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Lettera "L"
lacchére agg. servile, adulatore; anche lecchìne.
lacce [sp. lazo] sm.: 1) cordicella, stringa (lacce ’i scarp) - 2) “lunga collana d’oro che scendeva dal collo sul petto e veniva fermata sul fianco da una spilla da cui scendeva ancora per terminare in un pen-dente” (Barone, La foto nel cassetto, 117); dim. laccettìne.
la Cuncètt sf. Festa dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre) // Ancora viva è la tradizione di accendere di sera grandi falò per le strade (vd. fóche ’a Cuncètt). Il prov. “A la Cuncètt: a Natèle diciassètt” ricorda che mancano diciassette giorni a Natale.
làgne sm. lagno, lamentele.
lagniàrce (-ète) v. lagnarsi, lamentarsi // Prov.: “Chi ce làgne ce sbrevógne”.
laianère sm. matterello per spianare sfoglie per maccheroni, pizze, dolci // All’occorrenza, u laianère fungeva da deterrente per bimbi incapricciati, infatti era frequente la minaccia materna: “Mó é pigghià u laianère, s’nn’la fenìsce!”.
làmmie [alb. lamia] sm. volta, copertura. // Nelle case tradizionali era realizzata di solito in mattoni pieni disposti a botte od a vele; ad essa erano spesso fissati dei grossi anelli per sospendervi pèrteche (vd.) per provviste.
l’Ammìk spr. L’Alambicco (apparecchio distillatore) // S’indica con tale nome un caseggiato sulla strada per la stazione ferroviaria, a poco più di un km. dal paese. Ospitò una distilleria che ricavava alcool dalle vinacce residuate dalla spremitura delle uve locali e dei comuni viciniori. L’attività cessò nel 1960, sia per la contrazione, in zona, dei vigneti, sia per la concorrenza dei distillati prodotti chimicamente. La località ospitò anche la fràbbeche ’u ghiàcce (vd.), cui subentrò, trasferitasi la stessa nt’u Pertone’u Palazz, una monta equina poi cessata per la drastica riduzione dei cavalli in circolazione. Da quanto detto appare chiaro il senso dell’invito: “Camì, vallu pìgghie a L’Ammìk!”.
lamp sm.: 1) lampo, fulmine (“Dópe u lamp vé u ntróne”) - 2) ambo, uscita di due numeri sulla stessa riga al lotto o alla tombola.
lamp e llàmp sm. nome di un gioco in cui chi père ha la mano aperta col palmo all’in giù, mentre gli altri vi appoggiano sotto l’indice. Dopo aver scandito: “Lamp e lamp, e chi nn’mmóra camp, camp a la fertùne... Madonna mì, dàmmene vùne!”, il giocatore muove di scatto il palmo, cercando di afferrare uno degli indici dei compagni che li ritraggono rapidamente. Il proprietario del dito eventualmente preso subentra nel ruolo.
lampère sm. lanterna portatile, in particolare quella a petrolio che i trainìre sospendevano di notte alla stanga d’ lu traìne per illumi-nare al cavallo la strada.
lampià (-ète) v. lampeggiare.
lampìne sm. lumicino di cera che si accende davanti a santi o defunti.
lampiuncìne sm. lanterna/e portate su un’asta con cui si accompagnavano un tempo processioni e funerali.
l’Angarène spr. Ingarano, passo garganico sulla strada per Sannicandro Garganico; vd. Pass d’l’Angarène.
làniesf. tagliatelle larghe circa un cm.; si preparavano in part. il gior-no di Santa Lucia e si servivano conditi con una purea di fave e cicorie // L’espr.: “T’li surchie i lànie!” è a volte usata per deridere i bimbi creduloni.
lannóne agg. fannullone.
lantarìe sf. architrave della porta.
lanzétt sf. piccolo arnese chirurgico per incisioni.
lanzià (-ète) v. tagliare a strisce, ridurre a brandelli.
laparìe sf. ingenuità, stupidità // Mentre di bimbi di taglia ridotta si insinua che non crescono per la malignità, di quelli a crescita accellerata si dice che créscene p’la laparìe.
làpede sf.: 1) lapide, lastra di marmo che chiude i loculi cimiteriali - 2) epigrafe, iscrizione.
lapère agg. stupido, tonto; alla lett.: acchiappa api.
lapóne (pl. -ùne) sm. pecchione, fuco, maschio dell’ape // Di un corteggiatore assillante si dice a volte: “Père nu lapóne”.
lapp sf. sostanza viscida e collosa.
làppeze [dal lat. lapis: pietra] sm. matita; all’uso d’lu làppeze sono collegati i verbi ppuzzetà, spuzzetà, scrive e scancellà.
lappezià (-ète) v. scarabocchiare col lapis // Il pps. lappeziète è usato, in rif. alla pietra locale, in quei casi in cui essa presenta dei segni nerastri che sembrano tracciati a casaccio, con un enorme lapis, dalla mano stessa di madre natura.
lappóse agg. attaccaticcio.
La Prucìne spr. Apricena (m. 73 s. l. m.; territorio demaniale kmq. 171,4). Ha una popolazione di circa 14.000 abitanti, i quali, all’attività agro-pastorale, hanno da sempre affiancato lo sfruttamento dei giacimenti marmiferi delle pendici garganiche (i Mmurgétt), tanto che agli ingressi cittadini si legge: “Benvenuti ad Apricena, città del Marmo e della Pietra” // Per quanto riguarda le origini, una leggenda racconta che nel 1225, Federico II, ucciso nei dintorni boschivi un cinghiale di notevoli dimensioni, imbandì con esso una cena e, in memoria di tal fatto, volle fondarvi un palazzo e dare il nome di Apricena alla località. Il Pitta stesso però, dopo aver riferito la leg-genda (pag. 46), la mette in discussione in quanto il semplice fatto di averne lo stesso Federico “taciuta la fondazione, basterebbe a provare che Apricena non fu da lui fondata, prevalendo l’uso in quei tempi, da parte dei sovrani, di consacrare negli atti ufficiali gli avvenimenti di qualche importanza”. Inoltre, negli stessi documenti federiciani successivi al 1225, la nostra cittadina continua ad essere indicata col nome di Precine. E c’è da aggiungere che un’epigrafe incastonata nella torre dell’orologio, che è quanto resta dell’antica Chiesa di San Martino, dice la stessa fondata Octingenteno Christi natalis in anno, cioè nel’800 d.C., e quindi ben prima dell’epoca federiciana. Anche per i tanti ritrovamenti di antichi reperti nei dintorni e spesso all’interno dell’abitato, lo stesso Pitta dà credito all’ipotesi avanzata dal Cimaglia già nel 1757, di una fondazione di Apricena da parte dei profughi dell’antica Collazia, sopra o in prossimità dei ruderi della loro città (pag. 36). E c’è persino chi favoleggia di origini greche. Ma se è vero che Collazia e altri insediamenti furono, in epoche diverse, presenti in zona, si tratta di altre storie. Quella dell’attuale abitato si snodò in un modo non molto diverso dalla ricostruzione fatta di recente da Giuseppe Di Perna (Apricena: sviluppo e struttura urbana ed extraurbana dalle origini al Cinquecento), che riporta un atto del 1077 contenente la menzione di un Casalem Precine tra le donazioni fatte da Petrone, conte normanno di Lesina, al nascente monastero di San Giovanni in Piano. “Nel Medioevo, stando al Di Perna, i casali, di natura prettamente agricola, erano insediamenti aperti, cioè senza cinta di protezione. Ma già nel XII secolo Apricena diventava Castellum, cioè munita di mura difensive, come testimoniato da un documento del 1156 nel quale troviamo che presso il castellum Precine, nel palazzo del conte normanno di Lesina, si svolse una causa tra il monastero di San Giovanni in Piano e quello di Santa Maria di Tremiti, circa il possesso delle acque del Caldoli (San Nazario). Quindi già da questo secolo Apricena era una città ben strutturata, con un palazzo del Conte, costruito dai Normanni, con notai, avvocati e giudici cittadini”. Ed in queste condizioni la trovò, quando giunse ad Apricena per la prima volta, nel 1221, Federico II il quale, pur confermando al monastero di San Giovanni in Piano le dona-zioni di Petrone, riservò Apricena al demanio regio, facendo probabilmente ingrandire il palazzo normanno e trasformandolo in quella domus solaciorum dove tornò di frequente nel corso degli anni, soggiornandovi a volte per periodi piuttosto lunghi. Se queste sono, verosimilmente, le origini di Apricena, per quanto riguarda il nome, l’ignoranza dei copisti portò a varie deformazioni delle quali il Pitta fa un lungo elenco a pag. 46. Particolarmente persistente fu, soprat-tutto nelle carte geografiche, la variante Porcina. Comunque, nel latino dei documenti più attendibili, la località è indicata sempre come Precine. Nei documenti in italiano la forma diventa Procina o, con l’articolo, La Procina. Il toponimo Apricena, appare per la prima volta all’inizio del Cinquecento, quando il Razano prima e l’Alberti subito dopo, riportano la leggenda della caccia al cinghiale, a riprova del fatto che leggenda e nome, già nati anteriormente, cominciavano allora ad affermarsi anche al di fuori delle mura cittadine. Non dovrebbero comunque esserci dubbi sull’etimologia di Apricena (“cena di cinghiale”, aper, -ri in latino) che fu coniato a futura memoria della caccia e del banchetto federiciano, leggen-dario o storico che sia stato l’episodio. Altre ipotesi sembrano ardue da sostenere. Resta, al massimo, da chiarire l’etimologia di Precine, nome prima del casale e poi del castello. La forma Apricena faticò, comunque, non poco ad affermarsi, se ancora intorno al 1700, nell’Atlante della Dogana delle Pecore della Provincia di Foggia la nostra cittadina è indicata come Procina. In dialetto si è probabilmente sempre detto La Prucìne che compare nei detti: “I fémmene d’La Prucìne mànnene l’òmmene a la rruvìne”; “U sìneche d’La Prucine: quédd ca dìce a la sére nn’avèle a la matìne”; “A La Prucìne màgnene bbóne pure i iòk k’li pucìne”; “A La Prucìne, camp d’fiùre, pòvere e rrìk sò tutt signùre!”.
lard sm. lardo // Parte un tempo ritenuta così importante che a chi aveva macellato il maiale, la prima cosa che si chiedeva era “Quanta lard ha ffatt?”, e la soddisfazione nel rispondere era proporzionata al numero delle dita che si indicavano. Gran parte del lardo era poi utilizzata per preparare la saìme.
lardià (-ète) v. lardellare, tagliuzzare il lardo sul tagliere (daccialàrd).
lardùse agg. sporco, untuoso.
lardùte agg. ben messo in carne; alla lett.: carico di lardo.
làrie: 1) agg. largo; contr. strétt - 2) sm. slargo tra case // Uno dei più noti ad Apricena è u Làrie d’Sant’Antònie (Campo dei Fiori) che si apre su uno degli scorci meglio conservati del centro storico ed è stato di recente valorizzato da manifestazioni di vario genere di Procinestate, nonché dal Presepe Vivente della locale Scuola Media.
làscete sm. lascito testamentario.
lass e pìgghie loc. sequenza di interruzioni e riprese di un’attività (alla lett.: lascia e prendi).
lassà (-ète) v. lasciare, abbandonare, in particolare mollare il partner sentimentale // Il detto: “Chi lass la via vècchie e pigghie la nóve sèpe k’ llàss e nsèpe k’tróve” mette in guardia contro i rischi insiti nelle novità.
lassète: 1) sf. lasciata, rinuncia // Prov.: “Ogni lassète è perdùte” - 2) pps. di lassà, lasciato.
La Tórr spr.La Torre, nome della masseria situata sotto San Giuvannine (vd.), a un paio di Km. dal paese, sulla strada per San Paolo di Civitate; è costituita da un più recente fabbricato ad un solo piano imbiancato a calce e da un’antica costruzione rossiccia a due piani, un tempo adibita a grangia, ove risiedeva un converso celestino per ricevere le derrate per il convento.
latt sm. latte (luvà u latt: svezzare).
lattère sm. lattaio.
lavà -rce (-ète) v. lavare -rsi (lavàrce la vók: vantarsi, farsi grande a spese del prossimo).
lavamène sm. lavabo.
lavannère sf. lavandaia, donna che lavava i panni dietro ricompensa.
làvere sm. lauro, alloro.
lavète sf. lavata (lavète d’chèpe: lavata di testa, sgridata, rimprovero).
lazzià-rce (-ète) v. emettere lazzìe // “Sta lazziète sótt!”, si dice a volte di chi non sta in sé dalla gioia.
lazzìe sf. feci liquide.
lazzùse agg. fifone, che se la fa sotto per paura.
lèbbre: 1) sm. lepre // La sim. paré nu lèbbre richiama la nota propen-sione dell’animale a darsela a gambe per un nonnulla - 2) sf. lebbra.
lebbèrgene sf. albicocca; il term. deriva probabilmente dal fr. alberge (pesca duracina).
lebbetriàrce (-ète) v. liberarsi, in part. dalle faccende domestiche // Non poche casalinghe, specie se con figli piccoli, si lamentano a volte di non riuscire a lebbetriàrce n’póche.
léccamùss sm. caduta che ha come conseguenza ferite alle labbra su cui si passa la lingua per lenire il dolore; il term. è tipico del gergo dei bambini che, nell’esagitazione dei giochi, ne fanno spesso esperienza diretta.
lecchettìne agg. buonguataio, amante di squisitezze.
lecchìne agg. servile, adulatore; anche lacchére.
leggìtteme: 1) agg. sano (di persona), non bacato (di frutta) - 2) legittima, quota di eredità spettante per legge a talune categorie di eredi e della quale il testatario non può dsporre a piacimento.
lègge (lètt) v. leggere.
légge: 1) agg. leggero (péde légge: svelto di andatura) - 2) sf. legge // Il detto: “La légge ce chième légge ma iè pesànt” gioca sui due significati.
legnème sm. legname, legno.
lème sf.: lama (di coltello, sega…).
lémmete sm. limite, confine, ciglio.
lemóne sm. limone (magnàrce u lemóne: restare a bocca asciutta).
lemòsene sm. elemosina // Il detto: “Nesciùne iè deventète pòvere facènn la lemòsene” invita alla generosità verso chi tende la mano.
lemunète sf. limonata.
lène sf. lana // Il sost. è spesso usato in senso trasl. per indicare i pro-blemi con i quali siamo a volte noi stessi a complicarci la vita (“Chi nté lène e la va truvànn, benedétt a Ddìe ca ce la mann!”). In quanto alla lana vera, per la qualità di quella ivi prodotta, il Tavoliere fu noto fin dall’antichità. A pag. 286 del Pitta si legge che Plinio la disse “laudatissima, Strabone più morbida di quella di Taranto, e Marziale prima fra tutte”.
léne sf. legna da ardere, di cui si aveva un tempo gran bisogno, dovendosi quotidianamente accendere il camino per cucinare // L’escl. sospensiva: “Na vóte ch’é gghiùte Crist p’lléne...” sottintende: “é andata storta!”.
lenère agg. f. focosa, in part. di femmine di animali sempre in calore, ma spesso sterili.
léng sf. lingua, favella, parlantina // Se è vero che “La léng iè nu capetèle” e che “Chi té léng va nSardégne”, è anche vero che “Prime d’rapì la vók cià penzà déce vóte!” perché la lingua è un’arma che, se usata a sproposito, rischia di fare danni irreversibili (“La lèng n’nté iòss e iòss rómp”).
léng d’sòcere loc. epifillo, pianta grassa delle Cactacee che deve il nome ai frutti appiattiti che si allungano come lingue spinose.
lengùte agg. linguacciuto/a.
lènt agg. lento, poco teso (di tiranti) // La loc. iì lènt d’còrp equivale a: fare feci liquide.
lentòrcene sf. spaghettoni casarecci; sono di facile preparazione perché, stesa la sfoglia, basta ripassarla con un matterello dentato detto appunto u laianère p’li lentòrcene.
lènz sf. striscia, di tessuto o altro // Il term. compare, ad es., nell’indovinello: “Tèng na lènz c’arrive a Celènz... Lènz n’ gniè: ndevìne, k’ gghié?”, ove lènz è una metafora per strada.
lèpe sf. ape. // Di chi se ne va a zonzo senza scopi si dice ca va cchiappànn lèpe (vd. lapère).
leppecùse agg. cavilloso, esigente.
Lésene spr. Lesina; abitanti: lesenére, soprannominati pantanìne, dal nome dialettale del lago (Pantène) // La località è per noi Apricenesi quel paese dove si mandano coloro che c’infastidiscono (“Vallu pigghie a Lésene!”), chiamando in causa persino il suo Santo protettore, quando si capisce che l’interlocutore si propone secondi fini a nostre spese, infatti con la domanda: “San Premmiène a Lésene ccóme sta?” si allude al fatto che il Santo sembra avere le mani posizionate nel gesto tipico di chi non ci sta a subire (pollice ed indice giustapposte a formare un tondino servono, in realtà, a reggere la palma del martirio). Per il resto, di Lesina sono apprezzate le anguille che la Vigilia di Natale, rracanète, fritt e rrestùte, non mancano su nessuna tavola. Oltretutto, per la sua pescosità, u Pantène ha attratto sulle sue coste insediamenti fin dalla preistoria, come ampiamente documentato nel bel libro Lesina: dal Paleolitico all’Anno Mille dell’amico Giuseppe Di Perna.
letecà (-ète) v.: 1) litigare - 2) mercanteggiare, tirare sul prezzo.
lètt sm. letto (menàrce da lu lètt: alzarsi in tutta fretta) // Se è vero che “U lètt ce chième róse, se nta ddurm t’rrepóse”, va tenuto presente che “U càvede d’lu lètt nn’aiénghie trìpp”.
léttere sf. 1) lettera/e dell’alfabeto - 2) epistola, missiva.
lettére sf.: 1) strame, lettiera di paglia per bestiame - 2) fondo di carri.
lettrecìst sm. elettricista.
liànt agg. elegante.
liatóre sm. legatore // Prima dell’avvento della mietitrice, la squadra d’li metetùre era formata in genere di cinque elementi dei quali uno, che poteva essere anche un ragazzo o una donna, aveva il compito di legare i manòcchie con un legaccio delle stesse spighe (u màttele).
lìbbre: 1) sm. libro // “Parl accóme e nu libbre straccète!” si dice spesso di chi sproloquia a sproposito - 2) unità di peso equivalente a circa un terzo di chilo .
lice sf. alice/i; condite con un po’ d’olio, erano un tempo un apprezzato companatico.
lik sm.: 1) pezzo di legno appuntito ai due lati che, nel gioco del mazzellik (vd.), si faceva saltare per mandarlo, colpendolo con la mazza, il più lontano possibile - 2) soldo, lira, forse da lèk, nome della moneta albanese (ntené mank nu lik: essere al verde).
lik e llak sm. lecca lecca.
lind e pint loc. lindo e pinto, pulito, curato nella persona.
lìnie sf.: 1) linea, in tutte le accezioni - 2) decimo di febbre (linie d’fréve) - 3) lendine/i, uova di pidocchio che le mamme cercavano un tempo di rimuovere dalla testa dei figli con l’apposito pettine a denti strettissimi.
lióne sm. leone.
lire sf. lira // L’espr.: “Ce mànchene diciannóve sòld p’ccucchià na lire” richiama il fatto che la lira era divisa un tempo in 20 soldi, ognuno pari a 5 centesimi.
lisce: 1) agg. liscio; contr. rangecóse (ruvido) - 2) sm. testa; contr. fatt (croce); vedi il gioco lìsce e ffàtt.
lisce e bbùss sm. invito, nel gioco del tressette, al compagno a lisciare e tornare con lo stesso seme; in senso traslato: doppio schiaffo // Con “Mó té ssettà nu lisce e bbùss!” si minaccia a volte di passare dalle parole ai fatti.
lìsce e ffàtt sm. testa o croce, gioco per il quale si utilizzavano un tempo sia le monete della Repubblica che quelle fuori corso del Ventennio. Fatta girare la moneta, la si nascondeva sotto il palmo. Se l’avversario indovinava la faccia rivolta all’in su, vinceva la posta, altrimenti la perdeva.
lìsce lìsce loc. senza complicazioni, a buon mercato, senza pagare scotti (“Ce ne vó scì bbèll lìsce lìsce!”).
listre sf. resta del frumento, e cioè i frammenti delle punte delle spighe che, durante la trebbiatura, procuravano un fastidio enorme agli addetti che indossavano occhiali protettivi per evitare gravi danni agli occhi.
litanìe sf. litania, la serie di preghiere del Rosario; in senso traslato: sequela di chiacchiere lamentose.
littorìne sf. littorina, automotrice ferroviaria dotata di motore anteriore e posteriore.
“Lìvete!” v. “Togliti!”, imperativo di luvà // “Lìvete tu ca me métt iì!” si usa ribattere a chi dice: “Lìvete!”.
liz sm. travi di legno duro usate nelle petréie per creare lettiere su cui un tempo, posizionando un certo numero di parète (traverse più piccole) ed ungendo il tutto di grasso, si facevano scivolare i blòk.
llaià -rce (-ète) v. allagare -rsi.
llallà sm. passeggio, voce del gergo per piccini, ai quali si chiede a volte: “Amma iì a llallà?”; dal term., raddoppiamento dell’avv. llà, derivano gli agg. llallére e llallóne, equivalenti a fannullone.
llammèrz sm. rovescio, l’altra faccia del tessuto che ha u lladdrìtt e u lammèrz // Ai figli che chiedono: “K’mm’é métt?”, qualche mamma ribatte a volte: “I pann d’razz vutète a llammèrz!”, evocando i tempi in cui gli abiti, rivoltati e riadattati, passavano da un componente all’altro della famiglia fino alla completa usura.
llampide avv. in piedi; contr.: ssettète.
llanchète agg. avido, insaziabile.
llarià (-ète) v. allargare.
llascà (-chète) [lat. adlascare] v. diradare (in part. piantine), allargare // Quando, dopo una pioggia, le nuvole cominciano a diradarsi, si dice: “U tèmp ce sta llascànn”.
llascùrd sm. buio serale o notturno (a lu llascùrd); abbr.: scurd.
llattà (-ète) v. allattare // Di chi trae profitto da due fonti diverse si dice: “Allatt a dui tène!”,
llatuìre avv. l’altro ieri.
llavetànn avv. l’altro anno.
llavurète sf. campo di stoppie la-sciato a maiésa vacant, e cioè a riposo per un anno // Poiché i vampasciule (vd.) crescevano più grandi e abbondanti proprio dint i llavurète, era là che i braccianti senza lavoro si avventuravano spesso a cavarli, col rischio di prendersi qualche schioppettata dai pastori abruzzesi che, avendoli affittati a pascolo, non gradivano che venissero dissestati.
lleccà (-cchète) v.: 1) leccare; in senso traslato: adulare // Prov.: “Chi camìne allék e chi séda sék” - 2) rifl. (-rce) agghindarsi.
lleffàrce (-ète) v. azzimarsi, agghindarsi con eleganza affettata.
lleggerì (-ùte) v. digerire, sopportare // Degli insopportabili si dice a volte: “Nce pó lleggerì p’nnènt!”.
llegnà (-ète) v. durare, allignare // “Nn’llégne p’la cattevèrie!” si dice a volte di bimbi di minuta costituzione e dal carattere vivace.
llemà (-ète) v. limare.
llentà (-ète) v. allentare, mollare // Locuzioni: llentà nu cannèll (mollare un pugno); llentà nu calecass (sganciare un rumoroso peto).
llescià (-ète) v. 1) lisciare, appianare (llescià u pìle: bastonare) - 2) nel tressette giocare una carta di scarso valore, riservandosi a dopo quelle migliori - 3) adulare per accattivarsi la simpatia di qual-cuno // Dei falsi amici si dice a volte: “Da nnanz m’llìsce e da ddréte m’strisce”.
llesciamènt sm. carezza; in senso trasl.: adulazione.
llevarème sm. insieme di piccoli della stessa cucciolata, numerosa figliolanza in tenera età.
lliàrce (-ète) v.: 1) allearsi - 2) accumularsi di neve fresca che inizia a fare spessore sul terreno.
llòrge 1) sm. orologio (da tasca, da polso, da muro) - 2) sf. orologio pubblico che un tempo, scandendo le ore, regolava le attività giornaliere della comunità, del che resta traccia nel detto: “Paiése sènza llòrge e crestiène sènza légge” // Col term. la Llòrge ad Apricena s’intende il grande orologio in Corso Garibaldi, sulla torre che è quanto resta del campanile della Chiesa di San Martino, distrutta dal terremoto del 1627. Il Pitta, a pag. 400, ricorda le traversie burocratiche che si dovettero superare per giungere, il 3 Ottobre 1903, al collocamento dell’attuale orologio che andò a sostituire il precedente or-mai tecnologicamente superato. Per curiosità va detto che esso fu costruito da un certo Domenico D’Attilio di Vico Garganico, il quale lo cedette all’Amministrazione per 3.162 lire. Il nostro autore aggiunge che restò fermo a lungo durante l’occupazione inglese “per volontà di quegli ufficiali che, insediati nel vicino Palazzo Pertosa, lo ritennero disturbatore dei loro sonni”.
llucà (-chète) v. allocare, dare una sistemazione, in part. ai figli // Prov.: “Chi tè cènt l’allóche e chi tè vune l’affóche”.
lluccà (-cchète) v. gridare, urlare.
llùk sm. grido, urlo.
llumenà (-ète) v. illuminare.
llupète agg. avido, affamato (come un lupo).
llurgère sm. orologiaio.
lluscià (-ète) v. vedere chiaramente, distinguere; è di sol. usato in loc. di segno negativo // Ad una certa età capita a quasi tutti d’nn’ llusciàrce cchiù ccóme e na vóte.
lluttàrce (-ète) v. vestirsi a lutto.
lluvère agg. vero // L’espr. “Ce dice bbóne e iè lluvére...” fa spesso da premessa a un proverbio (“Ce dice bbóne e iè lluvére: chi fa bbéne móre accìse!”).
lluzzà -rce (-ète) v. intrufolarsi come na lòzz (fa lluzzà i strànie nt’la chèse: permettere ad estranei di frequentare la propria casa e farla da padroni).
lóche sm. luogo, ricetto // Prov.: “Iàcque e fóche nn’ttróvene lóche”.
lóche mòbbele sm. macchina a vapore che, alimentata da paglia di grano, azionava la trebbiatrice // Il suo funzionamento richiedeva l’opera di un esperto fuochista che aveva un paio di aiutanti e che era sull’aia generalmente già alle due di notte, per mettere in pressione la caldaia, il cui uso era non privo di rischi, infatti nel 1924 uno scoppio in territorio di Lavello fece ben 28 morti.
lòff [onomatopea “che riproduce il soffiare del vento” (Cortelazzo)] sf. flatulenza // Dal sost. derivano numerosi epiteti come loffànt, luffenère, luffóne...
lòffie agg. moscio, floscio.
lóntre [lat. luntrem] sf. calcinara, fossa per stemperare la calce.
lópe sf. raffio a più branche per uncinare i secchi caduti in pozzi o cisterne // Di intrattabili si dice: “Nce pó pigghià mank k’la lópe a tre còrn!”.
lóte sf. fango // L’escl.: “Nsì mank la lóte d’sótt i scarp mi!”, a parte il disprezzo che trasuda, ricorda il fatto che un tempo, essendo la maggior parte delle strade in terra battuta, ad andarsene in giro in certe stagioni di lóte se ne raccoglieva parecchia.
lòtt s. 1) m. gioco del lotto (pigghià nu tèrn a llòtt) - 2) f. lotta.
lòzz sf. fermo di legno di cerro che s’infilava nel foro della stanga per agganciare, tramite u cuddère, gli equini a traiìne ed altri mezzi.
lucànd sf. locanda, albergo.
lucandére sm. (arc.) locandiere.
luce sf. 1) lampadina // In caso di black out, i bambini di un tempo esortavano la lampadina a riaccendersi cantilenando la filastrocca: “Appiccete, appiccete, luce, ca màmmete té li puce, e s’nt’vu ppiccià, màmmete adda sckattà!” - 2) corrente elettrica, illuminazione // A tal proposito, si legge nel Pitta a pag. 401 che, mentre fino al 1860, non esisteva alcuna forma di illuminazione pubblica serale e notturna, l’anno dopo furono installati per le strade i primi sei fanali ad olio, che salirono a dieci nel 1880. Poi, nel 1897 il sig. Salvatore Bonanno chiese l’appalto di una pubblica illuminazione elettrica. Il Comune fu così entusiasta dell’iniziativa che gli donò, sulla via per la stazione, un appezzamento di terreno di circa 200 mq. per l’impianto del generatore e la costruzione di un mulino per lo sfarinamento di cui si avvertiva urgente bisogno. La situazione migliorò gradualmente finché, verso la fine degli anni Venti, l’UEE (Unione Esercizi Elettrici), una società pescarese che si andava estendendo a l ivello interregionale, collegò Apricena alla sua rete, determinando la chiusura degli autoproduttori locali. La rete elettrica verrà poi, a livello nazionale, unificata dall’Enel nel 1962.
lucchetenìzie sf. leccornia.
lucechià (-ète) v. luccicare // Il v. è usato, per dare l’idea del benessere psico-fisico, nei detti: “La carn luntène da l’òss lucechéie”; “A lu cavall strigghiète lucechéie u pile”.
lucìgne sm. lucignolo delle candele, stoppino di lampade ad olio o a petrolio // E' ricordato nel detto: “A la mòrt d’lu marìte poca cére e assàie lucìgne!” che evidenzia il fatto che un decesso è spesso accompagnato da manifestazioni di dolore più esternate che avvertite.
lufanése sf. sonora lezione a suon di busse; anche stufatùre o surdellìne.
luff [long. huf] sm. lombo, natica; anche presùtt o pak d’cule.
luffià (-ète) v.: 1) produrre lòff (vd.) - 2) lavorare con alacrità.
Lugghie spr. Luglio // Il prov. “Arrevète u mése d’Lugghie tutt u càvede chèle nPugghie” esprime il punto di vista dei montanari che per Pugghie intendevano il Tavoliere.
lugghie sm. loglio, pianta infestante con infiorescenza a spiga.
lumìne sm. fiammifero.
lune sf. luna // Diffusa è, nelle società contadine, la credenza negli influssi lunari sulle attività agricole. Mentre la fase crescente (crescènz), che va dal novilunio al plenilunio, è ritenuta propizia, quella calante (mancànz) è considerata sfavorevole (“Luna crescènt tutt putènt, luna mancànt tutt vacànt”).
luna chiéne sf. plenilunio.
lupe sm. lupo; dim. lupàcchie // Costituendo un tempo i lupi un rischio concreto per le greggi, chi riusciva ad ucciderne uno girava spesso di masseria in masseria ad esibirne la carogna per ricevere qualche segno tangibile di riconoscenza per aver liberato le campagne da un pericoloso nemico. Nel Villani (pag. 151) si legge che il Comune di Foggia giunse a mettere un premio di 4 ducati per chi avesse ucciso una femmina e di 6 per un maschio. L’animale veniva poi mostrato alla popolazione con un’arancia in bocca. Dal lupo hanno tratto ispirazione anche vari proverbi come: “La fème fa scasà u lupe da lu vòsk”; “U lupe tutt li carn ce li magne e la só la llék”; “Iàrt p’iàrt e i pèquere a lu lupe”.
lupenère [abbr. di lupe mannère, dal lat. lupi homines] sm. lupo mannaro, licantropo // Tali erano ritenuti i maschi nati nella Notte Santa. Sul conto dei presunti lupenère si diceva, ad esempio che nelle notti di luna piena se ne andassero in giro ululando come lupi, che non fossero capaci di salire più di tre scalini e che bastasse una puntura di spillo per riportarli alla normalità.
lupesurd agg. sordomuto, di poche parole (alla lett.: lupo sordo).
lusscìe sf. ranno, acqua bollente per bucato in cui si scioglieva un tempo cenere comune o merechène, un derivato della soda a base di sapo-nina // “Amma fatt la luscìe nt’la cést!”, si rammarica a volte qualcuno per fatiche risultate inutili.
luss sm. lusso, eleganza, sfarzo.
lùstre: 1) sm. chiarore, luminosità; contr. scurd (buio notturno) // Pro-v.: “U chène suspètt abbèie a lu lustre d’la lune” - 2) agg. lucido, luminoso.
lùteme agg. o pron. ultimo.
lutrìne sf. luogo paludoso.
lutt sm. lutto, gramaglie // Anche se “Lutt e cénnere nn’llévene péne”, i parenti stretti del defunto vestivano un tempo di nero per anni e le vedove addirittura per tutta la vita. Cambiati i tempi, il periodo del lutto si va via via riducendo.
luttrìne sf. corso di catechismo e relativo libretto, in preparazione alla prima comunione (iì a la luttrìne: andare a catechismo).
luvà (-ète) v. togliere, spostare; luvà da sótt (liberare un equino dal carro trainato); luvà da lu mónn (ammazzare).
luvére agg. vero; vd. lluvére.
luvète sm. lievito per dare crescenza agli impasti di farina; dal v. luvà in quanto tolto da impasti precedenti.




