Le parole in corsivo (sottolineate in blu) aprono la voce corrispondente nel vocabolario. Il testo in italiano nelle note non viene linkato.
C’era una volta nu varzone che, vivendo in una casupola tra le viti, si alzava la mattina di buon’ora, ppiccève u foche, ce preparève ne poche de pènecòtt e poi, accesa la pipa, si faceva una fumatina. Infine, quand’era l’ora in cui solitamente passava u patrone, si dava un po’ da fare per farsi trovare affaccendato.
Vedendolo sempre allegro e in buona salute, il proprietario, che soffriva ormai da tempo per vari acciacchi, lo guardava con una certa invidia ed una volta gli chiese:
“Ma tu come fa a sta sèmp k’i sckak mbàcce? Iì, ca so cchiù ggione de te, quèse quèse ne mme n’ha fide mank a sta llampìde, mèntre tu père u quadre ’la salute”.
“Eh, patro’, - rispose u varzone - tu bast ca te live u vizie de magnià, e pu vide ca t’ha sentì mègghie de me!”.
Il padrone seguì alla lettera il consiglio e, a furia de nne magnià né iòie e né crà, si ridusse ben presto in condizioni tali che fu necessario chiamare il prete ed il notaio.
Il pover’uomo si confessò ma, al momento di fare testamento, era ormai senza voce. E intanto smaniava guardando di qua e di là, come se, con gli occhi, cercasse qualcuno.
Quando vide entrare u varzone che gli aveva consigliato de luvàrce u vizie de magnià, lo indicò col dito tremante di stizza per accusarlo della sua disgrazia, e poi spirò.
Il notaio capì tutt’altra cosa e dichiarò per iscritto che, alla sua presenza, il morente aveva indicato u vegnarole come erede universale di tutti i suoi beni.
Così l’uomo da varzone diventò patrone, grazie ad un consiglio risultato alla fine davvero prezioso, soprattutto per se stesso.




