Per consultare il vocabolario cliccare sulla lettera iniziale della parola cercata
A - B - C - D - E - F - G - H - I - K - L - M - N - O - P - Q - R - S - T - U - V - Z
Lettera "M"
ma’ voc. mamma.
maccaróne (pl. -ùne) sm. maccherone // I maccheroni al ragù, magari con carne, sono da sempre il piatto di gran lunga preferito. Con una pietanza del genere ci si può far forza persino di fronte alla morte: “Chi móra móre e chi campa camp, e nu piàtt d’maccarùne k’la carn!”, afferma un noto ritornello del nostro Matteo Salvatore. Come spregiativo il term. equivale a: sciocco, stupido. “O fréchete a maccaróne!” si esclama a volte verso chi fa il finto tonto.
maccarunète sf. maccheronata, razione di grano che i massère passavano ai varzùne mensilmente e ai uardiène a scadenza annuale.
maccatóre (pl. -ùre) [cat. mocador] sm. fazzoletto // Quello tradizionale, a fondo rosso o blu, serviva per gli usi più vari, e non solo per il naso, anzi per quello si rimediava di solito diversamente (U maccatóre d’u cafóne iè la còss ’u cavezóne).
màcchie [lat. maculàm] sf.: 1) macchia di sporco, su tessuto o altro - 2) cespuglio, macchia, vegetazione tipica del bacino mediterraneo, di erbe aromatiche e arbusti spinosi (iì nt’li màcchie: andare in terreni non coltivati); accr. macchióne.
macèll [lat. macellum] sm.: 1) strage (fa nu macèll) - 2) mattatoio (anche scannàgge) // Quello pubblico, poco fuori dell’abitato sulla strada per San Severo, inaugurato nel 1908, venne a costare 36.000 lire, cifra che si riporta dal Pitta per dare un’idea della svalutazione nel corso del secolo.
macenà (-ète) v. macinare, portare il grano alla condizione di farina, cosa che avveniva e avviene nei mulini // Il detto “Iàcqua passète nn’mmàcene mulìne” riporta ai tempi in cui i mulini andavano ad acqua. Vedi anche mulìne.
macenèll sm. macinino per caffè, pepe, ecc.
macére [lat. maceria] sf. muretto/i a secco di campagna che delimitano le proprietà agricole // La costruzione d’macère, presenti in part. nelle zone collinari, risolveva anche il problema dello sgombero per riutilizzo del materiale di spietramento dei terreni (i crust).
màchene sf. macchina/e, in part. automobili // Il dim. machenétt assume valori specifici a seconda dei contesti: tra le pareti domestiche indica la macchina per cucire, nel periodo della salsa quella per passare i pomodori, tra i fumatori l’accendino.
machenìst sm. macchinista/i, in part. i meccanici addetti un tempo alla trebbiatrice.
madème [fr. madame (alla lett.: mia signora)] sf. madama, in rif. a donne che si danno arie da gran dame (madème mill mòss).
Madònn sf. Madonna; dim. madunnèll (madonnina).
Madònn ’a Sèll’ a Ròk spr.Madonna di Selva della Rocca, chiesa rurale ora in rovina nella località garganica omonima // Risalente probabilmente al sec. IX e dedicata a Santa Maria, è ricordata dal Pitta come luogo di culto ancora attivo ai primi del Novecento. Il nostro autore, dopo averla descritta con dovizia di particolari, aggiunge che a questa chiesa “il popolo apricenese accorreva, la seconda domenica dopo la Pasqua, per festeggiare la Madonna, ed ogni qualvolta la necessità ve lo spingeva”. In processione ci si recava, ad esempio, in tempo di siccità per implorare la pioggia, cosa che facevano anche i santecandrìse, essendo la cappella posta sui loro confini. Sulla Chiesa, caduta in rovina dopo il primo conflitto mondiale, la locale sezione dell’Archeoclub ha pubblicato, nel 1997, la pregevole ricerca Santa Maria di Selva della Rocca, cura-ta da G. Di Perna, V. La Rosa e M. Violano.
Madònn ’i Frabbecatùre spr. Madonna dei Muratori, cioè quella del Carmine // Fino agli inizi degli anni Sessanta la ricorrenza, che ca-de il 16 Luglio, si festeggiava ad Apricena con una processione che, partendo dalla Chiesa di Sant’Antonio, si snodava per le vie principali del paese, accompagnata da banda musicale e fuochi d’artificio. Ad essa partecipavano non solo i frabbecatùre, ma anche la maggior parte della popolazione, cosa che avviene tuttora nella vicina San Severo. Ad Apricena la processione cessò anche per lo stato di avanzato deterioramento della statua della Madonna del Carmine, un semplice manichino rivestito di stoffa che fu distrutto con decreto del 1968.
Madònn ’i ll’Angele spr. Madonna degli Angeli; il term. indica, oltre il dipinto raffigurante la Vergine assunta in cielo tra gli angeli, la chiesetta che lo ospita e che si trova poco fuori dell’abitato sulla strada per la stazione (Chiése ’a Madònn ’i ll’Angele) e la festa che si tiene la sera del 2 Agosto (Fèst ’a Madònn ’i ll’Angele).
Madònn ’i Ncurnète sf. Madonna dell’Incoronata, patrona di Apricena // A seconda dei contesti, il term. indica la statua che raffigura la Vergine assisa su di un albero, la festa che si tiene a Maggio in suo onore (vd. Fèst d’la Madònn ’i Ncurnète), e il Santuario a 1 km. circa dal paese (vd. Chiése ’a Madònn ’i Ncurnète).
madòsck sf. def. per Madonna, usata in esclamazioni ed imprecazioni.
maé’ s. maestro/a, voc. con cui gli scolari delle elementari si rivolgono agli insegnanti (vd. maéstre).
màffie sf.: 1) mafia, forse dall’arabo mahias (millanteria) - 2) sfoggio di eleganza // “Fa la chèpa màffie!”, si dice a volte, a mo’ di complimento, a chi ngégne un bell’abito.
maffiùse agg.: elegante, che fa una gran figura.
“Mafìsce!” escl.: “Finito, non ce n’è più!”; alla parola si accompa-gna di solito una rotazione di pollice ed indice aperti a pistola.
Magge spr. Maggio // In una filastrocca, Maggio, vantandosi di essere “il più maggiore” di tutti gli elementi, accenna ad un’umanità lieta per il ritorno della bella stagione: “Iì sò Màgge, u cchiù maggióre d’tutt li lemènt: pentóne p’pentóne ce rìre e cant e pure i ciùcce stann allériamènt!”. Ma si sa che non tutto lo sfolgorio dei colori di Maggio è farina del suo sacco (“Bbrìle fa u scióre e Magge iève onóre”).
magghie s.: 1) m. maglio, grosso martello per lavori pesanti (tené la chèpe accóme e nu magghie: avere la testa dura) - 2) f. maglia, arc. per maglie (vd.).
magghióle sm. tralcio che si taglia dalla vite per l’interramento ed il successivo trapianto dopo che, emessi peli radicali, si sono trasformati in barbatèll (vd.).
magghiùche sf. magliuca, graminacea caratterizzata da spighe con infiorescenze che si attaccano con facilità a cavezétt e cavezùne, cre-ando problemi in fase di rimozione.
“Maghère!” escl. “Magari!”; “Maghèraddìe!” (“Magari lo volesse il Cielo!”) in accezione neg. equivale a: “Dio non voglia!”.
maglie sf. maglia, indumento intimo che di solito, nella società contadina, era di lana di pecora sferruzzata a mano (maglie d’lène) - 2) ciascuno dei cappietti nei lavori all’uncinetto o ai ferri.
magnèsie sf. ossido di magnesio, lassativo un tempo molto popolare.
magnète sf. mangiata, scorpacciata (na bbèlla magnète) // Il detto: “P’ na magnète d’càvele iè rrevète a San Pàvele, p’na magnète d’cardùcce iè rrevète a Sant Marcucce!” stigmatizza la tendenza a spostarsi per futili motivi. Di alcuni imprenditori locali della pietra si dice che, negli anni del boom economico, giungevano a volte anche a Napoli per lo sfizio di un caffé.
magnià-rce (-ète) v. mangiare // In tempi duri, o in previsione di essi, si esclama a volte: “Ciamma magnià scòrce d’fève!”,“Ciamma magnià funn d’sègge!”,“Ciamma magnià l’aria melìne!” o altro a seconda di quanto detta la fantasia del momento. Il prov.: “Chi vó magnià assà ciaffóche” invita alla moderazione.
magniamàgne agg. ingordo, goloso, scroccone // Il detto: “A magniamàgne e cannarùte Sant Mechéle li vóte la spède” (e cioè rivolta altrove la spada risparmiandoli), fa intendere che quello di gola (cannarùte è un sinonimo di magniamàgne) è uno dei meno gravi tra i peccati. D’altronde lo stesso Dante colloca, nel suo Inferno, più su i peccatori che si sono lasciati trascinare dalle debolezze della carne (lussuria e gola) e ben più giù quelli che hanno operato il male per depravazione della psiche (maligni e traditori).
magniapatène agg. mangiapatate, appellativo che si dà ai vicini sanmarchesi (vd. Sant Mark) ed ai lontani tedeschi.
magniapène agg. mangiapane // I fannulloni sono definiti spesso magniapène a trademènt.
magniapulènt agg. mangiapolenta o polentone/i, settentrionali, milanesi in particolare.
magniapurcèll sf. crescione porcino, erba grassa commestibile che è possibile vedere anche sotto i marciapiedi // Il term. dialettale è collegato probabilmente al fatto che lo brucavano con gusto i maiali che pascolavano un tempo persino in paese, guardati a vista da qualche ragazzino.
magniatóre sf. mangiatoia.
magnéddùrm agg. (alla lett.: mangia e dormi) fannullone.
maiddése sf. vento freddo di Nord-Ovest proveniente dalla Maiella.
maiése sf. maggese, terreno che, dopo essere stato seminato a grano per più annate consecutive, viene messo a colture leggere. La maiése è detta vacànt se il terreno è lasciato completamente a riposo per un anno. I benefici del maggese sono stati una di quelle scoperte che, intorno al Mille, hanno portato alla cosiddetta rivoluzione agricola.
maiéstre s. 1) maestro/a, figura fondamentale per gli scolari delle elementari, specie quando era un solo insegnante ad accompagnarli per ben cinque anni; dopo la riforma, il cosiddetto modulo, moltiplicandone il numero, ne ha in proporzione ridotto, nel bene e nel male, la presa psicologica - 2) f. sarta, donna esperta nel cucito che si avvaleva dell’aiuto di una o più descìbbele (iì a la maiéstre: frequentare una sarta per imparare).
malaléng (o mmèlaléng) agg. malalingua, linguaccia, maldicente.
malancà (-ète) v. parlar male // Il prov.: “Chi malank vó ccattà” equivale al noto: “Chi disprezza vuol comprare”.
malancatóre agg. maldicente.
malàrie sf. malaria, malattia che provoca febbre irregolare, detta terzana o quartana a seconda della gravità, caratterizzata da brividi di freddo, dal che il term. dialettale fréve a ffrédd // Accompagnata da progressivo deperimento e da grave anemia, con ingrossamento del fegato e della milza e ancora oggi diffusa nelle regioni tropicali, interessò anche, fino alla prima metà del secolo, tutte le zone pianeggianti e spesso paludose del bacino mediterraneo. E’ trasmessa all’uomo dal plasmodio, protozoo parassita che penetra nell’organismo attraverso la puntura della zanzara anofele. La cura della malaria è a base di chinino, ma l’epidemia poté essere debellata nelle nostre regioni grazie soprattutto alle bonifiche e alla disinfezione con l’uso massiccio del DDT. Il Santo dei malarici era considerato San Sebastiano, festeggiato il 20 Gennaio, giorno nel quale venivano benedette e distribuite i pagnuttèll d’Sant Savastiène.
malatìe sf. malattia, cattiva salute; per est.: cattiva inclinazione, vizio // Nella società contadina le malattie sono avvertite, insieme ai procedimenti giudiziari, come una spada di Damocle che pende sulla testa di tutti: “Ce lavóre e ce fatìe p’la Córt e la malatìe”. Il binomio Corte-malattia torna anche nel detto “U prim’ann spusète o Córt o malète”.
maledétt: 1) agg. maledetto (“Maledétt e scummenechète chi ce cunfèss i pucchète”) - 2) sm. maledizione (“Chi sta sótt il suo tétt nn’ssènt nesciùne maledétt”).
malète agg. malato // “Sta malète nchèpe!” si dice a volte di chi ragiona per vie contorte. Il prov.: “U sène nn’crède a u malète” sottolinea la difficoltà a immedesimarsi nelle sofferenze altrui.
maletèmp sm. maltempo, cattivo tempo (vd. mmèletèmp).
Malètt spr. Torre Mileto; la località è indicata, in una stampa del XVII sec. di Matteo Greuter, come Torre di Maletta, nome che si è conservato nel nostro dialetto // Si tratta di una delle ventuno torri di cui Pietro di Toledo ordinò la costruzione nel 1537, per la difesa della Capitanata dagli assalti dei Turchi, le cui scorrerie si erano fatte frequenti e pericolose. Il problema fu poi risolto nel 1571, quan-do le potenze cristiane unirono le loro forze, riuscendo a sconfiggere la flotta turca nelle acque di Lepanto (vedi anche Fóre La Cróce). Malétt, che è la spiaggia più facilmente raggiungibile dai turisti pendolari di non pochi comuni del circondario, ha conosciuto negli ultimi decenni una selvaggia speculazione edilizia.
mallàrd [fr. ant. malàrd] sm. anitra selvatica (germano reale).
malvascìe sf. malvagia, qualità di uva che prende nome dalla località greca di Malvasia in Laconia.
malvéróse sf. geranio.
malvizz [sp. malvis] sm. tordo.
mamberlìcchie agg. inaffidabile, voltagabbana (anche chiachiìll).
mamm sf. mamma; seguito da poss.: mamma mì, la mamma tó, la mamma só, màmmete; dim. mammùcce // Proverbi: “D’mamm ce n’sta vuna sole”; “La mamm iè lu mant d’la caretà”; “Chi dìce ca t’ vó béne cchiù d’na mamm u córe t’ngann”; “Chi té mamm nn’chiàgne e chi té patre va p’tavèrn”.
mamm d’làtt sf. nutrice, balia, donna del popolo che, avendo partorito da poco ed avendo latte in abbondanza, lo somministrava anche a neonati altrui, i quali diventavano per lei fìgghie d’làtt; i bimbi allattati allo stesso seno erano detti frète d’làtt.
mamm d’ll’acque sf. mamma dell’acqua // Vivendo o recandosi in campagna, i genitori raccomandavano un tempo ai bambini di non avvicinarsi troppo al pozzo, nel timore che potessero cadervi dentro. Per essere più convincenti, si erano inventati la mamm d’ ll’àcque che, acquattata sul fondo, sarebbe stata lì pronta a ghermire gli incauti, per cui raccomandavano: “Nt’ffacciànn sópe u puzz s’ nnò la mamm d’ll’àcque t’tire abbàsce!”. Un analogo spauracchio di pozzo è attestato nel Salentino col nome di manilònga.
mammalùk agg. stupido, sciocco // Il term. deriva dall’arabo mamluk, col quale s’indicavano gli schiavi portati, dalla Turchia e dal Caucaso, in Egitto dove militavano come soldati mercenari, arrivando a periodi ad impadronirsi anche del potere politico. Dopo che Napoleone li sconfisse alle Piramidi nel 1798, furono definitivamente annientati nel 1811 da Mehemet Alì che poté così ripristinare l’ordine interno. Fu probabilmente in seguito alla loro fine ingloriosa (ce sò fatt frecà ccóme mammalùk) che il term. ha assunto l’accezione negativa che tuttora conserva.
mammarànn [da mamma e rann (grande)] sf. nonna; più recente è la forma mammaròss; analogamente tataròss (o paparòss) ha preso il posto di tatarànn; più arcaiche sono mammagnóre e papagnóre.
mammaróle agg. mammone, attaccato alla madre.
mancamènt sm.: 1) svenimento - 2) mancamento, difetto // Ad elogi a persone assenti, si premette a volte, quasi con tono di scusa: “Sénza dìce mancamènt...” (Senza alcuna allusione a difetti dei presenti...).
mancanzsf.: 1) mancanza, offesa - 2) fase calante della luna che va dal plenilunio al novilunio e che, al contrario della fase crescente (crescènz), si riteneva sfavorevole ai raccolti agricoli (Luna crescènt tutt putènt, luna mancànt tutt vacànt).
mancìne: 1) sf mano sinistra - 2) agg. mancino; dim.: mancenèll.
mandre sf. mandria di bestiame e recinto che le fa da ricettacolo.
manduline sm. mandolino.
màneches.: 1) m. manico di attrezzo, pentolame, ecc.; dim. manecèll - 2) f. manica di abito; accr. manecóne (métt ntu manecóne: disporre di uno a piacimento) // Di avari e prodighi si dice che sono d’màneca strétt o d’ màneca larie.
manecòmie sm. manicomio, casa di ricovero per malati mentali // “Ddà ce sta u manecòmie!”, si dice a volte di luoghi dove c’è caos.
manefèst sm. manifesto (métt u manefèst: divulgare notizie che richiederebbero riserbo).
maneggià (-ète) v. maneggiare // Prov.: “Chi manégge festégge”.
manére sf. modo, maniera (truvà móde e manère: far di tutto, provare in tutti i modi a risolvere una situazione).
manète sf. manata, quantità che entra in una mano.
mànghene sm. puleggia, argano ligneo su cui, alla sommità dei pozzi, si avvolge la corda del secchio facendo leva sui bracci laterali.
manià (-ète) v. 1) maneggiare - 2) toccare, accarezzare // A volte, dopo un complimento soprattutto a piccini, si dice: “T’vòie manià: t’avéssa ffascenà!”, facendo una carezza precauzionale contro il rischio di ffàscene (vd.).
maniète: 1) sf. masnada, accozzaglia (na maniète d’strunz) - 2) pps. maneggiato, manomesso.
maniévele agg. maneggevole, pratico, di oggetti di facile uso.
mank avv. neanche, neppure // Introduce esclamazioni come: “Mank i chène!”; “Mank i sèrp ’i màcchie!”; “Mank s’lu spàrene!”; “Mank tant no!”.
mannà (-ète) [lat. manum dare] v.: 1) fare una richiesta matrimoniale per interposta persona (mannà da vune) - 2) inviare per commissioni // Prov.: “Chi vó va e chi nn’vvó mann”.
“Mannàie” (o “Mannàgge!”) escl. “Mannaggia!” // Imitando, per fare dello spirito, il dialetto sanmarchese, qualcuno esclama a volte: “K’ scia mpìse, mannàie!”.
mannannére agg. matricolato; rafforza aggettivi di accezione negativa (busciard mannannére).
mannère sf. mannaia, attrezzo da taglio.
manòcchie sm. covone; vd. àcchie.
mant [sp. manta, dal lat. mantellum]: 1) sf. coperta; dim. mantarèll - 2) sm. ampio mantello // Prov.: “La mamm iè lu mant d’la caretà”.
màntece sm.: 1) mantice, strumento usato un tempo per soffiare aria sul fuoco di carbon fossile delle fucine - 2) tetto apribile di cui erano a volte forniti in particolare i ching.
mantéche [sp. manteca (burro)] sf. manteca, mozzarellone con all’interno un globo di burro.
mantégne sf. barile da 30 litri usato per il vino prima della diffusione d’li dammeggiène // In uno dei brindisi raccolti proprio ad Apricena da Saverio La Sorsa (Folklore pugliese, vol. III, pag. 199), uno scroccone si vanta di essere capace di bersi un’intera mantegna di vino (se trova qualcuno che gliela offra): “Iì sòng Antònie spaccalégne, e k’n’accétt spak na muntàgne. D’vine m’n’véve na mantégne, e d’maccarùne e carn, quant m’n’dà m’n’màgne. Lu savucìcce a lu ncine appése sta… A la salute d’chi me lu dà!”. Vedi anche: brìndese.
mantenè (-ùte), v.: 1) mantenere // La loc. mantené la luce equivale a: reggere il moccolo, e cioè fare da terzo incomodo in un convegno amoroso - 2) avere come amante.
mantenùte s. mantenuto/a, amante.
mantère sf. grembiule pesante per lavoranti che svolgono attività pericolose, come ad es. i fabbri.
mantesìne [lat. ante sinum] sm. grembiule da donna; vd. zenèle.
manùte agg. manesco, pronto ad allungare o menare le mani.
manuvèle sm. manovale, in part. uomo di fatica in imprese edili.
manz [lat. mansus]: 1) agg. mansueto - 2) sm. bue giovane.
mappìne [lat. mappa (tovagliolo personale che i convitati ai banchetti romani recavano con sé al fine di avvolgere e portare a casa qualche avanzo)] s.: 1) f. strofinaccio, straccio per le pulizie // Per curiosità va detto che un tempo veniva usata una mappine persino in funzione di carta igienica che, d’altronde, non era stata ancora inventata - 2) m. forte schiaffo mollato col palmo della mano.
maravigghiùse agg. che racconta meraviglie, portato ad esagerare.
marcantònie sm. marcantonio, uomo di statura imponente (nu pèzz d’marcantònie) // Il term. deriva da Marco Antonio, cesariano che, di-venuto amante di Cleopatra, fu sconfitto da Ottaviano nella batta-glia di Azio (31 a.C.). In seguito alla sconfitta, Marco Antonio si suicidò gettandosi sulla sua spada piantata per terra mentre Cleopatra si fece mordere da un aspide.
marchése sm.: 1) marchese (titolo nobiliare) - 2) mestuazioni [dall’antico furbesco marca per donna (Cortelazzo)].
marchìzz sm. marachella, disastro/i (cumbenà marchìzz).
marène sf. terreno che, nei pressi di fiumi o torrenti, è coperto da materiali sabbiosi trasportati dalle acque.
marenéres.: 1) m. marinaio (“Tant rik marenère quant pòvere pescatóre!”) - 2) f. barra di legno che, aggiogata ad uno (marenère a ssule) o a due cavalli (marenère a libbre) serviva, durante la trebbiatura, ad allontanare la paglia dal crivello per accumularla in prossimità del luogo destinato alla méte (vd.).
marenése (pl. -ìse) agg. litoraneo, proveniente da un comune costiero del basso Adriatico.
maréng sm. marengo, moneta d’oro napoleonica che prese nome dalla città piemontese di Marengo presso cui da generale Napoleone, nel 1800, ottenne la sua prima importante vittoria contro l’Austria.
maretà (-ète) v.: 1) dare marito ad una figlia, operazione così complicata e costosa che un noto detto afferma: “Chi nn’ffràbbeche e nn’ marìte nsèpe a stu mónn k’ce dìce!” // Il testo che segue riporta le preoccupazioni di un padre all’avvicinarsi del fatidico momento: “E’ maretà la mia figlióle, é caccià u pòrtafóglie ed é fa tre vvóte: Flò, flò, flò!” ove flò è onomatopeico per il fruscio del denaro che, tra pann, mubbìlie e altro, prende il volo in quantità impressionante - 2) rifl. (-rce) prendere marito.
màrie sm. carne magra; contr. rass.
marióle [gr. margos (vorace)] s.: 1) m. mariolo, ladro (dim. mariuncìll) - 2) f. tasca interna della giacca, dove si ripone il portafoglio (per tenerlo al riparo dai mariùle).
marìte sm. marito; poss.: marìteme, marìtete // Proverbi: “Mègghie nu marite ceppetìll ca n’amiche mperatóre”; “Pène d’marìte t’sazie e dure ammìte”; “Quann u marìte iè puverétt nn’llu pó vedé mank la mugghiére”; “La sciàrr tra marìte e mugghiére dure da lu fucarìle a lu lètt”; “I marìte sò sèrp d’cannìte: a la nòtt t’abbràccene e a lu iórn t’stràccene”; “Marìte e fìgghie accome l’ha t’li pìgghie: nce sciènn nchiàzz ca nesciùne t’dà raggióne”.
mariulìzie sm. ladrocinio, truffa.
marmist sm. operaio/i addetti alla lavorazione di pietre e marmi; la categoria è ad Apricena divenuta negli ultimi decenni piuttosto numerosa per il gran numero di segherie sorte nei dintorni per lavorare in loco la nostra pietra che un tempo era esportata grezza sotto il nome improprio di pietra di Trani.
maròsk agg. amarognolo.
marpióne [fr. morpion (piattola) da mords (mordere) e pion (soldato), e quindi piattola dei soldati che si annida nelle parti intime] sm. individuo furbo, capace di approfittare di soppiatto delle situazioni.
marrò agg. marrone.
martèll sm. martello; dim. martellùcce // Rappresenta la classe operaia nei simboli dei partiti di sinistra (vd. favece e martèll).
martellète sf. colpo inferto col martello; arc.: marteddète.
martellìne sf. martinicca, congegno frenante dei carri agricoli costituito da una piastra di ferro che, azionata da una corda, crea attrito contro i cerchiùne delle ruote (menà la martellìne: frenare).
màrtere s. martire, perseguitato, vessato (fa màrtere: torturare).
martenése agg. della città di Martina Franca // Uno dei poderi di Pa-lummìne (vd.) è indicato come u putére d’la Martenèse.
martenétt sf. macchina idraulica usata dai petraiùle per staccare i blòk dalla loro sede.
martingall sf. martingala, pezzo di cintura fissa che restringe la parte posteriore di giacche e cappotti.
marùfele sm. grossa onda, maroso.
Marz spr. Marzo // Si tratta di un mese notoriamente volubile, anche per le incertezze tipiche dei trapassi stagionali. Avverte un proverbio: “S’ce vóte Marz, t’fa tené u cule iarz” e cioè ti costringe a startene appiccicato al fuoco. Già presente nel Pitta è un testo nel quale, essendosi un pastore abruzzese vantato, il 30, che alle sue pecorelle erano spuntati i cornetti e che ormai non aveva più niente da temere, punto nell’orgoglio, Marzo si reca da Aprile per chiedergli qualche suo giorno al fine di attuare una terribile vendetta: “Marz, Marzìcchie, i pèquere mi hanna méss i curnìcchie!” “Brile mìe cortése, damm cink iurn del tuo mése quant attónn u cuzzétt a stu bbruzzése! Brile, mìo fratèll, mprìsteme tu na iurnatèll p’fa murì sti pequerèll!”. Non per niente Marzo prende nome da Marte, dio della guerra.
marzià (-ète) v. marzeggiare, alternarsi di sole e pioggia; riferito a persone, il v. indica repentini sbalzi d’umore // Il detto: “S’Marz nn’marzéie Giùgne nn’festégge” sottolinea l’importanza delle burrasche primaverili ai fini della riuscita del raccolto.
marzaióle agg. del mese di Marzo // Prov.: “La néva marzaióle dure quant la sòcere k’la nóre”.
marzùk (o mazùrk) sf. mazurca, ballo un tempo molto popolare nelle festicciole in famiglia.
masanìll agg. superficiale, incoerente e volubile // Il term. deriva da Masaniello (abbr. di Tommaso Aniello), pescivendolo che guidò a Napoli, nel 1647, una rivolta popolare contro gli Spagnoli. Fu poi ammazzato dai suoi stessi seguaci per aver accettato inviti e doni da parte del Governatore spagnolo.
masciaróne sm. cicerchia selvatica.
masciunèll sf. bugigattolo // Il term. indicava il ripostiglio ricavato, nella casa tradizionale, sotto il forno. Veniva utilizzato in genere per la provvista della legna, ma serviva anche p’fa mmasciunà gli animali di casa, il pollame in particolare.
masckatùre sf. serratura a maschio con chiave femmina // Si tratta di uno di quei termini “legati ad una metafora sessuale, molto frequente, che di due elementi meccanici complementari chiama femmina l’elemento ricevente e maschio quello inserito” (Cortelazzo).
masckétt sm. lucchetto.
mascquaràrce (-ète) v. mascherarsi, cosa che si faceva e si fa ancora in qualche caso a Carnuvèle (vd.).
mascquarète sf. mascherata.
mascquaróne agg. vistoso, chiassoso, di cattivo gusto.
màscquere sf. maschera sia carnevalesca (vèstece da màscquere) che banditesca // L’escl. interr.: “K’amma fa, ciamma métt la mascquère!?” sottintende “come banditi per andare a rubare?”.
masculóne agg. maschiaccio, appellativo che si dà alle ragazzine che assumono atteggiamenti tipici dei coetanei maschi.
màsquele [lat. masculum] agg. maschio, forte, virile; loc. rafforzativa: ióme màsquele.
massarìe sf. masseria; dim. massarióle; col term. si indicano sia la costruzione muraria che l’azienda agricola nel suo complesso // Il fabbricato della massarìe constava di solito di un piano terra con locali adibiti a stalle, depositi e alloggi per il personale dipendente, e di un primo piano destinato ad abitazione della famiglia d’lu massére (vd.). La tenuta consisteva in genere di terreni a pascolo e a seminativo, oltre che di un’aia (mezzène) più o meno ampia nella quale, antistante al fabbricato, era presente nu puzz, o almeno na puscìne. Un tempo piene di vita, i massàrìe, oggi sono quasi tutte in abbandono e, se ancora agibili, si riaffollano solo per la scampagnata della Pasquetta. In rif. ad abitazioni cittadine così sporche e in disordine da somigliare a case di campagna si dice a volte: “Père na massarìe”.
massère sm. proprietario o conduttore di massarìe; il dim. massaròtt indica il piccolo agricoltore // Per quanto riguarda l’etimo, alcuni fanno risalire il term. al lat. med. massarium, da massa (insieme dei fondi cui sovraintende), altri da missus, e cioè inviato, colui al quale si deve obbedienza come al padrone dal quale è mandato ed a cui deve rispondere.
massìne sm., cumulo di grano trebbiato.
mastrattìve agg. comp. di màstre e attive, il term. indica persone sempre in attività (fa u mastrattìve: darsi da fare in mille modi).
màstre sm. maestro artigiano, cui ci si rivolge di solito con somà, o mast seguito dal nome // Alle dipendenze d’li màstre (frabbecatùre, falegnème, ferrère, stagnère, cuscetùre, scarpère, scarpellìne...) lavoravano e lavorano in genere uno o più descìbbele, e cioè giovani apprendisti. Anche se le eccezioni sono sempre esistite, nor-malmente “Sótt a nu bbóne màstre aièsce nu bbóne descìbbele”. Dispr. ed accr. figurano nel detto: “Quann ha iì a paià u mastrìcchie, va ppèie u mastróne!”.
màstre d’àsce sm. falegname, in part. l’artigiano specializzato in lavori di un certo peso, come la costruzione di carri agricoli // Il termine è, in una nota filastrocca, riferito a San Giuseppe, il primo falegname di cui si abbia memoria: “San Gesèpp, màstre d’àsce, ca facéve buffétt e casce…” (per il testo completo vd.: Le stagioni della vita: filastrocche di Apricena).
mastrechià (-ète) [da màstre] v. darsi da fare in lavori artigianali.
mataràzz [ar. ’al-matrah] sm. materasso; quello tradizionale, imbottito di lana di pecora (per riempirlo ne occorrevano 25 kg.), si sovrapponeva a lu saccóne ripieno di foglie di granturco.
matenète sf. mattinata.
matèrie sf. materia, in part. il pus delle piccole ferite infette.
matìne sf. mattino // Proverbi: “Chi té lu mmèle vucìne té lu mmèle matìne”; “Chi ciaiàveze prèst a la matìne d’bbónóra magne”.
matiné [fr. matinée (mattinata)] vestaglia/ie da camera che facevano e fanno parte del corredo femminile in numero variabile a seconda della sua consistenza.
matóne (pl. -ùne) sm. mattone; il dim. matunèll indica, in particolare, le piastrelle da bagno // La metafora “Iè nu matóne” è riferita in genere a persone noiose o a film o libri che si seguono a fatica.
matréie [gr. matruia] sf. matrigna // Il proverbio.: “Iè mmègghie na mmèla mamm ca na bbóna matréie” sintetizza il luogo comune della cattiveria delle matrigne nelle fiabe della tradizione.
matrièle: 1) sm. materiale - 2) agg. grezzo, poco fine.
matrezzà (-ète) v. matrizzare, somigliare alla madre per fisionomia e indole, mentre patrezzà equivale a: somigliare al padre. Opinione diffusa è che: “I màsquele matrizzene e i fémmene patrìzzene”.
matrìquele sf.: 1) matricola, numero d’ordine (nnummère d’matrìquele) - 2) universitario al primo anno (vd. Fèst ’a Matrìquele).
matt: 1) agg. opaco, non lucido - 2) matto/a (“K’n’vu da la iàtt s’la patróne è màtt?”) - 3) sf. jolly, matta delle carte americane; re di denari nel tressette.
màttele sm. mannello di grano o erba utilizzato come legamento di manòcchie (vd.) o altro.
Mattiòtt spr. Giacomo Matteotti (1885-1924) // Deputato socialista, è tra i pochi politici del primo Novecento di cui resta traccia nella memoria popolare. Alla sua tragica scomparsa nel giugno del 1924 ed al tardivo rinvenimento del cadavere alludono la minaccia: “Té fa fa la fine d’Mattiòtt!” e quella ancora più esplicita: “Té fa paré Mattiòtt ca ncé truvète né vive né mòrt”.
matunète sf. mattonata, pavimento in mattoni.
matutìne sm. mattutino, suono ora abolito delle campane per annunciare la prima recita dell’Angelus.
màvele sf. malva (nsc. Althaea rosea), erba selvatica le cui radici si usano per infusi (decòtt d’ràreche d’màvele) contro tosse e malattie da raffreddamento in genere.
mazzs.: 1) m. fascio di fiori o di verdura - 2) mazzo di carte da gioco - 3) martello da 5 kg. usato in part. dai petraiùle - 4) deretano (fa nt’lu mazz: lavorare sodo); in senso trasl.: fortuna (tenè u mazz: essere fortunato) - 4) f.: mazza/e // Prov.: “Mazz e panèll fann i fìgghie bbèll, pène e sènza mazz fann i figghie pazz”.
mazzarèll sf. bastoncino, bacchettina // Fino a non molti decenni addietro, i bambini al primo anno delle elementari cominciavano col fare i mazzarèll, finché la mano non avesse acquistato in sicurezza tracciando segni su segni lungo le linee verticali dei quaderni a quadretti. Cambiati i tempi, si comincia in genere a scrivere fin dai primi giorni, anche perché alle materne qualcosa s’impara.
mazzellìk sm. mazza e lippa // Per il gioco, un tempo molto popolare, occorreva semplicemente una vecchia mazza di scopa, dalla quale si tagliava un pezzo di una sessantina di cm. (la mazz) ed un altro di una quindicina che veniva appuntito da una parte e dall’altra (u lik). Con la mazz si batteva su di una estremità del lik in modo da farlo saltare, e si cercava poi di colpirlo a volo per farlo arrivare il più lontano possibile lungo il tragitto stabilito per il gioco che seguiva un complesso regolamento. Il rischio era di rompere qualche vetro, ma un tempo non ce n’erano in giro tanti perché la maggior parte della case erano fornite di nnanzepòrt di legno.
mazzète sf. mazzata/e, batosta/e.
mazzétt sf.: 1) (dim. di mazz) mazzetto/a, - 2) rotolo di monete cartacee; per est., la percentuale dovuta ai mediatori, nonché la famigerata tangente, detta anche iòsk - 3) gioco di carte in cui si punta su mucchietti coperti e si vince la posta se la prima carta risulta superiore a quella de mazzetto lasciato a lu cartère (vd.).
mazzià (-ète) v. colpire ripetutamente con la mazza (rumané chernùte e mazziète).
mazziàture sf. bastonatura (anche mazziète); accr. mazziatóne.
mazzóle [lat. med. mazolam] sf. mazzuola, martello di media grandezza usato da cavamonti e scalpellini.
mbalzamà (-ète) v. imbalsamare.
mbambalì -rce (-ùte) v. confondere, intontire (mbambalì d’chiàcchiere; sta mbambalùte d’sònn).
mbarazzàrce(-ète) v. provare imbarazzo (mbarazzàrce d’còrp: avere difficoltà a defecare).
mbarcàrce (-chète) v.: 1) imbarcarsi, prendere il mare - 2) incurvarsi in modo accentuato del tavolame.
mbasscià (-ète) v.: 1) fasciare una slogatura o una ferita - 2) avvolgere nelle fasce un piccino; vd. anche cummegghià.
mbassciànn sf. corredino che le mamme in stato interessante preparavano e preparano per i nascituri.
mbécill [lat. imbecillis (debole)] agg. imbecille, stupido.
mberleccàrce (-ète) v. ingioiellarsi, agghindarsi vistosamente.
mbèst ca... loc. basta che...
mbestialì -rce (-ùte) v. adirarsi, andare in bestia.
mbracà (-ète) v. imbracare, mettere l’imbracatura ad animali da traino o ad oggetti pesanti per spostarli.
mbracarìe avv. compare quasi solo nella loc. méttece mbracarìe (animarsi, non stare in sé dalla smania).
mbracatùre sf.: 1) sistema di strisce di cuoio che abbraccia fino alla barda il posteriore dell’equino per il traino - 2) nel gergo dei petraiùle, braca di funi d’acciaio intorno ai blòk per il sollevamento.
mbràcce avv. in braccio, tra le braccia // “Sta mbràcce a Ddìe!” si dice di chi non ha, o non avrebbe, niente di cui lamentarsi.
mbraccià (-ète) v. imbracciare.
mbranète agg. goffo, impacciato // L’agg., tipico del gergo che i militari “nonni” usano nei riguardi delle reclute, derivando dal veneto brana (briglia), equivale a imbrigliato, impacciato.
mbrèll sm. ombrello; dim. mbrellìne (ombrello da donna); accr. mbrellóne (ombrellone da mare).
mbrellère sm. ombrellaio, riparatore ambulante la cui attività è stata compromessa dalla caduta dei prezzi degli ombrelli.
mbrellète sm. ombrellata, colpo dato con l’ombrello.
mbriacà -rce (-ète) [sp. embriaguer] v. ubriacare, -rsi // “Sci, m’sò mbriachète sènza vine!”, si esclama a volte per declinare proposte inaccettabili.
mbriachèll sm. frutto/i rossi commestibili del corbezzolo (fam. Eri-cacee).
mbriachézz sf. ubriacatura.
mbriacóne sm. ubriacone, beone.
mbrìèche agg. ubriaco.
mbriscka mbròscka maréscke loc. bisticcio sonoro equivalente ad enorme confusione (fa nu mbrìscka mbròscka maréscke).
mbrògghie sm. imbroglio.
mbruccà(-chète) v. imbroccare, intraprendere la strada giusta.
mbrugghià(-ète) v. imbrogliare, confondere, fregare; per la loc. mbrugghià l’àcce (imbrogliare la questione), vd. acce.
mbrugghióne sm. imbroglione.
mbuscàrce (-chète) [alla lett.: nascondersi nel bosco] v. eclissarsi, azione di chi si sottrae ad un lavoro faticoso rendendosi irreperibile.
mbuttegghià (-ète) v. imbottigliare, mettere in bottiglia.
mbuvàrce (-ète) v. infuriarsi, imbizzarrirsi, in part. di cavalli // “Père nu cavàll mbuète”, si dice a volte di chi dà in escandescenze.
mecediànt agg. seminatore di discordie // I mecediànt facéssene menì i mecìdie e ne gioirebbero.
mechetógne (pl. -ùgne) sm. melacotogna // A mechetugne nterzùse sono a volte paragonate le persone dal carattere chiuso e scontroso.
mecìdie sm. omicidio, assassinio // “Ce sò stète i mecìdie!” è un’espressione spesso esagerata che si usa in rif. a baruffe.
mecìzie sf. amicizia // Secondo il prov.: “Cunt spìss e mecìzia lòng”, l’amicizia, per durare, non deve ledere gli interessi. Chiarito ciò, “La mecìzie nn’è mmèie supèrchie”.
mèdeche sm. medico, dottore; spreg. medechìcchie // Benché alcuni detti non mostrino nei medici particolare fiducia perché non sempre interverrebbero con la necessaria tempestività (“Lu mèdeche piatóse fa la chièia vermenóse”; “Mèntre u mèdeche studie u malète móre!”), ad onore della categoria va detto che, anche in tempi in cui l’assistenza pubblica era di là da venire, i medici si sono, nella maggior parte dei casi, prodigati in maniera disinteressata per alleviare le sofferenze degli indigenti che, nella società contadina, erano i più. A conferma di ciò, il Pitta riferisce a pag. 391 che, nel 1816, in risposta alla richiesta del Sovrintendente di San Severo, se fosse necessario stipendiare un medico condotto “per assicurare, con stabilità, l’assistenza agli ammalati poveri”, l’autorità locale rispondeva che non ce n’era bisogno in quanto ciascuno dei quattro professori allora operanti ad Apricena si era fatto un dovere, “per virtù di sacro giuramento”, di assistere gratis i malati poveri, accet-tando, al massimo, “una tenue riconoscenza”, e cioè qualche compenso in natura. Il sacro giuramento cui si allude è quello di Ippocrate, medico greco che già nel IV sec. a. C. codificò i principi deontologici che i medici sono tenuti ancora oggi a seguire nella professione. Circa un decennio dopo l’episodio sopra riferito, il Decurionato provvide non solo alla nomina di un medico condotto stipendiato per lo scopo, ma anche alla compilazione di un elenco dei poveri aventi diritto all’assistenza gratuita.
medecìne sf. medicina // Oltre che per i prodotti farmaceutici, il term. veniva e viene ancora usato per indicare, in modo generico, vari composti di drogheria, dei quali ci si limita a specificare, al momento dell’acquisto, la funzione: la medecine p’curà i vulìve (la soda caustica), la medecìne p’li ciambèll (composto di cremotartaro e bicarbonato), la medecìne p’la cunzèrv (acido salicidico), la medecìne p’li rròbb (la varechina)...
“Mègghiaddìe!” escl. “Dio non voglia!”, “Non sia mai!”; in senso positivo: “Magari!”.
mègghie: 1) agg. migliore (“U mègghie affère iè quedd ca nce fa”) - 2) sost. la cosa migliore (“Ciadda vedé u mègghie ca ce pó”) - 3) avv. meglio (“Iè mègghie póche ca nènt”); dim.: megghiarèll o megghiulédd.
megghiurìe sf. miglioria, miglioramento, in rif. al decorso di malattie // Un caso particolare è la megghiurìe d’la mòrt, e cioè l’impressione che danno a volte gli agonizzanti di una ripresa proprio sul punto di spirare.
mèie avv. mai // Prov.: “Uèie, uèie e mòrta mèie”.
méle sm.: 1) mela/e - 2) miele (tené u méle a la vók: saper usare parole gradevoli per le orecchie altrui).
mèle: 1) sm. male (“Mèle e bbéne mpàcce ce védene”) - 2) agg. cattivo (“Da u mmèle paiatóre sfik quédd ca pu”).
mèle d’Sant Dunète sm. mal caduco, epilessia.
Melène spr. Milano; abitanti: melanìse.
melìne agg. mielina; compare nella loc. magniàrce l’aria meline: mangiare aria mielina, cioè niente.
mellìquele sm. ombelico.
melògne sf. tasso (nsc. Meles meles da cui deriva il termine dialettale) // Lungo una sessantina di cm., possiede pelo folto e ruvido. Di abitudini notturne, si ciba di insetti, frutta e radici che scava con gli arti muniti di unghioni, aiutandosi anche col muso che ha robusto e prominente, il che ha ispirato la minaccia ormai obsoleta: “Tè fa u muss accóme e na melògne!”.
melóne (pl.: -ùne) sm. mellone; dim. melunàzz // Se ne distinguono almeno tre tipi: melùna d’àcque (angurie), melùne d’pène a buccia spessa e rugosa ed a polpa arancione, e melùna vernìne, che, conservandosi a lungo, possono essere accontonati per l’inverno. Il prov.: “Chi tè sòld spak i melùne” lascia trasparire il fatto che i melùne erano un tempo abbastanza appetiti, ma non tutti se li potevano permettere. Si sa comunque che c’erano e ci sono altre vie per procurarsi quanto la campagna produce (“Nta l’òrt d’lu cumpère ce cògghiene i mègghie melùne”). Infine il prov.: “I fémmene sò ccóme i melùne: ogni cènt vùne”, accostando fémmene e melùne, evidenzia il fatto che le une e gli altri riservano a volte delle soprese.
menà (-ète) [dal lat. tardo minari (spingere innanzi gli animali con grida e persosse)] v.: 1) tr. scagliare, gettare, versare, menare, picchiare, a seconda dei contesti - 2) rifl. (-rce) buttarsi a fare, provare, slanciarsi, picchiarsi // Tra le locuzioni, vanno segnalate almeno menà càvece a lu vènt, cosa che ci si può permettere solo da giovani e liberi da legami sentimentali, e menàrce dint, che rievoca una delle tante scorciatoie che si prendevano un tempo per arrivare allo scopo: lo spasimante, approfittando di un’assenza dei familiari, s’introduceva, per amore o per forza, in casa della ragazza, per passare dopo a nozze riparatrici.
menatùre sm. mestolone usato, in particolare, per girare la pasta dei caciocavalli.
menchiarìne agg. minchione.
“Méne!”: 1) escl. “Su!, Suvvia” // Dal tono di voce assume valore di ordine (imperioso: “Ména, mé!”), o di preghiera (strascicato: “Mèèène!”). Ai “Méne!” meno graditi si ribatte a volte con “Méle e ppére!” - 2) avv. meno (fa dèl méne: astenersi da un’azione).
mène sf. mano // Locuzioni: terà la préte e nnammuccià la mène (ti-rare il sasso e nascondere la mano); tené i mène d’óre (avere mani laboriose ed abili). Il dim. compare nel detto: “N’mm’chiamànn k’la manùcce ca nce vèng k’lu pedùcce!” che evidenzia il fatto che, negli approcci, è spesso il sesso debole a prendere l’iniziativa.
mène mène loc. man mano.
mènerùsce sf. mani rosse, gioco infantile // Dopo che i giocatori han-no sovrapposto le une alle altre le mani aperte, quello che ne ha una nel punto più basso la ritrae dando un colpo sul dorso della mano più alta e prendendosi a sua volta quello successivo. Si va avanti così finché, presene e datene abbastanza, si decide di smettere.
menestrà (-ète) v. scodellare, condire e servire la menèstre.
menète sf. sonora lezione a suon di busse (na memète d’palète).
menì(-ùte) v. venire; menì assópe (venire a galla); menì fatt (avere un colpo di fortuna).
menìmecene ca… loc. veniamo al fatto che…; è frequente nelle narrazioni.
ménn [dal lat. volg.: minna] sf. mammella, poppa (dà la menn: allattare al seno); dim. mennùcce.
mennelàstre sf. mandorla/e amare.
mènnele sf. mandorla, uno dei frutti più tipici, la cui coltivazione conosce però da noi un certo declino; dim. mennelìcchie // Per curiosità va detto che i mènnele costituivano strumenti e posta in vari giochi che richiedevano una certa destrezza.
mènnele atterrète sf. mandorle atterrate, preparato tipico che si ottiene cuocendo mandorle insieme a zucchero o cacao.
mentóne (pl. -ùne) sm.: 1) montone, maschio della pecora // Essendo, tra pecore e montoni, nelle greggi mantenuto il rapporto di 20 a 1, praticamente ognuno di essi ha a disposizione un vero harem, purché sopravviva alla strage di agnelli che si fa a Pasqua per contenere il numero dei maschi e allietare, nel contempo, la tavola (vd. anche gnèll). Il prov.: “Sò cagnète i staggiùne: i pèquere vann apprèss a li mentùne” è quanto mai attuale - 2) gran mucchio (nu mentóne d’munnézz).
menumèle avv. menomale.
menùte s. 1) m. minuto, frazione di ora - 2) f. venuta, ritorno (na iùte e na menùte: un’andata ed un ritorno) - 3) ha il valore di dettaglio nella loc. vénn a la menute (vendere al dettaglio).
menùzz sm. minuzzolo, pezzetto; il term. compare spesso raff. dal sin. stòzz (fa a stòzz e menuzz).
menuzzà (-ète) v. sminuzzare.
menuzzème sf. insieme di menùzz // Quando pasta e maccheroni si vendevano sfusi, i negozianti li tenevano in cassetti di legno con ovale trasparente per distinguerne i tipi e attingerne con una navetta nella quantità richiesta dai clienti. Si creava così una certa quantità d’ menuzzème che si vendeva a minor prezzo a chi non poteva permettersi la pasta di prima scelta.
menzegnóre sm. monsignore (paré nu menzegnóre: aver l’aria da gran personaggio).
menziunà (-ète) v. menzionare.
meràquele sm. miracolo // Di individui dai quali non c’è niente da sperare si dice: “Iè sant ca nn’fa meràquele!”. Ma neppure i santi veri sono presi sul serio se, al momento giusto, non dimostrano di saperci fare: “Nce créde a lu Sant s’nn’ffa u meràquele”.
meraquelóse agg. esagerato, che racconta miracoli.
merchète: 1) agg. e avv. di basso costo, a buon mercato - 2) sm. mercato, riunione di ambulanti in un dato luogo a scadenza periodica // Un mercato settimanale da tenersi ogni mercoledì (nei documentti si parla di fiera) era stato istituito ad Apricena da Federico II nel lontano 1230. A ricordo di tale antico mercato cessato non si sa quando, nel 1951 l’Amministrazione Comunale ne istituì uno da tenersi il mercoledì proprio a partire da Piazza Federico II, e cioè da Fóre ’u Palazz (vd.), a scendere per Corso Garibaldi. Nel 1955 il mercato fu portato al sabato, per essere poi spostato in Via Roma-Via Giannone ed infine, nel 1988, in Via Duca di Genova-Via Buozzi, da dove nel 2011 è stato trasferito a ridosso della 167.
mère: 1) sm. mare (mère mère: lungo la riva del mare, costeggiando il mare) - 2) agg. amaro // Prov.: “I cóse mère fann bbéne”.
merecanète sf. americanata, esibizionismo di gusto discutibile.
Mèreche sf. America // La loc. fa la Mèreche (arricchirsi) richiama il sogno americano che ha avuto da noi, soprattutto all’inizio del secolo, larga presa sugli strati bracciantili (vd. anche sciammèreche). Stando comunque al detto: “P’chi vo fatià Mèreca llà e Mèreca qua”, avendo capacità e voglia di fare, si trovava e si trova anche al proprio paese il modo di sbarcare il lunario e, magari, di mettere da parte qualche soldo. D’altronde non è che in America le cose stessero e stiano in maniera molto diversa. Un gustoso aneddoto racconta che un emigrato, per invogliare un compaesano a raggiungerlo a New York, gli scrisse che lì si facevano quattrini a palate e che l’unica fatica da fare era quella di chinarsi a raccoglierli. Allettato da così rosee prospettive, l’uomo partì e, appena sceso dalla nave, vide per terra un portafoglio abbastanza ricolmo, ma, essendogli balenato nella mente il pensiero: “Nzò mank rrevète, già mé métt a fatià?”, gli diede un calcio mandandolo in acqua. Quando s’incontrò col compaesano e raccontò l’accaduto, sentì darsi dello stupido perché anche lì i dollari bisognava sudarseli, sebbene nella lettera aveva prospettato la cosa in modo diverso.
merechène agg. americano, statunitense in particolare; rafforza a volte cazzóne (cazzóne merechène), con riferimento all’alta statura. Al mito americano è legata la loc.: fa u merechène che equivale a: spendere e spandere.
merìquele sm. mora/e, frutti d’li vuchèche (roveti) che crescono nu-merosi in part. sópe i macére (nsc. rubus fruticosus) // Iì a fa merìquele costituiva per i ragazzi, fino a non molti decenni addietro, il pretesto per una escursione nei dintorni del paese. Nel libro Riscopriamo il passato per proiettarsi il futuro è riportata una ricetta per fare u scerùpp d’merìquele.
mèrk [prov. mercar (marchiare il bestiame)] sm. marchio, in part. il segno di riconoscimento impresso a fuoco sul bestiame.
mése sm. mese; u mése passète (il mese scorso); u mése k’ttrèsce (il mese entrante); u mése ’a Madònn (Maggio, mese da noi dedicato a la Madònn ’i Ncurnète - vd.)
mesèle sm. tovaglia da tavola, di sol. di lino bianco tessuto ad opera.
mesète sf. mesata, mensile // Il detto “U mése va e vé e la mesèta pure” esprime l’invidia da cui era ed è circondato chi può contare su proventi che si presentano con puntualità ad ogni scadenza.
méss sf. messa // Poiché le ragazze da marito erano tenute un tempo sotto stretto controllo, la messa costituiva un appuntamento pressocché fisso tra innamorati, e comunque offriva la possibilità, ai giovani, di ammirare e farsi ammirare per intrecciare magari delle relazioni. Ma è chiaro che i più andavano e vanno a messa senza secondi fini e con ben altri pensieri. E’ interessante nel Pitta, a pag. 134, la notazione che, essendo i braccianti dell’uno e dell’altro sesso costretti a lavorare, almeno nei periodi di più intensa attività, persino nei giorni festivi, per permettere loro di assolvere al dovere di buoni cristiani, la messa mattutina si celebrava addirittura prima dell’alba. Il parroco percepiva dal Comune, per il disagio che rendere questo servigio alla collettività comportava, la somma annua di £:51 che fu portata a 85 nel 1875 e aumentata negli anni successivi. Di chi dimentica di portare al seguito persino l’indispensabile, si diceva e si dice: “Va a la méss e ce ne scòrd la cróne!”.
méssa cantète sf. messa cantata; aveva per lo più carattere funerario.
méssa parète sf. messa solenne che l’officiante celebra con l’assistenza di due altri sacerdoti che fanno da diacono e suddiacono.
méssa pezzènt sf. messa pezzente // Era definita tale una messa fatta ce-lebrare, a scioglimento di un voto o in suffragio di un defunto, con le elemosine raccolte allo scopo, ritenendosi che l’umiliazione della questua la rendesse più meritoria.
méssa rann sf. messa solenne; era definita tale la messa di mezzogiorno delle festività importanti.
mesùre sf.: 1) misurazione (pigghià la mesùre) - 2) recipiente usato come unità di misura per aridi, e, in part., per la farina p’mmassà; era pari alla metà d’nu quart (cioè a poco più di 6 dm. cubi) ed era divisibile in due méze mesùre.
mesurìll sm. misurino per olio, corrispondente a 0,234 litri.
metaióle (pl. -ùle) bracciante/i specializzati nella costruzione di méte; lavoravano in squadre formate da nu chèpe che insaccava la paglia e squadrava la méte, sei pagghiaiùle che portavano su la paglia con un sistema a leva chiamato u campanìll (il campanile), oppure inerpicandosi per lunghe scale, e da un ragazzo col compito d’ sciògghie i racanèll (vd.).
méte (-ùte) [lat. metere] v. mietere, fase attesa dell’annata agricola che il detto: “Sumìnt quann vu k’a Giugne ha méte!”, in qualunque periodo si sia seminato, fa cadere a Giugne.
méte [dal lat. metam] sf. meta, pagliaio // Il term. indicava un tempo i grossi cumuli geometricamente perfetti di paglia ben insaccata che sorgevano, quasi per incanto, durante la trebbiatura o subito dopo, quando si dava sistemazione alla paglia rimasta sull’aia. Opera di esperti metaiùle, i méte, alte non pochi metri, si restringevano a schiena d’asino verso l’alto per favorire lo scolo delle acque. La paglia sarebbe stata utilizzata, mista ad avena od altro, per foraggiare il bestiame nel corso dell’anno.
metènn sm. mietitura, tempo di mietere (di solito pl.: i metènn) // “Si tratta dell’occupazione più lieta o più triste dell’annata agricola, a seconda che il raccolto sia abbondante o scarso” (D’Addetta). Le operazioni cominciavano in genere il 13 giugno con la mietitura di grano tenero ed avena e si protraevano fino a luglio inoltrato per passare, subito dopo, alla carratùre e alla pesatùre (vd.).
metetóre (pl. -ùre) sm. mietitore/i // All’epoca della mietitura manuale, quando nelle nostre campagne occorrevano eserciti di mietitori, si riversavano da noi numerosissimi i braccianti delle vicine zone rivierasche e montane, portandosi al seguito un fagotto di biancheria e la falce per mietere. Stazionavano spesso per giorni a Fóre la Cróce, dormendo addirittura all'aperto o sotto i portoni in attesa dell'ingaggio. Iniziato il raccolto, metetùre forestieri e locali lavoravano in squadre di quattro più nu liàtóre addetto a legare i manòcchie (vd.). In linea di massima l’obiettivo di una squadra era la mietitura di una versura al giorno, e cioè d’nu tómmele (un quarto di verzùre) per mietitore. Per questi “terribili uomini abbru-titi dal sole infocato, che con movimenti larghi e solenni recidevano le spighe d’oro” (D’Addetta) erano previsti vitto e alloggio a carico d’li massère che li stipavano a decine in enormi cameroni detti cafunarie.
metetrébbie sf. mietritrebbia, macchina rivoluzionaria che, mietendo e insieme trebbiando, ha ridotto enormemente i tempi del raccolto che richiedeva un tempo l’intervento di numerosi braccianti per periodi prolungati.
metetrìce sf. mietitrice // Prima macchina agricola a comparire nelle nostre campagne, fu all’inizio trainata da cavalli e poi da trattori. Subentrata nel dopoguerra ai metetùre, ha ceduto a sua volta, alcuni decenni dopo, il posto alla mietitrebbia.
metòzz sf. dim. di méte; il term. indicava, oltre che quelle di piccole dimensioni, anche i cumuli realizzati, con gli avanzi di paglia, a ridosso di una delle pareti minori d’li mète.
métt (méss) v. mettere // Locuzioni: métt a crésce (mettere a lievitare la pasta del pane); métt a mmòll (mettere in acqua); mett fóche (dar fuoco); mètt la bbóna paróle (fare opera di riconciliazione); métt mè-ne (manomettere o prendere a botte); métt mmóte (mettere in moto); métt nchèpe (inculcare nella zucca); métt ngòll (indossare); métt nnànz (proporre un partito matrimoniale); métt sótt (domare, investire, attaccare un equino al carro); métt u mùss (immusonirsi) - 2) seminare, piante (métt u rène, la véne…) - 3) rifl. méttece mettersi, cognomarsi (“Cóme t’ mitt?”: Qual è il tuo cognome?) .
méveze sf. milza // Min.: “Mó k’na càvece te sckattà la mèveze!”.
mézabbòtt agg. di bassa statura (anche mézacartùcce).
mézanòtt sf. mezzanotte // Il prov.: “Cchiù scurd d’la mézanòtt n’ npó ièss!” esorta ad affrontare le avversità con filosofia.
mézasègge sf. sedia un po’ più bassa di quella normale.
mézatrìe sm. mezzadria, contratto agrario ora vietato per legge; prevedeva la coltivazione di un fondo da parte di un contadino che divideva col proprietario prodotti ed utili.
méze: 1) sf. mezzo litro (na méze d’ vine) - 2) agg. metà, mezzo // L’agg. compare col contr. sène nel detto: “A chi fatìe sarda méze e a chi nn’fatìe sarda sène” che richiama l’uso della sarda come companatico. In quanto al pane, nel prov.: “La mugghiére iè méze pène” non è chiaro se la moglie è definita tale perché ne assicura la metà o perché lo dimezza.
mézebbùst sm. mezzo busto, ritratto o statuetta a mezzobusto.
méze e méze loc. metà e metà.
mézeiórn sm. mezzogiorno.
mézezìte sm. maccheroni cilindrici forati di diametro più ridotto di quello d’li zìte // E’ probabile che zìte e mézezìte prendano nome dal fatto che erano di prammatica nei banchetti nuziali tenuti, di solito, a casa dello sposo.
mezzène: 1) agg. mezzano, medio, di media grandezza - 2) sf. aia, spazio incolto che circondava e circonda i massarìe (vd.) // Il Pitta (pag. 288) quantifica il rapporto tra mezzène e terreni seminativi in circa un sesto, comunque l’estensione dell’aia andava commisurata a caratteristiche e necessità dell’azienda (presenza di animali da pa-scolo, attrezzi agricoli ingombranti, spazi per trebbiatura, méte, ecc.). In genere era ed è destinata a mezzène la parte meno produttiva; al centro di essa sorge il caseggiato e nu puzz o na puscìne per i bisogni idrici di uomini e bestie.
mezzétt [dal lat. medius] sm. mezzetta // Secchio troncoconico a doghe cerchiate di ferro con manico, era un tempo usato come unità di misura per cereali, frutta secca ed aridi in genere. Corrispondente a 27,5 dm. cubi, u mezzétt poteva contenere una quantità di prodotto dai 21 ai 24 chili, a seconda del peso specifico di quanto si andava a misurare. Così detto perché corrispondente a metà tómmele, era a sua volta divisibile in due quart. Per curiosità va detto che, per il grano, si facevano in genere sacchi da 4 mezzìtt. Il detto: “U rène ncredènz e va truvànn u mezzétt cólm!?” sottolinea il fatto che, comprando a credito, non si ha il diritto di reclamare.
mi agg. mio; si usa posposto al nome (la chèsa mi, u figghie mi) // E’ noto che Cesare, riconoscendo tra i suoi pugnalatori Bruto da lui amato come un figlio, esclamò: “Quoque tu, Brute, fili mi! (Anche tu, Bruto, figlio mio!)”, frase che si riporta per l’identità del nostro possessivo col vocativo del latino.
mìcquele sm. lenticchia/e.
migghie [lat. milium] sm. miglio, misura lineare corrispondente a mille passi (1852 metri) // Con: “Trìdece migghie quattòdece iùrn!” si stigmatizza la lentezza nel procedere.
migghière sm. migliaio // Prov.: “U vóve trancanère p’nn’ffà nu mìgghie n’ha ffatt nu migghière”.
minghiarìne agg. superficiale, poco affidabile.
mìsce mìsce loc. mogio mogio (iìrcene mìsce mìsce: andarsene con la coda tra le gambe).
mize ièreve loc. mezze erbe; erano così definiti i terreni che, dopo il raccolto, erano lasciati a maggese e destinati a culture primaverili // I mìze ièreve venivano affittati ai pastori abruzzesi che li avrebbero lasciati liberi per gennaio.
mize tèmp loc. durante l’èta di mezzo, e cioè la maturità; tale è il senso della loc. nel prov.: “Tre vvóte ce mpazzìscene i crestiène: giuventù, vicchiézz e mize tèmp”, e cioè si è pazzi a tutte le età.
mmacànt [lat. in vacante] avv. a vuoto (gniótt mmacànt).
mmaccà (-cchète) v.: 1) ammaccare, deformare - 2) blaterare, dire il falso // “Ma k’vva mmaccànn?”, si ribatte a volte a chi straparla.
mmaccàneche sm. meccanico.
mmaculète [lat. immaculatus (senza macchia)] agg. immacolato.
mmaiàgne sf. magagna, difetto nascosto // Prov.: “La fémmene iè ccóme e la castàgne: iè bbèll da fóre ma dint té la mmaiàgne”.
mmaiagnète agg.: 1) malaticcio, intristito (di uomini e bestie) - 2) cariato (di denti) - 3) fradicio (di frutti) - 4) rovinato/a (di cose).
mmaiàgnià -rce (-ète) v.: 1) deteriorare -rsi (di cose) - 2) indebolirsi, ammalarsi (di esseri viventi).
mmalamènt agg. cattivo, malvagio (contr. bbòne) // Consiglio per chi avesse in animo di accasarsi: “La recchézz va e vvé ccóme e lu vènt, ma u (o la) mmalamènt t’lu (o t’la) trùve sèmp annànz”.
mmalòcchie sm. malocchio, sguardo di malevolenza; vd. ffàscene.
mmancà (-chète) v. mancare, diminuire // Prov.: “Quédd ca dà all’àvete mmànk a te”.
mmancatóre sf. diminuzione, riduzione (del numero delle maglie nei lavori ai ferri o all’uncinetto).
mmantà -rce (-ète) [da mant] v. coprire -rsi // In senso traslato il v. assume il valore di: giustificare o tener nascoste le magagne di qualcuno. Erano e sono soprattutto le madri a mmantà i figghie di fronte ai papà, specie se questi ultimi sono piutttosto severi.
mmanzì -rce (-ùte) v. ammansire, divenire mansueto.
mmarcedì (-ùte) v. marcire.
mmarcià (-ète) v.: marciare, spesso in rifrimento al tenore di vita che si conduce (mmarcià a la rik).
mmarì -rce (-ùte) v. rendere o diventare amaro // Di un brufolo o di una ferita si dice che c’é mmarùte se compare un’infezione.
mmarrà (-ète) v.: 1) chiudere, sprangare (mmarrà pòrt e fenèstre) - 2) rifl. -rce rinchiudersi (mmarràrce dint: relegarsi in casa).
mmarrunà (-ète) v. abborracciare, ammucchiare alla rinfusa.
mmascióne [fr. maison (casa)] sm. pollaio, ricovero delle galline.
mmasciunàrce (-ète) v. rintanarsi degli animali, e in part. delle galline, nel luogo loro destinato per la notte (iì a lu mmascióne).
mmassà (-ète) v. impastare il pane, e cioè fare una massa della pasta e prepararla per la panificazione, il che avveniva un tempo dint la fazzatóre: vedi anche pène.
mmasscecà (-ète) v. masticare.
mmasscète sf. imbasciata // Si tratta della visita ufficiale che i parenti del pretendente facevano a quelli della ragazza p’strégne u parentète, concordando la durata del fidanzamento e l’entità delle doti. Le trattative, spesso estenuanti, a volte non andavano in porto per un cavillo qualsiasi (“P’nu péde d’vrascére iè scumpenète u parentète”). Qualora si fosse invece raggiunto l’accordo, si concedeva al promesso sposo di parlare con la bella davanti alla porta di lei fino al giorno in cui, con la trasciùte (vd.), sarebbe stato ammesso a varcarne la soglia. Essendo oggi le relazioni tra i sessi gestite di solito direttamente dagli interessati, si fa in moltissimi casi a meno della mmasscète, che ha comunque assunto un carattere meno formale.
mmattìrce [fr. amatir (affievolirsi)] (-ute) v. perdere lucentezza, appannarsi, in part. di oggetti metallici.
mmaturà -rce (-ète) v. maturare, -rsi // La minaccia “Tè mmaturà la chèpe!” sottintende “a suon di pugni” (naturalmente, in testa).
mmavucià (-ète) v. rovinare con le mani, strapazzare.
mmazzarràrce (-ète) v. perdere forma e morbidezza per lunga pressione, il che avveniva, ad es., a saccùne e mataràzz che, almeno annualmente, avevano bisogno d’ ièss sfurrète (vd. sfurrà).
mmazzuccà (-chète) v. stordire, stendere k’na mazzèta nchèpe.
mmécce sf. parte femmina di incastri.
mmeccià (-ète) v. far combaciare, incastrare k’na mmécce.
mmeccùse agg. moccioso; raff. di vavùse (vavùse mmeccùse).
mméce cong. invece.
mmedià (-ète) v. invidiare // “Chi móstra ióde e chi mmìdia crèpe” afferma un noto detto, concetto ribadito in forma diversa dal prov.: “Iè mmègghie a ièss mmediète ca no cumpiatùte”.
mmediùse agg. invidioso.
mmelà (-ète) v. addolcire con miele (mmelà i nèvele); in senso trasl.: accattivarsi la simpatia del prossimo con parole gradevoli all’udito (mmelà k’li chiàcchiere).
mmèlacriànz sf. sgarbo, scostumatezza, mancanza di rispetto.
mmèlannète sf. cattiva annata, in rif. alla scarsità del raccolto // Una superstizione voleva che, ad ammazzare un gatto si sarebbe incorsi in sètt’ànn d’mmèlannète.
mmèlanóve sf. cattiva notizia.
mmèlanumenète sf. cattiva reputazione // I detti “La mmèlanumenète iè ccóme sètt’ann d’mmèlannète”. e “Trist e amère a chi pigghie la mmèlanumenète” sottolineano le conseguenze di una cattiva nomea che sono pesanti soprattutto nei piccoli centri in cui tutti parlano e sparlano dei fatti di tutti.
mmèlaparète sf. cattiva parata, situazione sfavorevole.
mmèlaparóle (pl. -ùle) sf. parola pe sante, offesa.
mmèlariuscìte sf. cattiva riuscita.
mmèlavùrie sf. malaugurio // L’uccello del malaugurio è da noi la cuccuvàie (vd.), al punto che di persone che fanno previsioni nefaste si dice spesso: “Métt la mmèlavùrie accóme e na cuccuvàie!”.
mmèlazzióne sf. cattiva azione.
mmèlecavète agg. malnato, malvagio // Di chi unisce alla statura modesta un cattivo carattere si dice a volte: “Córt e mmèlecavète!”.
mmèledìce (-ètt) v. maledire.
mmèlecuntènt agg. malcontento, incontentabile.
mmèlepènz agg. maligno, diffidente (“Mmèlepènz accóme iè ccuscì ce pènz”); anche mmèlepenzant.
mmèlepìle agg. maligno (alla lett.: di pelo cattivo), appellativo spesso attribuito ai zerùsce (vd.).
mmèlesàng sm. cattivo sangue, conseguenza di agitazione intensa (fa mmèlesàng).
mmèletèmp sm. maltempo // Di chi rinvia pretestuosamente un’attività si dice: “Va truvann scuse e mmèletèmp”. Il prov.: “Bóntèmp e mmèletèmp nn’ddurène tutt lu tèmp” esorta a non lasciarsi prendere da facili ottimismi né da ec-cessivi pessimismi.
mmèlevestùte agg. malvestito, povero // Prov.: “Tutt lu pónn a lu mmèlevestùte!” (I poveretti sono da tutti maltrattati).
mmèmmère sf. forma infantile per cummère (comare) che le mamme deformano per i piccini, essendo la emme la prima consonante che essi riescono a pronunciare.
mmène [lat. in manu] avv. in mano (vedé na cose mmène mmène: avere una cosa a portata di mano ma non riuscire ad afferrarla) // Con l’escl.: “Sta ncóre mmène a Pappacóde!” si dà all’interlocutore del retrogrado (vd. Pappacóde).
mmentà (-ète) v. inventare.
mmeràrce (-ète) v. guardarsi nt’lu spècchie, specchiarsi, rimirarsi.
mmèrd [lat. merdam] sf. merda, escrementi // Il prov.: “La mmèrd cchiù la muscetrìe e cchiù puzz” invita a non rinvangare cose di cui, per dirla con Dante, “il tacere è bello”. Il term., insieme all’accr. mmerdóne è frequente nelle offese.
mmergióne sm. masso, macigno // Al gesto desiderato ma inaspettato da parte di qualcuno, si esclama a volte: “Mó amma vutà u mmergióne!” (E’ il caso di rivoltare un macigno per la grazia ricevuta!).
mmergiunète sf. colpo inferto con una grossa pietra.
mmèrz [alla lett.: terra emersa, lat. inversa] sf. erta, pendio incolto, luogo scosceso (sópe i mmèrz).
mmetà (-ète) v. invitare.
mmetète agg. invitato/i, in part. quelli ad una festa nuziale.
mmevènt agg. vivente, da vivo.
mméze: 1) avv. in mezzo (“Tutt attórn e Cik amméze!”) - 2) prep. in mezzo a... // La loc. sta mméze la chiàzz ha a volte il valore di: essere disoccupato e privo di mezzi.
mmezià (-ète) v. suggerire, smaliziare, insinuare, istigare.
mmezzóne sm. cicca di sigaretta; in senso trasl.: bassotto, piccoletto.
mmìcce sf. miccia.
mmìdie sf. invidia // Il difetto è talmente diffuso che un prov. afferma: “S’la mmìdie fuss cacarèll, ciarrecugghiéss k’la cestarèll”.
mmìsck sm. miscuglio, mistura.
mmisckà (-chète) v.: 1) attaccare per contagio (mmisckà la nfluènz) - 2) mescolare (mmisckà i cart) // La battuta: “K’amma fa, amma mmisckà bbruzzìse e crestiène?” assimila i pastori d’Abruzzo alle bestie con cui scendevano da noi in transumanza.
mmó mmó [sup. di mó (vd.)] loc. da pochissimo (“Ce n’è gghiùte mmó mmó”).
mmók avv. in bocca // Locuzioni: spià mmók mmók (pendere dalle labbra di qualcuno); luvàrce da mmók i chène e mméttece mmok ai lupe (cadere dalla padella nella brace); nsapé tené nu cice mmók (non essere capace di mantenere un segreto) // Il term. compare nella filastrocchetta che accompagna il classico gioco a tavola del passaggio del cucchiaino con la pappa dalle vicinanze della bocca dell’adulto a quella del piccino, nella quale sarà alla fine svuotato: “Mmók a me, mmók a te, mmók a lu figghie d’lu rré!”.
mmólacucchière sm. affilacazzuole, appellativo a volte dato agli apprendisti muratori alle prime armi.
mmólafrùffece sm. affilaforbici, arrotino // I mmólafrùffece, oggi motorizzati, giravano un tempo con carriole a mano fornite di mole a pedale, facendo sentire di strada in strada il loro grido lamentoso: “Chi adda mmulà i frùffece, belli fé!!”.
mmòll sf.: 1) molla, elastico - 2) ammollo (métt a mmòll).
mmucàrce (-chète) v. ammuffire per eccesso d’acqua (di piante).
mmuccà-rce (-ète) v. cadere, ribaltarsi, rovesciare -rsi di lato, in part. di mezzi di trasporto.
mmuccenà -rce (-ète) v. coprire, ricoprirsi di abiti pesanti a protezione dal freddo.
mmuccìgghie spl. insieme di masserizie di poco valore (tené la chèsa chiéne d’mmuccìgghie).
mmufalànn avv. un anno fa; alla lett.: adesso (mó) fa un anno.
mmuinà (-ète) v.: 1) sollecitare, animare, creare mmuìne - 2) rifl. (-rce) darsi da fare con animosità.
mmuìne sf. animazione, armeggio, confusione // Sono molte le cose che si fanno tant p’fa n’póche d’ mmuìne. Il term. compare, tra l’altro, in apertura della canzoncina che circolò da noi in occasione dell’inaugurazione d’la Vill (vd.): “Mamma mìe k’mmuìne ch’é succéss a La Prucìne! P’ne póche d’ vellétt sò mméss gnióche i giuvenétt...” (vd. vìll).
mmulà (-ète) v. arrotare alla mola.
mmullà (-ète) v.: 1) mollare, sganciare - 2) rendere molle, il che di solito si ottiene metténn a mmòll in acqua; arc. mmuddà.
mmullétt (pl. -itt) sf. molletta, in part. quella per bucato.
mmuntenà (-ète) v. ammonticchiare, ammucchiare, ammassare.
mmupelì -rce (-ùte) v. impazzire, diventare mópe (vd.).
Mmurgétt sf. Murgette, colline pedegarganiche, e in part. le alture che si trovano alle spalle del Santuario dell’Incoronata, ove un tempo si riversava, il lunedì di Pasqua, gran parte degli Apricenesi p’fa la scampagnète (vd.).
mmussàrce (-ète) v. imbronciarsi; anche: ppènn u muss.
mmusscià -rce (-ète) v. afflosciare, abbassare, sgonfiare -rsi; contr.: ngreccà (mmusscià o ngreccà la code: assumere un atteggiamento remissivo o baldanzoso).
mmutà (-ète) v.: 1) mutare, cambiare (mmutà u lètt: fare il cambio delle lenzuola) - 2) rifl. (-rce) cambiare la biancheria intima - 3) mutarsi delle condizioni atmosferiche (“U tèmp c’é mmutète”).
mmutatóre sf. insieme della biancheria intima da sostituire a quella sporca.
mmuzzà (-ète) v. mozzare, recidere con un taglio netto.
mó [dal latino mox] avv. adesso, subito, immediatamente.
mó ca... loc. ora che, quando, al momento (mó ca vé la rrecóte: al momento del raccolto).
“Mò!” imper. “Da’ qua!”
mógne (mónt) v. mungere.
mòll agg. molliccio (contr.: tòst).
mómmabbìe sm. (alla lett.: ora mi avvio) denaro // Se ce mànchene i mommabbìe, e cioè senza denaro, non si va da nessuna parte.
mònece sm. endoparassita monoico dei legumi secchi, e delle fave in particolare; il term. deriverebbe dal fatto che essi si trovano sempre da soli (gr. mònos: uno solo).
mòneche sm.: 1) monaco/i, frate/i; // Numerosi nella società contadina, i monaci erano guardati con una certa diffidenza (Prèvete, mòneche e chène: ha sta sèmp k’la mazza mmène), ma nel contempo con invidia in quanto si riteneva, a torto o a ragione, che se la passassero molto meglio dei comuni mortali. Indicativa in tal senso è la cinica filastrocca: “Viète a te, cafóne, ca t’ màgne pène e cardóne! Iì sò nu pòvere mòneche sventurète ca m’ màgne a la matìne ióve e a la sére supprescète!” - 2) scaldaletto, gabbia di legno in cui s’inseriva un tempo il braciere per riscaldare il letto // In questa accezione è possibile cogliere un’allusione all’intraprendenza di certi monaci che non disdegnavano avventure galanti, il che ha lasciato eco nel prov.: “Quann trùve u mòneche nt’la chèse, la cósa mègghie iè pigghiarl a rrìse” - 3) “Iéve da mòneche!” è un’escl. che equivale a: “E’ da chissà quanto tempo!”: mòneche è qui deformazione spiritosa di mó (vd.).
mòneche d’vènt sm. tromba d’aria, fenomeno da noi, oltre che raro, di solito di leggera entità.
mónn sm. mondo (all’atu mónn: nell’al di là) // Proverbi: “Mónn iéve e mónn iè!”; “Addóve va iè mónn e paiése: ce stann i bbóne e ce stann i mmalamènt, ce stann i campène e ce stann i puttène”.
Mónt spr. Monte S.Angelo, cittadina garganica a 796 m. s.l.m., nota soprattutto per il Santuario di San Michele Arcangelo // A Mónt, a partire dalla fine del V secolo, attratta dalla fama dei prodigi che vi si erano verificati e percorrendo la via definita “Sacra”, affluì, da tutta l’Europa, un’enorme massa di pellegrini tra cui c’erano persino Papi e Imperatori che riconobbero alla cittadina onori e privilegi, e cioè vantaggi economici non indifferenti. Ma poiché le ricchezze hanno da sempre attratto i predatori, il Santuario stesso fu saccheggiato dai Bizantini nel 657, dai Saraceni nell’869 e nel 920, dalle milizie aragonesi nel 1491, e infine, nel 1799 dai francesi dello Championnet, lo stesso dal quale, secondo il Pitta, Apricena si sarebbe salvata per il prodigioso intervento di Sant Martìne (vd.). Ad attestare la passata grandezza di Monte Sant’Angelo restano, oltre al Santuario edificato sulla sacra grotta, la cosiddetta Tomba di Rotari che è in realtà un battistero, le splendide costruzioni medioevali tra cui spicca Santa Maria Maggiore, e infine le imponenti rovine del Castello svevo-normanno-aragonese con la Torre detta dei Giganti, eretta probabilmente da Roberto il Guiscardo nell’XI secolo. Vedi anche: Sant Mechéle.
mópe agg. matto, strambo // Se non si volesse ricorrere al termine, si può dare del matto al prossimo semplicemente appoggiando l’indice alla tempia e facendolo roteare.
móre sf. aroma, gusto, sapore // Di cibi insipidi si dice: “Nté né móre né sapóre”, ove móre e sapóre sono, in sostanza, dei sinonimi.
mòrie sf. sedimento dell’olio // La mòrie era un tempo utilizzata per preparare il sapone, con l’aggiunta di grassi animali e soda caustica che si richiedeva all'acquisto come la medecìne ’u sapóne.
mórr [gr. myrios] sf. folla, frotta, gran numero di... // Nel gergo pastorale il term. indicava i branchi di 200-250 pecore in cui venivano divise le greggi della transumanza, troppo numerose per essere tenute sotto adeguato controllo; ciascuna mórr era in genere affidata alla custodia di un pastore adulto e di un ragazzo.
mòrt: 1) agg. morto, defunto; dim. murtecill (vd.) // Prov.: “U mòrt dà a campà a lu vìve” - 2) sm. funerale (iì a lu mòrt) - 3) sf. morte // Proverbi: “Chi préie la mòrt d’l’àvete la só la tè ddréte i spall”; “La mòrt nn’spìe mbàcce a nesciùne”; “La mòrt vó la ccasióne”; “I cóse stòrt li ggiùst la mòrt”; “Uèie, uèie e mòrta mèie”; “Dópe tanta uèie vé la Mòrt” - 4) sm. nel gergo dei petraiùle il term. indica il terriccio misto a pietrame da rimuovere all’atto dell’apertura di una cava per arrivare alla pietra viva // All’epoca in cui tanti apricenesi si sono avventurati nell’apertura d’petréie, in non pochi casi la quantità eccessiva d’mòrt incontrato ha divorato i capitali, determinando il fallimento degli imprenditori.
mòrt accìse sm. morto ammazzato // La sim. paré nu mòrt accise, è usata in rif. a funerali alla chetichella e con un numero ridotto di accompagnatori. E’ il caso di ricordare che, prima della creazione dei cimiteri comuni previsti dalle leggi di ispirazione napoleonica all’inizio dell’800, alla sepoltura degli assassinati veniva destinato un luogo a parte fuori dalle mura cittadine, in quanto, non avendo ricevuto il viatico, non erano accettati nelle sepolture all’interno di chiese e conventi. Ad Apricena era riservato ai mòrt accìse un’ala del vecchio cimitero dei Murtecìll (vd.).
mòrt d’fème sm. poveraccio, privo di mezzi per vivere.
mòrt d’sònn sm. pigro, indolente.
mòrz: 1) sm. mordacchia, pezzo della briglia posta in bocca all’equino per renderlo docile ai comandi - 2) sf. morsa, attrezzo da presa.
mósce agg. moscio, floscio; in senso trasl.: giù di morale.
mósk sf. mosca/sche; un tempo numerosissime, furono poi decimate grazie alle bonifiche ed al graduale miglioramento dell’igiene pubblica e privata // Prov.: “Piàtt cupèrt nn’è cachète da li mósk”.
mòss sf. leziosaggine, mossa, finta.
mpa’ [apocope di cumpà] voc. compare, forma vocativa usata anche con sconosciuti.
mpàcce: 1) avv. in faccia, a viso aperto (parlà mpàcce) - 2) prep. contro, sopra (mpàcce u mure).
mpagghià [da pàgghie)] (-ète) v.: 1) impagliare (sedie, bottiglie, ecc.) - 2) imbalsamare (animali) - 3) abbagliare, offuscarsi della vista (tené l’òcchie mpagghiète d’presutt: non riuscire a distinguere il vero dal falso).
mpalése avv. palesemente; contr.: nnammecciùne.
mpalète agg. impalato, fermo e rigido come un palo.
mpaliunìrce (-ùte) v. ammuffire, fare la palùnie (vd.).
mpanà (-ète) v. impanare, aggiungere pane ad una pietanza.
mpanatùre sf. filettatura.
mpantanà -rce (-ète) v. impantanare -rsi, bloccarsi.
mpapécchie agg. brioso, simpatico, in part. di bimbi/e.
mpappenarce (-ète) v. impappinare -rsi, imbrogliarsi nel parlare, essere incerti e maldestri nell’agire.
mpapucchià [da papòcchie] (-ète) v. convincere, imbrogliare (mpapucchià k’li chiàcchiere).
mparà (-ète) v. 1) insegnare (“Té mparà e t’éia pèrd”) - 2) imparare // Se è vero che “Nesciùne iè nnète mparète”, è anche vero che d’imparare non si finisce mai, e che anzi il desiderio di apprendere prolunga persino l’esistenza dando ad essa uno scopo: “P’quést la vècchie nn’ vvuléve mèie murì, ca cchiù stéve e cchiù mparève” afferma uno dei nostri detti più noti. Il poverbio: “Mpère e stipe!” equivale a: “Impara l’arte e mettila da parte!”
mparavìse avv. in paradiso.
mparentàrce (-ète) v. divenire parenti tramite parentète.
mpàrzie sf. irrisione, presa in giro // “Ce fa pigghià la mpàrzie!” si dice di chi si espone al ridicolo.
mpastóravàk sm. impastoravacche, grossa serpe che si avviluppa alle zampe posteriori delle mucche per succhiarne il latte.
mpasturà (-ète) v. mettere pastoie ad animali per limitarne le possibilità di fuga // “Ciassemègghie na iallina mpasturète!” si dice a volte di chi si mostra impacciato.
mpavùre avv. in preda alla paura (méttece mpavùre: intimorirsi).
mpavurì -rce v. impaurire -rsi; rifl. anche méttece mpavùre.
mpazzì (-ute) v. impazzire.
mpèce avv. in pace, in buoni rapporti (contr. a sciarr) // La loc.: sckatt mpèce è una deformazione del lat. requiescant in pace, parole che precedono l’amen dell’Eterno Riposo.
mpecià (-ète) v. rifinire con pece.
mpedementà (-ète) v. dare solide fondamenta (mpedementà i fìgghie: dare ai figli una solida situazione economica di partenza).
mpégne sm.: 1) impegno (méttece d’ mpégne) - 2) finta, in unione col v. fare // “Ha fa mpégne ca nce vide e nce sìnt!” è un consiglio a passar sopra a tante cose per rendere l’esistenza sopportabile.
mpegnurà (-ète) v. impegnare con pignoramento un bene immobile a garanzia di un debito; contr.: spegnurà.
mpelà (-ète) [fr. empilar] v. infilare, in part. far passare il filo nella cruna dell’ago (mpelà l’èche).
mperlleccàrce (-chète) v. mettersi su, agghindarsi con cura.
mpènn -nnece (pp.: mpése o mpì-se) v. impiccare -rsi // Prov.: “La fémmene fa la fórk e l’óme ce mpènn”.
mpennàrce (-ète) v.: 1) mettere penne, in rif. alla prima peluria di pulcini e volatili in genere - 2) inalberarsi alzandosi sulle zampe posteriori (di equini); risentirsi, reagire bruscamente (di persone).
mpenzére avv. nel pensiero.
mpepà (-ète) v. pepare, condire con pepe alimenti.
Mpératóre sm. Imperatore // Da Apricena esce in direzione sud, u Trattùre d’lu Mpératóre, ai margini del quale si trova un pozzo anch’esso detto d’lu Mpératóre. Il sovrano che ha dato il nome all’uno e all’altro è stato Federico II di Svevia (1194-1250) che quel tratturo percorreva di frequente in quanto esso collegava Foggia, sede imperiale della Puglia, ad Apricena, una delle domus sola-ciorum preferite. Il nostro Felice Clima, infiammandosi all’idea del corteo imperiale in movimento, così ne parla a pag. 61: “E par di sentire ancora il nitrito degli agili cavalli arabi dei Saraceni di scorta che precedevano il biondo sire; il falconiere e i cacciatori l’attor-niano ed i dignitari lo seguono e la piccola corte caracollante chiude il corteo con le ultime guardie del seguito...”. E’ accertato che ad Apricena l’Imperatore giunse e vi si trattenne, per periodi più o meno lunghi, in varie occasioni (1225, 1226, 1230, 1231, 1232, 1234, 1240, 1241, 1242, 1243). Inoltre, per la fedeltà dimostratagli nel 1229, quando l’intera Capitanata gli si era rivoltata contro durante la sua assenza per la Crociata in Terrasanta, Federico II concesse alla nostra cittadina numerosi privilegi sui contigui territori di Civitate, Castelpagano e Sannicandro, nonché l’autorizzazione a tenere fiera il mercoledì di ogni settimana. In quanto al palazzo che il sovrano aveva ad Apricena, esso, di origine forse normanna, era sicuramente in grado di accogliere non solo la corte e il numeroso e variegato corteo che l’accompagnava ovunque, ma anche ospiti illustri ed ambascerie di varia provenienza. Il Lucchino, che lo conobbe di persona, definì tale palazzo: “poco bello di fuori, ma assai comodo di dentro, con grande e spazioso cortile, e nel sopporto del portone vi sono le stalle”, e così lo compianse dopo il terremoto del 1627: “Ruinò quasi dai fondamenti il Palagio, abitazione del Signor Principe, quel Palagio che quattrocento anni sono fu edificato dall’Imperatore Federico II, come si disse, per suo diporto di caccia che solea fare in questo paese, che fu poi la cagione di edificarsi la Terra”. Il Lucchino dà quindi credito alla leggenda che la fondazione di Apricena sia stata opera dello stesso Imperatore, fatto che si tende oggi a mettere in discussione. Per il problema delle origini, vd.anche La Prucìne, nonché le pagine che vi hanno dedicato N. Pitta e, più di recente, F. Clima e G. Di Perna.
mpermiére s. infermiere/a.
mpèrn sm. inferno // Una filastrocca popolare, dopo aver parlato del paradiso come di luogo di riposo, dell’inferno afferma: “A lu mpèrn sta mmèla gènt e chi ce va ce n’pènt, ma nn’sèrv pentì pecché chi ce va nce ne pó scì!”.
mpestà (-ète) v. appestare, infestare, appuzzire.
mpestète agg. appestato, infestato.
mpètt avv.: 1) sul petto (“L’ome té li pile mpètt ccóme e lu diàvele”) - 2) intestato, di beni immobili (tené nu fónd mpètt).
mpezzà -rce (-ète) v. conficcare -rsi, entrare // Minaccia: “S’te mpìzz qua dint te fa sci p’lu cavùte ’la chiève!”.
mpiaià -rce (-ète) v. impiegare -rsi.
mpiaiète sm. impiegato.
mpiàstre sm. impiastro medicamentoso che, steso su di una pezzuola, si applica alla parte malata o dolente; anche cataplàsme // Per braccia e piedi sbessudète si ricorreva un tempo ad un miscuglio di aglio, prezzemolo e bianco d’uovo.
mpìcce sm. affari, intrighi // Il prov.: “Mpìcce d’àvete, saccòccia vacànt!” è uno dei tanti inviti ad occuparsi degli affari propri.
mpiccià (-ète) v.: 1) aggrovigliare - 2) rifl. (-rce) impicciarsi (degli affari altrui) // Prov.: “Chi ce mpìcce rumène mpiccète!”.
mpicciacapìll sm. frutti spinosi di piante selvatiche cosiddetti dal fatto che, lanciati tra ragazzi l’uno sui capelli dell’altro, creavano problemi in fase di rimozione.
mpicciatóre agg. impiccione, ficcanaso, intrigante.
mpiccióse agg. pieno di impicci, difficile da svolgere, di compiti scolastici in particolare.
mpìse [pps. da mpènn (impiccato)] agg. scaltro, astuto // “Iè nu mpise!”, si dice a volte bambini che ne commettono di tutti i colori.
mpìzz avv. sul bordo, sulla punta (anche mpónt); raff. per radd.: mpìzz mpìzz // “Lu tèng mpìzz mpìzz ’a léng!” (Ce l’ho proprio sulla punta della lingua), si esclama a volte, quando si rincorre un ricordo che non si riesce ad afferrare.
mpluènzsf. influenza // Essendo l’affezione contagiosa, a chi ce l’ha addosso e si trova pericolosamente vicino si dice a volte: “Mó m’ha mmìsckià la mpluènz!”.
mpónn (mpùss) v. bagnare, inzuppare, intingere in un liquido.
mpónt avv. sulla punta (vd. mpìzz).
mpracetà -rce (-ète) v. infradicire -rsi // Di avari si dice: “I sòld l’adda fa mbracetà sott u matóne!”.
mprasckà (-ète) v. sporcare, imbrattare.
mpratechìrce (-ùte) v. impratichirsi, fare pratica.
mpravìgghie e sònn loc. dormiveglia; alla lett.: tra veglia e sonno.
mprecheccàrce (-ète) v. appollaiarsi in alto, con pericolo di cadere.
mprenà (-ète) v. impregnare, rendere gravida.
mpresènz avv. in presenza.
mpressiunà -rce (-ète) v. impressionare -rsi.
mprèst avv. in prestito // La loc. tené i mène mprèst è riferita alla cattiva abitudine di far arrivare le mani anche dove non dovrebbero.
mprestà (-ète) v. dare in prestito // A parte il fatto che chi richiede i prestiti non sempre usa la delicatezza dovuta (“Scàpele sta rète e mprìsteme stu vòmmere!”), i detti concordano nello sconsigliarli (“S’ lu prèstete fuss bbóne, ce mprestàssene pure i mugghiére”), anche per le difficoltà che si potrebbero incontrare nel momento in cui si andasse a richiedere la restituzione del proprio (“S’vu ièss amìce k’lu cumpère nn’lli mprestànn li denère ca, quann ce li va p’cercà, quidd ce métt a iastemà!”).
mprettà (-ète) v. imbrattare, sporcare (anche mpertà).
mprónt avv. in fronte // “Va truvànn na palla mprónt!” si dice a volte di chi agisce in maniera spregiudicata, intendendo per palla una pallottola d’arma da fuoco.
mprufumà -rce (-ète) v. profumare -rsi // Offesa: “Nt’spùte mbàcce p’ nn’mprufumàrt!”.
mprusà (-ète) v. raggirare, fregare.
mprusatùre sf. fregatura.
mpucà (-chète) v. infuocare, accendere; anche ppiccià.
mpunn: 1) agg. profondo (puzz mpunn) - 2) avv. in profondità (u puzz va mpunn).
mpupazzà (-ète) v. impupazzare, agghindare, in part. i figli come pu-pazzi e le figlie come bambole.
mpurtà (-ète) v. importare // L’escl. “K’m’n’mpòrt a me?” sintetizza la diffusa tendenza a passare sopra a tante cose.
mpu sapé loc. non puoi mai sapere, non si sa mai.
mpusemà (-ète) v. imposimare, apprettare con amido - 2) rifl. -rce agghindarsi.
mpùss agg. bagnato, fradicio di pioggia o di sudore.
mpustà (-ète) v.: 1) imbucare una lettera - 2) fare la posta, appostarsi per intercettare la selvaggina (se si è cacciatori) o qualcuno (se si hanno conti da regolare); anche pustià.
mpuzzenì -rce (-ùte) v. imputridire, emettere cattivo odore.
mubbìlie sf. mobilio, insieme dei mobili di una casa, ed in part. quelli della stanza da letto che, secondo la costumanza locale, toccano alla sposa che porta di solito in dote almeno pann e mubbìlie.
muccecà -rce (-ète) v. mordere -rsi // Con l’espr.: “T’ha vulé muccecà i vute e ncià puté rrevà!” si predicono tardivi quanto inutili pentimenti. Non potendo mordersi i gomiti, volendo, uno può muccecàrce i mène. In quanto all’espr.: “M’ha muccechète u péde!”, benché faccia pensare al morso di un cane, allude più spesso alle piccole ferite sul tallone provocate dalle scarpe nuove se strettine.
muccecatùre sf. morsicatura/e, segni lasciati dai morsi.
mùcceche sm. morso/i, boccone/i, spuntino (pigghiarce nu mùcceche) // Degli avidi si dice: “Ce méne a ràngeche e mùcceche!”.
mùcede sf. muffa; la loc. sàpe d’ mùcede è riferita a cibi avariati.
mùffele sm. sorso, sorsata.
mugghiére sf. moglie; poss.: mugghièreme, mugghièrete // I detti popolari, mentre si accaniscono contro i fémmene (vd.) in generale, trattano di solito le mogli con maggiore rispetto: “La mugghiére iè méze pène”, “Na bbóna mugghiére fa nu bbóne marìte”…). Il detto: “La prìme p’scópe d’chèse, la secónda signóra chiamète” lascia intendere che chi perde la consorte ne comprende meglio la preziosità e, se si risposa, usa in genere, nei riguardi della seconda, molte più accortezze di quante non ne abbia avute con la prima.
mugnetùre sf. mungitura.
mulacchióne agg. traditore, dal comportamento infido come quello di un mulo che spara calci a tradimento.
mulagnème sf. melanzana // Originarie dell’India, le melanzane sono sempre state da noi un prodotto di largo consumo. Nel periodo in cui giungono a maturazione, compaiono di solito in tavola rrechiìne, cioè ripiene con un impasto ottenuto dalla loro stessa polpa tagliuzzata e unita a uova, sale, prezzemolo, formaggio e pane grattugiato. Conservate sott’olio o sott’aceto con aglio e menta, costituivano un tempo una provvista in serbo per quando non c’era niente di meglio per accompagnare il pane.
mulàzz sf. macina // Il term., che un tempo indicava la grossa pietra dei mulini e dei frantoi per le olive, è passato oggi all’impastatrice della calce dei muratori.
mule sm. mulo // Nati da incroci tra asini e cavalli, i muli costituiscono una razza sterile. Erano apprezzati nella società contadina per la resistenza alle fatiche ma temuti anche per essere spesso caveciatère. I più pericolosi erano i mule ciuccìgne, cioè quelli nati da un’asina, del che resta traccia nella loc.: tenè i vìzie accóme e nu mule ciuccìgne.
mulenàzz sm. meloncello, frutto acerbo della pianta di melone, dagli ortolani eliminato in fase di sfoltimento.
mulenère [da mulìne] sm. mugnaio // Un tempo numerosa, la categoria è oggi ad Apricena praticamente scomparsa. Gli ultimi mulenère sono stati gli operai della SAMA, licenziati dopo l’incendio del 1983. Prov.: “U póce nt’la farìne ce créde mulenère”.
muletrìzz sm. poltiglia fangosa.
mulìne sm. mulino (“Chi va a lu mulìne ce nfarìne”) // Si legge nel Pitta (pag. 401) che nel 1897 il Comune donò al Sig. Salvatore Bonanno un appezzamento di terreno sulla via per la Stazione affinché vi impiantasse macchine per produrre l’energia elettrica necessaria per l’illuminazone notturna del paese e vi costruisse un mulino per lo sfarinamento di cui si avvertiva il bisogno. A questo primo mulino elettrificato si affiancò, intorno al 1920, la San Piétre (vd.), poi SAMA, senz’altro il più importante dei mulini di Apricena, che arrivò ad averne cinque ora tutti chiusi.
mullìche sf. mollica di pane; arc. muddìche // A chi dovesse chiedere: “Accóm’amma fa?” si ribatte a volte: “Accóme facévene l’antiche, ca iittàvene la scòrce e ce magnèvene la mulliche!”.
mumènt sm. momento, attimo.
mummelióne sm. presenza ingombrante amméze la vìe.
munacèll sf. pavoncella/e, uccelli così chiamati dal piumaggio simile ad un saio monacale.
Municìpie spr. Municipio // Essendosi nel 1993 gli uffici comunali trasferiti nel Palazzo Paolicelli, di fronte a lu Turrióle (vd.), il term. è spesso accompagnato da nóve e vècchie, intendosi per nóve il suddetto palazzo (ora Palazzo di Città), che poi tanto nuovo non è, e con vècchie il Palazzo Lombardi, così chiamato da Michele Lombardi che, nel 1875, lo vendette all’Amministrazione che, sullo stesso Corso Gen. Torelli, vi possedeva già alcuni locali contigui. All’inizio il palazzo ospitò non solo gli uffici comunali, ma anche la Pretura al piano superiore e il Carcere Mandamentale in quello inferiore. Dopo che la Pretura fu trasferita altrove in locali propri, il Municipio fu riadattato, nel 1936, dall’ing. Nazario Zecchino, che “trasformò il vecchio stabile in una sede municipale austera, degna e decorosa” (Pitta, pag. 369), conferendo all’esterno l’aspetto che tutt’ora conserva. In occasione dell'ultimo restauro, che ha inciso in modo profondo sulla ripartizione dei locali interni, gli uffici comunali sono stati ospitati temporaneamente da u Palàzz Paulicèll, che, sito in Piazza Federico II, proprio di fronte a u Turriole, ospita attualmente la Biblioteca Comunale ed il Museo Civico.
mùnnele sm. spazzaforno, fruciandolo, pertica con in cima un cencio per ripulire il forno o, se bagnato, ridurne la temperatura.
munnelià (-ète) v. ripulire il forno con il fruciandolo (vd. sopra).
munnézz sf. immondizia, rifiuti che, a partire dal marzo del 2000, gli Apricenesi hanno cominciato a diversificare, essendo partita la raccolta differenziata di vetro, carta e plastica; vd. anche fumìre.
munnezzère sm. spazzino; anche pulezziànt (vd.).
muntà (-ète) [fr. monté] v.: 1) montare, assemblare pezzi - 2) avere rapporti sessuali.
muntàgne sf. montagna // Prov.: “Muntàgne e muntàgne nce chembróntene mèie, ma crestiène e crestiène sci!”.
muntagnèll spr. montagnella, collina, piccolo rialzo, in part. quello che, a mo’ di belvedere, si eleva nell’angolo sud-est della Villa Comunale // Originariamente in terra battuta, la Muntagnèll è stata, nel 1988, rivestita in pietra di Apricena su progetto dell’Arch. Maria Parisa Pizzicoli da Termoli.
muntevà (-ète) [frc. antico mentevoir] v. mentovare, nominare.
mupià (-ète) v. fare il matto.
mupìe sf. pazzia, stramberia.
mure sm. muro; dim.: murédd // Degno di memoria è è il muro della demolita Chiése d’Sant Ròk (vd.), per il fatto che vi si schieravano la mattina i cafoni in cerca dell’ingaggio giornaliero.
mure mure loc. rasente al muro.
muréie sf.: 1) ombra // Di chi è fifone si dice a volte: “Iève pavùre da la muréia so stéss!” - 2) statura (tené la muréia iàvete).
muréne sf. amarena; si usa conservarle sotto spirito ottenendo i muréne k’u spìrete.
murétechesf. zona all’ombra, esposta al nord.
murì (mòrt) v. morire (murì d’fème, d’frédd, d’sònn...) // Premesso che a mmurì e a paià ha sèmp retardà, presentandosi la necessità di accennare con anziani al momento della dipartita, si usa prospettare l’evento come lontanissimo nel tempo introducendo l’argomento con l’espres.: “Da qua a cènt’ann ca mure...”.
murianète sm. melograno // Una credenza popolare vuole che mangiare del melograno il giorno di Santa Caterina (25 Novembre) porti bene nel campo degli affari.
murraggìe sf. emorragia.
murtatèll sf. mortadella // Fu tra i primi salumi d’importazione ad essere consumato su larga scala nell’immediato dopoguerrra quando, u pène k’na ròcele d’murtatèll costituiva un apprezzato spuntino.
murtalète agg. robusto, resistente al tempo (fa i cóse murtalète).
Murtecìll spr. Morticelli // In fondo all’attuale Via Balilla un quadrato di pietre appena rilevate, con sopra un blocco grezzo circondato da una bassa inferriata, contrassegna il luogo ove sorgeva “l’antico cimitero con la Chiesa del Purgatorio, detta dei Morticelli, dalla casupola attigua dove venivano conservati gli scheletri degli inumati” (Pitta, pag. 195), scheletri che, come si sa, appaiono di dimensioni ridotte rispetto al corpo sorretto da vivi, dal che il dimi-nutivo che farebbe pensare ad un cimitero destinato alla sepoltura di bambini. Entrato in funzione nel 1841 il nuovo cimitero (vd. campesànt), quello d’i Murtecìll fu abbandonato, anche se ancora nel 1899 si provvide a riparare la cappella rimasta in piedi ed a proteggerne adeguatamente l’ingresso “per evitare che i monelli continuassero a penetrarvi ed a portar via le ossa, offendendo in tal modo il culto dei defunti”. In seguito, essendo la Cappella, divenuta pericolante, raccolte e trasportate a lu campesànt le poche ossa rimaste, si provvide in fasi successive a rimuovere via via i resti fino a cancellarne completamente le tracce.
murtefecà (-ète) v. mortificare, rattristare con rimproveri o privazioni.
murtèle sm. mortaio // Quello tradizionale, in legno massiccio, serviva soprattutto per pestarvi il sale, venduto all’epoca sfuso in scaglie. L’operazione avveniva con l’aiuto di un grosso pestello anch’esso ligneo, detto u pesatùre.
musce sf.: scopino morbido di piante palustri // Fissata ad una canna, la musce serviva per rimuovere i pappalunce da volta e muri.
“Musce!” [gr. musiao] richiamo per gatti; si usa il contr. “Ccih!” per scacciarli // Dim. ed accr. compaiono nella seguente filastrocchetta usata per divertire i piccini: “Musce, muscìll, iatt, iattìll, nu bbèll sckaffìll! Musce, muscióne, nu bbèll sckaffóne!”.
muscetriàrce (-ète) v. il rivoltarsi per terra degli equini sudati, una volta liberati da li uarnemènt (vd.); per estensione il v. è usato in rif. a bambini ca ce muscetréiene per gioco o per capriccio.
muschegghióne (pl. -ùne) sm. calabrone, moscone noto per essere particolarmente noioso, oltre che rumoroso // A muschegghiùne sono a volte paragonati i giovanotti che ronzano intorno alle ragazze, facendo loro una corte assillante.
muschìll sf. moschino, moscerino.
musecànt sm. musicista; anche sunatóre (vd.).
muséie sm. esibizionismo, stramberia (fa muséie e mustraziùne).
musciarìe sf. lentezza, flemma.
muscìsck [lat. misiculam] sf. carne di pecora salata ed essiccata // Condita con fior di finocchio, sale e peperoncino, era usata in part. dai pastori che la portavano al seguito per provvista perché non deperibile, nutriente e poco ingombrante. Il detto: “Céncia ncùle e musciscka nchèpe!” irride chi veste male e ragiona peggio.
muss sm. muso, labbra // Locuzioni: cadé muss nnànz (cadere col muso in avanti); pettàrce u muss (usare il rossetto); ppènn u muss (ingru-gnarsi); sta muss e muss (essere vicini di casa); tòrce u muss (fare lo schizzinoso).
“Muss muss!” escl.“Non sarà mai! Te lo puoi dimenticare”; alla lett.: “Muso muso!”, e cioè: “Comincia a leccarti le labbra!”.
mussaróle sf. museruola (métt la mussaróle: zittire)..
mussist agg. lezioso, smorfioso.
mussià (-ète) v. muovere le labbra in segno di disapprovazione.
must sm. mosto // Al momento della spremitura, si prendeva (e in qualche caso lo si fa ancora) una certa quantità di mosto per trasformarlo, riducendolo ad un terzo del volume originario tramite cottura, in must còtt, un liquido scuro e semidenso dal sapore pungente, usato per preparare sangunète, puperète, nèvele e cazz malète (vd.). In occasione di nevicate, u must còtt costituiva il condimento ideale di un bicchiere di neve.
mustàcce [gr. mustaki] sm. baffi folti e lunghi // Di un tipo suscettibile si dice a volte: “A quidd i pùzzene i mustàcce!”, indipendentemente dal fatto che li abbia o meno.
mustacciùte agg. baffuto, fornito di mustàcce; accr. mustaccióne.
mustrazióne (pl. -une) sf. leziosaggine, esibizionismo (vd. muséie) .
mute: 1) sm. imbuto; dim.: mutill - 2) agg. muto/a // Il detto: “La figghia mute la capìsce la mamm” sottolinea un affetto così viscerale che non ha bisogno di parole per comunicare. Ma, poiché non è semplice capire chi si tiene tutto dentro, innervosito, qualcuno esclama a volte: “A la mute, a la mute: chi parl è chernùte!”.




