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Lettera "F"
fa -rce (fatt) v. fare -rsi // Locuzioni: fa bettùne ncòrp (innervosirsi senza reazioni apparenti); fa capetèle (fare affidamento); farce bbóne (guarire); fa la bbèlla fémmene (fare la meretrice); fa la pólve (spolverare, fare pulizie in casa); fa la scarpétt (raccogliere col pane i residui di sugo nel piatto); fa li cóse a la n’mm’n’fréche (agire in maniera irresponsabile); fa mpégne (far finta); farce pprubbalé (farsi valere); farce u chèpe (pettinarsi).
facce sf. faccia, facciatosta // Prov.: “Chi té facce ce marìte e chi nò rumène zite”.
faccecuscìne sm. federa del guanciale.
faccefrùnt sm. confronto faccia a faccia per chiarimenti.
faccelettóne (pl. -ùne) [lat. faciolum, da facies (faccia)] sm. scialle di lana di solito nero e di forma quadra che le donne di una certa età, nell’uso, ripiegavano in due a rettangolo avvolgendolo alla persona, capo compreso, al di sopra del cappotto o in sostituzione di esso. Di dimensioni più ridotte era u faccelettunètt, che veniva ripiegato a triangolo lungo la diagonale.
faccète sf. facciata, prospetto di costruzione.
facchìne sm. operaio/i addetti un tempo soprattutto al carico e scarico dei sacchi di prodotti agricoli, e di grano in part., mansione evidenziata anche dall’origine del termine che, attraverso il fr. faquin, discende dal francone facque che indicava i sacchi (Carassiti).
facciacòtt agg. timido, vergognoso; contr.: facciatòst.
“Faccia mi!” escl. “Che vergogna! Povera faccia mia!”.
facèle agg. facile, che si può fare od ottenere senza fatica // Di chi non si pone problemi si dice a volte: “Fa i cóse fàcele facele”.
facelóne agg. facilone, superficiale.
facènn sf. faccende.
facennùse (f. -ósa)agg. attivo, sempre in faccende.
fàglie agg. privo, sfornito // Derivata dal gioco del tressette, la loc. sta faglie a denère ha anche il valore traslato di: essere al verde.
falecunétt sm. piccolo falco.
falegnème sm. falegname, detto anche mastre d’asce o carpéntiére, nel caso fosse specializzato nella costruzioni di carri.
famìgghie sf. famiglia // Nell’escl.: “Vi’ k’bbèlla famìgghie!” il term. ha il valore di: combriccola di soggetti discutibili. Ironica è anche la loc. la famiglia Mbrambrì, probabile deformazione di Brambilla.
fanatecarìe sf. azione da fanatico, atto esibizionistico.
fanàteche agg. fanatico, ricercato, ambizioso, pieno di sé.
fancòtt sm. fagotto, pacco confezionato alla meglio.
fanèle sm. faro, fanale; in senso traslato: occhiali.
farenère [basso lat.: farnarium] sm. vaglio, crivello (vd. graf. 3) // Per selezionare il grano, si sospendeva un tempo u farenère a i tre mmazz e, con un sistema di corde, gli si imprimeva un moto rotatorio in modo che le impurità piccole uscissero dai buchi e quelle più grandi emergessero in superficie. Il Pitta annota che già ai suoi tempi: “Non più il vaglio, sospeso al centro delle tre pertiche disposte a capanna, è agitato e rigirato con moto ritmico dalle mani callose e robuste del capace vagliatore, ma i rumorosi svecciatoi si sono ad esso succeduti nel lavoro, come agli animali aggiogati si è quasi del tutto sostituita la trazione a motore” (pag. 287).
farfarìll agg. farfallino, cosa, o persona di estrema leggerezza.
fasciatóre (pl. -ùre) sm. fascia/e per neonati che venivano un tempo completamente avvolti dal petticino ai piedini (vd. cummegghià).
fasce [lat.fascem] s.: 1) m. fascio // Il term. evoca i fasci di legna o fra-sche che uomini, donne e ragazzi di un tempo, portavano la sera a casa dove c’era bisogno di un enorme quantitativo di materiale da ardere per riscaldarsi d’inverno e per cucinare in tutte le stagioni - 2) fascio littorio, simbolo del fascismo - 3) f. fascia di tessuto.
fascestóne agg. accr. di fascist, indica ancora oggi i fautori più accesi del passato regime.
fascióle (pl. -ùle) sm. fagiolo/i // Su questi legumi grava il pregiudizio che, gonfiando l’intestino, inducano a liberarsi dell’aria superflua con una certa frequenza, infatti a chi si lascia sfuggire qualche ru-morino si chiede a volte scherzando: “K’t’ha magnète, i fasciùle?”.
fasciulìne sm. fagiolini verdi che vengono cucinati nei baccelli.
fasìne sf. vaso in terracotta per provviste alimentari; dim. fasenèll.
fatià (-ète) v. lavorare, faticare // Pur essendo la voglia di lavorare e la resistenza alla fatica tra le virtù più apprezzate nella società contadina, esiste, nel nostro come in altri dialetti, una serie nutrita di detti che esprimono una filosofia da scansafatiche ed i cui assiomi fondamentali sono: “Chi fatìe magne e chi nn’fatìe magne e vvéve”; “Chi fatìe ième a Ddìe, chi fatìe na vóte ogni ttant ième a Ddìe k’tutt li sant, chi nn’fatìe p’nnènt ième a Ddìe k’tutt i sariamènt”; “Chi fatìe assà ce móre”. Di chi è un gran lavoratore si dice: “Fatìe accóme e nu ciùcce” o “Fatìe accóme e nu chène”, anche se i cani, come si sa, non sono dei gran lavoratori.
fatiatóre agg. lavoratore, laborioso; contr.: sfatiète.
fatìesf. fatica // Prov.: “S’la fatìe fuss bbóne, fatiàssene pure i pré-te!” (vd. fatià).
fatióse agg. faticoso, stancante.
fatt: 1) sm. fatto/i, eventi, affari, faccende // Prov.: “Chi i fatta só nce li vó fa uèie adda passà” - 2) croce, faccia della moneta contraria a lìsce (testa); vedi il gioco lìscéffàtt.
fattappòst sm. coso, oggetto fatto a posta; il term. è usato per pigrizia, quando non viene in mente il nome preciso di ciò cui si sta alludendo.
fattùre sf.: 1) nota commerciale di mercanzia venduta o spedita - 2) stregoneria, incantesimo malefico in cui a volte si cerca la spiegazione, e persino la soluzione, per problemi non risolvibili per altre vie; in centri non lontani, e in particolare a Sannicandro Garg., operano fattucchieri che non mancano tuttora di clienti.
favaràzz [da fève] sm. baccelli secchi di fave, usati un tempo come esca per il fuoco e persino per imbottire saccùne (vd.) nel caso non ci si poteva permettere la paglia di granturco.
fàvece sf. falce, attrezzo del mietitore ora caduto quasi in disuso.
fàvece e martèll loc. falce e martello // I due attrezzi compaiono insieme nei simboli politici della sinistra, la falce a simboleggiare il bracciantato agricolo, il martello la classe operaia. Negli anni in cui fu sindaco Carlo Palermo (1955-1971) votava p’favece e martèll una percentuale così alta di nostri concittadini che il PCI giunse ad avere 21 consiglieri su 30 ed Apricena, definita da Radio Praga “il paese più comunista del mondo non comunista”, fu gratificata di una visita da parte di una delegazione di personalità sovietiche di primo piano. Lo stesso Giancarlo Paietta venne da noi in incognito per conoscere di persona il sindaco che aveva portato il Partito a così brillanti risultati.
favecióne sm. falce da fieno, costituita da una grossa lama ricurva as-sicurata ad un lungo manico.
favère sm. favato, campo di fave.
fàveze agg. 1) falso (di oro); in senso trasl.: infido, bugiardo (di persone); accr. favezóne // I due significati convivono nell’arguzia dell'offesa: “Pure ca t’mitt l’óre ngòll sèmp faveze sì!”.
favine sf. fava cavallina o favetta, varietà per foraggiare il bestiame.
favógne sm. favonio, vento di sud-ovest arido e soffocante // Il prov.: “U favógne mpréne la vòrie e nasce u figghie acquarùle” risponde a un dato scientifico, essendo la pioggia generata proprio dall’incontro tra un vento caldo (u favógne) ed uno freddo (la vòrie).
favurì (-ìte) v. favorire // Mentre si sta per portare il cibo alla bocca, in presenza di estranei, è di prammatica l’invito “Favurìte?” di solito reclinato con “Bon’appetìte!”.
fazzatóre sf. madia di legno a bordo svasato usata un tempo soprattutto per impastare il pane.
Febbrère spr. Febbraio // Prov.: “Febbrère curce e amère: s’li iùrn fùssene tutt, facéss iilà u vine dint a li vutt!”.
feccà (-cchète) v. ficcare, insaccare, far entrare a forza.
fedàrce (-ète) v.: 1) sentirsela, di solito in frasi negative (nn’fedarcene a ffa nènt!) - 2) fidarsi, avere fiducia // Proverbi: “Ciòpp, vasce e rusce: nt’ fedann s’nn’lli canùsce”; “Nt’ha fedà mank d’la cammìscia to stéss!”.
féde sf.: 1) fede, anello nuziale - 2) fede, fiducia (“Chi nté féde nté vertù”) - 3) certificato medico (“Pìsce chière e fa la féda mè-deche)”.
fegatàzz sm. insaccato ottenuto tagliuzzando fegato, polmone, rete e altre interiora suine che, tutte insieme, costituiscono u campanère; u fegatàzz viene in genere arrostito o aggiunto al ragù al quale conferisce un particolare sapore.
felà (-ète) v. filare, ridurre in filo; in senso traslato: rigare diritto // Prov.: “Chi vó felà file a lu sbròcchele!”.
felabbustiére agg. mascalzone.
felatèll sm. spaghetti; traslato: filo del discorso // L’espr.: “Sènza llungà tròpp u felatèll...” equivale a: “Per farla breve...”.
féle [lat. fellem] sm. fiele, cistifellea // Il prov.: “Ha tené u féle a li dènt e u bbéne a lu córe!” consiglia di evitare, nell’educazione dei figli, tenerezze e smancerie.
felèmm sp. fili del ragionamento (tené lòng i felèmm: saperla lunga).
feleppìne sf. tramontana, vento freddo accompagnato a volte da minuscoli fiocchi di neve // “Méne na feleppìne!”, si esclama a volte in giornate invernali gelide e ventose.
felétt sm. filetto, in part. l’assaggio di carne suina che, in occasione della macellazione del maiale, s’inviava un tempo a parenti e vicini // U felétt consisteva in genere in un pezzo di spina dorsale (dui o tre tak) e altri ritagli di carne. L’omaggio veniva consegnato a domicilio, in un piatto avvolto in un tovagliolo, da qualche bambino che veniva ricompensato di solito con una piccola mancia.
felettèrr sf. aratro monovomere per arature profonde.
felìmmie sf. fuliggine del focolare.
fèll [lat. ofella] sf. fetta (d’pène, melóne, murtatèll...); arc.: fèdd; dim. fellùcce; accr. fellóne e fellàzz.
fellià (-ète) v. tagliare a fette.
felliète sf. fellata, insieme di affettati, in part. l’antipasto pasquale costituito da fette d’supprescète, ventrésk, pòrtaiàll e ióve ddessète che si servono conditi con prezzemolo, olio e sale.
fellóne sm. pane fusiforme, altrove detto ciabatta.
felòpp sf. sterpaglia secca di fili sottili; per est., la peluria adolescenziale che precede la barba.
felòsce sf. filo di cotone più fine d’la vammèce (vd.), anch’esso usato per confezionare calze.
fème sf. fame // Prov.: “La fème fa scasà u lupe da lu vòsk”.
fémmene sf.: 1) donna, femmina; accr. femmenóne, dim. femmenùcce // I proverbi che ne parlano riflettono in genere punti di vista maschilisti: “I fémmene ténn i capìll lòng e lu cerevèll córt”; “I fémmene sò tutt d’na manére: o mure o iìsce pazz o va ngalére”; “Fémmene, ciucce e crèpe ténn tutt na chèpe”; “I fémmene sò ccóme i melùne: ògni ccènt vune”; “La fémmene iè ccóme la castàgne: iè bbèll da fóre ma dint tè la mmaiàgne”; “U régne dóve ha cumandète la fémmene nn’è gghiùte mèie annànz”, e si potrebbe continuare su questo tono... Sulle donne apricenesi in particolare un detto afferma: “I fémmene d’La Prucine mànnene l’òmmene a la rruvìne” - 2) donna di servizio (métt la fémmene).
femmenìne agg. femmineo.
fenèstre sf. finestra; dim. fenestrèll o fenestrùcce.
fenestrìll sm. finestrino, in part. ciascuna delle ante d’li vetrine.
fenetòries f. fine (fenetòrie d’ mónn: caos da fine del mondo).
fenì (-ùte) v. finire // “S’nn’lla fenìsce...” fa spesso da premessa all’esplicitazione di minacce.
fenòcchie sm. finocchio, pianta erbacea delle Ombrellifere, dalle foglie basali carnose e commestibili; dim. fenucchiètt; in senso traslato: omosessuale.
fenucchiàstre (nsc. Anethum graveolus) sm. finocchio selvatico, detto asinino; molto aromatico, se ne utilizzano i semi (scióre d’fenòcchie) p’ tarallùcce (vd.) ed altro.
fenzióne sf. funzione religiosa.
fercenèll sf. paletto con punta a v per tendere corde per il bucato, spendere provviste da la pèrteche ed altri usi.
fercenète (o freccenète) sf. forchettata, quantità di cibo che si prende in una sola volta con la forchetta.
fercìdd (o freccìdd) sm. forconcino a due denti usato un tempo in part. per spostare i manòcchie (vd.).
fercìne (o freccìne) sf.: 1) forchetta - 2) forcina per capelli.
fercóne sm. forca di legno per smuovere paglia o fieno.
fèrm: 1) fermo, arresto - 2) agg. ro-busto, solido.
fermà (-ète), v.: 1) fermare (fermà na uaglióle: fermare una ragazza per strada per dichiararle interesse) - 2) firmare, apporre la firm.
fernesìe sf. frenesia.
fernì (-ùte) v. finire, portare a termine; anche feni.
fèrr sm. ferro // Il term., che assume valori diversi a seconda dei contesti, nel gergo domestico indica quello da stiro, un tempo vuoto all’interno per contenere carboni accesi; come collettivo allude ai ferri del mestiere; (rrezelà i fèrr: riordinare gli attrezzi; in senso trasl.: restare al verde).
fèrr ferrìzz sm. nome di un gioco nel quale uno dei partecipanti si colloca al centro mentre gli altri occupano delle posizioni contrasse-gnate, ad esempio, da una sedia. Al grido: “Fèrr ferrìzz: chi ciaiàveze e chi ce mpìzz!”, tutti lasciano il proprio posto per occupare quello più alla portata. Poiché i posti sono inferiori di un’unità a quello dei giocatori, chi rimane senza si mette al centro e il gioco ricomincia.
ferrà (-ète) v. ferrare (equini).
ferrarìe sf. fucina, bottega del fabbro; vedi ferrère.
Fèrravùst sm. Ferragosto (15 Agosto), ricorrenza per la quale la tradizione prevede maccarùne k’lu vallùcce arrechiéne // Il term. deriva dal lat. feriae Augusti, festa in onore dell’imperatore che cominciava il 1° del mese. Poi la Chiesa spostò la data al 15, giorno dell’Assunzione, ricorrenza che ad Apricena è commemorata dai tusèll (vd.), che si preparano per la serata del 14.
fèrrefelète sm. fil di ferro.
férrefuse sm. ferro fuso e smaltato per utensili casalinghi.
ferriète sf. inferriata; ferriète ’u lètt: testiera del letto in ferro.
ferrère sm. fabbro ferraio // Un tempo i ferrère erano piuttosto numerosi sia perché buona parte degli attrezzi agricoli venivano modellati manualmente a suon di martellate sui pezzi estratti incandescenti dalla fòrge (vd.) sempre accesa, sia perché c’erano da ferrare cavalli, asini e muli. Essendo un mestiere non facile, non tutti gli apprendisti si mostravano all’altezza, anche se il detto: “Déciann ntla ferràrìe e ncé mparète a dderrezzà nu chióve!” è una palese esagerazione.
ferrétt (o ferrettìne) sm. forcina di ferro per capelli.
fèrrevècchie sm. raccoglitore un tempo anbulante di ferro vecchio che ritirava in cambio di bicchieri, mollette da bucato, bacinelle di plastica e altre cianfrusiaglie da poche lire // U fèrrevècchie, che si è messo al passo coi tempi facendo del ritiro delle auto da rottamare la principale fonte di reddito, è detto anche sfasciacarròzz se recupera e vende di pezzi di ricambio.
ferrìzz sm. leggeri sgabelli di ferula (vd. frèvele) che si usavano un tempo nelle masserie // Col detto: “I ferrìzz annanz e i sègge addréte” si stigmatizzano situazioni in cui vengono falsate graduatorie di merito.
fertùne sf. fortuna // Se i proverbi “Tutt iè fertùne a stu mónn!” e “La fertùne iè ccóme t’la fa!” esprimono punti di vista contrastanti, si può essere tutti d’accordo sul fatto che: “La fertùne iè na róte ca ggìre” e quasi mai si ferma dove vorremmo.
fesarmòneche sf. fisarmonica.
fesckà (-ète) v. fischiare.
fesckètt sm. fischietto // Di chi è un po’ duro d’orecchio si dice: “Té i feschìtt allentète”.
féss: 1) agg. stupido, sciocco - 2) sf. pudende femminili // A proposito delle origini del term., va detto che il lat. fessus ha il valore di stanco come pps. di fatiscor, e quello di spaccato come pps. di findo.
fessàrìe sf. sciocchezza, stupidaggine (pigghiàrl a fessarìe: prenderla alla leggera).
fessàrce (-ète) v. fissarsi in un’idea; per est.: impazzire.
fessiàrcele (-ète) v. pavoneggiarsi, darsi delle arie per un abito nuovo.
fessetùdene sf. stupidità.
fèst sf. festa; dim. festeccióle (“Mègghie na fést ca cènt festeccióle”); accr. festacchióne // All’affermazione: “Iòie è fest” o “E’ fatt fèst” (Mi sono assentato dal lavoro), l’interlocutore ribatte a volte: “Cóm’è, k’gghiè? Sant Cazziène Apòstele?”.
fèsta rann loc. festa grande, solenne (quella patronale, il Natale, la Pasqua) // Il prov.: “Cchiù vénn i fèst rann e cchiù la fìgghie dà mazzète a la mamm”, proposto co-me indovinello, ha per sol. campana e battaglio.
Fèst ’a Cuncètt sf. Festa dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre) // Il detto: “A la Cuncètt: a Natèle diciassètt”, ricordando che la Natività non è lontana, ne quantifica i giorni che ancora vi mancano. Ma la Cuncètt è essa stessa una data rilevante in quanto bambini e ragazzi dei vari rioni ammucchiano enormi cataste di legna e tavolame, dandovi fuoco la sera e divertendosi all’intorno con botti e pirotecnie di piccola taglia. Adulti ed anziani, prima di spegnere il fuoco e rimuovere le ceneri, più per consuetudine devozionale che per usi concreti, raccolgono e portano in casa una parte della brace in bracieri o altri contenitori di fortuna.
Fèst ’a Madònn i ll’Angele spr. Festa della Madonna degli Angeli // “Il popolo (Pitta, pag. 198), continuando un’antica tradizione, la sera del 2 Agosto, festa del Perdono di Assisi, muove in massa a far visita alla Madonna”, che, raffigurata in un quadro di buon pennello, è collocata in una chiesetta poco fuori dall’abitato, a destra della strada per la stazione (vd. Chiése ’a Madònn i ll’Angele). Tramontata è però l’usanza cui accenna il Pitta stesso, e cioè che i ragazzi: “arrampicati sugli alberi di acacia fiancheggianti la via, mostravano ai passanti luminosi teschi modellati su grosse zucche”.
Fèst ’a Madònn ’i Ncurnète spr. Festa della Madonna dell’Incoronata // E’ stato l’11 Maggio del 1941 che la beata Vergine Maria, sotto il titolo dell’Incoronata, fu proclamata ufficialmente da Pio XII “patrona principale” di Apricena, unitamente a San Michele Arcangelo che era stato fino a quel momento il nostro protettore. La festività, fissata in un primo tempo al 10 Maggio, fu poi spostata all’ultima domenica del mese, per evitare la coincidenza con le feste patronali dei comuni circonvicini. In preparazione alla ricorrenza, gli Apricenesi prelevano la Madònn dal suo Santuario l’ultimo sabato di Aprile e l’alloggiano nella Chiesa Madre per tutto Maggio. L’ultima settimana, dal venerdì alla domenica, con tanto di banda e tra spettacolari fuochi d’artificio, l’accompagnano in tre successive processioni per le strade dei vari rioni del paese, mentre dai balconi, abbelliti da eleganti coperte, piovono sulla Madonna petali di rose e biglietti colorati su cui si leggono preghiere e lodi per la nostra Patrona. La marea dei fedeli è resa impressionante anche dall’afflusso di forestieri attratti soprattutto dai fuochi d’artificio, e di oriundi tornati per l’occasione. Il detto: “Appréss la Madònn’i Ncurnète vann pure i sant tarlète” richiama il fatto che, fino a qualche decennio fa, la Madonna era accompagnata da varie statue di santi (San Michele, San Martino, Sant’Anna, Santa Rita…), alcune delle quali erano di una certa vetustà. In senso traslato allude a donne piene di sussiego che di rado mettono il naso fuori dalla porta e che tuttavia si fanno vedere puntuali in processione. Oltre che dalla banda e dagli spari, l’Incoronata era accompagnata un tempo dal canto delle nostre donne le quali, inneggiando a Maria, ripetevano ogni volta la strofa che segue, cambiando solamente il numero d’ordine e, ad ogni settima stella, concluso il ciclo, ricominciavano dalla prima: “La prima stélla ciassètt a lu suo tróne, la tua coróne che il mondo Li costò, mparavise ce ne va. Viva Marìe, Marìe sèmpe viva, viva Marìe, Ncurnèta fuss tu, Ncurnèta fuss tu, sì la mamm di Gesù! La secónda stélla ciassètt a lu suo tróne...”. Accompagnata la Madònn a la Chiésa Madre, la domenica pomeriggio la festa assumeva un tempo i colori e l’allegria delle sagre con giochi molto popolari come la cuccàgne e i córz nt’li sak a Fóre la Cróce, i còrz ’i ciucce e d’li cavall a la vie ’a stazzióne (vd. pàlie). La sera era ed è rallegrata, oltre che dal luna park e dai venditori tra i quali sempre più numerosi sono gli extracomunitari, anche da concerti bandistici e da spettacoli di musica leggera tenuti da cantanti spesso molto famosi. La notte è illuminata infine da fuochi d’artificio in cui si alternano batterie crepitanti e razzi multicolori che ricamano il cielo di effetti fantasmagorici. Infine la festa si chiude il lunedì, con l’ultima processione per riportare la statua al Santuario, l’ultimo spettacolo musicale, gli ultimi fuochi d’artificio.
Fèst ’a Madònn ’u Resarie spr. Festa della Madonna del Rosario // Durante la festività, che cade la prima domenica di Ottobre, si porta in processione, per le principali vie della parrocchia, il gruppo della Madonna del Rosario di Pompei. Punto di partenza e di arrivo della processione è la Chiése ’u Resàrie (vd.) ornata per l’occasione di luminarie e affiancata da un palco per lo spettacolo musicale serale. La processione si conclude con fuochi pirotecnici e con la Messa all’aperto, celebrata sul sagrato.
Fést ’a Matrìquele spr. Festa della Matricola // La ricorrenza animò ad Apricena, dal 1954 al 1971 (con la sola interruzione del 1958), l’ultimo mese dell’anno, quando gli universitari, liberi da impegni di studio per la pausa natalizia, si aggiravano a gruppi numerosi per le strade, contraddistinti dai tipici cappelli a punta sul davanti, dai colori diversi a seconda della facoltà da ognuno frequentata. I momenti salienti dei festeggiamenti, durante i quali il “servizio d’ordine” era assicuato dalla UAP (Universitary Arm Police), erano la questua per raccogliere i fondi necessari, la distribuzione del giornale La Matricola, la sfilata di carri allegorici, accompagnati dal complesso Tirattattìra, il processo alla Matricola in Piazza Municipio, la simbolica consegna delle chiavi della città al Sultano Alìusacasìnalòff, la recita della PAC (la Prucinés Artists Company che è tuttora attiva) e infine il veglione al quale partecipava il fior fiore della “gioventù del loco”. Ne parla ampiamente il Clima, la cui trattazione è corredata da interessanti fotografie d’epoca.
Fèst d’Sant’Antònie spr. Festa di Sant’Antonio (13 Giugno) // In occasione della festa la statua del Santo di Padova, con partenza dalla Chiése ’u Cummènt (vd.) viene portata in processione fino al centro storico, tra pezzi bandistici e fuochi d’artificio i quali, anche se più modesti di quelli che accompagnano l’Incoronata, sono pur sempre il segno di una devozione ancora così avvertita che è tuttora possibile vedere sfilare, nei pressi della statua, qualche bambino vestito da Sant’Antònie, e cioè in tonaca da fraticello e magari con un giglio bianco tra le mani, simbolo di purezza verginale. Quest’ultima è una qualità peculiare del Santo di Padova, insieme alla sua efficacia di mediatore di grazie, come sottolinea la seguente preghiera popolare: “Sant’Antònie vergenèll, annanz a Ddìe sì tant bbèll. P’la tua santità tanta razie ciàda fa!”.
Fèst d’Sant Lazzère spr. Festa di San Nazario (28 Luglio) // La ricorrenza fornisce l’occasione per una visita al Santuario (vd. Chiése d’ Sant Lazzère), tradizionale luogo d’incontro tra gli abitanti di Apricena con quelli dei comuni viciniori ed i pellegrini che vi giungono anche da più lontano. Oggi, raggiunto il Santuario con l’auto, non pochi fedeli vi si trattengono per tutta la giornata, trasformando una vasta zona in un parcheggio da turismo di massa, altri vi si soffermano quel tanto che basta per una preghiera al Santo e qualche acquisto presso gli ambulanti che vi convengono per l’occasione in gran numero. Un tempo non molto lontano, lungo gli 8 km. da Apricena al Santuario, muovendosi sui lenti traiìne o in bicicletta o anche a piedi, i pellegrini intonavano la stessa cantilena dei santemechelère, cambiando solamente il nome invocato: “U péde d’Sant Lazzère, e quant ciadóre, e quant ciadóre... Ciadóre u bón Gésù e, Sant Lazzère, aiutece tu! La còss d’Sant Lazzère e quant ciadóre, e quant ciadóre...”.
Fèst ’la Sacra Famìglie spr. Festa della Sacra Famiglia // Istituita nel 1998, la festa ha per epicentro la chiesa omonima nella nuova zona abitativa Céntesassantasètt (vd.). Si celebra il 12 ed il 13 Ago-sto, quando si porta in processione, accompagnata dalla banda musicale e da fuochi d’artificio, il gruppo statuario rappresentante la Sacra Famiglia (Madonna, San Giuseppe e Gesù Bambino), da cui prendono nome sia la chiesa che la festa.
festìne sm. festa da ballo con musica e rinfresco; in part. il ricevimento della trasciùte (vd.) e la festa nuziale col relativo pranzo.
fetà (-ète) v. azione della deposizione dell’uovo da parte della gallina // Il prov.: “Nesciùna iallìne féte dui vóte”, invita a sapersi realisticamente accontentare.
fetaróle agg. gallina prolifera di uova.
fète sf. fata/e // Spesso, anche al di fuori d’li rraccónt, si auspica l’intervento di una fata turchìna che contribuisca a risolvere, con la sua bacchetta magica, qualche piccolo problema, come quello delle incombenze domestiche (“I zrùvìzie l’avessa fa la fèta turchine!”).
féteche sm. fegato; dim. fetachèll.
fetènt [lat. foetens -entis, da foetere (puzzare)] agg. malizioso, mascalzone; spesso usato per rafforzare le offese (desgraziète fetènt) // Il detto: “I studènt sò tutt fetènt” riflette un’opinione un tempo abbastanza diffusa in quanto, costituendo essi una ristretta e privilegiata minoranza all’interno di una società con un livello molto basso di scolarizzazione, avevano fama di libertini sempre in cerca di facili avventure soprattutto con le sartine.
fettùccesf. fettuccia, nastro di tela.
fettùte(da fótt) pps. fottuto, ingannato, imbrogliato // E’ spesso accompagnato da ncule come del detto: “Diàvele fettùte ncule, famm’avé na chengiuntùre!”, col quale si arriva a stuzzicare il demonio perché propizi un colpo di fortuna.
fetùse [lat. flatuosus] agg. cavilloso, iroso.
fève sm. fava/e // Per uomini e animali le fave costituivano, nella società contadina, un alimento di largo consumo. Seppure l’uso è drasticamente sceso, ancora oggi sono apprezzate tenere (fèvenuvèll) sia crude che lesse (fèvaddessète). Una volta secche, possono essere abbrustolite (fèvasckète), cotte e servite con o senza buccia, da sole o con pasta o verdura, e persino ridotte a purea (fève rremmunnète). Tra l’altro, è tradizione cuocere le fave con tutta la buccia il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia (fève d’Santa Lucìe). Il prov.: “P’pavùre d’li ciàvele nn’mmettìme i fève” esorta a non lasciarsi scoraggiare più di tanto dai rischi insiti in un’impresa.
fèvelupìne sm. lupini // Di terre poco produttive si dice a volte con disprezzo: “Iè tèrr d’fèvelupìne!”.
fevurà (-ète) v. figurare, essere nel numero // Prov.: “Chi pèk pèk vune e chi fevùre fevùre cènt”.
fevùre sf. 1) impressione, figura (fa bbèlla fevùre) - 2) l’otto, il nove e il dieci delle carte napoletane (pigghià iàss p’fevùre: prendere un abbaglio).
fevurìne s. 1) m. rivista con modelli da sartoria - 2) f. immaginetta di santi.
ffaffà agg. millantatore, che si dà arie di saper fare tutto.
ffammuliàrce (-ète) v. ammansire -rsi, familiarizzare // “Ciadda ffammulià!”, si dice a volte di animali o persone che non danno e non accettano confidenza, ma che finiranno con l’ammansirsi.
ffascenà (-ète) v. gettare il malocchio (o ffàscene) // “L’hanna ffascenète p’la tròppa bellézz!”, si dice a volte ironicamente di chi si lamenta per un mal di testa.
ffàscene sf. affascinazione, malocchio // La ffàscene, che ha come effetto un forte mal di testa e come causa presunta un flusso malefico d’invidia, corrisponde, come la fattura, ad una credenza irrazionale che trova risoluzione in un rito di tipo magico. Molte donne di una certa età conoscono formule da recitare a fior di labbra tracciando croci sulla fronte dolente per esorcizzare la ffàscene, la cui ipotesi è confermata se le gocce d’olio versate in un piatto con dell’acqua si allargano. Le formule del rito sono circondate da uno stretto riserbo che è lecito violare solamente la notte di Natale. Se ne riportano due esempi, rimandando per altre formule al libro delle filastrocche (ultimo caèpitolo) presente in questo stesso sito: “Dui iòcchie m’hanna spiète e tre òcchie m’hanna ffascenète. K’lu Patre, lu Figghie e lu Spirete Sant e k’la Vérgene Marìe la ffàscene ce ne va vìe!”; “Occhie e malòcchie e curnecìll all’òcchie: sckatt la mmìdie e crépe u mmalòcchie! Sant Tummèse prime iéve vèscheve e mó iè pèpe e léve lu mmalòcchie da lu chèpe!”.
ffàscena ferrète sf. malocchio ferrato // Quando il mal di testa persiste intenso anche dopo il rito di cui sopra, nel sospetto che chi ha attaccato il malocchio avesse addosso oggetti metallici, si ripete la procedura dopo aver immerso nell’acqua del piatto un paio di forbici o un coltello.
ffavugniàrce (-ète) [da favógne] v. avvizzire, incatorzolire, processo che impedisce ai frutti, e in particolare ai fichi, indurendoli, di giungere a completa maturazione.
ffelarà (-ète) mettere in fila.
ffenà (-ète) v. affinare, assottigliare.
ffèrt sf. offerta, mancia ai bambini in occasioni particolari come, ad es., il Natale, quando, per sollecitarne di generose, si leggeva, e si legge ancora, la letterina augurale che spunta a sorpresa da sotto il piatto del papà.
ffessiunàrce (-ète) v. raffreddarsi, costiparsi (ffessiunàrce l’òcchie: lacrimare per un’affezione da raffreddamento).
ffettà (-ète) v. affittare, dare o prendere in affitto // I detti sconsigliano la cessione di terreni e fabbricati, sia per le difficoltà di rientrare in possesso dei propri beni (“S’li ffìtt pu dìce ca n’sò cchiù li tó”), sia perché spesso li si vede ridotti a mal partito (“Chi ffitta scòrce”).
ffettatàrie s. affittuario.
ffitt sm. fitto, canone d’affitto.
ffrancà-rce (-chète) v. evitare, risparmiare (-rsi) fatiche o altro // Prov.: “Chi màgne apprìme ce la ffrànk dópe”.
ffruntà (-ète) v. affrontare.
ffruttecàrce (-ète) v. rimboccarsi (i màneche), darsi da fare.
ffucà (-ète) v. affogare, soffocare // Nel gergo giovanile la loc. ffucà la iatt equivale a: fare all’amore.
ffunnà -rce (-ète) v. affondare, sprofondare (-rsi).
ffute agg. fitto, denso, in part. di piante che nàscene folte e vanno pertanto scemète (diradate).
fianchétt sf. lato, fianco; per est.: stomaco (“Bbìe a bbatt la fian-chétt!”: lo stomaco comincia a reclamare).
fiàsk sm.: 1) insuccesso, fiasco (fa fiàsk) - 2) contenitore di vetro impagliato per vino // Prov.: “Lu vine dint u fiàsk a la matìne iè bbóne e a la sére è uàst”.
fiatà (-ète) v. respirare, parlare (nn’ fiatà p’nnènt: non dire una parola); arc. sciatà.
fichetìnie sf. ficodindia (nsc. Opunthia ficus indica) // Pianta grassa delle Cactacee, è originaria del Messico. Il nome deriva dal fatto che l’America fu, dopo la scoperta, indicata come Indie Occidentali. Nel periodo estivo è ancora possibile vedere, vicino ad alcune cassette, qualche venditore d’fichetìnie liberare per i clienti, con tagli decisi, la polpa dalla buccia spinosa.
fiére [lat. feria (festa)] sf. fiera // Col term. s’intende ad Apricena quella settembrina di Santa Maria, oggi di merci varie ma un tempo anche e soprattutto di animali di grossa e piccola taglia. A pag. 434 del Pitta, dopo l’accenno ad una più antica fiera che si teneva dall’1 all’8 Maggio, per una concessione del 1495 di Ferdinando II d’Aragona, , si legge che la fiera attuale fu istituita nel 1878 e fissata alla seconda domenica di Settembre, essendo in Maggio il paese circondato da seminati ai quali gli animali in vendita avrebbero potuto recar danno. Dal fatto che, in un primo tempo, fu abbinata alla festa del SS. Rosario, poi spostata alla prima domenica di Ottobre, ha tratto probabilmente origine la loc.: fa fèst e fiére. Comunque, divenuta sola fiera nel 1929, si snodava dall’inizio di Via San Marco, in adiacenza alla Villa Comunale, fino alle zone circostanti Campo Sportivo e Cimitero. La ricorrenza era avvertita come di fondamentale importanza e, fino a non molti decenni addietro, potendoselo permettere, le famiglie vi si recavano spesso al completo p’ ccattà u purcèll da crescere in casa e macellare intorno a Natale (vd. pòrce). Il detto: “Chi va a la fiére sènza sòld pass p’pass ce pìgghie la mòrt!” rende bene l’idea dell’avida curiosità con cui ci si aggirava per la fiera per prendere visione delle novità, facendo nel contempo un inventario delle esigenze la cui soddisfazione era stata rinviata per un intero anno. Cambiati i tempi, nel 1974, essendovi stata vietata, per motivi igienici, la vendita degli animali, la fiera stessa ha perso molto della sua attrattiva. Divenuta solo di merci varie, si snodava all’inizio per Via Roma, girando poi per Via Giannone. Nel 1978, fu trasferita in Via A. Moro-Via B. Buozzi, a proseguire per Via Duca Di Genova, dove si svolge tuttora per tre giorni, e cioè dal Sabato al Lunedì successivo.
fiète sm. fiato, alito, presenza, compagnia, essere vivente; arc. scète // Tenè nu fiète avvucìne equivale a non essere completamente soli.
fiffe sf. fifa.
figghià (-ète) v. figliare, partorire, in part. di bestie, mentre per le donne si preferisce ccattà (vd.).
figghiàstre s. figliastro/a // L’escl.: “Fa a chi fìgghie e chi figghiàstre” è un’accusa verso i genitori di usare pesi e misure diverse.
fìgghie s. figlio/i; poss.: fìgghieme e fìgghiete // I detti sul tema suggeriscono metodi educativi severi (“Mazz e panèll fann i figghie bbèll, pène e sènza mazz fann i figghie pàzz”) e famiglia numerosa (“Rik d’figghie, rik d’ sang!”), pur nella consapevolezza che i figli daranno, crescendo, preoccupazioni sempre più grandi (“Figghie pìcquele uèie pìcquele, figghie ròss uèie ròss”) e che non c’è da fare troppo affidamento sul luogo comune che essi siano il bastone della vecchiaia perché “Na mamm e nu patre pónn dà a campà a cènt figghie, ma cènt figghie npónn dà a campà a na mamm e nu patre”.
fìgghie d’bbóna mamm s. furfante, filibustiere, figlio di puttana.
figghie d’latt s. figlio/a di latte // Mentre oggi, nel caso non abbia latte, la puerpera rimedia con prodotti di farmacia, un tempo la soluzione era dare ad allattare il poppante ad una donna che, avendo partorito da poco, avesse latte per il figlio proprio e per uno altrui. I bimbi allattati divenivano così figghie d’làtt, mamm d’latt le nutrici, e frète e ssóre d’latt i piccoli che poppavano allo stesso seno.
figghie zìte s. figlio celibe, figlia nubile.
figghiète sf. figliata, figliolanza nata da un unico parto (di animali).
finamùnnsm. fine del mondo, in senso locativo (rrevà a finamùnn) e metaforico (succéde nu finamùnn).
fine: 1) sf. fine, conclusione (“D’ tutt cóse ce vede la fine”) - 2) agg. sottile (di filamenti), saporito (di cibi), di eccellente qualità (di oggetti), astuto, furbo (di persone); raff. per radd.: fine fine.
finémmó avv. fino ad ora.
finge (fint) v. fingere, simulare, dissimulare (“Chi capìsce finge”).
finte tónn agg. finto tonto.
fióre (pl. -ùre) fiore; arc.: scióre.
fiórétt sm. fioretto, piccolo sacrificio fatto per devozione da bambini.
fìquere s. fico/chi // Originari dell’Asia occidentale e diffusi in tutti i paesi a clima mediterraneo, i fichi si consumano sia freschi che secchi (fucrasìk). Ne esistono numerose varietà che fruttificano in periodi diversi: i fiquere d’San Piétre (detti anche chelùmbre) maturano già a Giugno, i fiquera nire danno frutti fino all’inizio dell’inverno.
fisck sm. fischio // Il prov.: “Fisck a mank córe frank, fisck a ddritt córe afflitt” riporta la credenza che i fischi d’orecchio siano conseguenti a dicerie da parte del prossimo, benevoli se si avverte il fischio all’orecchio sinistro, malevoli nel caso contrario.
fisckèle sf. parte lignea della bardatura equina che serve per fissare i tiranti a lu cuddère (vd.).
fiss: 1) agg. fisso, continuo (déia fiss: fissazione) - 2) avv. di con-tinuo (“Sta fiss a parlà!”).
fitt agg. fermo, calmo, immobile // “Statt fitt n’póche!” si dice spesso inutilmente a bimbi irrequieti.
flìtt sm. insetticida che si vaporizzava un tempo in casa contro mosche ed altri parassiti con una pompa di latta fornita di serbatoio, detta, appunto, la machenétt d’lu flitt.
fóche sm.: 1) fuoco (“U fóche nciappicce sóle”); dim. fucarèll - 2) fuoco d’artificio (anche spère) // I fuochi d’artificio più spettacolari sono ad Apricena quelli d’la Madònn ’i Ncurnète a Maggio, ma se ne sparano anche durante la processione di Sant’Antònie a Giugno, d’la Sacra Famìglie in Agosto e d’la Fèst ’u Resàrie ad Ottobre.
fóche ’a Cuncètt sm. fuoco/chi dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre), falò che vengono accesi la sera nei vari rioni, mentre bambini e ragazzi si divertono all’intorno con botti e pirotecnie di piccola taglia (vd. Fèst’a Cuncètt).
fóche d’Sant’Antònie sm. fuoco di Sant’Antonio, malattia esantematica che fa ricoprire il corpo di bolle rossastre spingendo al prurito (nsc. herpes zoster).
Fògge spr. Foggia; abit. Fuggène (“Fugge da Fògge nò p’Fògge ma p’li Fuggène”) // Il prov. “Chi Fògge nn’vvéde Napèle nn’créde!” richiama i tempi in cui, agli occhi di gente che si muoveva di rado dal paesello, Foggia appariva un’autentica meraviglia e Napoli addirittura incredibile. La sim.: “Père Fògge cadùte!” evoca la desolazione provocata dai bombardamenti alleati che, nel 1943, furono ben 11: il primo avvenne l’8 Maggio, l’ultimo il 6 Settembre. Particolarmente funesto fu quello del 22 Luglio sulla stazione nella quale sostava un carico di benzina. I molti viaggiatori e cittadini che si erano rifugiati nel sottopassaggio, vi morirono bruciati allorché questo fu invaso da una fiumana fiammeggiante fuoriuscita dai vagoni colpiti dalle bombe. Alla fine dei bombardamenti, che fecero più di 23.000 vittime, Foggia, decorata con la medaglia d’oro al valor civile, risulterà tra le città più martoriate.
fógghie spl. verdura commestibile (alla lett.: foglie) // Mentre il prov.: “Nn’ccattànn fógghie all’òrt e pésce a pòrt!” sconsiglia il rapporto diretto produttore-consumatore, il detto “Mitt sèle e iógghie e ogni ièreve devènt fógghie” ricorda l’uso ancora diffuso di raccogliere erbe selvatiche per minestre ed insalate.
fóll sf. folla, ressa; arc. fódd.
fónd sm. fondo, proprietà immobiliare (terreni o fabbricati).
fónn (pl. fùnn) sm.: 1) fondo (di recipienti, sedie, ecc.) - 2) fondo vallivo o di dolina, con pareti in pendio spesso scavate da grotte come nel caso d’lu Fónn ’i Rùtt (Fondo delle Grotte), a destra della strada per San Nazario, ove sono stati rinvenuti graffiti e reperti preistorici.
fónn (fuse) v. fondere, sciogliere col calore, in part. metalli.
fóre [lat. foris (stato in luogo) e foras (moto a luogo)] avv. fuori, rispetto alla casa o al paese, e cioè la campagna in senso lato (iì fóre: recarsi a lavorare nei campi).
fóre affóre loc. da fuori a fuori, a tutto spessore.
fóre ca loc. all’infuori di, tranne che... // Prov.: “A tutt cóse ce sta remèdie fóre k’a la mòrt”.
fóre cunt loc. fuori conto, in part. delle gestanti le quali ièscene fóre cunt se, compiuti i nove mesi, non hanno ancora partorito.
Fóre la Cróce [lat. forum (piazza)] spr. Piazza della Croce, e cioè l’insieme, a ridosso del centro storico, dell’attuale Piazza della Repubblica e la contigua Piazza dei Mille. La Croce cui fa riferimento il nome dialettale è quella in pietra collocata attualmente, su tre gradini circolari, nel piazzale antistante u défìce “C. L. Torelli”. Fu eretta nel 1575 a ricordo della vittoria cristiana nella battaglia navale di Lepanto sui Turchi (1571), in ringraziamento dello scampato pericolo, tanto più che le incursioni mussulmane avevano toccato, in quegli anni, località anche molto vicine ad Apricena (Vieste, Serracapriola, San Paolo di Civitate...). L’attuale slargo ha perso molto della fisionimia originaria da quando, nel 1968, fu abbattuta la Chiése di Sant Ròk (vd.) sul cui sito è stato innalzato un grattacielo; più di recente, cessata, nel 1989, in Piazza della Repubblica la vendita di frutta e verdura e rimossi i banchi in lamiera, vi è stato eretto il discusso monumento ai caduti del-l’artista apricenese Marcello Pirro (1996). Nel 2001, infine, la Piazza è stata smantellata per darle una nuova risistemazione su progetto dell’Arch. Domenico Potenza. Delle grida dei venditori a Fóre la Cróce resta eco nel detto: “Chi vo vénn a Fóre la Cróce adda tené nemùnn d’vóce”.
Fóre ’u Palàzz spr. Piazza Federico II, antistante il palazzo baronale indicato in dialetto come u Turrióle (vd.) // La piazza, smantellata parte della chianchettète per una risistemazione, ha mostrato nelle sue viscere resti di mura sulle quali sono al vaglio varie ipotesi. E’ possibile vedere un tratto di quanto emerso dagli scavi attraverso la lastra di protezione collocata dall’Amministrazione nel 1999.
fóre mène loc. fuori mano.
fóre mesùre loc. enorme, sproporzionato, fuori dalle normali misure.
fòrèst: 1) sf. foresta (anche vòsk) - 2) agg. feroce, selvaggio.
fórfé [fr. forfait] sm. cottimo, bloc-co (fatià a fórfé).
fòrge [fr. forge] sf. forgia, fornello a carbon fossile munito di mantice o ventilatore centrifugo per ravvivare il fuoco, attrezzo un tempo immancabile nelle fucine d’li ferrère (vd.).
fórk sf.: 1) forca, strumento di ferro a tre o più rebbi; quello a due è detto fercìdd, mentre l’accr. fercóne indica la forca di legno a quattro o più denti per smuovere paglia o fieno - 2) patibolo, cappio // Prov.: “La fémmene fa la fórk e l’óme ce mpénn”.
fórm sf.: 1) cunetta rurale di scolo - 2) gabbia di legno per calce-struzzo - 3) forma per scarpe, attrezzo dei calzolai (truvà la fórm ’a scarp: trovare pane per i propri denti).
fórn sm. forno // All’epoca in cui ce mmassève, in molte case era pre-sente, accanto all’immancabile fucarìle (vd.), anche u fórn. Nel caso se ne fosse sprovvisti, si portava a cuocere il pane, contras-segnando in qualche modo i panétt, ad un forno aperto al pubblico ove era possibile far cuocere, prime ca ce nfurnàss u pène, anche qualche pizz.
fòrt agg. forte, robusto (di persone), dal sapore pungente (di alimenti).
fòss s.: 1) m. fosso // Molti dei fòss dei dintorni di Apricena devono la loro origine a tentativi di apertura di cave di pietra o a cave abbandonate dopo un certo periodo di sfrutta-mento: alla presenza di tre di tali fossi va collegato il toponimo Tre Ffòss, indicante una località a qualche km. da Apricena, verso Poggio Imperiale - 2) f. fossa/e, in part. quelle granarie // Rivestite internamente di lastroni di pietra, venivano chiuse, poco al di sopra del livello stradale, con un resistente assito di legno poi ricoperto di terra. Nella parte centrale del tavolame era praticato un foro (che si tappava con una pietra), attraverso il quale, con una lunga pertica alla cui punta era fissato un cono di ferro, si estraevano campioni del grano con-tenuto nella fossa stessa. Alla sua conservazione ed estrazione per la vendita, erano addetti i carlantine (vd.), che lavoravano in squadre di operatori con funzioni diversificate (nzanzène, sfussatùre, mesuratùre, facchìne...). Il Piano delle fosse di Apricena, appro-vato nel 1858 dalla Camera di Commercio della Capitanata, regolamentava il funzionamento di ben 85 fosse ubicate extra moenia, cioè al di fuori delle vecchie mura, a ridosso del centro urbano, ma a queste vanno aggiunte almeno un altro centinaio di fosse non censite perché realizzate da privati o all’interno dei portoni dei palazzi gentilizi o nelle masserie. Va sottolineata la possibilità di vedere fosse con illuminazione interna su Via L. Galasso (la Chiàzza Làrie), valorizzate di recente quale primo stralcio di un più ampio progetto di museo all’aperto elaborato dall’Arch. Matteo Mariella.
fóteche sf. folaga, uccello dal piumaggio scuro, appetita dai cacciatori per la consistenza del peso che può arrivare fino a 1 kg.
fótt (fettùte) v.: 1) fottere, imbrogliare; 2) fare all’amore.
fra’ sm.: 1) frate // Con tale accezione compare, ad es., nel noto indovinello che allude alla campana ed al battaglio.: “Chióve e chiuvill e fra’ Dumìneche sóne... La tòneche ce mponn e quédd ca sta sott no!” - 2) fratello, appellativo con cui ci si rivolge anche a sconosciuti di pari età per accorciare subito le distanze.
frabbecà (-chète) v. fabbricare, edificare // Come ben sa chi ne ha fatto l’esperienza, frabbecà na chèse richiede tante fatiche e spese che un noto detto afferma: “Chi nn’ffràbbeche e nn’marìte nsèpe a stu mónn k’ce dìce!”.
frabbecatóre (pl. -ùre) sm. muratore // La categoria è ad Apricena così numerosa che molti dei nostri frabbecatùre lavorano fuori regione, in part. in Toscana, e qualche gruppo varca a periodi persino i confini nazionali. Tra le imprese edili che hanno fatto la storia di Apricena, merita di essere ricordata almeno quella dei fratelli De Peppe (Giuseppe e Michele) i quali edificarono, tra l’altro, nel 1914 la Chiése d’u Resàrie (vd.), intorno al 1920 la San Piétre (vd.), e nel 1938 il Cinema Solimando. C’è da dire infine che i muratori avevano, fino all’inizio degli anni Sessanta, una loro festa religiosa che culminava, il 16 Luglio, nella processione della Madonna del Carmine, detta, appunto, la Madònn ’i Frabbecature (vd.).
fràbbeche sf. fabbrica, fabbricato con lavori in corso.
frabbulétt sf.: 1) aneddoto, favoletta - 2) moine per ingraziarsi la sim-patia altrui (tené i frabbulétt).
fraccàrce (-chète) v. venire alle mani, lottare // Prov.: “I ciùcce ce fràcchene e i varìle ce sfàscene”.
fracchie sf. enormi torce coniche d’ léne che, accese, vengono portate in processione il Venerdì Santo nella vicina San Marco in Lamis.
fracciòmmele s. spregiativo per bambini/e
fracèll sm. sfacelo, atto ed effetto dello sfracellarsi.
fràcete[lat. fraces (feccia dell’olio)] agg. fradicio, guasto (di frutta), cariato (di denti); l’accr. fracetóne è usato come spregiativo in rif. a persone malaticce o false.
fracetùme sf. marciume, putredine.
fraff sm. moccio, muco.
fraffùse agg. moccioso.
fraià (-ète) [dal lat.: frango (rompere)] v. abortire delle bestie; per le donne si usa di solito uastàrce.
fraiagghième sf. assortimento di piccoli pesci per frittura.
fraiàss sm. frattazzo, spianatoio rettangolare munito di manico usato dai muratori per spianare la malta dell’intonaco.
fraiassà (-ète) v. passare l’intonaco k’lu fraiàss (vd. sopra).
Franceschìll spr. Franceschino // Fu così soprannominato Francesco II, ultimo re borbonico delle Due Sicilie, che fuggì davanti ai Mille di Garibaldi, rifugiandosi a Gaeta e fu poi sconfitto anche da Vittorio Emanuele II sul Volturno. Benché re per alcuni mesi soltanto del 1859, ha lasciato traccia nella memoria collettiva attraverso la sim. “Père l’ésèrcete d’Franceschìll”, che allude a truppe che lasciano a desiderare per organizzazione e disciplina. In essa è possibile cogliere un riferimento alle bande dei briganti con l’appoggio delle quali Francesckìll si era illuso di poter riconquistare il regno che non era riuscito a conservare disponendo di un esercito regolare.
franchebbóll sm. francobollo.
frank [dal francone frank (libero da timori, esente da tasse e gabelle)] avv. gratis, raff. per radd. come nell’espr.: “Ce ne vó scì bbèll frank frank!” (Vuol cavarsela senza sborsare una lira!) // A chi richiedesse qualcosa frank, si può obiettare, a mo’ di rifiuto: “Frank è mòrt!”, senza alcuna allusione al dittatore spagnolo deceduto solo nel 1975.
frasenése sf. tipo di grano tenero.
frasète agg. adorno, agghindato.
fratràst sm. fratellastro.
fratt sf. recinto di frasche intrecciate a filo spinato // Di ragazze con un carico di esperienze si dice a volte: “N’ha ncuppète d’fratt!”.
fràvele sf. fragola.
frecà (-ète) v.: 1) importare // La domanda: “E a te k’t’n’fréche?” è un brusco invito ad occuparsi degli affari propri - 2) fregare, raggirare // L’espr. “Chi adda frecà a mé adda ncóre nàsce!” dà voce ad un’illusione piuttosto diffusa.
frécacumpàgne agg. infido, che approfitta dell’amicizia.
frécapezzènt sf. fregapezzenti // In tal modo viene a volte definito un vento particolarmente gelido che di certo non giova alla salute di chi è costretto ad andarsene in giro elemosinando e che è spesso addirittura senza tetto.
frécasòld agg. rubasoldi.
frecatùre [dal v. frecà] sf. disgrazia, buggeratura // L’escl.: “K’fre-catùre: iè rrótt la màneche d’lu pisciatùre!” è un invito a non dar perso a piccoli incidenti che sono all’ordine del giorno.
fréche sf. gran quantità (na fréche d’sòld), folla (na fréche d’crestiène); accr.: nu frecóne o na frecàcce.
“Fréchete!” escl. “Fregati!” // Preceduta o meno da ó, l’espressione è spesso accompagnata da: “a te e...” oppure “ncùle!”.
frechète agg. guasto, malato // “Sta frechète d’chèpe!”, si dice a volte di chi ragiona a modo suo.
frechìcchie sm. fallo che il portiere commette se tocca il pallone con le mani fuori dall’area di rigore // Essendo le linee, nel caso si giochi su un campo di fortuna, solo ipotizzate, frequenti sono tra ragazzi le discussioni sul fallo specifico.
frédd agg. freddo.
frédd d’pètt agg. indeciso, lento nel prendere risoluzioni.
freddelìzz sm. brivido/i di freddo che precedono in genere la febbre.
freddelùse agg. freddoloso, che soffre il freddo; contr. cavedùse.
fregnète sf. stupidaggine.
frennùte (da fronn) agg. frondoso.
freschià (-ète) v. prendere fresco o freddo (iì frescheiànn: andarsene in giro con abiti troppo leggeri).
frésk agg. fresco, contr. di càvede (caldo) e di sedetìcce (stantio).
frète sm. fratello; poss.: fràteme, fràtete // Il prov.: “Sì frète e ssóre fine a quann magne nt’lu stéss piàtt”, evidenziando l’allentarsi dei rapporti fraterni allorché ciascuno forma nucleo familiare a sé, ricorda l’unico grande piatto dal quale si serviva un tempo l’intera famiglia.
fréte d’latt sm. allattato dalla stessa nutrice (vd. mamm d’làtt).
frettète sf. frittata, impasto di uova, formaggio grattugiato, prezzemolo e pane tritato, il tutto fritto nell’olio bollente // Prov.: “Sènza rómp l’óve nce fann frettète”.
fréve sf. febbre, affezione febbrile; dim. frevùcce, accr.: frevóne.
fréve a ffrédd sf. febbre irregolare di origine malarica, caratterizzata da tremendi brividi di freddo (vd. malàrie).
fréve d’crescemógne sf. febbre di crescimonia // In mancanza di precise diagnosi, si definisce d’crescemógne un’affezione febbrile che colpisca un bimbo od un adolescente, passata la quale si ha a volte l’impressione di un effettivo sviluppo in altezza.
fréva malìgne sf. febbre maligna con conseguenze letali.
fréva mangiarèll sf. febbre mangerina, malessere ritenuto finto al fine di approfittare dei riguardi dovuti ai malati per mettere qualcosa di buono nello stomaco.
fréve nnammecciùne sf. all lett.: febbre nascosta; si tratta di un’infezione da herpes simplex, virus che provoca in genere grappoli di bollicine ai margini delle labbra.
frèvele sf. ferula, pianta erbacea a grandi foglie delle Ombrellifere il cui bastone fibroso era, nell’antichità greca e romana, usato come insegna della dignità sacerdotale e, nel Medioevo, di quella vescovile // Nella società contadina i frèvele, oltre che come combustibile, erano usati per fare tappi di damigiane, sgabelli (vd. ferrìzz), culle, e altro. Ai piedi delle ferule cresce un fungo commestibile detto, appunto, fùgne d’frèvele.
friapésce sf. friggitrice, padella per friggere pesce ed altro // Nello scioglilingua: “Fria, friapèsce sópe la ferrarégnia mì!” è possibile cogliere una maliziosa allusione.
frìe (fritt) v. friggere.
frónn (pl. frunn) sf. foglia.
frósce: 1) sf. frogia, narice; anche nasìrchie - 2) agg. omosessuale
frùffece sf. forbici; accr. fruffecióne // Il dim. fruffecétt indica anche un insetto dei dermatteri detto forficola o forfecchia o forbicina, con corpo nero terminante con due robusti cerci a forma di pinza.
fruffrù sm. wafer.
frummàgge (o furmàgge) sm. formaggio; anche chèsce (vd.).
frummìche sf. formica/che, insetti degli Ortotteri (cammenà a pass d’ frummiche: muoversi lentamente e a passettini); in senso trasl.: briciola/e (frummiche d’pène…); la loc. frummìche frummìche indica il formicolio che si avverte alle mani o ai piedi quann ciaddòrmene, e cioè “un brulichio come di formiche che camminino dentro le membra” (Villani).
frusce sm. insieme di fogliame e rametti un tempo usati p’ppicciatóre.
fruscèll [lat. floscellus] sf. fiscella, contenitore/i di vimini usati dai pastori per la ricotta fresca.
fruscète sf.: 1) manciata di sterpi - 2) scroscio di pioggia di breve durata (fruscèta d’àcque).
fruscià (-ète) v. sventolare // Prov.: “La iallìne fa l’óve e u vall ce frusce u cule”.
frusìll sm. passamano, fettuccia di rinforzo usata in lavori sartoriali.
frustére (pl. -ìre) agg. forestiero; spreg. frusteràcce // Il prov.: “Vècchie e frustìre sta a llóre quédd ca vónn dìce” invita a diffidarne per la difficoltà di accertare la veridicità delle loro asserzioni.
fruttà (-ète) v. fruttare (“Quann frutt u ciéle frutt la tèrr”: Se nevica il raccolto sarà abbondante).
fruttaróle sm. fruttivendolo.
fucarìle sm. camino, focolare // Prima dell’avvento delle cucine a gas, u fucarìle, col fuoco quasi sempre acceso, costituiva una presenza immancabile in ogni casa. Ciò che si cucinava sapeva a volte di fumo che, se il camino non era dotato di un buon tiraggio, si diffondeva per la casa provocando agli occhi un fastidioso bruciore, fatto ben colto dall’indov.: “U patre t’fa ncavedà e u fìgghie t’fa chiàgne” [sol.: il fuoco (padre) e il fumo (figlio)].
fuchìst sm. fuochista // Il term. indicava in passato, tra l’altro, l’addetto ad alimentare le locomotive a carbone o, nelle nostre aie, i lóchemòbbele (vd.) a paglia di grano; attualmente s’indica con esso il pirotecnico dei fuochi d’artificio.
fucóre sm. ardore, bruciore (fucóre a lu stòmmeche).
fucrasìk sm. fichi secchi.
fudarà (-ète) v. foderare.
fùffele sm. steli secchi degli asfodeli (fam. delle Gigliacee) // Data la facilità con cui i fusti d’li fùffele prendono fuoco, i nostri vecchi li usavano un tempo p’ppicciatóre, e cioè come esca per la legna del camino. Il prov.: “L’óme annànz a la fémmene iè ccóme nu fùffele annànz a favógne ca, s’nn’ntòst, k’na bbòtt d’vènt lu fa iì a sbatt a Pantène” ribalta i rapporti di forza tra i due sessi.
fugne sm. fungo, pianta delle Tallofiti // Si tratta di un alimento saporito ma anche insidioso in quanto, come si sa, i fugne (a cardarèll, a paparóle, d’frèvele, d’pàgghie, rusce…) si dividono in mangerecci e velenosi e non è sempre facile distinguere gli uni dagli altri. Se uno muore di mal di funghi, stando al prov.: “Chi móre d’mèle d’fugne, buzzaràrl a chi lu chiàgne!”, non vale la pena neppure versarci sopra delle lacrime perché s’è cercato la morte con le sue mani.
fùie, fùiecene (fiùte) v. fuggire, fuggirsene // Con l’espr.: “Ce ne sò fiùte” si allude alla fuga d’amore con la quale gli innamorati bruciano a volte i tempi, aggirando ostacoli e lungaggini. Dopo, se tutto va bene, l’unione di fatto già avvenuta sarà formalizzata con nozze riparatrici.
fuitìcce agg. inquieto, smanioso di essere altrove // “Pére na iatta fuitìcce!”, si dice a volte di chi è incapace di trattenersi nello stesso posto oltre il minimo indispensabile.
fulmenànt sm. fiammifero, zolfanelllo; più correntemente lumìne.
fumà (-ète) v. fumare; metaf. prenderle (fa fumà: darle) // Frequente è, tra ragazzi, la minaccia di fa fumà questo e quello.
fume sm. fumo (vd. fucarìle).
fumére (pl. -ìre) sm. fimo, stallatico, letame animale usato in genere come fertilizzante; il term. deve il nome al fatto che emana fumo (lat. fimarium, fr. fumier) // Il pl. i Fumìre indicava la località a ridosso del paese, sulla strada per San Marco in Lamis, ove attualmente sorge una cooperativa agricola ed un tempo non lontano si ammucchiavano i rifiuti cittadini poi dirottati sulle propaggini garganiche e che adesso vengono trasportati addirittura fino a Cerignola.
funduàrie sf. fondiaria, contributi agricoli da versare all’esattoria comunale; per est. l’esattoria stessa.
fùneche sm. fondaco, negozio di tessuti, ove si andava e si va a stuccà i rròbb // I fùneche hanno visto ridursi l’afflusso dei clienti per il diffondersi dell’abitudine di acquistare abiti fatt e bbóne, e cioè già confezionati.
funechère sm. venditore di stoffe e tessuti vari; l’arcaismo ha ceduto il posto a pannaccère.
funnamènte: fondamento, eufemismo per: sedere.
funnerìgghie sf. fondiglio, posa di olio o vino.
funnète sf. 1) fondoschiena - 2) de-pressione carsica (vd. fónn).
funtène sf. fontana // Fu nel 1931 che cominciarono a zampillare le prime fontane pubbliche ad Apricena, ma ci vollero decenni perché l’acqua corrente arrivasse via via in tutte le case. Prima che ciò avvenisse, si andava ad attingerla alle fontane, dislocate qua e là per il paese, con i secchiìtt ed ogni sorta di contenitori, facendo spesso lun-ghe code in attesa del proprio turno. I funtène erano, in qualche caso, contraddistinte da nomi particolari, come ad es. la Funtène d’la Ciacciacóle, così detta per una gazza addomesticata che si aggirava spesso nei paraggi. Poi le fontane, non più essenziali, sono state rimosse ad una ad una. Comunque a Fóre la Cróce è ancora possibile vederne e usarne una in ghisa d’altri tempi. Per curiosità va detto che la stessa sarebbe stata rimossa dall’Amministrazione se non ci fosse stata la ferma opposizione del Sig. Ottorino Ramieri, titolare d’lu tabacchine davanti al quale la fontana si trova. Il dim. funtanèll indica in part. le piccole fontane che offrono gratis ai passanti la possibilità d’fàrce na bbèll vévete d’acqua frésk. Funzionanti a tale scopo sono, ad es., i funtanèll d’la vill e quella su Corso Gen. Torelli, mentre è stata chiusa la funtanèll d’sópe la Madònn che costituiva un tempo, come dice il Clima a pag. 271, “un vero ristoro” per fedeli, cavamonti e viandanti.
furcéll (o fercenèll) sf. forcella; in part. quella che, sópe u traìne, collocata a sinistra rispetto al carnettiere, serviva per appendervi rédene, taschéppène, sacchétt, ecc.
Furcéll spr. Forcella; nome di un noto quartiere napoletano, è passato ad indicare, a livello locale, la cosiddetta Cèntesessantasètt (vd.).
furchétt sm. trappola, imbroglio (fa u furchétt: fregare).
furie sf. furia, fretta, agitazione // Prov.: “La iàtt p’la fùrie ha ffatt i fìgghie k’ll’òcchie cechète”.
furiùse agg. furioso, frettoloso.
furnacère sm. fornaciaio/i, in part. gli operai, detti anche calecarùle, addetti un tempo alle fornaci per la produzione di calce (vd. calechère).
furnacétt sf. fornacella metallica, in genere fornita di piedi e camera per la raccolta della cenere, usata per arrostire alla brace carn, pésce, turcenèll, ecc. // In sostanza si tratta di ciò che oggi si indica con barbecue, un term. che l’italiano ha mutuato dall’inglese che a sua volta l’ha preso dallo spagnolo barbacoa, un barbarismo (è proprio il caso di dirlo) al quale furnacétt è senz’altro preferibile.
furnàteche sm. compenso che si versava un tempo al fornaio per la cottura del pane.
furnère sm. fornaio // I furnére, che fino agli anni Cinquanta gestivano forni per la cottura del pane di quanti non disponevano di un forno proprio, si sono poi trasformati in produttori e venditori che offrono tutta una serie di prerparati molti dei quali sono legati alla tradizione locale (pène, pìzz, tarallùcce, puperète…).
furnète sf. infornata, quantità di pa-ne o altro, che viene messa a cuo-cere insieme nel forno.
furzànt agg. forzuto, gagliardo.
furzìve agg. forzoso, costrittivo (vulé u mprèst furzive: pretendere un prestito con la forza).
fuse sm. fuso // L’oggetto era un tempo presente in tutte le case per-ché, per maglie, mutandoni ed altro, si partiva spesso dalla lana delle pecore per arrivare al filo e, dopo un lungo lavoro, al capo finito // Il detto: “Père parécchie, u fuse k’lu vurtécchie” sembra voglia sottolineare l’opportunità che la rondella di legno che fa da contrappeso (u vurtécchie) sia ben proporzionata all’asticella.
fuselère sm. paletto/i di sicurezza delle sponde d’lu traìne (vd.).
fusère sm. costruttore e venditore di fusi // Prov.: “A i fusère nn’mmànchene i fuse e a i puttène nn’mmànchene i scuse”.
fuss v. fosse; introduce escl. desiderative come: “Fuss lu ciéle!” (Lo volesse il cielo!), “Fuss la vóta bbóne?” spesso allungato in “Fuss ca fuss la vóta bbóne?”.
fust sm. fusto, grosso bidone per prodotti petroliferi riciclato spesso per gli usi più vari.
futtìbbele [da fótt] agg. approfittatore; in part. si dice: “Iè scéme futtibbele!” di chi si finge stupido per farsi gioco del prossimo.




