nel prov.: “Chèse quant t’cùpre e tèrr quant n’scupre”.
scuraggià (-ète) v. scoraggiare.
scurcià (-ète) [da scòrce (buccia)] v. scorticare, sbucciare // Il prov.: “U pègge a scurcià è la códe!” evidenzia il fatto che di solito la parte più seccante di un lavoro è proprio quella conclusiva - 2) stufare, seccare // “M’ha scurciète!” si esclama a volte quando non se ne può più di fronte alle petulanze di un seccatore.
scurciamènt (anche scurciatùre) sf. 1) scorticatura - 2) seccatura.
scurcióne (pl. -ùne) agg. malridotto; alla lett.: dalla pelle indurita.
scurd sm. buio, oscurità (calà u scurd annanz a l’òcchie: perdere il lume della ragione).
scurdà -rce (-ète) v.: 1) dimenticare -rsi - 2) rifl. scordarsi stonando (di strumenti musicali) // A chi dovesse dichiarare: “M’n’sò scurdète!” può capitare di sentirsi ribattere: “E k’ ssì ffatt, na catàrr?”, battuta che gioca sui due significati del verbo. Tornando al primo, ci si difende a volte dagli impiccioni con l’escl.: “S’t’lu dice a te, m’n scòrd iì!”.
scurdaróle agg. privo di memoria, persona che dimentica facilmente; dim. scurdarèll.
scurì (-ùte) v. imbrunire, farsi buio (del cielo serale), diventare scuro.
scuriatète sf. staffilata, colpo dato k’lu scuriète.
scuriète (o scruiète) sm. frusta dei carrettieri, composta da una bacchetta di canna da zucchero con attaccata una treccia di cuoio ter-minante con un fiocco di seta che produce lo schiocco d’incitamento per gli equini // Per i bimbi discoli era frequente la minaccia paterna: “Mó é pigghià u scuriète, se nn’lla fenìsce!”.
scurnacchiète agg. sfrontato, imbroglione; il term. è spesso unito nelle offese a chernùte (chernùte scurnacchiète: cornuto con le corna rotte).
scurpèll sf. frittella/e // Nel periodo natalizio si prepara, o si compra già pronta dai fornai, della semplice pasta da pane e la si allunga in bastoncini che si mettono a friggere in olio d’oliva. I scurpèll si consumano preferibilmente calde.
scurpióne agg. scorpione; in senso traslato: malconcio, malridotto.
scuscetùre sf. scucitura.
scuscì (-ùte) v. scucire, disfare il cucito // Il prov: “Chi cósce e scósce nn’ppèrd mèie tèmp” ricorda il fatto che le donne di casa erano spesso costrette a scucire e ricucire capi che passavano da un componente all’altro della famiglia.
scuse sf. scusa/e // “Va truvann scuse e mmèletèmp!” si dice a volte di chi le inventa tutte pur di non rimboccarsi le maniche e sgobbare.
scutelà (-ète) v. scuotere con una certa energia, ad esempio per far cadere i frutti maturi dagli alberi; scutelàrce i puce da ngòll: giocare allo scarico di responsabilità.
scuzzelà (-ète) v. 1) rompere o togliere il guscio a mènnele, fève, pesìll, ecc. - 2) aprirsi dell’uovo a fine cova.
sdang sf. stanga/ghe, sbarre dei mezzi di trasporto (traìne, trainèll, carrettùne, ching…) a cui si aggiogano gli animali da tiro.
sdellamà (-ète) v.: 1) franare - 2) rifl. (-rce) allentarsi della trama dei tessuti.
sdelluffàrce (-ète) v. cadere con postumi dolorosi che rendono difficoltosa la deambulazione; alla lett.: rompersi i luff, cioè i femori.
sdelluffète agg. sciancato, malfermo sulle gambe.
sdéng (o sdégne) sm. sdegno, rancore per uno sgarbo subito // Prov.: “Pinz a lu sdéng e t’pass l’amóre”.
sdengà (-ghète) v. far passare un vizio a furia di punizioni; il pps. sdenghète è usato anche in rif. ad arto slogato o solo indolenzito.
sdentète agg. sdentato, privo di tutti o solo di alcuni denti // Ai bambini, durante la caduta dei denti da latte, poteva capitare di sentirsi irridere con: “Sdentète sènza dènt, uèsce u cule a lu pezzènt”.
sdenucchiàrce [da denòcchie] (-ète) v. piegarsi sulle ginocchia.
sderràzz sf. raschietto per pulire l’aratro o la zappa, che i contadini appendevano alla cintola.
sderrazzà (pp. -ète) v. pulire dalla terra k’la sderràzz // Narra un aneddoto che un giovane ed un anziano, zappando fianco a fianco, usavano tecniche diverse: mentre il giovane, fidando sulle proprie forze, manovrava la zappa con energia senza curarsi di usare la sderràzz, il vecchio, ripulendo di tanto in tanto il filo, rendeva la sua zappa più penetrante e leggera. La conseguenza fu che il giovane si affaticava con poco frutto, per cui qualcuno si sentì di dargli il consiglio: “Sderràzz, ggióne, ca u vècchie t’pass!”.
sderrupà (-ète) v. dirupare, abbattere, far crollare.
sderrùpe sm. rovina, danno // Detto: “Vaie p’iùte e tróve sderrùpe!”.
sdòmmene agg. selvaggio, non domato, in part. di cavalli che, una volta cresciuti, vanno convinti, con le buone o le cattive, ad accettare di essere cavalcati e aggiogati; per questo motivo era un tempo possibile assistere anche da noi a scene di domatura simili a quelle di tanti film western // Il term. è composto da s privativa più dòmmene, dal lat. dominus e quindi equivale a: senza padrone.
sdrarecà o sradecà (-ète) v. sdraricare, svellere.
sdravesà (-ète) v. sfregiare.
sdravugghià (-ète) v. sgrovigliare.
sdrèie sf. strega; in senso traslato: cattiva, maligna; di donne longilinee si dice a volte: “Iè na sdrèia lòng” // La sim.: “Père la sdréie d’ Benevènt” riecheggia la diffusa credenza che fa della città campana un luogo infestato dalle streghe che sótt’àcque e sótta vènt e sótt lu nóce d’Benevènt” celebravano i loro sabba. Il nome Strega dato al noto liquore della zona sfrutta la leggenda a fini commerciali.
sduvacà [lat. exdevacare] (-ète) v. svuotare // Fino a non molti decenni addietro, ce sduvachève u zepèpp al passaggio d’u carr d’ l’acqua spòrk, per il quale vd. iittà.
secariesm. sigaro.
seccàrce (-chète) v.: 1) seccare -rsi (di piante) - 2) dimagrire (di persone) - 3) perdere la pazienza - 4) prosciugarsi (di liquidi).
sécce sf. seppia; dim. seccetèll // “Iè gghiùte a fenì a iàcque d’sécce!” si dice a volte di imprese finite male, in rif. al fatto che la seppia intorbida le acque per sfuggire alla cattura.
séccete sf. siccità, aridità per assenza di piogge.
seccète sf. colpo di seccita, grossa perdita.
secchiétt sm. secchio, in part. quello di zinco per attingere acqua al pozzo o alle fontane pubbliche: dim. secchietèll o secchiettùcce.
seccùme sm. seccore, aridità.
seccùrz sm. soccorso // La Madònn ’u Seccurz è il nome con cui è indicata la patrona d San Severo, la cui festività cade la penultima domenica di Maggio, e cioè una settimana prima della nostra Madònn’i Ncurnète.
secùre: 1) sf. sicurezza per armi da fuoco (métt, luvà la secùre) - 2) agg. sicuro, certo // Prov.: “Secùre secùre iè sóle la mòrt”.
secutà (-ète) v.: 1) seguitare, perseverare (“Chi sécuta vénce e chi lass pèrd”) - 2) perseguitare.
sedetìcce agg. raffermo, stantio, vecchio, in part. di generi alimentari che col tempo perdono fragranza e sapore; contr.: frésk.
sedìne sm. sedile.
sedóre sm. sudore; è accompagnato e rafforzato da sang per sottolineare fatiche e sacrifici (iìttà sang e sedóre).
sefrùtt sm. usufrutto, diritto di godimento dei frutti di un bene altrui.
segarétt sf. 1) sigaretta - 2) nel gergo sartoriale, rotolino di filo da cucito (la secarétt ’u réfe).
sègge sf. sedia; dim.: suggiulétt; l’accr.: seggiulóne indica il sedio-lone fornito di ripiano anteriore di protezione per pargoli // Spiritoso invito ad accomodarsi: “Pìgghie la sègge e ssìttete ntèrr!”.
seggellà (-ète) v. sigillare.
seggènz sf. riscossione (a la seggènz: al momento di riscuotere).
seggère sm. seggiolaio, venditore o riparatore di sedie che, come si sa, sono soggette a rotture di vario tipo: ce sfónnene, ce sgaièllene, ce rómpène i sbròcchele...
seggète sf. colpo dato con la sedia.
seggellà (-ète) v. sigillare // La loc. seggellàrce dint (confinarsi in casa) ricorda l’uso delle donne colpite da gravi lutti di relegarsi in casa per lunghissimi periodi.
segghióne sm. terreno agricolo duro e cretoso.
seggiùte pps. (da sìgge) riscosso; vd. il contr. paià.
segnà (-ète) v.: 1) segnare, annotare // Un tempo, essendo i generi alimentari spesso presi a credito, il negoziante segnève su un quader-none, o su semplice carta gialla da maccheroni, l’elenco degli acquisti che poi sarebbero stati saldati a la seggènz o a la rrecóte, a seconda degli accordi - 2) rifl. (-rce) iscriversi (a scuola o altrove).
segnalète agg. segnalato, segnato a vita (rumané segnalète: portare il segno di una cicatrice) // Prov.: “Ddìe t’scamp da li segnalète só!”.
sék agg. magro, spesso raff. per radd. (sék sék); dim. seccandrìne.
sèle sm. sale, un tempo venduto sfuso a scaglie grossolane per cui occorreva pesàrl nt’lù murtèle (vd.) // Il sale è importante non solo nella minestra (“P’n’àcene d’sèle ce uàst la menèstre”) ma anche nella zucca: ntené sèle nchèpe porta a mettersi nei pasticci.
sèle nglèse sm. sale inglese, solfato idrato di magnesio (epsomite); dal sapore amaro, era usato un tempo come lassativo.
sèll sf. sella, basto.
Sèll ’a Ròk spr. Selva della Rocca; località garganica tra Apricena e Sannicandro, è segnata dai ruderi di una chiesa dedicata a Santa Maria (vd. Madònn ’a Sèll ’a Ròk).
sellà (-ète) v. sellare, mettere la sella ad un equino.
sellère sm. sellaio // E’ una di quelle figure artigianali che il progresso, riducendo drasticamente il numero degli animali da soma e da traino, ha fatto scomparire. U sellère confezionava un tempo, usando vari tipi di cuoio, vard, cuddère, capézz, rédene e quant’altro occorreva per cavalcare e, soprattutto, aggiogare cavalli, muli ed asini a tutto ciò che poteva essere da essi trainato. L’ultimo ad esercitare ad Apricena il mestiere fu Mast Necóle, che aveva la sua bottega sulla via p’Sant Lecàndre.
sellùzz sm. singhiozzo, contrazione del diaframma che determina l’occlusione della glottide e il conseguente passaggio dell’aria a bolle accompagnate dal caratteristico sobbalzo, il che può essere del tutto involontario oppure l’espressione di un grande dolore (chiàgne a sellùz) // Nel caso fosse involontario, poiché lo si riteneva l’effetto di dicerie di solito malevoli, nella filastrocca che segue una ragazza augura un accidenti a chi dovesse provocarlo sparlando di lei; ad ogni buon conto, non potendosi escludere a priori l’ipotesi che il singhiozzo possa essere l’effetto di parole benevoli da parte di persone care, si fa l’elenco degli esclusi dalla maledizione: “Sellùzz, chi m’mónteve pòzz avé na palla mprònt, fóre d’mamm, fóre d’tète, fóre d’lu mìe nnammurète!”.
selluzzà (-ète) v. avere il singhiozzo; vd. sopra.
seluddète sm. soldato (fa u seluddète: espletare il servizio di leva).
sème sm. esame scolastico, clinico o di altro genere // “Fatt ne póche nu sème d’cusciènz!” si esclama a volte verso chi si presuppone non l’abbia del tutto a posto.
semenzèll sm. chiodini per scarpe, così detti perché simili a semini.
sémmele sf. semola; il dim. semmelédd è usato in genere per indicare la polenta di granturco.
semóve-ece (-òst) v. spostare, muovere -rsi.
sèmp avv. sèmpre // Il prov.: “Póche póche e sèmp sèmp” invita ad una calma perseveramza.
sène agg.: sano, integro, in buona salute // Prov.: “U sène nn’créde a lu malète”.
sène sène: 1) agg. posato, tranquillo (ièss sène sène) - 2) avv. di persona (presentàrce sène sène).
séng sm. segno, graffio, scalfittura.
senghià (-ète) v. segnare, lasciare un segno, graffiare.
sèns sm. senso/i, raziocinio (pèrd i sèns o scìrcene d’sens: impazzire).
sentemènt sm. sentimento, discernimento (pèrd u sentemènt: uscire di senno).
sentènz sf. maledizione/i // Nelle sentènz dispetto e rabbia si concretizzano nell’augurare al destinatario un male terribile. Quasi sempre espressione di un’ira epidermica e passeggera, le si scaglia persino contro familiari e figli per piccole mancanze. L’accidente che più di frequente si augura è una morte improvvisa e violenta (“Ca t’pòzzena ccide!”; “Ca t’pòzzena mpènn ngann!”; “Pó ièss ca t’spàrene!”; “T’hanna ccide e nt’adda paià nesciùne!”). Scendendo, per così dire, su di un piano di minore ferocia, si augura la caduta delle mani (“Ca t’puzza seccà i mène!”), la rottura delle gambe (“T’ puzza rómp i còss!”), una lenta consunzione (“Puzza sculà accóme e na cannéle!”), e l’elenco potrebbe continuare. Comunque l’a saggezza popolare avverte che maledire a proposito ed a sproposito è alquanto rischioso perché i sentènz, come un boomerang, potrebbero ritorcersi proprio contro chi le ha formulate (“La sentènz addóve ièsce trèsce”: La maledizione ricade sul luogo da dove è partita).
sentì (-ùte) v. sentire, ascoltare, ubbidire // Prov.: “Mègghie chernùte ca mmèle sentùte”.
sènzaméne avv. almeno, senz’altro.
“Seppl’amóre d’Ddìe!” escl. “Per amor del Cielo!”
seppónt sm. sostegno, puntello.
seppóntapéde sm. saliscendi che si alza ed abbassa per fermare la porta al pavimento ed allo stipite; quelli tradizionali erano di molto più robusti dei seppóntapéde oggi in uso.
seppùleche sm. sepolcri // Addobbi delle chiese nei giorni della Passione, erano realizzati un tempo, a cura dei fedeli, con vasi in cui era stato fatto germogliare, al tepore del forno e sotto un panno umido, grano bianco misto a vari semi.
seppuntà (-ète), v.: 1) puntellare, rinforzare con pali - 2) strabuzzare // Suppèntà l’òcchie è ciò che avviene, di solito, in punto di morte).
sére: 1) sf. sera - 2) sm. siero, scarto della lavorazione dei latticini spesso usato per nutrire suini.
seréng sf. siringa, iniezione.
serète sf. serata.
sèrp sf. serpe/i // Nei paesini contadini non nettamente divisi dalla campagna circostante, non era raro che le serpi entrassero persino in casa. Stando ai racconti dei nostri vecchi, erano attratte, in parti-colare, dalle donne in fase di allattamento alle cui mammelle si andavano a volte ad attaccare mettendo la coda in bocca ai poppanti per evitare che piangessero. Altra opinione corrente era che alle serpi che avevano superato il secolo spuntassero le corna e divenissero sèrp chernùte.
sèrpa seréne sf. serpe serena, serpentello bianco-grigiastro innocuo.
serràcchie sm. saracco, sega a lama larga e con manico ad una estremità per troncare grossi rami.
sèrt sf. lenza, serto, intreccio/i di vari prodotti agricoli (in part. agghie e pemmedóre) che, venivano e vengono insertati in intrecci più o meno lunghi e appesi a la pèrteche o al muro; sèrt sono dette anche le lenze di savucìcce e fegatàzz.
serùre sf. sorelle; arc. per sóre, il term. richiama il lat. sorores.
sestùse agg. nervoso.
setàcce sm. setaccio, arnese di stagno a fondo traforato per passare pomodori, patate lesse, ecc.
setaróle sf. setaccio per separare la farina da crusca e altre impurità.
séte sf.: 1) sete (tené séte) - 2) seta, capi confezionati col filo prodotto dal baco // Prov.: “Quann la séte arrive a u vàsce, ogni vellène n’pòrt na casce”.
sétele sf.: 1) setola/e, grossi peli rigidi per pennelli e spazzole // I sétele ’u pòrce erano un tempo usate p’ffa i scùpele (vd.) - 2) screpolature alle mani dovute a maneggio di prodotti nocivi per la pelle.
setìne sm. setino, filo di Scozia usato per fare merletti all’uncinetto.
settemène sf. settimana // La filastrocca seguente, che potrebbe essere intitolata “La settemène d’la sfatiète”, permette, tra l’altro, di dare una scorsa ai nomi dialettali dei giorni: “Lunedì mprì mprì, martedì sèmp accuscì, merculedì k’li pequerèle, ggiuvedì chèpecanèle, venardì chèpecaróse, sàbbete ce rrepóse e duméneche ce tróve k’mast Generóse!”.
setuvà (-ète) v. mettere in sito, collocare, sistemare.
sevére sf. visiera di berretto, coppola, ecc.
sfaccète agg. sfacciato, sfrontato.
sfacennète agg. sfaccendato, pigro.
sfaccìme agg. disgraziato, delinquente, pezzo di… (“Stu sfaccime d’mmèrd!”).
sfalecà (-chète) v. defalcare una parte da una somma; per est.: accordare uno sconto, fare la tara.
sfallì (-ùte) v. fallire, andare in così grave deficit da essere costretti alla chiusura di un’attività.
sfalt sm. asfalto, composto di calcare e bitume per pavimentazioni stradali // Si tratta di uno dei segni più tangibili del cambiamento dei tempi: prima del suo impiego su vasta scala, la maggior parte delle strade urbane e di campagna ave-vano il fondo a pietrisco o addirittura in terra battuta (vd. trattùre). I centri storici erano in molti casi, come nel nostro, lastricati invece a chianchettète.
sfaltà (ète) v. asfaltare, ricoprire con un manto d’asfalto (vedi sopra).
sfanziète agg. pigro, rilassato (sta sfanziète: starsene in panciolle).
sfasce sm. sfascio // “Adda menì nu sfascia sfascia!” esclama a volte chi, in tempi incerti, teme un più grave deteriorarsi della situazione.
sfasceddète agg. sconnesso, rovinato, usato in part. in rif. ad oggetti i cui pezzi non stanno più insieme.
sfascià (-ète) v.: 1) sfasciare, distruggere - 2) togliere le fasce al neonato (contr. di mbascià).
sfasciacarròzz sm. autodemolitore.
sfasciulète agg. malridotto, squattrinato, in part. di chi perde tutto al gioco (rumané sfasciulète); alla lett.: senza fagioli.
sfastediarce (-ète) v. infastidirsi, tediarsi, non avere voglia di fare.
sfastìdie sm. fastidio.
sfatiète agg. sfaticato, poltrone, restio alla fatica // Prov.: “La fatìe ’u sfatiète còst assà e póche avèle”.
sfavecià (-ète) v. sfalciare.
sfazzumète agg. spregevole, di nessun valore.
sfeccà (-chète) v.: sconficcare, tirar fuori // Prov.: “Da lu mmèle paiatóre sfik quédd ca pu!”.
sfelà-rce (ète) v. sfilare -rsi; in senso trasl.: sentire con intensità desideri destinati a restare inappagati; tale è il senso del v. nell’escl.: “T’ha sfelà ccóme e na cavezétt!”.
sfére sf.: 1) sfera/e - 2) lancetta/e (i sfére ’u llòrge).
sfèrr sm.: 1) coltello a lama larga; accr. sferróne - 2) attrezzo usato dal fabbro per rifilare l’unghia dei cavalli prima della ferratura.
sfertùne sf. sfortuna, iella.
sfetachète agg. sfegatato, estremista (comunìst sfetachète).
sfetàrce (-ète) [da fetà (deporre l’uovo) + s sottrattiva] v. l’arresto della deposizione stagionale delle uova da parte delle galline.
sfetatóre sf. ultimo uovo fetète prima di una lunga pausa; traslato: ultimo nato da donna ormai matura.
sfeziàrce (-ète) v. sfiziarsi, divertirsi a danno altrui; anche: luvàrce u sfizie.
sfiatatóre sf. sfiatatoia.
sfógghie sm. velo, sfoglia (di cipolla o altro) // Prov.: U cerevèll iè na sfogghie d’cepóll”.
sfóghe sm.: 1) sfogo, discorso confidenzale - 2) eruzione cutanea.
sfossamòrt sm. sfossamorti, sin. di campesantère o becchine.
sfótt (sfettùte) v. prendere in giro, canzonare; il v. è usato in rif. alla corte che si fa, senza serio interesse, alle ragazze // Prov.: “Chi sfótt rumène sfettùte”.
sfottò [da sfótt] sm. canzonatura, presa in giro con l’intento di far stizzire; anche sckattamènt (vd.).
sfrabbecà (-chète) v. demolire, abbattere nu frabbechète o parte di esso // Prov.: “Chi fràbbeche e sfràbbeche nn’ppèrd mèie tèmp”.
sfracèll sm. rovina, frantumazione.
sfraffà (-ète) v. rompere il naso, e cioè la fabbrica d’lu fraff (vd.) // Ricorrente è tra ragazzi la minaccia: “Mó té sfraffà!”.
sfraianà -rce (-ète) v. maciullare, ridurre -rsi in frammenti.
sfratt sm. sfratto, disdetta.
sfrattà (-ète) v. mandar via un inquilino a mezzo di disdetta.
sfrédd sm. sfrido, calo di peso.
sfreddà -rce (-ète) v. calare di peso e di volume, per evaporazione del surplus d’acqua.
sfrégge sm. sfregio, dispetto.
sfregnà (-ète) v. malmenare, ridurre a mal partito.
sfrenceliàrce (-ète) v. mettersi su, darsi a stravaganze per apparire da più di quel che si è.
sfrengìll sm. fringuello; per estensione: bimbi di costituzione minuta.
sfrìe (-iùte) v. sfriggere (fa sfrìe i carn: far accaponare la pelle).
sfrucunià (-ète) v. sfruconare.
sfruffecià (-ète) [da fruffece (forbici)] v. tagliare a casaccio con le forbici; in senso traslato: parlare e sparlare del prossimo, il che, nei piccoli centri e soprattutto tra donne, è un diffuso passatempo.
sfrummecà (-ète) v. ridurre in briciole piccole come formiche.
sfrunnà -rce [da frunn ed s privativa] (-ète) v. sfrondare -rsi.
sfruscià (-ète) v.: 1) togliere il fogliame (i frùsce) da un ramo, ad es. per farne un bastone - 2) scialare, spendere e spandere.
sfruscióne agg. sprecone, largo di mano; contr. sparagnatóre.
sfrùsce sm. scialo, sperperio.
sfucà -rce (-ète) v. sfogare, -rsi, parlare in confidenza // “M’sò velùte sfucà ne póche!”, si esclama a volte dopo discorsi confidenziali.
sfuglià -rce (-ète) v. sfogliare, -rsi.
sfuie (sfiùte) v. sfuggire // “Nn’ève addova sfuie!” si dice di chi non avrebbe via di scampo.
sfullà -rce (-ète) v. sfollare -rsi.
sfullamènt sm. sfollamento // Durante l’ultimo conflitto, lo sfollamento della popolazione da Apricena verso le campagne fu massic-cio soprattutto nella seconda metà nell’estate del 1943, quando i nostri cieli furono solcati da aerei di ogni tipo, e Foggia fu colpita dagli alleati con terribili bombardamenti (vd. Fògge).
sfummecà (-chète) v. mandar fumo, riempire di fumo, suffumicare.
sfùmmeche sm. suffumigio/i, assorbimento di vapori ad uso terapeutico che di solito si inalano stando col capo coperto da un panno sulla fonte del vapore (infusi bollenti di campómìll, màleve, ecc.).
sfunestàrce (-ète) v. darsi a stravaganze; alla lett.: liberarsi dalle funi (delle convenzioni).
sfunnà (-ète) [da fónn ed s- sottrattiva] v. sfondare, rompere il fondo.
sfunnète agg. con il fondo rotto o senza fondo // A chi a tavola si mostra insaziabile, si chiede a volte: “K’sta, sfunnète ncule?”.
sfurmà -rce (-ète) v. sformare -rsi; nel gergo dei muratori: rimuovere il tavolame dopo la solidificazione della colata di cemento.
sfurnà (-ète) v. togliere dal forno.
sfurrà (-ète) v. svuotare e rifare saccùne e mataràzz (vd.) // Essendo un tempo i saccùne imbottiti per lo più d’pàgghie d’rannerìnie, era opportuno, per ragioni igieniche, a scadenza almeno annuale, tirar fuori la paglia e passarla a u cernetùre per liberarla da polvere e menuzzème che si era venuta a creare. Nel caso dei materassi, si estreva la lana e la si batteva energicamente per ridarle morbidezza.
sfùse agg. sfuso, sciolto.
sfussà (-ète) v.: tirar fuori dalla fossa, in part. esumare un cadavere deponendo le ossa nell’ossario comune o in uno privato, per liberare il loculo alla scadenza contrattuale.
sfuttemènt sm. canzonatura, presa in giro; anche sfóttò (vd.).
sfuttènt agg. impertinente.
sgaillà -rce (-ète) v. indebolire -rsi, rendere, diventare instabile, in part. di sedie, ove spesso cede la colla degli incastri d’li sbròcchele.
sgambétt sf. sgambetto (fa la sgambétt: mettere un piede tra le gambe di qualcuno per provocarne la perdita dell’equilibrio).
sgangarà -rce (-ète) v. ridurre -rsi a mal partito, diventare malfermo sulle gambe, usato non solo in rif. a tavoli, sedie, ecc., ma anche a persone, anziani in particolare (vècchie sgangarète).
sgarrà (-ète) [fr. ant. esguarer] v. sbagliare un acquisto, o anche cose più importanti come mugghiére, marìte, figghie // Il v. compare, insieme al suo contr. ngarrà, nel prov.: “Chi ngàrr iè derìtt e chi sgàrr iè féss”.
sgarzià (-ète) v. tagliare in maniera irregolare, scheggiare, rovinare.
sgherzà (-ète) v. scherzare.
sgracenà (-ète) v. sgranare, sgranocchiare, ridurre ad acini.
sgranatóre sm. sgranatoio, macchina un tempo azionata a mano per sgranare le pannocchie di mais.
sgrascìgne [da scìgne] agg. esile, macilento come una scimmietta.
sgregnà (-ète) v. digrignare per una sensazione sgradevole, torcendo le labbra e arricciando il naso.
sgrenàrce (-ète) v. ingobbirsi, rómpece i rine per la fatica.
sgubbète agg. gobbo.
sgudète agg. viziato, pieno di moine e pretese, alla lett.: con la coda lunga // Ai bimbi sgudète si chiede a volte: “La códe accóme fa?”.
sguésce avv. di sguincio; anche sguince.
sgularàrce (-ète) cadere finendo col sedere per terra.
sgumbre sm. sgombro, varietà di pesce azzurro.
sgummégne agg. scorbutico, scostante, ca n’nce la fa k’nesciùne.
sgunfià-rce (-ète) v. sgonfiare, -rsi.
Sibbèrie spr. quartiere apricenese spesso preceduto dalla prep. sótt (iabbetà sótt la Sibbèrie), in quanto vi ci si ritrova scendendo dalle Vintiquàtt Schèle da dove inizia per arrivare sino a Via Italia (la Vie d’ San Sevére): gli abitanti del quartiere erano un tempo detti, con una punta di disprezzo, sibbèriàne.
sìdece num. sedici.
sìgge (-iùte) v. riscuotere; contr. paià (vd.).
signe ca... loc. è segno che.
Sik Sik spr. nome di un tratturo ora asfaltato che, risalendo i Mmurgétt, porta verso la Sèll ’a Ròk (vd.).
sìneche sm. sindaco // Rinviando, per il periodo precedente, al Pitta che parte dal 1810 (pag. 369), ecco l’elenco cronologico dei sindaci di Apricena dell’era repubblicana:
Lombardi Michele (1946-49)
Cesareo Giovanni (1949-1956)
Palermo Carlo (1956-1968)
Del Fuoco Giovanni (1968-1970)
Terlizzi Nicola (1970-1975)
Cataneo Felice (1975-1985)
Ciccone Alfonso (1985-1988)
De Lorenzo Raffaele (1988-1990)
Fusco Nicola (1990-1993)
Commissario (1993-1994)
Parisi Francesco (1994-tutt’oggi)
sìnepe sm. senape (nsc. Sinapis arvensis); costituisce da noi uno degli ingredienti base del pranzo natalizio, quando i sìnepe vengono cuci-nati insieme ad anguilla e baccalà o serviti come contorno.
sive sm. sebo o sego, grasso animale usato un tempo per far candele ed ungere pellami e meccanismi vari; anche nzógne (vd.).
smammà (-ète) v.: 1) svezzare, togliere il latte // Di donne di aspetto sgradevole si dice a volte: “Iè tant brutt ca pó smammà i criatùre!” - 2) allontanarsi intimoriti.
smargiàss agg. smargiasso, spaccone, fanfarone.
smattóne sm. mattone mal riuscito.
smeccète sf. sguardo, sbirciata.
smeccià (-ète) v. dare un’occhiara veloce, intravvedere di sfuggita in lontananza qualcuno tra la folla.
smerdià (-ète) v. lordare di merda; in senso traslato: vilipendere.
smèrl sm. smerlatura, particolare tipo di ricamo.
smezzà (-ète) v. dimezzare, togliere da un contenitore una parte del liquido contenuto.
smóie sf. guarnizione di ferro o bronzo per asse di carri.
smuinàrce (-ète) v. pensare intensamente a qualcosa // “Sta smuinète!”, si dice a volte di chi si mostra preso dal progettare o dal fare.
s’nnò cong. se no, in caso contrario, altrimenti... // “E ca s’nnò?” è una sfida ad esplicitare velate minacce.
só agg. o pron. suo/a; “Chi i fatta só nce li vó fa, uèie adda passà” (agg.); “U só iè u só e quédd d’ll’àvete iè pure u só!”(pron.).
sò [da ièss (essere)] v.: 1) io sono (“Iì sò iì e tu si tu. Chi iè cchiù fféss iì o tu?”) - 2) essi sono (“I fémmene sò tutt d’na manére: o mure o iìsce pazz o va ngalére”).
sòcce agg.: 1) spianato - 2) uguale, imparziale (fa li cóse sòcce: agire in modo imparziale) - 3) “Sòcce!”, annota F. Clima a pag. 326, “è l’ordine del capo che invita a rimettersi in movimento, e tutti allo stesso livello, i portatori della Madonna durante la processione”.
sòcere s. suocero/a; poss. sòceme, socete // Leggendaria è la difficoltà della suocera a stabilire buoni rapporti con la nuora. Anche quando essi dovessero essere inizialmente cordiali, fanno in genere presto a deteriorarsi (“La néva marzaióle dure quant la sòcere k’la nóre”). Le nuore arrivano a volte a citare persino le sacre scritture per dare un qualche fondamento etico alla loro avversione per la madre del marito (“La sòcere la Madònn nn’ll’ha velùte mank d’zùcchere”), mentre ben diversa è la disponibilità nei confronti della propria (“Mamm e figghie ce càpene nta na buttìgghie, sòcere e nóre nce càpene nta na saróle”). Per tanti motivi è invidiata la sorte di chi si sposa con suocera predefunta, tanto più se non avrà neanche il problema del cognatame (“La sórta mmediète: sènza socere e sènza cainète”). Per concludere, della nostra tradizione fa parte uno scambio di battute che mostra a che punto di ferocia può giungere l’odio tra suocera e nuora, spescie se costrette a convivere sotto lo stesso tetto: “Sòcera, sòcerine, t’ha fa cecà l’òcchie k’la fercine?”;“Nóre, e n’óre puzza campà!”.
sóde agg. (arcaismo per fitt) fermo // L’agg. è presente, ad esempio, nella filastrocca: “Iaitène, Iaitène, statt sóde k’li mène: s’vvu pazzià k’me sti mène fatteli cadé!”.
sòglie sf.: 1) soglia dell’uscio - 2) sogliola, pesce appiattito che vive sui fondali sabbiosi.
sòld sm. soldi, denaro, quattrini (tené i sòld a zeffunn: essere ricchi sfondati) // Si sa che i soldi fanno gola a tutti (“I sòld fann rapì l’òcchie a li cechète”), anche se, ad attaccarsi eccessivamente ad essi, c’è da perdersi l’anima (“I sòld sò dannazióne”). A proposito della loro importanza, i sòld sò la prima cóse o l’ùtema, a seconda di disponibilità e punti di vista. In qualunque modo la si pensi, indicativo è il sinonimo mómmabbìe (alla lett.: ora parto): senza mómmabbìe non si va da nessuna parte.
sóle: 1) sm. sole, che qualcuno ha definito u fóche d’li pòvere - 2) sf. suola (“P’fa i scàrp ce vó la sóle”) - 3) avv. solo, soltanto (“Sóle a la mòrt nce sta remèdie”).
sóleche (pl. sùleche) sm. solco // Si racconta che ad un tale che arava fu osservato che i solchi che stava tracciando avevano un andamento serpeggiante. Senza scomporsi più di tanto, l’aratore rispose: “Nfà nènt: suleche stòrt e rrène fòrt!”.
sómà voc. signor mastro (o maestro); è il modo in cui ci si rivolge ad un artigiano, quando a chiamarlo è nu descibbele o qualcuno che non conosca o non voglia usare il nome.
sóne sm. suono // Il prov.: “A lu sòne d’la monéte ògni iàneme ciacquiéte” riecheggia gli slogan usati, all’inizio del Cinquecento, in occasione della vendita delle indulgenze ideata da Papa Leone X per raccogliere fondi per completare la Basilica di San Pietro.
sònn sm.: 1) sonno (tené sònn; pigghià sònn; farce scappà u sònn) - 2) sogno // Il prov.: “U sònn d’la vacantìe sta p’la vìe, u sònn d’la maretète rièsce cuntrarète” offre una chiave di lettura dei sogni che venivano e vengono spesso riferiti e commentati in famiglia e tra vicine di casa, traendone presagi - 3) tempia, parte della testa tal-mente delicata che i colpi da essa subiti risultano a volte mortali.
sopamène avv. dalla parte di sopra, in riferimento a terreni in pendio; contr. sottamène.
sópannóme sm. soprannome, nomignolo con il quale una persona è spesso meglio conosciuta e che passa a volte all’intero nucleo familiare che lo conserva per generazioni.
sópatàk sm. secondo tacco che il calzolaio sovrappone a quello già esistente ma consumato.
sópe: 1) avv. e prep. sopra; come avv.: fa sópe e sótt (passeggiare); come prep.: tené sópe u stòmmeche (non sopportare).
sópraffiète sm. dipnea, fiatone.
sóprapòst avv. sul posto.
soprappénce sm. pipistrello, così detto probabilmente dall’abitudine di volare, sul far delle sere estive, sópe i pìnce del tetto a caccia di insetti dei quali riesce a catturare diverse centinaia in una sola notte // L’ind.: “Ndvne, ndovinèll, méze iè sórge e méze iè passarèll”, mette in evidenza le due nature del pipistrello, che vola ed è insettivoro come un uccello, ma ha la testa simile a quella di un topo al quale lo accomuna anche il fatto di essere mammifero e di allattare i figli, cosa che fa persino in volo.
sóprappenzére agg. sovrappensiero, preoccupato, distratto, tutto preso da un’idea fissa.
sóprastànt sm. uomo di fiduca d’u patróne; sorvegliava un tempo, dall’alto di un cavallo, il lavoro dei braccianti.
sóre sf. sorella; poss.: sòrme e sòrdete; affettivo: sósóre; sóre cuggine: cugina/e in primo grado; sóre d’latt: allattate dalla stessa nutrice // Il prov.: “Sì frète e ssóre fine a che magne a lu stéss piàtt!” ricorda l’uso familiare di servirsi da un unico grande piatto posto al centro della tavola.
sórge (pl. sùrge) sm. sorcio, topo; dim. surgetìll // I sùrge erano un tempo molto diffusi, trovando l’ambiente ideale per proliferare nell’ammucchiarsi, spesso in una sola stanza, di persone, masserizie, attrezzi e prodotti agricoli, oltre che di animali di vario genere (cavàll, pòrce, ialline...). Per eliminarli, o almeno contenerne il numero, si ricorreva a lu tòsk, a li tagghióle oppure al classico gatto, il quale è sempre stato il più efficace dei rimedi, se è vero che: “Quann la iàtt nce sta, u sórge abbàll”. Vedi anche surgère.
sórt sf.: 1) sorte, destino, ventura, spesso nel senso di buona, come nel detto: “Pann e dóte li pu dà e sórta no”, riferito a figlie femmine. L’espr.: “Puzza tené la sórt d’la brutt!” va interpretata come un augurio, in quanto le ragazze non molto avvenenti, forse perché di poche pretese, fanno in genere presto a convolare a nozze spesso felici - 2) specie, pezzo di... (sórt d’còdece penèle; sórt d’scalamandróne).
sòrv sm. sorbo (nsc. Sorbus domesticus) // Di intrattabili si dice a volte: “Père nu sòrv nterzóse!”.
sóttamène avv.: 1) sottomano, situato in basso; contr. sópamène (vd.) - 2) di nascosto, sottobanco.
sóttamétte -rce (-méss) v. sottomettere -rsi.
sóttapànz sm. sottopancia, grossa cinghia che passa sotto la pancia degli equini per fermare il basto o la sella.
sóttapéde avv. sotto i piedi (métt sóttapéde: strapazzare).
sóttasópe avv. sottosopra.
sóttasótt avv. sotto sotto, di nascosto (fa li cóse sóttasótt).
sóttavènt avv. sottovento.
sótt k’ssótt loc. per strade periferiche, senza attraversare il centro (cammenà sótt k’ssótt).
spaccà (-chète) v. spaccare // Il v. compare nello scioglilingua: “Pasquèle spak a me e iì n’npòzz arrevà a spaccà a Pasquèle” che è uno dei più noti della nostra tradizione.
spacchéllàss [da spak (spaccare) e llàss (lasciare)] sm. pietrisco di varia pezzatura per vespai.
spaccàzz sm. spacco, fenditura.
spaccheriàrce (-ète) v. screpolarsi di pelle, in part. delle mani, aprirsi di crepe (ad es. nei muri per terremoti o nel terreno per aridità).
spaccheriatùre sf. screpolatura, apertura, crepa/e.
spaccóne (f. -na) agg. che ci tiene all’eleganza ed a ben figurare // Il detto: “La Madònn ’i Ncurnète iè spaccóna” si riferisce al fatto che la sua festa è di solito accompagnata da un bel sole, dal che si direbbe che ci tenga a sfilare con quella solennità alla quale la pioggia sarebbe di disturbo.
spaccunète sf.: 1) spacconata, smargiassata - 2) passeggiata p’lu gire in un giorno festivo e con abiti eleganti.
spaccunià (-ète) v. fare lo spaccone; vd. sopra.
spacentìrce (-tùte) v. spazientirsi.
spadìne sm. forcina di osso per fermare l’acconciatura dei capelli che le donne di una certa età portavano lunghi in una crocchia avvolta sulla nuca e tenuta ferma da un certo numero di spadìne.
spagnóle sf. spagnola, epidemia influenzale che si diffuse in tutta l’Europa tra il 1918 ed il 1920, facendo vittime anche ad Apricena.
spak sm. spacco, fessura, fenditura; accr.: spaccàzz.
spalazzà (-ète) v. spalancare ambedue le ante di porte e finestre.
spall sf. spalla/e, schiena; arc. spadd // Di scansafatiche si dice che sono spalla lìsce.
spallàgge sm. appoggio, spallaggio, insieme di complici (tené u spallàgge fòrt: godere di forti appoggi).
spallàrce (-ète) v. rompersi l’osso della spalla.
spallére sf. spalliera, schienale.
spalmète sf. colpo/i d’bacchétt (o staièll), inferti un tempo dall’insegnante delle elementari sul palmo degli scolaretti indisciplinati o negligenti.
spampanète agg. spampanato, in part. di rose con i petali aperti.
spancèdd sf. scapola // Di chi è molto magro a volte si dice ca te li spancèdd da fóre”.
spann (spèse) v. stendere, in part. sciorinare il bucato ad asciugare.
spantecà (chète) v. spasimare, penare per ottenere qualcosa (spantecà d’mòrt: dare gli spasimi dell’agonia) // “T’fa spantecà!”, si dice a volte dei figli che hanno bisogno di numerosi richiami per decidersi ad espletare qualche piccola incombenza loro richiesta.
spaparanzète agg. spaparanzato, detto di persona seduto con comodità e con la pancia in evidenza.
sparachène sm. asparagiaia (nsc. Asparagus aculeatus); pianta tipica della macchia mediterranea; vd. spàrgene // Dei germogli induriti si dice che ce sò sparacanùte.
sparagnatóre agg. sparagnino, parsimonioso.
sparàgne sm. risparmio.
sparagnià (-ète) [ted. ant. sparen] v. risparmiare, mettere da parte // Benché la mentalità sparagnina fosse un tempo largamente diffusa, non mancano detti che esprimono punti di vista contrari come, ad es., “Chi sparàgnia spréche” e “Tu sparàgne e lu diàvele magne”.
sparatràpp [fr. sparadrap] sm. cerotto per piccole medicazioni.
sparète sf. sparata, uscita, vanteria.
spàrgene sm. asparago/i, germogli di sparachène (vd.) // I spàrgene, che spuntano un po’ dappertutto sulle propaggini garganiche all’inizio della primavera, vengono raccolti nell’immediata vigilia di Pasqua in quanto costituiscono un ingrediente insostituibile d’lu brudétt (vd.) a base di uova, carne di agnello e, appunto, spàrgene. Chi non vuole affrontare di persona i disagi della raccolta, compra gli asparagi a rampète da coloro che, raccogliendoli anche per gli altri, cercano di portare a casa qualche lira.
spargià (-iète) v. andare in cerca di asparagi; la loc. iì spargiànn ha il valore traslato di: bighellonare senza uno scopo preciso.
sparpagghià (-iète) v. sparpagliare.
spart (-ùte) v.: 1) fare le parti, dividere in parti // Un momento particolare era, nella società contadina, quello in cui ce spartéve u pòrce. Mentre il macellaio, professionista o dilettante, ritagliava lard, ventrésk, presutt, vucchelère, rugnenète..., le donne mette-vano il tutto in salamoia, ammucchiando da parte la carne p’fa i savucìcce. I bambini avevano l’incarico di purtà u felétt a parenti e vicini, incarico gradito perché si rimediava quasi ovunque una piccola mancia. Le operazioni si concludevano con un bell’arrosto che premiava la fatica di quanti avevano, in un modo o nell’altro, dato una mano - 2) separare due contendenti // Prov.: “Chi spart iève la mègghie part!”.
spartetòrie sf. spartizione // Prov.: “Quann arrìvene i spartetòrie arrìvene i ccedetòrie” (La concordia tra parenti stretti finisce nel momento della spartizione dell’eredità).
spasétt sf. cesta piana di paglia di grano; dim. di spèse (vd.).
spass sm. spasso, divertimento.
spassatèmp sm. passatempo, svago (tené p’spassatèmp).
spassià (-ète) v. passeggiare, fare su e giù; anche: fa sótt e sópe // La loc. spassià la zìte ricorda l’uso dei giovanotti di un tempo di fare su e giù nei pressi della casa dell’amata, all’inizio per conquistarne il cuore e, nel prosieguo, per tenere viva la fiamma.
spazzamènt sm. nettezza urbana.
specà (-chète) v. spigare // “Adda ièss quann spiche u sèle!”, non essendo il sale un vegetale, è un modo colorito per dire “Mai!”.
speccecà (-ète) v. spiccicare, separare; contr.: ppeccecà // “Nce spicceche na paróle!”, si dice a volte di chi, per carattere o puntiglio, si chiude in un ostinato mutismo.
speccechète agg. spiccicato, somigliante (Iè speccechète a u patre!).
spécie sf.: 1) specie, sorta (na spècie d’...) - 2) impressione, schifo (fa spècie: fare impressione).
spècie ca… loc. specialmente per il fatto che…
spède sf. spada.
spéde sm. spiede.
spedecenà (-ète) v. togliere il picciolo (pedecìne) a pomodori, ciliege e ad altra frutta od ortaggi.
spedèle sm. ospedale // Il Lucchino riporta notizia, senza però precisarne il sito, di un ospedale per i pellegrini, e cioè un luogo di accoglienza oltre che di cura, attivo ad Apricena all’inizio del Seicento. Il Pitta (pag. 219) ipotizza la sua ubicazione in Via Manzoni, sulla scorta del fatto che la stessa era un tempo detta la chiazzétt ’u Spedèle. L’ultimo cenno all’ospedale nei libri parrocchiali risale al 1846: “Gelsuminus Alberti, filius Bartholomei... hospitali domo ex vita migravit... Die 21 m.Julii 1846”.
spedemènt sm. esperimento.
spedéte agg. spedato, coi piedi rovinati, in part. di quadrupedi con l’unghia consumata.
spegnurà (-ète) v. spignorare, liberare da pignoramento; contr. mpegnurà.
spengulóne: 1) sm. spillone; accr. di spìnguele // Il term. compare nel noto sfóttò: “Sckattamènt d’na perzóne, ce l’anna méss u spengulóne, ce l’hanna méss a quatt a quatt e na perzóne adda sckattà!” - 2) agg. spilungone, di statura alta e snella.
spènn (spése) v.: 1) spendere // Prov.: Accome spinn accuscì magne” - 2) togliere dal muro o dalla pertica; contr.: ppènn.
spenóse (pl. -ùse) agg. spinoso, irto di spine.
spensederàrce (-ète) v. liberarsi da una preoccupazione.
spensederète agg. spensierato, libero da preoccupazioni, spesso usato nell’accezione negativa di irresponsabile (fa u spensederète).
spentóne sm. spuntone, sporgenza.
spequelà (-ète) v. spigolare, raccogliere le spighe tra le stoppie dopo la mietitura // Vi si dedicavano un tempo soprattutto donne e bam-bini per mettere insieme un po’ di grano da trasformare in farina o semola. Della fatica della spigolarura nell’afa estiva resta l’eco nella filastrocca: “Quant iè bbèll quistu figghie quann vé da spequelà. Vé n’póche sudatèll e mamm li cagne la cammescèll. S’sta n’póche mpuss, mamm li métt i pann asciùtt”.
sperà (-ète) v.: 1) sperare - 2) spirare, esalare l’ultimo respiro.
speranzóne agg. fannullone, perditempo che vive di vane speranze.
sperazióne sf. esalazione dell’ultimo respiro // Il trapasso a miglior vita era un tempo annunciato, oltre che dalla campana a morto al momento del funerale, anche da la campène ’a sperazióne, che suonava prima della messa delle 6,00.
spèrdece (spèrz) v. sperdersi.
spère: 1) sm. sparo, in part. fuoco/chi d’artificio (i spère d’la Madònn ’i Ncurnète) - 2) agg. dispari (fa u père e spère: dire una volta una cosa e la volta dopo un’altra).
spernacchià (-ète) v. sbeffeggiare, fare pernàcchie a qualcuno.
spèrt avv. in giro (iì sèmp spèrt: andarsene in giro di frequente).
spésapèrz agg. spesapersa, di persone o animali per i quali il mangiare è sprecato, non potendone sperare alcun utile.
spése sf. spesa // Prov.: “Accome iè la ntrète ha fa la spése”.
spèse: 1) [lat. expansa] sf. piano circolare di paglia di grano con piccolo bordo rialzato, usato un tempo per spandere ad asciugare ali-menti; dim. spasétt - 2) agg. espanso e poco profondo (piatt spèse).
speselià -rce (-ète) v. sollevare -rsi, crescere in altezza.
spessià (-ète) v. spesseggiare, fare qualcosa con una certa frequenza.
spetaccià (-ète) v. scalcare, smembrare, fare a petàcce (vd.).
spetetià (-ète) v. spetezzare, fare peti a ripetizione.
spetracchiàrce (-ète) v. sbottonarsi la camicia scoprendo il petto.
spetracchiète agg. discinto, con abiti aperti sul petto.
spetramènt sm. spietramento di un terreno per la messa a coltura; le pietre stesse erano di solito utilizzate per fare macére (vd.).
spetruzzàrce (-ète) v. crescere a vista d’occhio, il che è tipico del pe-riodo adolescenziale.
spettà (-ète) v.: 1) aspettare, attendere - 2) spettare, toccare // Prov.: “L’ànema a Ddìe e la rròbb a chi spètt”.
spezièle sm. farmacista, alla lett.: venditore di spezie.
speziarìe sf. farmacia.
spezzà (-ète) v. spezzare, rompere di netto con un colpo secco // L’espr.: “Spezz la quatt sòld!” è a volte usata ironicamente in rif. a chi si esprime, o almeno cerca di farlo, in italiano.
spezzelià (-ète) v. piluccare; alla lett.: afferrare e rompere col pizzo; anche spezzecà.
spià (-ète) v. spiare, adocchiare; spià na uaglióle (corteggiare una ragazza con lo sguardo); spià da sópe a sótt (guardare dall’alto in basso) // Prov.: “Chi té magne e chi nò spìe u sóle!”.
spiaià (-ète) v. spiegare.
spiazzèle sm. piazzale; vd. piazzèle.
spicce agg.: 1) spiccioli (sòlda spicce) - 2) facile, sbrigativo (pigghià la via spìcce).
spiccià (-ète) v.: 1) spicciare, liberare (spiccià la vie) - 2) rifl. -rce sbrigarsi, liberarsi da un impiccio // In rif. a gestanti, si chiede a volte: “C’è spiccète?” (Ha partorito?).
spicciatìve agg. sbrigativo.
spicciatóre sf. scorciatoia (menàrce a la spicciatóre: adottare la soluzione più sbrigativa).
spiccióse agg. di facile esecuzione, privo d’mpìcce; contr. mpiccióse.
spinapùce sm. biancospino.
spine sm. spina, lisca di pesce.
spinguele sm. spillo; accr.: spengulóne (vd.).
spìrt sm.: 1) spirito, alcool - 2) fantasma, spettro - 3) anima, vitalità // Prov. “I fèmmene ténn sètt spirt accóme e li iàtt!”.
spìss avv. spesso // “Carca lègge e torna spiss!” è un consiglio per chì è alle prese con trasporti o traslochi.
spitt e spitt... loc. dopo una lunga e vana attesa; alla lettera: aspetta e aspetta.
spìzie sm. ospizio, casa di accoglienza per anziani // Ad Apricena fu adibito, per un certo perioso, ad ospizio u Cummènt (vd.).
splènn v.dif. risplendere.
spónn (spòst) v. togliere dal fuoco vivande ormai cotte.
spòrchie sf. orobanche, detta anche erba lupa o succiamele, pianta parassita delle fave.
spòrt: 1) sm. attività o spettacolo sportivo - 2) sf. sporta, ampio paniere fatto a strisce sottili di legno (nu sak e na spòrt: una grandis-sima quantità).
spràtteche agg. poco pratico.
sprecchièle sm. (arcaico) specchio; dim.: sprecchialétt.
sprepòst sf. sproposito, parola insensata o grossolana.
sprescià (-ète) v. - 1) spremere, strizzare con forza // Minaccia: “Te sprescià accome e na mulagnème!” - 2) rifl. (-rce) sforzarsi.
sprèss: 1) agg. espresso (café sprèss) - 2) avv. subito, immediatamente (“Vó ièss servute sprèss!”).
sprugghià (-ète) v. sbrogliare, risolvere un impiccio (sprugghià la matàss o l’àcce).
spruvà (-ète) v. procedere ad una leggera potatura.
spruvvìst agg. sprovvisto, indigente (“A li spruvvìst pruvvéde Crist”).
spubblecà (-ète) [lat. expubblicare] v. rendere di dominio pubblico notizie riservate.
spugghià (-ète) v. 1) spogliare, privare di abiti ed averi // Prov. “U becchìne spógghie i mòrt e l’avvuchète spógghie i vive” - 2) rifl. (-rce) spogliarsi, denudarsi (spugghiarce allanùde).
spulepà (-ète) v.: 1) spolpare, mangiare la polpa attaccata all’osso - 2) spillare a qualcuno, al gioco o con raggiri, molto denaro.
spulmenàrce (-ète) v. parlare o gridare tanto da affaticare i polmoni, sfiatarsi, sgolarsi: ne sanno qualcosa prufessùre e maìstre.
spulverà (-ète) v. spolverare, togliere la polvere.
spungechià (-ète) v. punzecchiare.
spuntà -rce (-ète) v.: 1) spuntare, sbottonare -rsi (spuntàrce la vrachétt: sbottonarsi la patta dei pantaloni) - 2) perdere la punta.
spunzèle sm. cipolla giovane ancora priva di bulbo.
spurà (-ète) v. spurgare, in part. rompere e spremere nu vrùscele per farne uscire il pus.
spùrcete agg. schizzinoso, antipatico, asociale.
spusalìzie sm. sposalizio, detto anche zìte (iì a nu spusalizie o a la zite: prendere parte ad un festino nuziale).
spustà (-ète) v.: 1) spostare - 2) sragionare, dare i numeri.
sputà (-ète) v. sputare // Prov.: “Nn’ sputànn ncéle ca mpàcce t’vé”.
sputète sm. sputo, getto di saliva (ppeccecà k’lu sputète: attaccare con la saliva, cioè male).
sputtanà -rce (-ète) v. esporre -rsi a pubblica riprovazione o ludibrio.
spuzzetà (-ète) v. spuntare, rompere la punta a una matita; contr. ppuzzetà (rifare la punta).
squaccià (-ète) v. schiacciare, rompere (“Sènza squaccià l’óve nce fann frettète”) // Si dice: “C’è squaccète la fèst!”, quando una festività è rovinata dalla pioggia.
squagghià (-ète) v.: 1) sciogliere, liquefare // La minaccia: “Te squagghià a càvece!” richiama la liquefazione delle pietre di calce prodotte da i calechère (vd.). Il rifl. compare nel detto: “La cére ce squàgghie e la precessióne ncamìne”, che esorta alla sollecitudine.
squarequagniàrce (-ète) v. slargarsi, dilatarsi, crollare su se stessi, rompersi appiattendosi.
squartatùre sf. fregatura, sventura.
squeccià (-ète) v. schizzare, spruzzare, imbrattare di squicce.
squicce sf. schizzo, goccia.
srarecà (-chète) v. sradicare.
sravugghià (-ète) v. svolgere fili liberandoli dai nodi.
ssacréde (-ése) v.: 1) costringere alla resa - 2) rifl. (-dece) cedere, arrendersi // “M’sò ssacrése!” esclama a volte chi, non facendocela più, getta, per così dire, la spugna.
ssaggià (-éte) v.: assaggiare.
sseccà seccàrce (-chète) v.: 1) seccare, dimagrire, diventare sék (di persone) - 2) appassire (di piante) - 3) prosciugare -rsi (di acqua).
ssegnerì [spagnolismo] s. vossignoria, vocativo con cui ci si rivolge a persone anziane.
ssemegghià (-iète) v. somigliare // Prov.: “Dimm a chi sì ffìgghie e t’sacce addìcce a chi t’ssemìgghie”. Per le similitudini vedi paré.
ssemmetàrce (-ète) v. separarsi, in part. sul piano degli affari.
ssentète agg. attillato in vita.
ssenzièle agg. essenziale, indispensabile (di cose); equilibrato, ponderato (di persone).
ssètt sf.: 1) terreno edificabile (ccattàrce la ssètt) - 2) assetto (fa la ssètt: raggiungere un assestamento).
ssettà (-ète) v.: 1) assestare (schiaffi, pugni, ecc.) - 2) rifl. -rce sedersi.
ssettatùre sm. sedile di fortuna.
ssòlv (ssòlt) v. assolvere, perdonare // L’espr.: “Nce pó ssòlv p’ nnènt!” è usata a volte in rif. a persone o situazioni insopportabili.
ssuccià (-ète) v. spianare, livellare.
ssulagnàrce (-ète) v. intontirsi al sole, prendere un’insolazione.
ssummà (-ète) v. assommare.
ssuttegghià (-ète) v. assottigliare.
sta (stète) v. stare // Di persone molto debilitate si dice a volte: “Sta tìneme ca t’tèng!” o “Sta quant la fa!” (E’ prossimo al decesso).
sta (f. di stu) agg. questa.
stabbelemènt sm. stabilimento, edificio di grosse dimensioni // “Père nu stabbelemènt!”, si dice a volte di abitazioni ragguardevoli.
stacce [fr. estache] traversa, asta di legno per cancelli e staccionate.
stacciunète sf. staccionata.
stacciùte agg. robusto, poderoso (di persone ben messe in carne).
staffóne sm. staffa di ferro per facilitare la salita su carri e carrozze.
stagghiàrce (-ète) v. (di lame) stagliarsi, perdere il filo tagliente.
stàgghie sm. cottimo, programma di lavoro da portare a compimento prima di smettere // “T’si mméss a lu stàgghie!”, si dice alla volta di chi lavora per ore con gran lena.
staggióne sf. stagione, term. col quale s’intende di sol. la bbèlla staggióne, e cioè la stète (vd.).
staggiunète agg. stagionato, invecchiato, maturo.
stàglie sm. estaglio, canone annuo per l’affitto di un terreno.
stagnà (-ète) v.: 1) riparare caldaie di rame con lo stagno; anche stainà - 2) rifl. (-rce) stagnarsi, fermarsi di emorragie (“U sang c’é stagnète”).
stagnarìll sm.: 1) misurino dell’olio - 2) monile di nessun valore - 3) tappo di latta con cui si chiudono le bottiglie di vetro delle bevande e si sigillano quelle di salsa d’estate prima di metterle a bagnomaria // Un tempo non lontano i ragazzi giocavano a stagnarìll lungo i banchìne (vd.) spingendo i tappi, di solito personalizzati con figurine, con un colpo di pollice caricato da una pressione contro il medio. Più arcaica è la tipologia di stagnarìll ottenuti schiacciando le valve delle scatolette vuote di crummatìne (vd.) che, bucate al centro e impilate in sèrt più o meno consistenti, costituivano una sorta di denaro convenzionale con cui si pagavano le poste in vari giochi. I ragazzi che ne erano sprovvisti li barattavano con altri oggetti o li acquistavano dai compagni con qualche spicciolo. A quest’ultimo costume è legata la vicenda di Stagnarìll, soprannome del protagonista di uno dei rraccónt più noti della nostra tradizione. Essendo stato mandato a comprare dell’olio e avendo perso il denaro giocando, appunto, a stagnarìll con i compagni, per non tornare a casa con la bottiglia vuota, il bambino pensò di riempirla di pipì. Ma dovette confessare il malfatto quando si vide offrire dalla mamma una fetta di pane e pomodoro condita con l’olio della famigerata bottiglia. Anziché mangiare il pane imbevuto d’orina, Stagnarìll preferì scappar via gridando: “N’nn’vòie piscète mì, n’ nn’vòie piscète mì!”.
stagnère sm. stagnino, lattoniere.
stagnére s.: 1) m. oliera, bricco di latta fornito di becco (u stagnére p’ ll’ógghie) - 2) f. secchio di latta, un tempo usato per rifiuti liquidi (la stagnére d’l’àcqua spòrk).
staièll sf. 1) asta, staggia degli artigiani per tracciare linee - 2) asticella di cui un tempo facevano uso maestri e maestre sulle mani dei loro alunni; anche bacchétt (vd.).
stak [got. stakka] sf. giumenta, cavalla giovane; in senso traslato: ragazza formosa, che si stacca, si staglia e distingue (bbèlla stak).
stammatìne avv. questa mattina.
stamp: s. 1) f. stampa - 2) m. stampo, particolare tipo di scalpello usato dai petraiùle per praticare fori nei blòk.
stannà (-ète) v. togliere i tanni, far la cimatura eliminando i cirri inutili a vigne, checòcce, ecc.
stannàrd agg. stendardo, labaro che apre o accompagna una processione religiosa o una manifestazione civile // “Iè nu stannàrd” si dice a volte di persone di alta statura che si elevano, come sten-dardi, al di sopra delle teste dei comuni mortali.
stant sm. acquisto col sudore della fronte (stant e ssedóre); il term. è accompagnato da stint nella loc.: dópe tanta stint e stant.
statéle sf. stadera, bilancia portatile in ferro ad un solo piatto ed asta graduata con peso spostabile; il dim. statelùcce indica la piccola stadera a molla e lancetta scorrente sopra un indice graduato.
stazzióne sf. stazione // Apricena, per dirla col Pitta, “può definirsi il paese delle ferrovie senza ferrovia (pag. 333)”, infatti di stazioni ne conta ben tre, la prima sulla linea Pescara-Foggia, a 5 km. dall’abitato, la seconda, la cosiddetta Apricena Superiore, sulle pendici garganiche in contrada Ingarano, la terza all’imbocco della valle per Stignano. La prima, senz’altro la più importante, fu inaugurata nel 1870. Essendo lo scalo naturale di tutta la zona garganica, assunse un ruolo così rilevante che non solo fu collegata con un servizio regolare di vetture, ma ebbe anche una ricevitoria postale, e, nel 1922 addirittura una scuola elementare. In quegli stessi anni, avvertendosi l’esigenza di una ferrovia pedegarganica che si spingesse fino a San Menaio, l’allora sindaco prof. C. L. Torelli profuse inutilmente tutte le sue energie affinché essa facesse capo alla stazione di Apricena, anziché a quella di San Severo, come di fatto avvenne nel 1931 perché, fu detto, “i viaggiatori avrebbero potuto lì più facilmente trovare alberghi e trattorie”. Mancata l’occasione, la nostra stazione perse via via importanza, vedendo gradualmente ridursi anche il numero del personale addetto. E, sempre a proposito di stazioni, l’ultimà è ora in fase di avanzata realizzazione, in adia-cenza alla circonvallazione, su un troncone di collegamento alla ferrovia pedegarganica con partenza da San Severo.
stecchìne sm. stuzzicadenti, detto anche, per scherzo, frecadènt.
stégne -ce (stént) v. scolorare, -rsi.
stèmm sm. stemma, insegna araldica // Lo stemma di Apricena aveva, in campo azzurro, un cinghiale ferito da una freccia e una banda d’oro obliqua con su scritto ET APERUIT COENAM, il tutto riferito alla nota leggenda della caccia al cinghiale da parte di Federico II, che poi avrebbe imbandito con esso una fastosa cena, creando nell’occasione il toponimo Apricena (vd. La Prucìne). Mentre gli storici locali continuano a infiammarsi a queste gloriose memorie, per ragioni ancora poco chiare dal confalone comunale sono di recente sparite la freccia conficcata nel fianco del cinghiale e le gocce di sangue che colavano dalla ferita.
stempóne (pl. -ùne) sm. osso di grossa dimensione, stinco.
stencenà (-ète) v.: 1) scuotere con energia, maltrattare - 2) rifl. (-rce) contorcersi, dimenarsi..
stènn (stése) v. stendere // Stènn i péde è un eufemismo per morire.
stennerecà -rce (-chète) v. stendere, stiracchiare -rsi, sgranchirsi.
stepà (-ète) v. conservare nello stipo, mettere da parte // Diversi proverbi consigliano di mettere da parte ogni genere di cose perché tutto può tornare utile al momento opportuno (“Stipe ca truve!”; “Stipe la nzogne p’quann besogne”; “Stipe quann tì trènt ca t’li trùve quann ntì nènt”). Il detto: “Stipe sèrp ca truve nguìll!” disillude però sulle possibilità di trovare qualcosa di diverso da ciò che si è conservato. Per troncare discorsi noiosi, s’interrompe a volte l’interlocutore con: “Sti chiàcchiere stìpele p’la nòtt d’Natèle!”
stepóne sm. guardaroba di legno a due ante non vetrate ancora presente in qualche casa di anziani.
sterà (-ète) v. stirare (sterà i rròbb: stirare il bucato asciutto).
sterdùte agg. stordito, intontito.
stère sm. staio, misura di capacità per olio corrispondente a 10 litri.
stèrn agg. esterno; gire stèrn: giro esterno rispetto alle vecchie mura cittadine (vd. gire).
sternùte: 1) sm. starnuto // Nel caso si starnutisca sonoramente, c’è la possibilità che qualcuno auguri: “Salùte, e fann n’àvete!”. Se si dovesse concedere il bis richiesto, può però capitare che ci si senta beccare con: “Fréchete p’quést e p’quédd’àvete!” - 2) pps. di sturnì: temprato (di attrezzi agricoli).
stèrp [rumeno sterp; alb. shterpe] agg. sterile, in part. di femmine di animali (pecore, capre, mucche) che non hanno né latte né prole, pur essendo spesso in calore.
sterpà (-ète) v. estirpare, strappare, eliminare da un campo coltivato erbacce k’lu sterpatóre, una piattaforma dentata atta all’uso.
stèrz [long. stèrz (manico dell’aratro)] sm. manubrio.
stète sf. estate // Indicata anche semplicemente come la staggióne, l’estate, seppure da noi piuttosto torrida, è pur sempre preferibile all’inverno (“Chi dice mèle d’la stète té i sèns d’la crèpe”).
stezzechià (-ète) v. piovigginare.
stìgghie sm. stiglio, scaffale.
Stìgnène spr. Stignano, località all’imbocco della valle per San Marco in Lamis, contrassegnata dalla Chiesa intestata a Santa Maria e dall’annesso convento cappuccino tuttora attivo // A proposito delle origini del complesso religioso, racconta la leggenda che, nel 1350, un cieco nato di Castelpagano, tale Leonardo di Falco, sceso dalla montagna per elemosinare e addormentatosi all’ombra di una quercia per la stanchezza, sentì una voce dall’albero dirgli di aprire gli occhi e risalire al castello per dare notizia della grazia ricevuta. Leonardo, emozionatissimo, così fece, tornando poi, col popolo e il clero, sul luogo del prodigio dove fu scorta, tra i rami della quercia, una statua della Madonna probabilmente lì nascosta ai tempi dell’iconoclastia bizantina contro il culto delle immagini sacre (secoli VIII-IX). Nel luogo del ritrovamento gli abitanti di Castelpagano edificarono una chiesetta poi abbattuta all’inizio del Cin-quecento da Ettore Pappagoda che fece erigere un Tempio più degno, quello attuale, a tre navate. Nello stesso luogo era in quel periodo già sorto un convento che, dai Cistercensi, passò dopo qualche decennio ai Cappuccini. Posto ai margini della Via Sacra, il Santuario, divenuto presto noto per i miracolosi interventi attribuiti a Santa Ma-ria di Stignano, conobbe periodi di splendore ed altri di decadenza e abbandono. Di recente è stato restaurato, insieme all’annesso convento, dai frati cappuccini ai quali ne è stata affidata da privati la cura con atto del 1959.
stile [lat. hastile] sm. stiva, manico in legno di attrezzi agricoli.
stime sf. stima, conto (p’stime d’ mónn: per salvare le apparenze) // Di piccoli che non tengono conto di minacce e punizioni si dice a volte: “Nn’ffa stime p’ nnènt!”.
stìnce agg. avaro.
stìpe [da stepà] sm.: 1) stipo, armadio a muro, mobile da cucina - 2) loculo cimiteriale.
stizz sf. goccia, stilla // Dal detto “La stizza continue fa la cónca d’óre!” traspare l’invidia verso chi può contare su di un reddito ma-gari limitato ma sicuro: il sogno di un posto fisso è sempre stato tra i più accarezzati.
stòmmeche sm. stomaco; tenè nu stòmmeche d’fèrr: avere uno stomaco capace di digerire tutto // La loc. rrecriàrce d’stòmmeche è ironica, riferendosi in genere a cose ed eventi nientaffatto piacevoli.
storèss sf. tenda, in part. quella della camera da letto.
stòrie sf. storia/e, discussioni, litigi.
stòrt: 1) agg. storto, ingiusto (“I cóse stòrt li gghiùst la mòrt”) - 2) avv. in modo sbagliato o sfortunato // L’escl.: “Quann i cóse anna iì stort...” sottintende: “nce pó fa nènt!” - 3) sf. storta al piede (pigghià na stòrt).
stòrt e mmestòrt loc. bene o male, alla meno peggio.
stòteche agg. stolto, deficiente.
stòzz [alto ted. stutz] sm. pezzo; dim. stuzzarèll; accr. stuzzóne; il term. è al f. nella loc.: uadagniàrce la stòzz (guadagnarsi la propria parte di pane) // Minaccia: “S’t’acchiàpp u stòzz cchiù rròss adda ièss la récchie!”.
strabbedé sm. stravedere // Il term. compare nella tarantella apricenese riportata dal Pitta a pag. 517: “E’ l’amóre, Mariè, ca te dà lu strabbedé”.
straccàrce (-cchète) v. stancarsi.
straccachiàzz agg. scansafatiche, fannullone, lavativo sempre in giro; alla lett. stancastrade.
straccète agg. strappato, logoro; in senso traslato: poveraccio // Prov.: “A lu straccète u móccechene i chène”.
stracchézz sf. stanchezza.
straccià (-ète) v. stracciare, lacerare.
stracciacuggìne s. cugino alla lontana; alla lett.: straccio di cugino.
stracciaparènt s. lontano/a parente.
stracciavenzóle sm. straccialenzuola, marito di modesta levatura // Con: “Bast ca t’pìgghie nu stracciavenzóle!” si esortano a volte i vacantìe a non andare troppo per il sottile perché un marito da poco è sempre meglio di niente: oltretutto, a che serve aver preparato un bel corredo con tante lenzuola se poi non si ha un uomo insieme al quale consumarle?
stracurà -rce (-ète) v. trascurare -rsi, lasciarsi andare.
stracurète agg. trascurato, negligente (fa u stracurète).
strafaccià (-ète) v. rovinare la faccia // Il v. ricorre di frequente negli alterchi tra ragazzi (“Mó té strafaccià, s’nn’la fenìsce!”) che spesso passano dalle parole ai fatti.
strafucà -rce (-ète) v. divorare, ingurgitare, mangiare con voracità.
strafurmà -rce (-ète) v. trasformare -rsi, deformarsi.
strafuttènt agg. strafottente, menefregista, indisponente.
straiàrt agg. impreciso, che non è del mestiere.
strak agg. stanco // Prov. “A lu cavàll stràk Ddìe li mann i mósk”.
stramène [dal lat. extra moenia (fuori le mura)] avv. fuori mano, in periferia, lontano.
stramìnie sm. sterminio; fa stramìnie: spendere e spandere.
stramòrt (o stramùrt) agg. stramorto // Usato nelle ingiurie, le estende ai parenti morti da tempo immemorabile (“A chi té mòrt e stramòrt!” o (“A chi té mmurt e stramurt!”).
strampalarìe sf. stravaganza, stranezza, stramperia.
strampalète agg. strampalato, strano, bizzarro, stravagante.
strangulà (-ète) v. strangolare.
strànie agg. estraneo; per carna strànie s’intendono i familiari acquisiti per via matrimoniale.
strapàzz sm. strapazzo, fatica.
strapazzà (-ète) v. strapazzare, maltrattare, rimproverare aspramente (strapazzà bbone e mmègghie) - 2) rifl. (-rce) affaticarsi troppo, con conseguenze nocive per la salute.
strapìzz sm. appezzamento terriero con angoli acuti.
strapòrt sm. trasporto, sia l’atto che il mezzo (truvà nu strapòrt: trovare un mezzo, fare l’autostop).
strapp [ingl. strap (cinghia)] sf. coramella, striscia di cuoio usata dai barbieri per affilare il rasoio.
strappóne sm. ronzino vecchio e malandato; anche scurcióne.
strappulià (-ète) v. vivacchiare, tirare avanti alla men peggio.
strapurtà (-ète) v.: 1) trasportare - 2) rimandare di giorno in giorno - 3) portare sulla cattiva strada (farce strapurtà da i cumpàgne).
strascenà (-ète) v. trascinare, tirare con forza facendo strisciare qualcosa per terra sì da lasciare il segno.
stratt: 1) sm. estratto, concentrato, essenza, in part. per liquori - 2) distratto (stratt d’mènt).
strattóre sf. sbarra che unisce le due spallette d’u traiìne, facendo anche da sedile anteriore; quella posteriore era detta stratturèll.
stravestìrce (-ùte), v. travestirsi.
stravìve agg. stravivo // Il term. è usato tra ragazzi nelle offese reciproche che includono spesso parènt e stracciaparènt (“All’àneme d’chi t’é vvive e d’chi t’é stravìve!”) e non risparmiano neppure quelli defunti (vd. stramòrt).
strébbete sm. strepito/i // Prov.: “Débbete sop’a ddébbete, e chi avànz ca fàcce strébbete”.
strégne (strétt), v.: 1) stringere, mettere alle strette - 2) giungere ad un accordo (strégne u cuntratt...).
stregnetùre: 1) sm. strettoia - 2) strumento di legno a vite atto a spremere.
strementà (-ète) v. alienare, tramite atto notarile, beni immobili (strementà tèrr, chèse…).
strémunzióne sf. estrema unzione, detta anche ógghie sant, sacra-mento che si somministra ad infermi in pericolo di vita.
strepetià (-iète) v. strepitare, muovere convulsamente gli arti, in in rif. ai movimenti spasmodici degli animali durante la macellazione.
strequelà (-ète) v. fare il bucato, lavà i rròbb, operazione che un tem-po si faceva a mano, dint u quantarèll, con l’aiuto della tàvele ca ce strìquele o strequelatùre.
strequelatùre: 1) sm. stropicciatoio, detto anche tàvele ca ce strìquele, tavolozza dentata contro la quale i panni venivano e vengono ancora strofinati con energia nei lavaggi a mano - 2) sf. acqua usata p’strequelà; anche luscìe (vd.).
strescià (-ète) v. strisciare.
stresciùne (o ntresciùne) avv. di striscio, con moto radente .
stréttagg. stretto (strétt d’mène: avaro) // Proverbi: “A llóche strétt fìcchete amméze”; “Chèsa strétt e fémmena ngignóse”.
strèveze [lat. extra usum]: 1) agg. strano, anormale - 2) avv. in modo incomprensibile (parlà strèveze).
strezzóre sm. freddo intenso, gelo // Se spira un vento gelido si dice a volte: “Méne u strezzóre a vvènt”.
strezzurà (-ète) v. gelare.
strigghià (-ète) v. strigliare equini per pulirne il manto (“.A lu cavàll strigghiète lucechéie u pile”); in senso traslato: rimproverare aspramente, punire (strigghià u pile: malmenare).
strìgghie sf. striglia, brusca, attrezzo di ferro a lamine parallele dentate per spazzolare il manto equino.
strìsseme sm.: 1) atto reverenziale (iì a ddà u strìsseme: andare a dare dell’illustrissimo) - 2) isterismi, convulsioni (farce menì i strìsseme: farsi prendere da isterismi).
stronz (pl. strunz o strùnzele) sm. escrementi duri e rotondi; assume nelle offese il senso traslato di: egoista, privo di scrupoli // Prov.: “A la scióte d’la néve ce védene i strùnz”.
struddelì (-ùte) v.: 1) stordire, intontire - 2) (in rif. a carni) tenere sul fuoco per un tempo minimo al fine di evitarne il deterioramento.
strùie(strutt) v. distruggere, consumare // Il prov.: “Chi struie ngégne e seguìsce la móde”, riferito a capi di vestiario, è l’espressione di una mentalità usa e getta ante litteram.
struìte agg. istruito, colto.
struitóre agg. distruttore.
strumènt sm.: 1) strumento, attrezzo di lavoro - 2) strumento musicale - 3) atto notarile // Prov.: “La paróle è paróle e vèle cchiù d’nu strumènt”.
struppià (-ète) v. storpiare.
struppiète: 1) agg. storpio, deforme - 2) pps. (da struppià) storpiato.
strùsce sm. rumore delle scarpe strisciate per terra nel prolungato passeggio festivo lungo il corso principale che, ad Apricena, è quello intestato al Gen. Torelli; va detto però che di recente u strùsce si è spostato a Via Roma, gravitando sempre più, specie d’estate, verso la Villa Comunale; vd. anche gire.
strutt agg. logoro, consunto (di cose); stanco, sfinito (di persone).
struzzelià (-ète) v. pulire (in part. la casa); alla lett.: luvà i tròzzele.
struzzióne sf. istruzione, cultura.
stu (f. sta; pl. sti) agg. questo/a // Ricorre, tra l’altro, nelle offese: “Stu scéme!”, “Stu figghj d’...”.
stubbedarìe sf. stupidaggine.
stùbbede agg. stupido.
stuccà (-cchète) v. tagliare, recidere, spezzare funi e simili; stuccà i rròbb: comprare stoffe // Prov.: “Chi tròpp tire prèst stòk”.
stucce sm. peduncolo, tutolo di frutta, verdura, granturco, ecc.
stucchià (-ète) v. stuccare, pareggiare con stucco.
stucchiatùre sf. stuccatura.
stufatùre sf. bastonatura, mazziatone, na nzacchète d’taccarète.
stuff: 1) agg. stufo, annoiato, sazio sino alla nausea - 2) sm. noia, tedio, uggia (fa menì u stuff: tediare).
stuffà -rce (-ète) v. annoiare -rsi // “M’sò pròprie stuffète!” si esclama a volte quando non se ne può più.
stuià -rce (-iète) v. asciugare, pulire -rsi (stuiàrce la facce).
stummacà (-chète) v.: 1) stomacare, far passare l’appetito - 2) rifl. (-rce) sentire sazietà, nausearsi.
stummachèll sf. emorroidi, infiammazione delle vene del retto.
stummacóse (pl. -ùse) agg. stomachevole, che provoca nausea.
stummecarìe sf. pietanza o azione stomachevole.
stumparèll sm. tibia/e di ovino, in part. di agnello, richieste spesso al macellaio per insaporire il ragù.
stumpète agg. zoppo, monco, privo dell’uso di uno o più arti.
stunà (-ète) v.: 1) stonare (di cantanti) - 2) stordire, frastornare con lamenti, chiacchiere o rumori.
stunacà (-rce) (-chète) v. rimuovere l’intonaco, stonacare -rsi.
stunète agg. frastornato, intontito, stordito // L’espr.: “Sta stunète d’ chèpe!” è usata a volte in rif. a chi pretende un prezzo troppo alto per la cessione di beni o servizi.
stuppà (-ète) v. fermare.
stuppàcce sm. tappo, stuppele alla buona.
stùppele sm. tappo, turacciolo (sta p’stùppele: restare passivo, non dando alcuna partecipazione a quanto si sta svolgendo intorno).
stuppóse agg. stopposo, di carni in particolare.
sturà (-ète) v. sturare; contr.: tturà
sturn: 1) agg. storno, mantello equino grigio macchiettato di bianco, e, per est., il cavallo di tale colore - 2) sm. storno, uccello dei passeracei.
sturnì (sternùte) v. temprare rifacendo a fuoco il taglio ad attrezzi agricoli (zappe, vomeri, ecc.), operazione da ferrère (vd.)
stutà (-ète) v. smorzare, spegnere (stutà u fóche); contr.: ppiccià.
stutacannèle sm. spegnitoio per candele // Costituito da un cono metallico rovesciato infisso su di un’asta, era un tempo usato dai sacrestani cui spettava l’incombenza, prima dell’arrivo dell’illuminazione elettrica, di spegnere le candele poste spesso molto in alto per dare più luce; all’accensione si provvedeva invece con uno stoppino posto in cima ad una canna.
stutète: 1) pps. di stutà: spento - 2) sf. spegnimento // Prov.: “A la stutète d’la luce, accóme iè la bèll accuscì iè la brutt”.
stuvèle sm. stivale; dim. stuvalétt, accr. stuvalóne.
sùbbete avv. subito, presto; raff. per radd.: sùbbete sùbbete (su due piedi, immediatamente).
sucà (-chète) v. succhiare, bere avidamente (sucàrce u lemóne: assaporare l’amarezza della sconfitta).
sucaméle sm. radici di liquirizia, pianta erbacea delle Leguminose.
succupète agg. disoccupato.
suffrì (suffèrt) v. soffrire, patire.
suffrìe (-ritt) v. soffriggere.
sucóse agg. succoso.
suffrìtt sm. soffritto.
suggézzióne sf. soggezione, timore reverenziale (tené suggézzióne: avere timoroso rispetto).
sugghie sf. subbia o suglia del calzolaio // Degli impiccioni si dice: “Ce vó feccà ntlu suttìle accóme e na sùgghie”.
sughe sm. sugo, ragù.
sulà (-ète) v. suolare, risuolare.
sulàgne sf. luogo esposto al sole (contr. muréteche).
sularìne agg. solitario // Di chi rifugge la compagnia del prossimo si dice a volte: “Iè nu lupe sularìne”.
sulatùre sf. risuolatura; in senso traslato: bastonatura.
suldarèll sm. soldino (tené nu suldarèll da part: avere da parte una sommetta per ogni evenienza).
suleddète sm. soldato, servizio militare di leva (fa u suleddète).
sumènt sf. seme, l’operazione della semina, periodo in cui essa avvie-ne (a li sumènt) // Prov.: “Na bbóna sumènt dà na bbóna rrecóte”.
sumentà (-ète) v. seminare // Prov.: “A Sant Martine ce sumènt a pugnia chiìne!”.
summeràgghie sf. madaglina/e religiose che si portano per devozio-ne; in senso lato: ninnolo/i.
sunà (-ète) v. suonare; in senso traslato: bastonare (“Mó te sunà, s’ nn’lla fenisce!”) // “Camì, vide addóve ha iì a sunà!” è uno dei tanti modi per mandare a quel paese.
sunà a mmòrt loc. suonare a morto (di campane) // Nei paesini raccolti e silenziosi di un tempo, le campane facevano sentire spesso la loro voce per annunciare messe, feste, decessi e quant’altro. Se suonavano a morte, facendoci attenzione, si poteva individuare il sesso della persona defunta, infatti “se il primo rintocco era quello del campanone, il deceduto era di sesso maschile; se, invece, si udiva il rintocco più dolce della campana mediana, era una donna la persona passata a miglior vita” (Galante).
sunà la méss loc. annunciare con tocchi di campana l’inizio della messa // Mentre nelle chiese non parrocchiali l’annuncio viene dato per tre volte a distanza di un quarto d’ora, in quelle parrocchiali si suona mezz’ora prima una volta e poi i tocchetti 5 minuti prima dell’inizio.
sunà nglòrie loc. suonare a gloria, il che viene fatto in occasione del decesso di un bambino o di una donna non sposata.
sunagghiére sm. suonagliera, in part. quella per equini // Fornita di vari campanellini, la sunagghiére, agganciata ai finimenti del cavallo, accompagnava l’andare d’lu traiìne con una cascata di suoni argentini.
sunarèll sm. suonino per piccini.
sunatóre sm. suonatore // Nella società contadina i sunatùre arrotondavano i proventi di altre attività portando serenate e rallegrando matrimoni, trasciùte e altre liete ricorrenze. Prov.: “A li chèse d’li sunatùre nce pòrtene serenète”.
sunète sf. suonata // Mentre in origine il term. indicava la ricompensa che si dava ai suonatori, oggi la domanda “Quant iè la sunète?” è usata per richiedere il costo di una qualsiasi prestazione o cessione.
sunnà -rce (-ète) v. sognare -rsi // “Ce sònn e pisce u lètt!” si dice a volte di chi lancia accuse gratuite.
superbiùse agg. iroso, stizzoso, facile a infuriarsi.
supèrchie agg. soverchio, superfluo // Il detto: “L’amicìzie nn’è mmèie supèrchie” specifica una delle poche eccezioni alla regola: “U supèrchie rómp u cupèrchie”.
suppertà (-ète) v. sopportare.
supprescète sf. soppressata, insaccato di carne d’pòrce tagliuzzata, farcita con pepe e sale e pressata in un tratto di budello grosso. E’ probabile la derivazione dal provenzale sau (sale) e pressado (press-ato) // Il detto: “A la Madònn d’ l’Incurnète maccarùne e supprescète” evidenzia il pregio dell’insaccato, ritenuto degno di figurare in tavola persino il giorno della festa patronale.
suprène sm. piano superiore.
suràstre sf. sorellastra/e.
surchià -rce (-ète) [lat. surculare] v.: 1) sorbire un liquido facendo rumore con le labbra - 2) tirare su il moccio aspirando a bocca chiusa // La loc. surchiàrce i lànie è usata per irridere la tendenza a bersi per buone le fandonie del prossimo.
surdellìne sf. serenata in sordina; per estensione: sonora lezione a suon di... busse (“Mó te fa na surdellìne!”).
surdìe sf. sordità.
surgère sm. sorciaro // Prima che fosse introdotto u tòsk (veleno per topi), gli agricoltori che avevano problemi d’surge e tubbanère (talpe) ricorrevano a lu surgère che preparava trappole fatte con pezzi di canna, vinghie e spèghe. La canna veniva infilzata davanti alla tana per fissare a terra la trappola, il vinghio serviva per darle elasticità, lo spago per il cappio. Il tutto veniva poi legato con un filo d’erba che era la prima cosa che il topo vedeva uscendo dalla tana. Una volta rosicchiato, si spezzava facendo scattare la trappola che strangolava la vittima. Il compenso p’lu surgère era rapportato al numero degli animali eliminati.
sùse sm. vano di piano superiore.
susperà (-ète) v.: sospirare, in genere per scontentezza // Proverbi: “Chi suspìre nn’è ccuntènt”; “Chi prìme nn’ppènz dópe suspìre”.
suspètt agg. sospetto, sospettoso // Prov.: “U chène suspètt abbèie a lu lustre d’la lune”.
sust sf. irritazione, nervosismo.
suttanìne sm. sottoveste.
suttecà (-ète) v. sollecitare, incalzare, minacciare.
suttène: 1) sm. basso, abitazione sottomessa rispetto al piano stra-dale spesso costituita da un unico vano cui si accede tramite scalinata; nel centro storico ci sono suttène ancora abitati - 2) sf. sottana; anche suttanìne (m.).
sutterrà (-ète) v. sotterrare, seppellire // Il verbo è oggi, a rigor di logica, usato impropriamente, venendo i feretri non più messi sotto terra, ma murati in loculi.
sutterrànie sm. sotterraneo.
suttile agg. fine, sottile, penetrante.
svacantì (-ùte) v. svuotare; anche sduvacà (vd.).
sventelà -rce (-ète) v. sventolare - rsi; anche sciuscià (vd.).
sventracà (-ète) v. sventrare, sbudellare, svuotare delle interiora // Sventracà ialline, vallùcce, palùmm e altro era un’operazione che le massaie della società contadina compivano piuttosto di frequente.
sventurète agg. sventurato, sfortunato, perseguitato dalla malasorte.
svernà (-ète) v. svernare, attraversare l’inverno // Il detto: “Svirn, mamm, ca stà stète t’facce u cappòtt!”, all’apparenza paradossale, richiama il dato concreto che spesso, nella società contadina, gli acquisti venivano rimandati all’estate, e cioè al periodo del raccolto, che, se buono, permetteva una certa disponibilità.
svutète (o svutatóre) sf. svolta, girata, in part. del collo del piede; anche stòrt.




