Per consultare il vocabolario cliccare sulla lettera iniziale della parola cercata
A - B - C - D - E - F - G - H - I - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - Z
Lettera "Z"
“Za!” [ted. zahen] int. “Va via!”, voce per scacciare cani; il contr. zuzù serve per richiamarli // Il detto: “Cchiù dìce -Za!- e cchiù córr a la vesàcce” evidenzia come spesso animali e persone facciano esattamente il contrario di quanto viene loro richiesto o comandato.
zacquère agg. zoticone/a; spreg. per donne trasandate e volgari.
zafannèll agg. attivo, fattivo, usato in part. in rif. a bimbi/e.
zafaréie sf. imbroglio/i, trame segrete.
zampìtt sm. sandali grossolani, simili alle ciocie dei pastori.
zampugnère sm. zampognaro/i, che un tempo, nel periodo natalizio, calavano da noi dall’Abruzzo con zampógne e ciaramèll.
zanèll sf. sottocordoli per marciapiedi delimitanti la sede stradale in funzione di cunette per lo scorrimento dell’acqua piovana.
zann [long. zann, ted. zahn] sf. zanna/e, canini, denti di animali da preda grandi e acuminati.
zannià (-ète) v. rovinare k’li zann.
zannére sm. esseri fantomatici inventati per dissuadere i bambini dall’andarsene in giro nelle ore di calura // E’ possibile che zannére derivi da giannizzeri, corpo scelto dei turchi ottomani che, nelle province cristiane, ricorrevano al rapimento dei ragazzi più robusti per farne, convertitili all’Islam, dei soldati fanatici e sanguinari.
zapp sf. zappa, attrezzo di lavoro d’lu zappatóre; varianti per usi specifici: zappétt, zappetèll, zappóne, ecc.
zappà (-ète) v. zappare // Scioglilingua: “P’zappà ce vó la zupp: sènz la zupp la zapp nn’zapp”.
zappatèrr sm. contadino; anche zappatóre o cafóne (vd.).
zappère agg. f. villana, intrigante.
zapppulìà (-ète) v. zappettare per eliminare erbacce.
zaràff sm. imbroglio; fa zaraff: commettere illeciti sottomano.
zaraffà (-ète) v. raggirare, agire illecitamente.
zavuzìll (o zavezarìll) sm. salicornia, pianta erbacea dalle ramificazioni carnose; bollita e conservata sott’olio con aglio e menta, costituisce un ottimo contorno.
“Zéche zéche (o zecaré)!” richiamo per maialini, spesso accompagnato da carezze, essendo u pòrce amante di coccole.
zechetógne (pl. -ùgne) sm. colpo in testa dato con le nocche come per bussare; accr.: zechetegnóne.
zechetùgnià (-ète) v. dare in testa zechetùgne (vedi sopra).
zeffunnà (-ète) v.: 1) sprofondare - 2) nascondere nel fondo.
zefóne sm. sifone, tubo a U.
zék [long. zekka] sf. zecca, acaro parassita, dei cani in particolare; in senso traslato: seccatore.
zelefóne sm. grosso fiammifero.
zéll (anche zellarìe) sf. cavillo, puntiglio; il term. è registrato dall’Andrioli con l’accezione di tigna // “C’é vvìst la santa zèll!” è un’espr. di trionfo che si usa spesso tra ragazzi quando i fatti danno chiara-mente ragione all’uno o all’altro.
zellià (-ète) v. impuntarsi, fare il cavilloso; anche métt zéll.
zellùse agg. permaloso, cavilloso.
zemò’ voc. zio monaco, forma affettiva, e comunque di rispetto per la tonaca; idem per zeprè’ (zio prete).
zencónesm. ceppo, grosso pezzo di legna da ardere.
zenèle sm. grembiule, indumento usato dalle casalinghe nei lavori domestici in cui c’è più da sporcarsi // Il term. compare, con dim. e accr., nel palleggio: “Ndèlla, ndèlla, ndèll, quédd ca li mitt père bbèll: li mitt lu zenèle e père na figghie d’massère, li mitt u zenaline e père na figghie d’marchesine, li mitt u zenalóne e père na figghie d’fantescóne!”.
zengherià (-ète) v. far debiti da una parte e dall’altra.
zènn sf.: 1) angolino (méttece a na zénn) - 2) zinzino, piccolissima quantità (na zénn d’sèle).
zennià (-ète) v. ammiccare, fare l’occhiolino o altro cenno d’intesa.
zenzìdd sm. ghiaccioli, pendagli che, nei giorni di freddo intenso, si formano a fil di grondaie, tegole e ovunque c’è gocciolio.
zepèpp [gr. paptos] sm. (alla lett.: Zio Peppe) cantaro, o ruàgne, vaso cilindrico a bordo largo con due manici per la presa e coperchio di legno per evitare la diffusione di sgradevoli effluvi // Fino agli anni Sessanta, quando molte abitazioni erano ancora prive di servizi igienici, in caso di necessità ci si accomodava sópe a zepèpp, che, una volta pieno, andava svuotato di notte quando passava di strada in strada u carr d’l’àcqua spòrk, il cui conducente svegliava gli interessati col suono di una trombetta e col classico grido: “Chi adda iittà, ièmoooh!”. Si assisteva allora, in ogni quartiere, ad una strana processione di donne e uomini appena tirati giù dal letto, ognuno col proprio vaso da svuotare. Compiuto il rito, u zepèpp veniva riportato in casa, ripulito e riposto dietro il letto o nu retrétt. Vedi anche iittà.
zepìle sm. settebello, sette di denari delle carte napoletane; costituisce da solo, nella scopa, uno dei quattro punti nt’lu mazz in palio per giro, scope a parte.
zépp: 1) sf. zeppa // In senso trasl.: raccomandazioni (“Ce vónn i zépp”) - 2) agg. pieno, zeppo.
zéppele sf. zeppola/e, ciambelle fritte e guarnite di crema, tipiche del giorno di San Giuseppe, festa del papà (19 Marzo).
zeprè’ voc. zio prete, forma affettiva; idem per zemò’ (vd.).
zerùsce (alla lett.: zio rosso) sm. rosso di capelli (pile rùsce) // Non sono pochi i detti popolari che invitano a diffidare d’li zerùsce, definiti spesso mmèlepile, appellativo che è l’esatto corrispettivo di Rosso Malpelo, titolo di una celebre novella di Giovanni Verga, il che evidenzia quanto diffusi e radicati siano stati, nelle società conta-dine, i pregiudizi intorno a chi abbia avuto la ventura di nascere con questo particolare colore di capelli. Vedi anche rùsce.
zezì voc. zio // Quando i bimbi incominciano appena ad intendere, spesso s’insegna loro la filastrocca che segue e che è costituita da sole quattro parole, ma con un’offesa per un zezì magari presente e additato a zimbello: “Papà, mammà, zezì baccalà!”.
zezzùse agg. sudicio, lordo.
zi’ s. zio/a (zi’ Mechéle); fuso col nome comune che segue, promuove a zii varie categorie di persone (zemòneche, zeprèvete, zerùsce, ze-vècchie...) e persino u zepèpp (vd.).
zià voc. zio, spesso usato tra zii e nipoti coetanei o quasi.
ziarèll sm. stelle filanti, nastrini colorati che si usano, insieme ai coriandoli, a carnevale o in occasione di feste danzanti, e in part. a i spusalìzie per legare gli sposi e altre coppie in vista // Il prov.: “A la vie d’i vunnèll so tutt ziarèll, a la vie d’i cavezùne so tutt scarrafùne” evidenzia il trattamento ben diverso, da parte della nuova coppia, riservato ai parenti della sposa ed a quelli dello sposo.
ziène s. zio/a; poss. ziàneme e ziànete // “Iè ziène saccòccia vacant” si dice a volte di zii e zie poco generosi con i nipoti.
zìnghere s. zingaro/a; in senso traslato: debitore insolvente; accr.: zengaróne // La domanda “Ha mèie vist zinghère mète?” sottolinea l’avversione di questi nomadi alla fatica; comunque un tempo, quando giravano in carovane di carri trainati da equini, una parvenza di mestiere lo esercitavano, in quanto convenivano numerosi nelle fiere paesane di animali ove vendevano cavalli e muli che si sospettavano rubati. Per curiosità va infine detto che il term. deriva probabilmente dal bizantino tsinganoi, nome con cui veniva indicata una tribù dell’Asia Minore.
zink sm. zinco, in part. il contenitore di tale metallo per la provvista annuale di olio d’oliva.
zirl sm. capricci, ghiribizzi, strane idee (tené i zirl nchèpe).
zite s.: 1) fidanzato/a, sposo/a // “U zite e la zite, mugghiére e marìte!” è un ritornello che i bambini scandivano a volte non solo dietro gli sposi, ma anche alle spalle di fidanzati veri o presunti - 2) cerimonia nuziale (iì a la zite) - 3) in alcuni contesti, come ad es. nel prov.: “Chi té facce ce marìte e chi nò rumène zite”, il term. assume il valore di zitella, e cioè il contrario di quello normale di cui al n.1. - 3) zite e mézezìte sono maccheroni cilindrici tipici delle tavolate matrimoniali che un tempo si tenevano a casa dello sposo
zite d’ll’òcchie sf. pupilla.
zitt agg. zitto, silenzioso // “Iè zitt zitt!”, si dice spesso di bambini particolarmente tranquilli di carattere. L’espr.: “Zitt tu e zitt iì!” è usata in rif. ad argomenti di cui si avverte l’urgenza, ma che nessuno prende l’iniziativa di toccare.
zòcchele [dal lat. volg. soccula] sf. ratto, topo di fogna, detto anche decumano o surmulotto - 2) donna di malaffare; dim.: zucculétt; accr. zucculóne - 3) calzature estive dai plantari di legno.
zóche sf. corda, fune; dim. zuculéll // Nel prov.: “A li mmalamènt Gése Crìst dà la zóca lòng!”, la zóche è metafora della vita.
zómpafòss agg. saltafossi, usato a volte in rif. a ragazze di facili costumi // Sono definiti a la zómpafòss i pantaloni che, come quelli di Charlot, lasciano a nudo parte delle calze.
zruviziànt agg. servizievole.
zrùvizie sm. servizio, commissione, faccende domestiche, bisognino, a seconda dei contesti // L’espr.: “Ce l’é fa iì u zruvìzie!”, lascia trasparire propositi vendicativi.
zucchelatùre sf. zoccolatura, fascia inferiore della parete di una stanza che si riveste con battiscopa di pietra, marmo o legno; anche rivestimento esterno a metà altezza.
zùcchere [ar. sukkar] sm. zucchero // Pène, zùcchere e ógghie costi-tuiva un tempo per i bambini una ambita merenda.
zuchère sm. cordaio, fabbricante di zóche, figura artigianale ormai scomparsa // La sim.: “Ce n’va addrète addrète accóme e lu zuchère!” ricorda il fatto che i cordai, intrecciando iuta per mezzo di una grossa ruota mossa da un aiutante, con la corda in mano indietreggiavano via via che essa si allungava. Per curiosità va detto che, tra le materie prime usate da i zuchére, ebbero per un certo periodo largo spazio i spèghe già usati dalle mietitrici p’ttaccà i manòcchie e recisi al momento della trebbiatura. L’ultimo ad esercitare ad Apricena il mestiere, fu Peppìne u zuchère che operava a ridosso del paese, sópe la vìe d’San Sevére.
zuculéll (dim. di zóche) sf. cordicella // Il detto: “S’t’rriàlene u purcèll, curr curr k’la zuculéll” esorta ad approfittare dei rari momenti di generosità del prossimo.
zùlefe sm. zolfo, e per est. zolfanello, fiammifero.
zulù sm. incivile, primitivo // Il term. deriva dal nome di una combattiva tribù dell’Africa australe, la quale diede del filo da torcere agli Inglesi, infliggendo loro, nel 1879, gravi perdite nello scontro di Isandlawna.
zump sm. salto // Sost. e dim. compaiono insieme nella filastrocca: “Zump, zumpitt, calecagnìtt, m’ rómp na còss e m’stèng zitt!” che accompagna un gioco a saltarsi in groppa, col rischio preventivato di rompersi qualche arto.
zumpà (-ète) v. saltare // Il prov.: “Dóve zómp la crèpe zómp la cra-pétt” sottolinea la tendenza delle figlie a seguire, nel bene e nel male, le orme materne.
zumpettià (-ète) v. saltellare // Di bimbi vispi si dice che zumpettéiene accóme e crapìtt.
zumpettìne agg. salterino, in part. di bimbi e bimbe vivaci.
zupp [got. suppa]: 1) sf. zuppa di pane inzuppato in latte, brodo, ecc.; la zupp per antonomasia è la minestra di pesce; dim. zuppetèll - 2) agg. zuppo, bagnato; sup. zupp zupp (fradicio di pioggia).
zuppére sf. zuppiera in terracotta; dim. zupperèll.
zurìll sm. cagnolino, cucciolo di piccole dimensioni // Di bimbi vispi come cuccioli si dice: “Iè nu zurìll!”.
zurl sm. ruzzo, gioco caratterizzato da esagitazione e rumorosità.
zurlià (-ète) v. giocare in modo rumoroso, saltellare allegramente.
zurr sm. becco, caprone, maschio della capra (paré nu zurr: sembrare un caprone per la capigliatura folta e arruffata); accr. zurróne; dim. zurràcchie (capretto di un anno).
zuvìdd sm. tappo di legno per fiask e fiaschìtt, costituito in genere da un rametto d’muréne o cerèse per conferire un particolare aroma al vino ivi contenuto.
zuzù: voce di richiamo per cani; il contr.: za, serve per cacciarli via.
zzàrdsm. azzardo (fa na zzàrd: fare un tentativo rischioso).
zzardà (-ète) v. azzardare, rischiare // Prov.: “Chi zzàrd pass l’àcque”.
zzardùse agg. persona incline al rischio, giocatore d’azzardo.
zzeccà -rce (-ète) v.: 1) avvicinare, accostare -rsi (zzeccà a lu mure) - 2) appioppare, assestare (zzeccà nu mappìne) - 3) essere congruen-te in un discorso (“Nce zzék p’nnènt!”: Non c’entra niente!).
zzemàrce (-ète) v. agghindarsi, abbigliarsi con ricercatezza.
zzucchelàrce (-ète) [da zòcchele (ratto)] v. introfularsi in casa altrui prendendovi stabile dimora.
zzuppà (-ète) v. urtare (zzuppàrce la chèpe: battere con la testa).




